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Scrivere è un modo di parlare senza essere interrotti. Jules Renard
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Perverso, Predatore, Ammazzafemmine!

category Atri argomenti Sabrina Costantini 18 Novembre 2011 | 9,528 letture | Stampa articolo |
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Una delle situazioni che coinvolgono e accomunano frequentemente le donne, forse in una sorta d’iniziazione alla vita e all’adultità, è rappresentata dalla relazione perversa.

Si tratta della relazione con un individuo, di solito il partner di una relazione sentimentale, con una struttura prettamente narcisistica. In quanto tale, la relazione è caratterizzata da asimmetria, abuso, uso narcisistico, violenza psicologica, talvolta violenza fisica, prevaricazione, ecc.

L’etimologia stessa della parola “perverso” ci rimanda al latino “pervertere”, ovvero rivoltare, rovesciare. Di fronte ad un individuo perverso ci troviamo ad un rovesciamento continuo della realtà e della posizione. Non si sa mai dove trovarli, creano fascino e obnubilamento, dicono e subito dopo negano quanto detto, non vogliono essere trovati e al di là della posizione cosciente, loro stessi non sanno dove realmente sono, di conseguenza l’ambivalenza regna sovrana, all’insegna dell’inconsapevolezza e della violenza. Gli umani oggetto della loro manipolazione, di solito donne, si sentono disorientate, affascinate, “sotto sopra”, rivoltate nella loro integrità e continuità, predate della loro essenza.

La storia di Barbablù è assai interessante e connotativa rispetto a questa condizione. Ne troviamo versioni differenti, da quelle raccolte dai fratelli Grimm (vedi ad esempio L’uccello di Fichter o il Maiale fatato), alla versione anglosassone del Signor Fox, alla produzione di Charles Perrault, di Henri Pourrat, alle versioni orali narrate in tutta l’Asia e l’America Centrale, a quella facente parte delle fiabe di Mille ed una notte, ecc.

Ciascuna con una qualche variante, ma accomunate dal tema centrale coerente in tutte quante. Il fatto che ce ne sia tante versioni sparse in posti così lontani, lascia pensare all’universalità del suo tema di fondo, all’elevato valore simbolico dell’ossatura.

Bettelheim ci ricorda che questa non è una fiaba, perché manca l’elemento magico e soprannaturale (eccetto per il sangue sulla chiave) ed inoltre, nonostante il male venga punito, questo esito non produce consolazione né salvezza.

Malgrado ciò, la storia contiene dei significati simbolici importanti e la mancata consolazione si traduce in una sorta di morte, che apre ad una nuova consapevolezza. Rappresenta la morte di una parte di noi, per lasciare spazio ad altri elementi. Muore l’ingenuità, la fatuità, l’instabilità, la vanagloria, a favore della consapevolezza, della scelta, della forza.

Partiamo dalla storia, almeno da una delle versioni, quella che deriva dalla mescolanza della versione francese e slava.

La storia narra di un uomo di nome Barbablù che corteggiava tre sorelle, ma queste si nascondevano perché spaventate dallo strano colore della sua barba, da un non so che sinistro e insidioso. Per cui un giorno l’uomo le invitò a fare una passeggiata nel bosco, in quest’occasione le intrattenne con ogni sorta di squisitezza, per il palato, per le orecchie, per il divertimento. Alla fine le sedusse tutte, ma al ritorno nella loro casa, le più grandi mitigarono quest’impressione con i sospetti iniziali, la piccola invece si lasciò trasportare totalmente da quest’alone di gentilezza e fascino.

E così lui la chiese in moglie, si sposarono e tutto sembrava andare bene, fino a che un giorno lui le disse di dover partire e lei era libera di fare tutto ciò che voleva, poteva invitare la sua famiglia, fare un banchetto, una festa e quant’altro desiderasse. Le lasciò le chiavi del castello, poteva aprire tutte le porte, da quella della dispensa a quella degli ori e fare come meglio credeva, eccetto per una porta, aperta dalla piccola chiave con la spirale in cima.

Lei ne fu felice e lo lasciò andare tranquilla. Arrivarono le sue sorelle, che saputo quanto comandato dallo sposo, curiose più che mai, si divertirono un mondo a scoprire quale chiave, aprisse quale porta, fino a che arrivarono alla cantina e lì la porticina che si aprì fu proprio quella della piccola chiave. Dentro era buio, fu necessario portare una candela che rischiarasse e fu così che le tre donne tutte insieme urlarono dall’orrore nel vedere un lago di sangue, ossa annerite, teschi impilati. Erano i resti delle mogli precedenti, che Barbablù aveva fatto a pezzi.

