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Natura come cura – “solvitur ambulando” – se niente importa – “il cambiamento d’aria” – la commedia della vita – perdersi e ritrovarsi – incontaminato, disordinato, indomabile…

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 18 Marzo 2010 | 4,629 letture | Stampa articolo |
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“Nella natura selvaggia sta la salvezza del mondo” Henry David Thoreau: “Walking”, 1851
“La cura si basava sulla sottomissione al mondo naturale, nella speranza che ci ‘portasse via da noi stessi’, riunendoci con la terra dei sani a cui appartenevamo di diritto. Ma a me non è successo proprio questo…” scrive Richard Mabey, in “Natura come cura” (Einaudi, Torino 2010), soprattutto perché non si è accorto che dalla “sensibilità”, la quale forma come una cassa di risonanza alle emozioni, amplificandole, non si può certo “guarire”, nel senso in cui intendiamo comunemente, se non operando quella “perversione difensiva” della negazione/indifferenza, che ovatta l’empatia. “L’ansia per il mancato ritorno delle rondini” rientra a pieno titolo in questa sensibilità generale che risponde in maniera esagerata a stimoli di impianto olistico. “Guarire”, in questo caso, significherebbe accettare, per certi versi, e rassegnarsi, lasciarsi andare ed arrendersi al fluire della vita. Altrimenti, occorrerebbe sintonizzarsi con un’esistenza sensitiva ed incosciente, ovvero “vegetare”, pur condividendo attivamente quest’esperienza di inattività.
La compresenza del proprio vissuto interiore, in sincronia con la simultaneità naturale, sembra una dote dei beniamini domestici, quali i gatti, che contemporaneamente non sono creature selvatiche, eppure sono guardinghi, indipendenti. Il loro rapporto con la natura non viene negoziato, poiché, con noncuranza, passano dal selvaggio al domestico, quasi fossero degli ambasciatori “privi di pena”. Il loro messaggio senza sforzo è quello di imparare a gestire gli inevitabili conflitti tra natura e cultura.
Quale può essere un modo migliore, per raggiungere lo scopo d’entrare in sintonia con l’ambiente, di cominciare a lavorare manualmente, carponi sul terreno, magari seguendo una fila, zappettando tutt’intorno dei cerchi concentrici. Le dita, immerse nell’humus, scartano le pietre, le ammonticchiano per poi destinarle a segnare il territorio, quello ideale di un hortus conclusus; nei buchi trapiantano le radici prescelte, mentre le piante preferite, nel frattempo cresciute più in alto, si legano ai sostegni e si difendono dagli insetti nocivi con rametti di timo. Forse, in tempi ormai lontanissimi, è nata così l’agricoltura, costruendo un ponte tra due sponde, quasi una timida incursione nel mondo selvaggio, come un’attività a metà strada tra l’arte rupestre ed il rito pagano, alla confluenza tra l’intuizione e la riflessione, perseguendo una meditazione che, con il gioco, lasciava influenze concrete sulla realtà.

Il trattamento peripatetico della prescrizione latina “solvitur ambulando” è una panacea buona a tutto. I viaggi a piedi dei pellegrinaggi medievali nacquero con finalità taumaturgiche: ci si recava verso luoghi meravigliosi alla ricerca del miracolo della guarigione, operato già lungo il percorso dal fatto stesso di averlo intrapreso.
Tutti gli sforzi creativi sono terapeutici. E’ curativo leggere, scrivere, dare un nome alle cose, trovare le parole giuste per esprimersi e comunicare… perché a salvarci non è solo la natura, come dice Thoreau, ma anche la cultura che le fa da pendant: il saper fare, imparare ed eseguire.
