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Psiche primordiale

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 29 Marzo 2014 | 3,642 letture | Stampa articolo |
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Il disprezzo che ha il collettivo nella società per l’anima individuale è l’estraneamento dissociativo, o, comunemente detto, l’alienazione. – scrive  Diego Pignatelli Spinazzola, in “Psiche primordiale” (Paolo Emilio Persiani, Bologna 2013) – Per un mondo senz’anima che vaga nella dispersione d’identità raggruppate alla morale del gregge attraverso identità mistificate da falsi schemi culturali, dove il simbolo, l’unico mediatore dell’inconscio e del significato ha perso il primato, anche l’unità quale verità esperienziale e racconto mitico ha perso il suo valore. Essa viene relegata ai racconti che il postmodernismo rifiuta di accettare drasticamente. Se comprendessimo però che il mito è verità storica e visione universale delle cose, ossia che rappresenta quel viaggio epico dell’eroe che in larga misura tutta l’umanità dovrà affrontare, allora comprenderemmo che l’individuo creativo, l’eroe, si trovi in uno spartiacque, proponendosi quale risolutore e ‘simbolo unificatore’ per i conflitti religiosi, politici, psicologici e filosofici dell’uomo moderno, e forse un giorno l’umanità potrà liberarsi dalla sua Odissea onirica senza trascinarsi il suo daimon”.

Diego Pignatelli Spinazzola individua il massimo conflitto storico dell’Occidente nella natura stessa dell’Anima, intesa quale particolare Gestalt esprimente, in maniera specifica e continuativa, la qualità nucleare interiore, ma soprattutto lo denuncia nella mancata riscoperta di antichi fenomeni culturali i quali in essa si riattivano ripercorrendone mitici sentieri, mediante memorie ancestrali da cervello rettiliano che, attraverso il sistema simpatico, penetrano recessi profondi e archetipici, residui autoctoni dell’inconscio collettivo.

Quest’archetipo rivelatore svolge funzione mediatrice, tra lo slancio prometeico e la promessa di redenzione, per ristabilire lo Spiritus Invictus da quel Caos, in cui il canone attuale non distingue il destino dell’umanità e le categorie psicopatologiche sono alla fin fine uno spontaneo emergere di contenuti inconsci. La disfatta dell’occidente consiste allora nell’identificarsi nella frammentarietà, mentre l’alienazione dall’una realtà all’altra espelle definitivamente il mito dalla storia?

Il ritorno al mito pregnante dell’Anima Mundi sarebbe il viaggio eroico lungo un percorso di creazione e confusione, dissociazione e rinascita, alla ricerca del Tertium unificatore dei contrari, in quanto trascendente lo Zeitgeist della storia.

La dissociazione collettiva  delle autonomie prevale invece sulla visione unificante dell’individuazione e l’assenza di convergenza del “fare sociale” accetta, incondizionatamente e all’insaputa dell’anima, il ritorno dell’indiviso a una prospettiva in cui il senso dei nominalisti non coincide con quello dei realisti. La disputa non è nuova!

 

I “transpersonalisti”  della cosiddetta “Quarta Forza” della psicologia (considerando comportamentismo, psicoanalisi e psicologia umanistica le prime tre) sono i più interessati alla trascendenza, ritenendo che si possa fare diretta esperienza delle visioni archetipiche e delle immagini mitiche, esplorandone le varie dimensioni a un livello più profondo di quello ontologico.

Come la religione indù non inquadra il Brahman/Atman come semplicistico surrogato dell’inconscio ed epifenomeno della materia, in “The Cosmic Game: Explorations Of The Frontiers Of Human Consciousness” (1998), Stanislav Grof sostiene che la causa prima dell’esistenza si trova riposta proprio nella coscienza.

Lo psichismo collettivo del transpersonalista si rivolge maggiormente alla trascendenza, alle “peack experiences”, alla “coscienza cosmica”, all’identificazione “karmica”, filogenetica, con la natura, le piante, gli animali, quali simboli totemici. La visitazione, o eventuale rivisitazione, dei miti, dei riti, della fenomenologia ultraterrena, o anche le esperienze fuori dal corpo e di pre-morte, le esplorazioni delle dimensioni intermedie, come le crisi mistiche, ampliano le varie possibilità di comprendere in maniera alternativa le psicosi e soprattutto di individuare tra di esse quelle che ci danno conto della cosiddetta malattia creativa o sciamanica.

Lo psichiatra Stanislav Grof, il filosofo Kenneth Earl Wilber Jr., lo psicologo Stanley Krippner, il fondatore della teoria dei sistemi Ervin Laszlo, il filosofo, psicologo e storico della cultura Richard Tarnas, hanno posto in stato d’assedio il paradigma cartesiano-newtoniano, meccanicistico-materialistico della nostra realtà. In particolare, le fondamenta ontologiche dello psico-campo akashico, costituiscono un ulteriore incremento del magazzino mnemonico già teorizzato da C. G. Jung come inconscio collettivo.