Uscirono immediatamente e la giovane prese la chiave che si era macchiata di sangue, la mise in tasca e quando arrivò in cucina si accorse che aveva macchiato il suo abito bianco, perché gocciolava ancora. Tentò di portar via quella traccia con vari mezzi, strofinando la chiave con un cencio, cauterizzandola, strusciandola con cenere, cospargendola di ragnatele, ma niente portò al risultato sperato. Disperata la nascose nell’armadio e ben presto tornò lo sposo, che la interrogò sul soggiorno e quando si accorse della mancanza della piccola chiave, la interrogò più brutalmente, lei allora cercò di inventare delle scuse inutili. Gridandole “infedele” la trascinò giù in cantina per ucciderla, ma quando furono nella stanza dell’orrore la giovane moglie gli chiese di concedergli un quarto d’ora prima di morire, per potersi riconciliare con Dio. Lui glielo concesse.

Lei corse in fretta nella sua stanza e ad ogni istante interrogava le sorelle: “Sorelle, sorelle. Vedete arrivare i nostri fratelli?” e loro “Non vediamo nulla, sulle pianure aperte”, dopo un po’ ancora “Sorelle, sorelle. Vedete arrivare i nostri fratelli?”, all’ennesima domanda sempre uguale “Vediamo un turbine in lontananza, forse un polverone. Intanto Barbablù tuonò dalla cantina, chiamando la moglie, prese poi a salire i gradini di pietra chiamandola sempre più adirato, lei ancora interrogava le sorelle. Alla fine “Sì, li vediamo, i nostri fratelli sono appena arrivati e sono entrati nel castello”. Barbablù si precipitò nella stanza della giovane moglie, con le mani protese ad afferrarla, ma i fratelli proruppero a cavallo con le spade sguainate, colpendo, fendendo, tagliando e sferzando, lo uccisero e lasciarono il suo sangue e le cartilagini alle poiane.

Questa storia mi ha sempre lasciato un po’ interdetta. Nell’ascoltarla, ti percorre un brivido lungo la schiena ed un retrogusto amaro ti gira in bocca senza posa, forse il sapore del pericolo appena scampato, del mistero che si aggira nel suo significato più recondito e incomprensibile. Mha … lascia un po’ attoniti e perplessi.

Barbablù rappresenta un uomo malvagio e violento, un individuo sinistro che si aggira intorno a noi, il predatore della psiche femminile. Alcuni racconti orali dicono che Barbablù fosse un mago mancato (Estés) e nell’Uccello di Fichter, di fatto il protagonista è un mago (cattivo).

Ora questa condizione di mago mancato, ci fa pensare ad un individuo che aspirasse a qualcosa di superiore, ad un piano più misterioso e spirituale, un piano su cui ha fallito, un po’ come il narcisista che non riesce a raggiungere quello splendore tanto desiderato, quella lucentezza a cui mira tutta la vita, che cerca di accaparrarsi depredando gli altri, attraverso relazioni perverse e deprivanti. Dato questo suo mancato traguardo, è pieno d’invidia, d’odio e più o meno consapevolmente cerca di spegnere il femminile, la psiche, la forza interna, per portarla via, negandola e stravolgendola. Qual è l’obiettivo? Sottraendo il termine di confronto, evita di sentirsi troppo inferiore e si vendica della donna che non ha saputo donargli quella stessa luce: la madre.

Ora, uscendo dalla storia e cercando di tradurla nella realtà, possiamo identificare Barbablù sia in un personaggio esterno che interno, un predatore della psiche che attacca da fuori e da dentro.

Nella prima accezione, Barbablù può costituire un ipotetico partner di relazione amorosa o amicale, in cui vi sia un coinvolgimento ed una relazione perversa, come inteso da M.F. Hirigoyen, dove si stabilisce uno scambio asimmetrico, a vantaggio solo di uno dei due componenti della coppia, a discapito dell’altro, che si sente depauperato, sfruttato, umiliato, svalutato in ogni aspetto. Come nella storia, la donna si lega ad un uomo che di primo acchito non vuol riconoscere come predatore, negando il suo istinto primario, se ne lascia ammaliate e si fa sedurre, ovvero se-durre, portare a sé da parte dell’uomo, che sotto una luce di fascino, mistero, interesse, amore, inganna la donna circa le proprie intenzioni.

