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Perché siamo infelici, bambini perduti – il diritto alla felicità

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 10 Agosto 2010 | 7,863 letture | Stampa articolo |
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John Bowlby  (“Attachment and Loss”, 1969) interpretava ogni struttura di personalità nei termini di quelli che potevano essere stati gli esiti di esperienze vissute in età infantile. Da qui l’importanza, per chi vuole avere bambini, della sensibilità nella maniera di accudire, che va dalla capacità di riconoscimento dei bisogni alla prontezza nel soddisfarli. In questo senso, la relazione affettiva che si stabilisce tra chi si prende cura e chi tale cura riceve, non può non costituire se non una manifestazione di amore concreto ed incondizionato. Ciò significa: anche a prescindere dal comportamento e dagli eventi, poiché l’amore è un nutrimento che non può essere sottratto senza procurare gravi disarmonie. L’affetto che si trasmette deve poi avere caratteristiche di stabilità e di continuità, privo cioè di interruzioni o di differenze di erogazione. Ciò deve avvenire però nel pieno riconoscimento, da parte di chi riceve attenzione, dell’autorevolezza dell’altro e nella più completa chiarezza gerarchica, evitando quindi d’incorrere nel rischio di una confusione generazionale. Cosicché gli eventuali genitori non si porranno sullo stesso piano degli amici e soprattutto non dovranno pretendere di essere loro presi in cura anzitempo, in quello che potremmo definire come una sorta di “accudimento invertito”.
Mentre gli adulti rimangono spesso, almeno in parte, dei “grandi” bambini, questi ultimi sono invece, in tutte le fasi della loro crescita, delle “persone” complete i cui sentimenti e pensieri vanno rispettati ed apprezzati per quello che sono, senza cioè pretendere competenze e maturità che ancora non possono dimostrare di esercitare. Hanno, infatti, più che di tante altre cose, bisogno di aiuto costante e di una guida sicura nel fare nuove esperienze, nonché di insegnamenti da cui attingere valori ai quali adeguare il comportamento sociale. La scuola rappresenta per loro un crocevia affettivo indispensabile nel quale scoprire autonomamente il mondo, impostare il futuro, costruire un’identità, sviluppare un pensiero critico.
A differenza degli adulti, di norma, quasi sempre in grado di verbalizzare i propri stati d’animo, i bambini si esprimono in un linguaggio meno praticato di solito dai grandi, perché prevalentemente ludico e simbolico, frequentemente imperniato su segnali corporei. E, se il gioco è il linguaggio dei bambini, gli adulti a volte non sono in grado di ascoltarlo, e, qualora lo ascoltassero, non saprebbero come interpretarlo, altrimenti  mai ne inibirebbero la creatività e la spontaneità, irreggimentandoli, se non  a proprio uso e consumo, quanto meno in schemi che non si addicono all’età dello sviluppo e della fantasia. L’errore più madornale ovviamente consiste nel ritenere valido l’obiettivo di colmare i vuoti interiori lasciati dalla trascuratezza e dalla dabbenaggine, riempiendoli di oggetti, reificando così ogni altra futura aspirazione al benessere.