Nel procedimento di respirazione iper-ventilata  s’intensifica l’attività di emersione del materiale archetipico con la possibilità di supportare quegli episodi di natura psicotica, in quanto anomale esperienze d’identificazione riconducibili a fusioni mistiche che, oltre alla tradizionale diagnosi differenziale di tipo proiettivo, possono ricollegarsi a creature mitologiche, demoni da possessione, risveglio di kundalini, fenomeni parapsicologici o sciamanici.

Insomma, per i transpersonalisti, la coscienza è in grado di prendere esperienza delle visioni evocabili a livello immaginale e di esplorarle, sia pure nei termini di “non ordinary states of conscoiousness”, grazie all’apporto antropologico, dello studio delle religioni, nonché della mitologia personale e della psicologia analitica.

Anche se dovese trattarsi di semplici regressioni, queste indagini sono capaci di favorire, in alternativa alla moderna psichiatria ufficiale, un modello comprensivo più disponibile verso la mai fin troppo riconosciuta vastità d’una psiche multidimensionale.

 

L’uomo moderno non riesce più a cogliere le manifestazioni del numinoso che i vari eventi co-creativi dispiegavano agli occhi dei nostri antenati. La mente primitiva continua comunque a riproporre le proprie reviviscenze nelle psicosi e modalità psicotrope di riattivazione transpersonale, tipo l’Holotropic Breathwork, possono ancora catalizzare queste emergenze, facilitandone un’auto-esplorazione sistematica.

Il modello “olotropico” comprensivo di Grof s’avvicina a quello “olografico” del cervello di Karl H. Pribram e David Bohm. Nel cosiddetto “modello cerebrale olografico della funzione cognitiva”, chiamato pure “modello olonomico del cervello”, e noto come “paradigma olografico”, si  teorizza che le informazioni, e quindi i ricordi, immagazzinati, non vengano “registrati” dai neuroni, ma siano invece il risultato di pattern (o figure) d’onda interferenti; la qual cosa offrirebbe una qualche spiegazione alla capacità di accumulare enormi quantità di informazioni, e in “spazi” relativamente angusti.

Le disposizioni arcaiche della psiche sono governate dai modelli strutturali dell’inconscio che si aprono alla coscienza quando le psicosi ne scompaginano i filtri. Questo “abaissement du niveau mental” Pierre M. F. Janet (1859-1947) lo definiva “automatismo psicologico”, Erich Neumann (1905-1960) parlava di gravitazione psichica propria della mente crepuscolare. Perché la regressione involontaria coincide con una sorta di deflazione che determina il breakdown psicotico. A cominciare da John Weir Perry (1914 – 1988) fino ad arrivare a David Lukoff, questo rischio di intoppo da ingorgo (break-down) è stato intravisto piuttosto come un’opportunità di sfondamento dell’ostruzione (break-through), una potenzialità di dinamismo che, se non ostacolato da interventi sintomatici, sta sul punto di mostrare quale sarebbe il naturale espletamento del Selbst junghiano, agente di un inner healer.

La coscienza trova l’equilibrio necessario alle disposizioni regressiva/progressiva della propria involuzione-evoluzione nei simboli unificatori dei mandala e nei principi ordinatori di queste rotatio.

Il processo d’individuazione porta automaticamente al progressivo ristabilirsi dell’autoregolazione, mantenendo la comunicazione tra coscienza e inconscio fino alla confluenza nel nucleo epico-eroico, dal quale rilevare il mito personale selezionato da tutto quell’ammasso di materiale archetipo che vi affluisce continuamente.

La consegna di tale procedura è quella di non impedire affatto l’emersione delle costellazioni complessuali a cui afferiscono le determinanti transpersonali, anzi di favorirne l’attivazione dei contenuti.

Nelle visioni, come nei mandala, nei sogni, e nel dreamwork, l’inconscio si rende operante a ritroso sino alle sue dimensioni perinatali. Schemi esperienziali nella vita intrauterina e nel canale del parto sono imprescindibili strumenti teoretici di questa regressione sistematica a livello gestaltico.

La forte accensione del sintomo, non ridotto convenzionalmente, provoca finalmente quella liberazione psicosomatica verso la risoluzione effettiva del processo di emersione. Cosicché, invece d’essere separate, le parti e il tutto interagiscono, secondo il paradigma quantistico in cui un medesimo individuo si trova connesso con gli altri oggetti della medesima esperienza nello stesso oceano energetico. Il campo akashico (Psi Field di Laszlo) di queste esperienze costituisce un connettivo che informa ogni cosa sia stata impressa nella memoria olografica.

 

Il neurochirurgo e psichiatra Karl H. Pribram, il filosofo e fisico teorico David J. Bohm (1917-1992), come il fisico nucleare Amit Goswami, hanno sospinto l’avanguardia della frontiera scientifica verso un rapporto d’integrazione tra le implicazioni cosmologiche e le tracce cerebrali. I modelli dissipativi del premio Nobel Ilya R. Prigogine (1917-2003), la sistemica dell’antropologo, sociologo e psicologo Gregory Bateson (1904-1980), la mitologia comparata a cui si applica il processo gestaltico sciamanico dello storico delle religioni Joseph Campbell (1904-1987), in questo contesto, rappresentano un paradigma rivoluzionario per lo sconfinamento da quella che ormai può essere considerata come un’ordinaria cartografia monodimensionale della psiche.