L’uomo non ama realmente quella donna per ciò che è ma per ciò che lui desidera sia, per ciò a cui vuol limitarla, per come lei e la sua limitazione lo fa sentire. Lo scopo ultimo consiste proprio nel sentirsi forte, grande, potente, furbo, dominatore, negando ogni propria mancanza ed inconsistenza. Proiettando sulla donna la componente deprivata, cioè quella di persona debole e incapace, può vivere l’altra faccia del continuum, sentendosi il polo decisivo, forte, potente, indispensabile, il dominatore, il signore del castello.

Nella storia, Barbablù dà alla moglie tutte le chiavi del castello, lasciandola supporre di essere la regina della casa, la padrona, libera di andare dove vuole e di fare quanto desidera, ma di fatto nel momento in cui afferma questo lo nega, perché le vieta la vera libertà di decidere e la stanza della conoscenza. Addirittura la indirizza anche nella trasgressione, inducendole la condotta vietata, proprio nel momento in cui la vieta. Lui fa e dispone e lei deve solo recitare la parte.

Non a caso nel film Lezioni di Piano, Jane Campion mette in scena nel teatrino natalizio della colonia britannica sita in Nuova Zelanda, proprio la storia di Barbablù, che riproduce pari pari ciò che il marito della protagonista farà alla moglie. La sceglie per posta, mettendosi d’accordo con i genitori di lei, le impone una vita e delle regole stabilite da lui senza chiederle parere, la priva della sua voce, dello strumento che la fa parlare, il piano appunto, inoltre di fronte alla passione di lei, interviene drasticamente prima rinchiudendola in casa, poi tagliandole brutalmente un dito.

Dall’altra però, Barbablù rappresenta anche il predatore interno di lei, che la sabota fin da piccola, togliendole la voce per dire, per urlare, per scegliere, inducendola a ritirarsi in un mondo lontano dal mondo, lontano dalla vita. Anche la protagonista del film, affronterà un’iniziazione ed un passaggio, il dito perso ed il sangue che scorre, ma ancora di più il pianoforte in fondo al mare e con esso la sua possibile fine, la farà scegliere definitivamente per la vita, niente e nessuno potrà opporsi al suo desiderio ed il marito infatti la lascerà andare, consapevole di poterla fare a pezzi, ma di non poterla piegare al suo volere.

In questo film esiste il Barbablù esterno, il marito, ma esiste anche quello interno precedente a questo, rappresentato da un’esistenza che mette a tacere i propri desideri ed i propri voleri. Un tema riproposto in un film successivo, sempre della stessa regista “Ritratto di signora”, dove la violenza è espressa in modo più sottile e psicologico, qui il marito-padrone la induce al suo volere facendola sedere su una sedia più alta, un po’ come si farebbe con un bambino, per metterlo alla propria altezza, non in segno di parità, ma per favorire un contatto visivo più diretto e quindi più pressante. “Lezioni di piano” invece, oltre a contenere forti elementi di violenza psicologica, arriva fino a mostrarci le estreme conseguenze di una violenza, materializzata in atti crudi e indicibili.

Guardando Bettelheim, la storia di Barbablù tratterebbe di un tabù di tipo sessuale, ovvero il divieto al tradimento. Ovvero, Barbablù fingendo di partire ed invitando la moglie a divertirsi, la sottoporrebbe ad un test di fedeltà e la chiave insanguinata che macchia l’abito bianco ne sarebbe la prova, rappresentando la rottura dell’imene e la perdita della verginità-ingenuità. Questa visione relegherebbe la morale della storia ad uno spazio limitato, spingendo verso valori quali l’onesta e la fedeltà, sia di uomini che di donne, che non devono infrangere la promessa fatta al coniuge. Vista così, la storia ci mostrerebbe anche una visuale altamente maschile e maschilista, attribuendo all’uomo la legge, la decisione di quali stanze aprire e quali no.

Ritengo, d’accordo con Estés che la storia rimandi a qualcos’altro di più profondo del tradimento coniugale, si riferisce sì ad un tradimento, ma di un altro tipo e qui si torna al secondo elemento rappresentativo del personaggio, l’elemento predatorio interno.