Spesso neppure la famiglia, la scuola ed il contesto sociale tengono conto di questi primari bisogni emozionali. Nathan W. Ackerman (“The Psychodynamics of Family Life”, 1958), per descrivere il ruolo sacrificale del bambino, all’interno di patologiche relazioni familiari, ricorre alla metafora biblica del “capro espiatorio” delle incomprensioni genitoriali, mentre Maurizio Andolfi, in “Perché siamo infelici” (a cura di Paolo Crepet, Einaudi, Torino 2010), usa un’altra terminologia, quella del “parafulmine di tensioni e ostilità che attengono ad altri rapporti”.
Certo il problema della famiglia “tradizionale”, al giorno d’oggi, merita un approfondimento, come quello che ha fatto Froma Walsh (“Normal Family Processes: Growing diversity and complexty”, 3rd Ed. 2003) nell’analizzarne il ciclo vitale, durante il quale avviene il passaggio da un “primo” contratto coniugale, in cui predomina l’amore romantico della coppia, ad un “secondo”, sancito dalla prolificazione e dalla presenza dei figli da crescere, e persino un “terzo” che, una volta che la raggiunta serenità li ritrova nel “nido vuoto”, ricompone la dimensione primitiva della coppia. Quando però l’unità familiare non è fornita da una coesione d’intesa coniugale ma da una costrizione forzata a mantenere unito un ambiente di facciata, prende inevitabilmente il sopravvento l’incertezza di una immaturità genitoriale e di una prematura assunzione di responsabilità da parte dei figli.
Con l’incremento delle separazioni, a cui si è assistito recentemente, ha preso piede una forma di famiglia definita “ricostituita”, ovvero ricomposta, prevalentemente con nuovi compagni della madre, da legami affettivi quindi che potranno formarsi e consolidarsi soltanto se la separazione dall’altro genitore non sia avvenuta all’interno della “logica del vincitore e del vinto”. Tendenzialmente, in tale evenienza, i figli si schiererebbero allora con quello che appare loro ”il più debole”, come pure potrebbero facilmente divenire preda della manipolazione del genitore “dominante”. I conseguenti rapporti disfunzionali oscilleranno perciò tra il ricatto e l’alienazione relazionale.
Anna Oliverio Ferraris ha descritto il nuovo compagno come “Il terzo genitore” (Raffaello Cortina, Milano 1997), mentre il “padre biologico” è destinato ad una mutazione immaginale, avendo perso il contatto diretto con la prole, che nel frattempo può essersi organizzata in un sottosistema tra figli di “primo” e “secondo letto”. Affinché non si avverino le favole della matrigna megera di Biancaneve o delle sorelle invidiose di Cenerentola, ma neppure dell’abbandono di Pollicino, in queste situazioni, caratterizzate da legami più complessi, è ancor più necessaria una maggiore chiarezza nei rapporti, il massimo rispetto per i singoli individui e la più aperta circolazione di amore, in grado di rendere accettabile qualsiasi cambiamento esistenziale.
L’altro tipo di famiglia da prendere in considerazione è quella di tipo “adottivo”, in cui possono incontrarsi bambini provenienti da contesti etnici e culturali diversi e da storie di precoce abbandono che vanno ad incontrarsi con il vissuto di un’incapacità a procreare. L’incontro tra una perdita ed un’impotenza può trasformarsi in legame di reciprocità, tanto più forte quanto più, da parte di entrambe le parti, consapevole del passato, ma anche privo di pretese e ricco di illimitata accettazione.