Osservare le fasi di lavorazione del pane, ad esempio, non sono soltanto uno spettacolo insieme rustico e seducente, che sprigiona quella bellezza interiore che solo le cose da fare bene possono contenere. L’autrice di “Modern Cookery for Private Families” (1845), Eliza Acton, poeticamente prescrive: “aggiungete acqua tiepida… delicatamente mescolando la farina attorno al lievito, e poi iniziate ad impastare con un movimento che parte dai lati per arrivare al centro. Dovete essere decisi ed allegri, come un gatto soddisfatto, e continuare fino a che l’impasto è una massa morbida e cedevole” (“The English Bread Book”, 1857). “Con un gesto dapprima dettato dall’ipocondria, provai a sostituire la farina bianca con altre preparazioni. – confessa Richard Mabey -  Il grano saraceno si rivelò un disastro… Sperimentai con miglio, mais, avena e miscugli vari, producendo pani di strani colori ed insolito aspetto… le cose migliorarono drasticamente quando iniziai ad usare le farine di noci, mandorle, nocciole ed affini. Dopo vari tentativi, trovai la miscela perfetta: farina bianca e noci pecan macinate. L’oleosità naturale dell’impasto dava filoni eccellenti, dalla crosta fragrante come quella di un biscotto.”

Una cura naturale viene considerata la terapia massima e sublime di qualsiasi male. E’ un’idea antica, tornata sempre in auge, pure nei momenti di eccessivo progressismo. “Cambiare aria”, respirare a pieni polmoni in montagna, riposare al mare crogiolandosi al sole, esporsi alla salubrità della campagna, sono certo le migliori medicine, sicuramente prive di effetti collaterali. “La campagna con i suoi panorami dolci e variati, – afferma con convinzione Michel Foucault – riesce a distogliere i melanconici dalla loro ossessione maniacale, portandoli via dai luoghi che potrebbero far rinascere memoria della sofferenza”.
Già la semplice esposizione agli elementi potrebbe da sola esorcizzare la depressione. Il contatto con la brezza tra gli alberi e la sfera creativa costituisce un buon inizio, poi lo sforzo dev’essere quello di passare da un paesaggio ad un altro, da un panorama reale ad un’immagine mutevole. Ma, ad allontanarsi troppo dalla mondanità, si rischia di sentirsi esclusi, oppure un senso di colpa o di vergogna per non profondersi in un impegno e quindi sprecare le forze. Si potrebbe però non evadere, bensì rientrare in comunione con la natura e con se stessi, senza trascurare lo spazio da dedicare alla fantasia.
Jonathan Bate sostiene che: “il poeta deve avere la capacità di restituirci alla Terra che è la nostra casa”, pur essendo consapevole che “il prezzo di questa passione estrema per l’anima delle cose è la dipartita dalla comunità degli uomini. Il panteismo scaccia la filantropia, la comunione con la Natura prende il posto della socievolezza”. Eppure in qualche modo bisogna risolvere la conflittualità prodotta dalla separazione tra ragione ed empatia, rattoppandola magari con una riflessione che coinvolga contemporaneamente capacità di pensare, modalità di sentire, comunicazione ed espressione creativa.

Joseph Meeker in “The Comedy of Survival” (1974) ha riunito l’esame del comportamento animale alla critica letteraria. La “modalità della commedia” rappresenta una strategia di vita ed un tipo di percezione della realtà. In quello che potrebbe sembrare il dramma dell’esistenza, non si assiste a lotte di potere o a disastri ineluttabili, da interpretare secondo un codice etico; semmai il mondo naturale segue il canone della commedia, dove domina la sopravvivenza, il compromesso, l’opportunismo, la persistenza, insomma un’evoluzione senza scrupoli e con qualche eroismo. “Il suo fine sembra essere la proliferazione ed il successo di quante più forme vitali possibile. Vince chi non muore e si riproduce anche in tempi difficili, non chi batte i nemici ed i concorrenti. Le regole di base valide per tutti i partecipanti, umani inclusi, sono le stesse della commedia teatrale: gli organismi devono adattarsi alle circostanze, evitare a tutti i costi di fare scelte radicali, cercare di non morire, accettare la massima diversità e sfruttarla a proprio vantaggio, aderire ai vincoli imposti dalla genetica o dall’ambiente, preferire la cooperazione alla competizione, ma entrare in gara per vincere quando è necessario.”