E’ la donna che tradisce sé stessa fin dall’inizio, dal momento in cui decide di farsi traviare e negare il proprio istinto, il primo istinto che le ha fatto diffidare di quest’uomo tanto bizzarro e anomalo, nel colore della barba e nei modi. L’abito bianco rappresenta l’inesperienza, la verginità rispetto alle esperienze della vita, all’inconsapevolezza della propria sorte.

Le sorelle più grandi invece, non si lasciano mai sedurre e nonostante la bella giornata trascorsa, i cavalli dai finimenti d’oro, la splendida passeggiata, i racconti, le leccornie ed i complimenti, non cambiano idea e non si fidano. Apparentemente ne sono sedotte, ma al rientro a casa, nella propria dimora fisica e psichica, ritornano a sé e al proprio sentire. La più piccola invece, dimentica il suo sentire, per lasciarsi ammaliare da quel fumo ed è condotta fuori da sé, dal rispetto del proprio bene e del proprio intuito.

Ma perché, cade proprio la più giovane? Proprio in quanto più giovane, non tanto per l’età quanto per l’inesperienza, per l’impulsività tipica di chi ancora non crede in sé, per l’ingenuità e la fatuità. Questo è essenzialmente un valore simbolico, infatti la vittima non è necessariamente giovane, ma giovane rispetto all’espressione libera di sé, rispetto all’esplicamento delle proprie forze interiori. Si tratta di una donna che si fa ancora catturare dai piaceri dell’Io, che non crede in sé, non si fida fino in fondo del proprio sentire e attribuisce il proprio potere ad un altro, che le direzionerà la vita, in termini economici, sociali, relazionali, decisionali, in termini del senso di sé e della propria identità.

Le sorelle maggiori rappresentano la parte in ombra di lei, la donna potenziale che ancora non ha spazio, quella saggia, quella che crede nella propria intuizione, quella che lascia che curiosità e scoperta emergano. Non a caso la trasformazione, sia nella terapia che nella storia, è anticipata e permessa dalla domanda giusta. Formularsi la domanda appropriata nel momento appropriato, permette di aprire la porta per il disvelamento, per la scoperta ed il cambiamento. La sorella giovane è pronta ad obbedire e a seppellire ogni possibile dubbio. Sono infatti le sorelle maggiori, che prese dalla curiosità si chiedono dove fosse quella porta, aperta da quella piccola chiave con la spirale (simbolo di cambiamento ed evoluzione) e cosa avrebbero trovato al di là.

E la porta condusse ad una stanza buia, che richiedeva un lume per poter far chiarezza, il lume della consapevolezza che mostrò appunto un carneficio, di cui vi era traccia solo attraverso le ossa ed il sangue. Due elementi rappresentativi e basilari dell’individuo. Le ossa denotano le fondamenta, la struttura base, la colonna portante, la parte solida, ciò che tiene in piedi la persona, il sangue denota la fluidità, la vitalità, la forza, una presenza pulsante e vibrante. Il sangue rappresenta la vita che scorre, che è stata portata via, quindi anche la sua mancanza, la ferita dell’esserne stati sottratti, deturpati e usurpati. Quella stanza degli orrori, rappresenta il luogo della psiche femminile, dove risiede il sabotatore, il carnefice, il non senso, la parte distruttiva, svilente della propria natura.

E che orrore ha provato la giovane sposa, ma pur scappando, pur cercando di eliminare le tracce di quella consapevolezza, la chiave-ferita-feritoia-finestra non ha smesso si sanguinare. Ha provato in tutti i modi, con mezzi più propriamente femminili (strofinare con uno straccio di cucina), con metodi naturali (la cenere), con metodi più scientifici (fuoco), con la superstizione (le ragnatele), ma niente è valso quello sforzo. La ferita non si è rimarginata, non si è chiusa, la chiave non ha smesso di sanguinare, neanche operando tutti gli elementi per filare la vita e la morte delle Parche, quel luogo non poteva essere cancellato.

Qui arriviamo al Barbablù interno, ovvero a quel luogo della psiche che sabota e si unisce in un connubio distruttivo con il Barbablù esterno in carne ed ossa. E’ la parte distruttiva, quella razionale, concreta e brutale, che nega nel suo essere la sensibilità, l’intuito, l’emotività e la creatività femminile, è il maschile imbrigliante, una regola che seduce e prostituisce ad un ordine esterno (i ritmi quotidiani, il lavoro, la moda, la produttività, il denaro, i numeri, l’apparenza, l’aspetto civettuolo, seduttivo e compiacente).  Così la donna compie il sacrificio di sé, della parte più creativa, appiattendosi nell’affettività, nelle idee, nella capacità di stare in relazione, sanguina silenziosamente, diventando anemica.