“Il problema di un bambino è sempre un problema famigliare” diceva Salvador Minuchin (“Families and Family therapy”, 1974), per cui i sintomi infantili contribuiscono a fornire di valore relazionale le storie di sofferenza dei parenti. Spesso sono i bambini a preoccuparsi per i genitori più di quanto questi si preoccupino per loro, andando perfino incontro, con questa progressiva responsabilizzazione, al fenomeno di quella precoce “adultizzazione” che sfocia in quello che abbiamo indicato come “accudimento invertito”.
I sintomi infantili corrispondono dunque ad una segnaletica con cui poter esplorare dissidi genitoriali, conflitti generazionali e nodi problematici familiari. Nella stragrande maggioranza dei casi sarebbe sufficiente investigare le ragioni profonde di una “tristezza”, piuttosto che catalogare dei comportamenti, più o meno “vivaci”, per formulare a tutti i costi diagnosi neuropsichiatriche, seguendo poi protocolli, i cui elementi costitutivi vengono rubacchiati ad una normalità sempre più ristretta e striminzita.
“Ci piace pensare che ‘la famiglia sia la migliore medicina per i bambini’; – scrive Maurizio Andolfi, in “Perché siamo infelici” (a cura di Paolo Crepet, Einaudi, Torino 2010) – basta trovarla, agitarla bene e poi somministrarla nei dosaggi e nelle modalità più appropriate al bisogno”.
Molte sono le condizioni da ritenere responsabili della compromissione di una crescita sana, dal dramma estremo degli abusi, configurabili quali “tradimenti d’amore”, alla prematura perdita di affetti, oppure al contenzioso relazionale. Nel caso del tradimento d’amore le conseguenze saranno profonde sulla struttura stessa di personalità di chi l’ha subito. Ma pure l’interruzione della continuità affettiva è una sofferenza insopportabile. La costernazione di un piccolo ometto sarà forse incostante e frammentaria, quella di un fanciullo più grandicello più indiretta, mediata da disturbi psicosomatici, sintomi regressivi, comportamenti di rifiuto, iperattività, aggressività.
Murray Bowen (“Toward the Differentiation of Self in One’s Family of Origin”, 1974) sottolinea il bisogno comunque di esprimere apertamente il dolore, ognuno secondo il proprio linguaggio, con modalità e tempi non sempre prevedibili, nella doverosa ricerca di legami compositi di memorie e concretezza, che impreziosiscano la vita interiore futura. In assenza di un’elaborazione del lutto si potrebbe essere condannati ad uno stato di sospensione in cui predomina il vuoto, l’incertezza, il dolore, l’infelicità, e che, da adulti, riassume quella tanto paventata condizione depressiva patologica. Qualsiasi cosa i bambini esprimano in risposta ad una grave perdita, si tratta sempre di reazioni emotive comprensibili ed umane, tutte rivolte a superare, piuttosto che cadere nel baratro lasciato dalla repentina scomparsa degli affetti.
Le famiglie tradizionali possono andare incontro ad una crisi esistenziale nel momento del passaggio dall’amore romantico di coppia alla condizione tridimensionale in cui la passione si trasforma in funzione del nuovo rapporto con l’inatteso, lo sconosciuto, l’estraneo, che può consolidare, come può far crollare, la precedente impalcatura affettiva: una mancata accettazione del cambiamento si rivelerà irrimediabilmente disgregante. Il nuovo arrivato trasforma l’amore, che dovrà essere suddiviso dalla “Giocasta” di turno, madre e moglie, in modo che “Laio”, il marito padre, non si senta escluso o si ponga in competizione col giovane “Edipo”. Qualcosa di analogo potrebbe accadere con la nascita di un fratellino, ulteriore rivale del primogenito.
Allorquando i figli divengono materia di contesa tra genitori in guerra, saranno destinati a provare un’esperienza di perdita di quella stabilità affettiva di cui necessitano. Ciò potrebbe persino indurli a colpevolizzarsi oltre misura, ritenendosi responsabili degli accadimenti. Desideri di rivalsa e strategie vendicative peggiorano la situazione, impedendo l’equilibrata elaborazione di quel, sia pur “parziale”, “lutto” che la separazione determina. Accettare il fallimento di un progetto di vita in comune è difficile per un adulto, ma aiuta il figlio a ricominciare a crescere senza interruzioni di affetti, senza pericoli di strumentalizzazioni, senza sofferenze maggiori di quelle che già si sentono.