Il gioco è l’espressione più eclatante di tale modalità che si riscontra in tutti gli animali complessi e che nell’uomo può persino assurgere ad arte. Forse, la spiegazione del senso della vita sta tutta in questa sua gioiosa assenza di scopi. Ci troviamo dinanzi al predominio della spontaneità e della sorpresa, a ciò che potremmo definire come l’esatto contrario di quella che riconosciamo oggi quale gestione per obiettivi, nemica della fantasia, dell’ovvietà, della schiettezza.
A questo proposito Richard Mabey ripensa alla definizione di Pierre Bourdieu (1930-2002) di “habitus”, come campo di gioco e di possibilità (“Le Sens pratique”, 1980), e riprende il concetto di Joyce Carol Oates della “membrana del sé”, a freno dell’enfasi e della spietatezza della natura. Membrana fragile, eppure protettiva, tattile, accomodante, accogliente, come quella che, una volta squarciata, produce uno stato estatico in Henry David Thoreau: “Che grande mistero! Pensiamo alla nostra vita dentro la natura, al quotidiano contatto con la materia, sassi, alberi, il vento sulle gote. La terra è solida! Il mondo è vero! C’è un senso! Contatto! Contatto!” (“The Maine Woods”, 1864).
“Solo quando ci siamo perduti, in altre parole, solo quando abbiamo perduto il mondo, cominciamo a trovare noi stessi, ed a capire dove siamo, e l’infinita ampiezza delle nostre relazioni” (“Walden”, 1854).

Non tutte le civiltà condividono del tutto acriticamente l’idea che l’ambiente debba essere gestito con eccessivo scrupolo e fino in fondo. La concezione medesima dell’incontaminato evoca immagini di naturalezza, come di aggressività, di verginità, ma pure di ferocia ed inospitalità. Roderick Nash, in “Wilderness and the American Mind” (1967), riconduce questa definizione, più che ad una condizione oggettiva dell’ambiente, ad uno “stato mentale percepito”. Il verso di William Wordsworth “un luogo selvaggio è pieno di libertà” ne sembra la riprova.
Henry David Thoreau (1817-1862) applica l’etichetta di Wilderness anche a luoghi soltanto immaginati o sognati. Alla “torpida” routine della campagna oppone il vigore selvaggio del non esplorabile, poiché sapere dell’esistenza di qualcosa di non classificato ed incompreso equivale ad un’esperienza mistica, catartica. “Dobbiamo vedere i nostri limiti trasgrediti, accorgerci che ci sono spazi dove non ci addentriamo e dove la vita scorre liberamente” (“Walden”, 1854). Nell’incompiuto “Wild Fruits”, iniziato tre anni prima della sua morte (1862), vagheggia una propedeuticità della natura, una sua funzione didattica e riabilitativa: “Penso che tutte le città ed i paesi dovrebbero dotarsi di un parco, o meglio di una foresta vergine, dai duecento ai quattrocento ettari, in una o più sedi, dove nemmeno un ramoscello  deve essere tagliato per farne combustibile o costruire navi e carri. Gli alberi devono essere lasciati crescere e morire e servono a più alti scopi: la pubblica istruzione e ricreazione”.
“Ma cominciai a chiedermi se fosse davvero quella la mia aspirazione e se fosse giusto cercare a tutti i costi il lato selvaggio della natura. Un luogo incontaminato, per definizione, dovrebbe essere riservato alle creature che ci abitano; poi può anche essere fonte di esperienze rivelatrici, ma ciò è del tutto secondario. Quando mettiamo piede in certi posti dovremmo sentirci privilegiati e porci sullo stesso piano delle altre specie: senza armi e senza mezzi di trasporto…”. Ciò che realmente interessa  Richard Mabey  non è la straordinarietà di un luogo che non si mostra, pur trovandosi da qualche parte, bensì il lato, che tutti i viventi possiedono, di vigoroso e disordinato, “la forza che attraverso il fuso verde forgia il fiore” (Dylan Thomas).