Nella storia, l’abito della moglie e gli abiti nell’armadio si tingono di rosso, si macchiano di questo crimine. L’abito nella psicologia archetipa personifica la presenza esterna, ma del resto la stessa origine etimologia habitus rimanda alle sembianze esterne, alla parte più visibile di noi, espressa attraverso azioni, modi di fare e dire. La parte esterna è una maschera che si presenta al mondo, più  o meno congruente con l’interno, si può decidere di allearsi col sabotatore ed accrescere l’immagine di efficienza, impegno, serietà, fascino, ma una volta raggiunta la consapevolezza, illuminata la stanza degli orrori e svelate ossa e sangue di precedenti vittime, le parti fondamentali della psiche femminile, non possono più essere cancellate e trasudano anche dalla maschera.

Le ossa delle donne uccise, rappresentano la parte indistruttibile, quella più dura e resistente, l’anima che traspare anche dalla maschera-abito. Per quanto represse, le parti fondamentali di noi, non possono essere cancellate, nulla della psiche si perderà.

Del resto la cantina, la prigione, la caverna, la stanza segreta, rappresentano tutti antichi ambienti iniziatici, il luogo dove sterminare l’assassino della psiche, dove smettere di far finta di essere altro, dove smettere di credere ad una parte di sé, alleata con lo sterminatore, una parte più volatile e frivola, quella che si fa sedurre dai bisogni narcisistici di facile riempimento.

Adesso la donna non è più ingenua, ha visto e non può più nasconderlo a sé, fino a quel momento aveva negato la luce della propria intuizione, ma adesso non è più possibile. O crede in sé, recupera tutta la forza necessaria e affronta l’ammazzafemmine o perirà inesorabilmente.

A tal proposito, mi viene in mente il film Ti do i miei occhi, incentrato su una

relazione perversa. All’interno del gioco amoroso-sessuale di una coppia legata in modo insano, i due si donano parti di sé, del proprio corpo e la donna regala al partner i propri occhi. La donna nega a sé stessa, finge di non vedere la violenza del marito predatore e continua a credergli ogni volta che lui torna amoroso. Lui la bistratta, maltratta, fino a picchiarla, ma lei resiste giustificandolo, fuggendo nei momenti di maggiori intolleranza ma poi tornando nuovamente da lui, sedotta dal fumo che gli confonde la mente ed il sentire. Finge di non vedere e dona i suoi occhi a lui, si nasconde la vista di ciò che si dispiega di fronte a lei, senza ragionevole dubbio.

Solo al momento di far ingresso nella stanza degli orrori non potrà più far finta di non vedere, solo allora riprenderà i propri occhi e lo sguardo. E questo avverrà quando lui la spoglierà e la chiuderà fuori di casa, sul terrazzo, nuda. Solo allora, solo dopo essere stata messa in vetrina, esposta alla profonda vergogna, allo svilimento più totale, quando sarà denudata di ogni dignità e decisività, allora vedrà veramente. Quando una donna sente di essere stata preda sia del mondo esterno, di un uomo che mondo interno, della propria cecità non può più ignorarlo, non può tollerarlo oltre, non può più nascondersi a sé stessa.

E come in questo caso, anche per la giovane moglie di Barbablù, la donna finge di ritirarsi, di prepararsi alla morte, per recuperare tutte le proprie forze per sferrare il colpo finale.

Nella storia la donna chiede alle sorelle di far arrivare i fratelli e sono proprio questi, annunciati da un turbine, da un polverone, che arrivando sferrano colpi che uccidono il marito. Questo sta ad indicare l’importanza dell’integrità di ogni parte di noi, delle parti femminili più consapevoli e intuitive, più astute ed esperte (le sorelle) e delle parti maschili, l’azione, la forza, guidata dall’intuizione e dall’emotività, dalla rabbia vitale. Il turbine rimanda proprio alla rabbia che travolge e rovescia tutto, una rabbia necessaria, distanziante, differenziante e risanatrice.