Le dinamiche perinatali riaprono riserve d’energia condensata, trasformandola in valvole di sfogo per serbatoi psicospirituali. Esperienze embrionali, attigue a retrospettive di vite precedenti, o “Near-death experiences”, con panoramiche passate (life-review), rientrano in una nuova formula psicotanatologica che, indagando fenomeni di pre-morienza come di After Death, spiegherebbe molte manifestazioni psicopatologiche, nella rivalutazione di dimensioni ignorate dalla psichiatria ufficiale.

Fonte di coercizione, nella compulsione, potrebbe essere lo stesso accesso alla soglia liminale del numinoso, onde opporre resistenza all’invasione d’investimenti energetici misteriosi e terrifici. Il sintomo anancastico converrebbe allora intensificarlo allo scopo di trasformarlo, al più presto possibile, in un flusso d’esperienza gestaltica, ove rendere palese quella relazione tra la parte e il tutto, che l’illusione cartesiana della psichiatria convenzionale non riesce a vedere, se non molto riduttivamente nei complessi neurochimici e nei circuiti neuro-trasmettitoriali. Mentre gli estesi campi multidimensionali della coscienza sono orientati verso diversi livelli di comprensione, al di là della meccanica e della materia.

 

Ciò che fa parte della natura dei sensi rientra solo relativamente nell’esame del principio di realtà, perché in effetti è possibile farsi sospingere in canali extra, che vanno oltre questa mediazione sensoriale, dall’innesco di energie più affini a quella dimensione psicoide in cui s’instaura un’interfaccia tra coscienza e universo, psiche e materia.

Si tratta d’un rapporto, questo tra psiche e materia, che legittima ogni dinamica possa appalesarsi nella sfera liminale, che sia psicoide, ma anche borderline, anancastica, oppure psicotica.

Nell’iter gestaltico esperienziale, le visioni sono un frame work rispettabilissimo. L’immersione sciamanica completa la penetrazione di livelli di realtà altrimenti non esperibili, se non attraverso la regressione profonda.

Dal livello perinatale, quello delle prime esperienze, e dal livello transpersonale, il paradigma olotropico tocca campi di realtà prossimi alla fisica quantistica e alla parapsicologia. Dimensioni parallele tra le esperienze organicistiche di Bateson e l’interconnessione sistemica e transpersonale con la memoria akashica procurano quelle impressioni a livello sub-quantico che possono balenare nei ricordi embrionali, filogenetici, altrettanto olograficamente quanto nella coscienza cosmica.

La “rete di Indra”, di cui si narra nella mitologia indù, paragona l’universo protoplasmatico della materia a un reticolato di “perle”, di interconnessioni multidimensionali cosmiche che accondiscendono al “Gioco di Lila”, Maya, l’illusione, la cui proiezione diviene significativa solo nella sincronicità.

L’integrazione dell’esperienza sciamanica di morte e rinascita squarcia la barriera tanatofobica per ristrutturare, in un emotional release, la coscienza ordinaria a livello transpersonale.

Una nekyìa questa che sintetizza tutta un’Odissea, a partenza dalle braccia ambigue di Kalì, le quali trattengono, intrappolano, se non stritolano, per completare il nostos, nostalgico, ritorno al paradiso di Shiva, calore accogliente di divinità e fuoco urente, a un tempo corruttore e distruttore, da daimon.

Grof ricorre al neologismo della transmodulation per riprodurre il procedere dell’incauto viaggiatore sulle sue matrici esperienziali, le cui categorie confondono e disorientano in un turbinio di accessi, in entrata e in uscita, soglie dimensionali, parti perinatali e forse anche altri aspetti ancora inesplorati, e pur tuttavia legittimi, nei vari modelli di comprensione di noi stessi.

Il trauma della nascita di Otto Rank (1884-1939), lo si estende oltre la fase biologica e biografica. Vivide esperienze di tali memorie riaffiorano in regressioni, che potremmo ben definire “psicolitiche”, di psichedelia, Rebirthing, Primal Therapy, Holotropic Breathwork.

Le crisi spontanee di emergenza spirituale sono fin troppo simili all’ampio spettro di esperienze sciamaniche. Mediando e “transmodulando” la tensione energetica della carica emotiva emergenziale, senza soffocarne l’attivazione originaria, ci si accorge di trovarsi a un passo dall’abreazione e dalla pneumocatarsi, che presumibilmente bypasserà il risultato dissociativo dualistico, proprio perché determinato da un’ipertrofia, convenzionalmente post-biografica, e completamente unilaterale.

 

Giuseppe M. S. Ierace

 

 

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