Lo sviluppo affettivo di una persona proviene da un equilibrio dinamico tra bisogni di appartenenza ed esigenza di separazione. Il lungo processo di emancipazione di un individuo, a partire dalla propria famiglia di origine, si basa su questo bilanciamento indispensabile per quella che Murray Bowen chiama la “differenziazione del Sé”. Si parte dall’appartenenza ad un patrimonio di valori, tradizioni, miti, ricevuto in dote, quale struttura portante della nostra identità, per intraprendere il viaggio dell’evoluzione alla conquista di un’autonomia individuale che si ottiene nel tempo e si modifica con la maturazione. Se il peso propenderà su di uno dei piatti di tale bilancia, più gravosa si avvertirà l’appartenenza, si rimarrà attaccati alla famiglia, con una personalità indifferenziata ed un vissuto di dipendenza, e maggiore sarà la difficoltà di raggiungere traguardi futuri. Nel caso opposto, il rischio che si corre è quello dell’affannosa ricerca di un approdo sicuro, di una fin troppo prematura spinta ad affrontare la vita, senza guida affidabile, da soli ed impreparati, una vera e propria “fuga” insomma. Tale ostentata presunzione potrebbe essere ereditata dalla prole, le cui relazioni saranno caratterizzate dall’instabilità e dai tagli emotivi parentali già sperimentati. L’insoddisfacente risultato potrebbe essere aggravato da “distorsioni evolutive”, qualora esse fossero presenti nelle anamnesi di entrambi i genitori. Per questo motivo si tende ad osservare i problemi infantili con lente sistemica, per affrontarne la dinamica nella giusta sequenza generazionale.
“La felicità è come l’amore. – asserisce Maurizio Andolfi, in “Perché siamo infelici” (a cura di Paolo Crepet, Einaudi, Torino 2010) – E’ un sentimento che non si può prescrivere in farmacia, né si può imporre per legge. Togliere la felicità ad un bambino è un ‘danno evolutivo’ irreparabile; è come privarlo dell’innocenza e del sorriso alla vita, ingredienti basilari per una crescita sana”.
Il senso di responsabilità degli adulti li dovrebbe certo indurre ad attingere tutte le risorse affettive al fine di profondere protezione ed amore a quelle “piccole persone” che si potranno allora affacciare alla vita con gioia e creatività. Sembra quasi il più oneroso dovere degli adulti quello di porre ciascun bambino nelle migliori condizioni per esercitare il proprio sacrosanto diritto alla felicità. Che, come afferma Antonio Trampus, in “Il Diritto alla Felicità” (Laterza, Bari 2008), non può essere lasciato al “destino provvidenziale, che sfugge alla disponibilità dell’individuo”, ma deve assolutamente divenire sempre più un obbiettivo politico, un dettato etico, una mira economica, una conquista sociale.
“I bambini si devono considerare esclusi rispetto ad altri bambini nel momento in cui vengono ritenuti a rischio di perdersi all’interno di un ambiente che non li protegga da violenza, abuso e sfruttamento, oppure se non sono in grado di accedere a beni e servizi essenziali, di modo che risulti minacciata la loro capacità di partecipare pienamente alla società del futuro. I bambini possono venire esclusi dalla famiglia, dalla comunità, dal governo, dalla società civile, dai media, dal settore privato e da altri bambini”, recita il documento “unicef 2006”: “Excluded and Invisible. The State of the World’s Children”.
L’esclusione può essere relativa alla comparazione tra varie circostanze comunitarie, in una dimensione spaziotemporale che tenga conto delle relazioni con altri gruppi. Una capacità di azione (agency) degli stessi bambini (autoagency) potrebbe sfociare in meccanismi di autoesclusione. Si tratterebbe forse di una volontà di agire di fronte a disastrose prospettive che sembrano prolungarsi al di là di quelle che sarebbero considerate prevedibili circostanze occasionali. Non essendo in grado di relativizzarlo, però, i bambini potrebbero interpretare il futuro come un’eternità.

“Nasciamo tutti geni. – proclamava Pablo Picasso – Poi ci mandano a scuola”. L’innocenza difatti non ha niente a che vedere con l’ignoranza, perché è un modo di guardare il mondo senza infingimenti, di vedere la sostanza delle cose, andare al sodo, non ricorrere ad eufemismi. Gli innocenti testardamente non si rassegnano, perché non rimuovono la realtà.
“Nella mente del principiante ci sono molte possibilità. – diceva Shunryu Suzuki-Roshi (“Zen Mind, Beginner’s Mind”, 1970) – In quella dell’esperto ce ne sono poche”. Per cui, completava Foyan (“Instant Zen: Waking Up in the Present”, 1994): “Un bravo maestro è colui che sottrae parole, anziché aggiungerle”. Oppure che spiazza il pensiero ordinario, come quando, al quesito dei discepoli che riguarda da dove provenga il suono delle campane esposte al vento, risponde: “Non sono né il vento né le campane a suonare: è soltanto la vostra mente che suona”.
Fa eco, in altro ambito culturale, uno degli aforismi (Hikam) di Ahmad ibn Muhammad Ibn ‘Ata Allah al-Iskandari: “Se vedi qualcuno rispondere a tutto ciò che gli viene chiesto, rendere noto tutto ciò che contempla e raccontare tutto quel che sa, consideralo per questo un ignorante”. Da queste citazioni sembrerebbe che la saggezza sia trasversale, anche se in fondo nessuna cultura umana può superbamente considerasi portatrice di tutti i valori, ma ciascuna doverosamente finirà col riconoscersi nelle sue imperfezioni.
In “Bambini perduti” (Sperling & Kupfer, Milano 2010), Alberto Salza riporta una storia che lo colpì da bambino, relativa ad un santone il quale, tutte le mattine, nell’apprestarsi a salmodiare delle litanie, veniva disturbato dal miagolio del suo gatto e si vedeva pertanto costretto a rinchiuderlo in una cassa. E questo lo faceva tutti i giorni, perché, grazie a questo espediente, poteva così completare le sue preghiere senza interferenze. I discepoli, radunatisi attorno a lui per imparare, assistevano e registravano i suoi gesti e quando infine restarono soli, senza maestro e senza gatto, se ne procurarono uno per continuare a rinchiuderlo, pur di ripetere pedissequamente le azioni del venerabile defunto. Questo racconto la dice lunga sul valore del rituale, come sull’ossessione esoterica o le comuni abitudini giornaliere.
I paradossi, invece, ci sono di maggiore aiuto per approfondire ogni questione complessa. Donald W. Winnicott (“The Family and Individual Development”, 1965) affermava drasticamente che “il bambino non esiste!”, nel senso che ogni cosa o persona va posta in relazione con l’ambiente e con gli altri individui, per cui allora si può proseguire col dire che: “non c’è bimbo senza mamma”, dove la madre biologica potrebbe pure essere sostituita da tutta una serie di significanti materni.
In una delle prime stesure del suo celebre “Peter Pan”, James Matthew Barrie aveva proposto come possibile titolo qualcosa di analogo ai paradossi di Winnicott: “The Boy Who Hated Mothers”, il ragazzo che odiava le madri. Viene da chiedersi a chi fosse riservato tanto odio, se a tutte le madri, indistintamente, oppure, più precisamente, alla propria, che a lui aveva preferito il fratello maggiore David. Quando questi morì, due giorni prima del suo quattordicesimo compleanno, il piccolo James avrebbe invano cercato di sostituirlo nel cuore della genitrice, riuscendo solo a trascorrere molto più tempo con lei per leggere i classici della letteratura. Eppure, nel redigere, nel 1902, i capitoli del romanzo “The Little White Bird”, dove fa la sua prima apparizione quello che sarebbe stato definito “il principe dei folletti”, non poteva essersi certo ispirato alla lodoletta de “La preziosa ghirlanda degli insegnamenti degli uccelli”, che in lacrime canta al cuculo tibetano, sotto la cui forma alata si nasconde il bodhisattva Avalokiteshvara: “A che pro questi figli che non si ha tempo di accudire?”