Il finale ci ricorda l’importanza dell’integrazione della parte maschile e femminile, fuori ma anche dentro di noi, ci ricorda anche che le relazioni riuscite, vincenti, sono quelle alla pari (come quelle fra fratelli e sorelle) e non quelle asimmetriche e perverse, di chi comanda e subisce. La fanciulla che apre gli occhi, avrà al suo fianco dei validi guerrieri, pronti a difenderla e a portare avanti i suoi diritti.

Barbablù viene smembrato e lasciato in pasto alle poiane, non per crudeltà ma come rito di purificazione. Nei tempi antichi infatti, esistevano figure rappresentate da spiriti, animali, talvolta da uomini, che in qualità di capro espiatorio prendevano su sé tutti i peccati, purificando l’umanità. Questo rimando della storia, sta un po’ a simbolizzare un’operazione di purificazione della donna, che proiettando all’esterno da sé, la parte distruttiva sabotante e allontanandose, redime sé stessa dalla caduta, in questa possibile triste sorte.

C’è inoltre da sottolineare una differenza significativa fra l’azione del predatore e quella dei fratelli. Barbablù lascia macerare in cantina le donne vittime del suo delitto, nascoste dagli occhi e dalla conoscenza. I fratelli invece, lo smembramento e lasciato alle poiane, alla luce del giorno, pubblicamente. Anche in questo caso non c’è un delitto, ma un passaggio evolutivo, pertanto non c’è bisogno di nascondere e la finalità non è distruggere ma recare trasformazione.

Se dovessimo poi, guardare meglio cosa rappresenta il sabotatore interno, potremmo definirlo in tanti modi. Forse Freud lo definirebbe come derivato dell’istinto di morte. L’analisi transazionale (Eric Berne) potrebbe definirlo come il connubio fra Bambino Adattato e Genitore Normativo, ovvero l’espressione della distruttività di un Bambino Adattato (inteso come parte della personalità), rimasto impigliato in una lotta con il Genitore Normativo, prima esterno poi interiorizzato. E potremmo andare avanti ancora per un po’.

Io direi in modo più generico che il predatore rappresenta una parte fragile della nostra psiche, che in quanto tale è maggiormente scoperta, soggetta ad aderire a dinamiche non evolutive, contorte e spesso distruttive. Queste fragilità potrebbero essere successive e conseguenti a situazioni traumatiche precoci, a condizioni di deprivazione, ad elementi mancanti nella relazione madre-figlio e padre-figlio, ad esperienze fondamentali di non amore, ecc. E’ un po’ come se questa parte fosse un bambino indifeso, con delle grosse capacità in termini di intuizione e sensibilità, ma carente per motivi evolutivi, di un pensiero più strutturato, carente di conoscenze ed esperienze, in conseguenza di questa condizione, si trova ad essere facile preda di fascinazioni esterne e superficiali, quali possono arrivare da un individuo perverso, ciò crea un vincolo difficilmente dissolubile, se non in seguito, attraverso un passaggio evolutivo-iniziatico.

In questo senso direi che in realtà la vittima di Barbablù non è necessariamente una donna, può essere anche un uomo. Generalmente è più facile che il ruolo di vittima sia impersonato dal femminile e viceversa il ruolo di carnefice da quello maschile, ma solo per una sorta di prevalenza di disagi nell’una o nell’altra categoria. Per una serie complessa di fattori infatti, le donne sono più facilmente rintracciabili in alcune strutture di personalità, mentre gli uomini più facilmente in altre e questo crea il ruolo in certi tipi di incastri.

Comunque può capitare anche il contrario, vedi ad esempio il film The Reader, che ci narra un chiaro esempio in questo senso. Il protagonista è un ragazzo di circa 16-17 anni che viene soccorso per un malore da una giovane donna, si sente visto e aiutato da lei che è esterna alla sua famiglia e per lui è un’esperienza importante da qui si forma un aggancio importante per lui, che una volta ristabilitosi dalla malattia, il ragazzo tornerà da lei per ringraziarla. Di lì inizia una relazione sessuale con lei, che lo usa e abusa psicologicamente. Più dell’abuso sessuale c’è quello psicologico, gli attribuisce un ruolo da cui lui non riesce a scappare, lei stabilisce le regole, gli orari, i modi della relazione, non c’è spazio per sue decisioni o voleri. Lo usa come lettore, lei non sa leggere e gli chiede continuamente di farlo per lei, arriverà a fare scelte importanti nella sua vita proprio per non mostrare a nessuno questa sua incapacità, arriverà ad essere processata come guardia nazista, tacciata di unica responsabile di un atroce crimine di guerra e lei si accollerà la colpa pur di non dire. Durante gli anni di carcere, il ragazzo ormai adulto le invia delle cassette, su cui ha registrato la sua voce che legge dei libri, da lì lei impara a leggere, ma una volta fuori ancora si aspetta che lui legga per lei, mentre lui si sente finalmente sdebitato.

La relazione con questa donna, dura molto tempo ed è una relazione subita, dove lei mantiene ancora il suo potere anche dal carcere, proprio perché si è stabilita una sudditanza psicologica, senza possibilità di cambiamento di ruoli. Lui è suddito e predato perché è giovane, inesperto, ma soprattutto perché è fragile, non visto e lei lo ha visto e lo ha raccolto mentre vomitava, lei ha raccolto le parti peggiori di lui, quelle che lui rigurgita, butta fuori, in cui lei evidentemente s’è rispecchiata. Lui sente un debito profondo con lei, colluderà persino nel suo silenzio in aula circa l’analfabetismo, che la porterà alla condanna. Scioglierà questa collusione solo molti anni dopo, quando riuscirà a renderla autonoma e a indurla indirettamente, ad imparare a leggere.

Ritengo che, a quello appena citato, si debba aggiungere un ulteriore caso, quello dove la relazione perversa si sviluppa fra persone della stesso sesso. Pensiamo ad esempio ad un’amicizia fra donne, dove una trascina l’altra in decisioni, iniziative, pensieri, scelte. Una funge da polo propositivo, da modello forte e l’altra, che si percepisce debole ed incapace si appoggia incondizionatamente, delegando le proprie capacità decisionali, pur di sentirsi amata, apprezzata, in compagnia, accompagnata. In questo caso, il predatore è una donna nei confronti di un’altra donna, rappresenta la figura che manipola, spinge, raggira, depreda, valuta a proprio piacimento e a proprio favore. Apparentemente questa figura funge un po’ da guida, rispetto ad una sorta di iniziazione, verso attività sconosciute all’altra (il sesso, le relazioni coi ragazzi, la femminilità, le sigarette, le trasgressioni, il tradimento, ecc.), ma di fatto non lascia la libertà di compiere una scelta e di produrre il passaggio con le proprie risorse.

E dunque il nostro nemico più feroce non è certo un ammazzafemmine esterno, ma quello interno, quello che sabota la parte intuitiva ed emotiva, delle donne ma anche degli uomini. Quel luogo di fragilità dove albergano rinuncia, arrendevolezza, passività, paura, adattamento e privazione. Quella parte sabotante che continua a ricordarci che non ce la faremo mai, che non siamo in grado, non abbastanza forti, non abbastanza intelligenti, astuti, capaci, ecc. E’ anche quella parte che si lascia riempire con riconoscimenti fatui, che colma il vuoto narcisistico non con la sostanza, ma con la forma, attraverso lusinghe effimere e passeggere. Si accontenta di vedersi rispecchiato negli occhi dell’altro, magnificato dal riflesso luccicante, senza colmare il senso di insicurezza, di mancanza, di inafferrabilità della vita, l’impotenza più estrema.

E ancora oltre, dobbiamo concludere che non si tratta di un ammazzafemmine, ma di un ammazzafemminile. Ovvero, del delitto di quella parte più introspettiva e riflessiva, che appartiene sia alle donne che agli uomini. Nel momento in cui si delega il proprio potere ad un altro, ad un oggetto, attività o relazione, si perde il centro di noi, andando verso un maschile (il fare, il pensiero razionale, ecc.) eccessivo e sbilanciato, perché non ponderato dall’elemento più femminile (la riflessione e l’ascolto).

La salvezza da questa triste sorte è lunga, deve compiere un passaggio, deve procedere per la redenzione dell’anima, che sente di avere un debito con quella persona che l’ha legata/o indissolubilmente. E’ necessario dare qualcosa, lasciar andare qualcosa per poter prendere altro, per dare peso a quanto alberga nel nostro interno.

La rottura dell’imene psichico, dell’ingenuità, deve passare da una ferita, da una delusione, da sangue pulsante ed ossa indistruttibili, che devono essere rimesse insieme, esattamente come fa la Loba (Estès), la vecchia raccoglitrice di ossa del deserto. Si recuperano le parti essenziali di noi, per modificare il modo in cui queste parti vengono viste, ricomposte e utilizzate.