“Io di bambini non ne ho. – esordisce Alberto Salza, in “Bambini perduti” (Sperling & Kupfer, Milano 2010) – Non ne ho mai voluti a causa di: alto rischio di apocalisse nucleare, sovrappopolamento della Terra, lavoro lontano da casa, anaffettività congenita preautistica, zona di disagio da contatto fisico estesa, mantenimento della silhouette di mia moglie, egoismo sociale, rapporto costi-benefici, senso di schifo per le deiezioni umane, e così via. Inoltre, i bambini non mi piacciono…”. Quasi quasi sembra un’appendice alle “quaranta ragioni per non avere figli” di Corinne Maier (“No kid,”, Bompiani, Milano 2008).

Del resto, il modello dello sviluppo umano sembra caratterizzato da un periodo di dipendenza piuttosto prolungato, che cede ad una accelerazione più rapida con l’adolescenza. Ed occorre sempre ricordare che neanche gli adolescenti sono come “piccoli uomini incompleti”, ma possono addirittura essere considerati come un raggruppamento socioculturale con parametri autonomi, impegnato in una guerra asimmetrica generazionale contro i grandi. Sempre più tendono a diffidare degli adulti, fare da soli, auto-organizzarsi.
A distanza di più di un secolo, la storia di James Matthew Barrie, sul bambino che vola e che si rifiuta di crescere, ci mostra una verità tanto attuale quanto inquietante, costituita dalla perdita dei genitori come modelli, di necessari saldi punti di riferimento in un mondo di adulti dai quali si viene ben presto, per molti versi, abbandonati, poiché, come diceva Charles Augustin de Saint-Beuve: “E’ piuttosto nella seconda parte della vita che si diviene frivoli e si smarrisce la giusta direzione”.
Nel dare delle spiegazioni a Wendy, circa le motivazioni del suo allontanamento da casa, Peter non ha remore nel confessare di averlo fatto per aver sentito parlare i suoi genitori di quello che sarebbe dovuto diventare da grande.
Giuseppe M. S. IERACE
Bibliografia essenziale:
Crepet P. (a cura di): “Perché siamo infelici”, Einaudi, Torino 2010
Maier C.: “No kid, quaranta ragioni per non avere figli”, Bompiani, Milano 2008

Salza A.: “Bambini perduti”, Sperling & Kupfer, Milano 2010
Trampus A.: “Il Diritto alla Felicità”, Laterza, Bari 2008







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