La vittoria arriverà nel momento in cui si riprenderà la luce del proprio sguardo, che guiderà il guerriero armato di fiducia e determinazione.

 

 

Bibliografia e Filmografia

 

Berne E. (1967). A che gioco giochiamo. Bompiani.

Berne E. (1971). Analisi transazionale e psicoterapia. Astrolabio.

Bettelheim B. (1977). Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe. Milano,Feltrinelli.

Estés C.P. (1993). Donne che corrono coi lupi. Il mito della donna Selvaggia. Piacenza, Frassinelli.

Grimm J., Grimm W. (1951). Fiabe. Torino, Enaudi.

Hirigoyen M.F. (2000). Molestie morali. La violenza perversa nella famiglia e nel lavoro. Enaudi.

Iciar Bollain. Ti do I miei occhi. Attori principali: Luis Tosar, Candela Peῆa, Rosa Maria Sardà. Gen. Drammatico, Spagna, 2003.

Jane Campion. Lezioni di Piano. Attori principali: Holly Hunter, Harvey Keitel, Sam Neill. Gen Drammatico, produzione Austria/Francia/Nuova Zelanda, 1993.

Jane Campion. Ritratto di signora. Attori principali: Nicole Kidman, John Malkovich, Barbara Hershey, Valentina Cervi. Gen. Drammatico, produzione USA, 1996.

Stephen Dardry. The Reader – A voce alta. Attori principali: Kate Winslet, Ralph Fiennes, David Kross, Lena Olin. Gen. Drammatico, USA-Germania, 2008.







2 Commenti a “Perverso, Predatore, Ammazzafemmine!”

  1. gloria

    “Adesso la donna non è più ingenua, ha visto e non può più nasconderlo a sé, fino a quel momento aveva negato la luce della propria intuizione, ma adesso non è più possibile. O crede in sé, recupera tutta la forza necessaria e affronta l’ammazzafemmine o perirà inesorabilmente.”
    MI HA MOLTO COLPITO QUESTA PARTE….ecco vorrei capire quel soccombere cosa sta a significare…perchè io non l ‘ho ancora capito…dopo diversi anni dalla fine della relazione con un soggetto del genere sono ancora qui certo col corpo…lotto lotto ma il male è ancora dentro di me….QUESTO SIGNIFICA CHE NON CE L’HO FATTA?CHE POSSO VERAMENTE AMMALARMI DI BRUTTO FINO AL SUICIDIO?COME SI CAPISCE SE IN QUALCHE MODO CE LA STIAMO FACENDO?MI SEMBRA DI FARE DIECI PASSI AVANTI E TRENTA INDIETRO..CI POSSONO DAVVERO VOLERE COSì TANTI ANNI?A VOLTE è TANTA LA STANCHEZZA CHE MI VERREBBE DA ARRENDERMI AL MIO DESTINO INESORABILE…MI SEMBRA CHE TUTTI GLI SFORZI,I TENTATIVI CHE FACCIO NON PORTINO MAI A NULLA….
    UN SALUTO… E GRAZIE.

  2. Sabrina Costantini

    Cara Gloria,
    capisco bene lo sgomento, la fatica ma anche la paura,
    la paura di non farcela e di soccombere. Proprio questa parola le è entrata dentro a turbarla, come se si sentisse vittima anche di questa persona, del suo torturatore!
    Le assicuro che i suoi sforzi porteranno a qualcosa di impensabile. Soprattutto ad uno
    stato emotivo impensabile.
    Perchè una delle caratteristiche dell’essere vittime di violenza, spesso è quello di non rendersene conto, di innalzare così tanto il livello di sopportazione, la soglia del dolore e di dimenticare qual’è lo stato del vivere quotidiano. Non di ansia continua, ma di stabilità e serenità, della forza dell’albero ben piantato a terra.
    Allora, immagini che la resistenza del suo corpo sia come l’albero che affonda le sue radici e che diventa sempre più stabile. Nel frattempo però deve cercare di togliersi quest’ossessione dalla testa.
    Sì perchè pensare un altro, in senso positivo o negativo, fosse anche per paura, diventa un’ossessione e un continuo investimento in quella direzione. Faccia altro, si permetta di essere leggera, di impegnarsi in tante piccole cose, ricerchi il piacere delle mille cose semplici, che non comportano dolore e ritorsione successiva!
    Si fidi! Ci vuole tempo, ma i risultati la ripagheranno!
    Sabrina Costantini

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