Nell’incontrollabilità del vigore naturale è insita l’ambivalenza della sua forza intesa come resistenza e stabilità e nel contempo sconvolgimento e rinascita. Dietro il fenomeno delle forme disegnate dall’acqua Henry David Thoreau intravvedeva un’anima vegetativa che tende ad accomunare la crescita delle piante allo scorrere della sabbia. “Il flusso prende forma di foglia succosa o di pianta rampicante che si divide in mille robusti rivoli, allargandosi… in banchi simili a quelli che si formano alle foci dei fiumi”. Vi si formano figure eidetiche che ricordano qualcos’altro, dalle impronte di zampe agli escrementi, da simboli arcani a disegni di nuovi futuri progetti, ed il flusso in questo eccesso di energia insegue l’ideazione e la sospinge, rincorrendo il fluire della lingua e della scrittura.
“Internamente, nel globo terrestre come nel corpo animale, c’è un lobo umido e spesso, una parola specialmente applicabile al fegato, al polmone, alle foglie del grasso (labor, lapsus, scorrere o scivolar giù; globus, lobo, globo; anche lap, cioè grembo, flap, cioè battito, colpo d’ala, e molte altre parole). Esternamente, v’è una foglia secca e sottile, persino come la f e la v, che sono una b pressata e seccata. Le radici di lobo sono lb, la soffice massa del b (monolobato, o B, bilobato) con una l liquida dietro che lo spinge in avanti. In globo, glb, la g gutturale aggiunge al significato la capacità della gola. Le penne e le ali degli uccelli sono foglie ancora più secche e sottili. In questo modo, anche, si passa dal grosso bruco terricolo all’aerea e svolazzante farfalla” (“Walden”, 1854). La fantasia di Thoreau, unitamente alla leggerezza del suo dire ed ad un fine senso dell’umorismo, rendono palpabile l’ossimoro della coesistenza dell’indomabile spontaneità della natura con la solida struttura del mondo.

La volontà di potere e l’istinto di possesso danno per scontato l’utilitarismo antropocentrico assieme ad un meccanicistico riduzionismo ben lontano dall’avvertire quel tessuto intricato e fragile su cui si stendono le reti di connessione dell’esistenza di tutti i viventi.
L’impatto antropocentrico ha dimostrato delle interferenze ben oltre i limiti del consentito, ma paradossalmente si tende a dissimulare il nostro ruolo all’interno della biosfera mostrando attivamente tutto nei dettagli e nello stesso tempo sospendendo il giudizio. La visione del mondo  sembra allora quella ossessiva del collezionista e quella pervertita del curioso, allo scopo, nel primo caso larvato, di raggiungere il controllo su tutta la serie ed, evidente nel secondo, di ricerca dello stupore. L’ambivalenza si gioca appunto nell’oscillazione raziocinio, concretezza e matura superiorità, da un lato, e fantasia, idealismo e puerile meraviglia, dall’altra. Tra contenitore e contenuti c’è però un divario che l’epistemologia non riesce a colmare, perché l’offerta di informazioni non combacia con la potenziale ricettività delle stesse.
L’invasività inopportuna s’intravvede nelle semplicistiche riduzioni schematiche di una grande complessità, operate per giunta attraverso delle compiaciute manipolazioni che insistono nel mantenerla oggetto al servizio dell’umanità “superiore”, o dell’interesse scientifico.
“Di tanto in tanto l’attenzione rapita per le minuzie del mondo naturale riusciva a far emergere vere forme di rispetto per le altre specie…” Mabey cita il caso dell’ornitologo Gilbert White (1720-1793), autore del “The Natural History and Antiquities of Selborne”, ed antesignano dell’ecologia moderna.
“Abbiamo finalmente capito quanto siamo legati a tutte le specie, ma sotto sotto siamo ancora uomini dell’Ottocento, che calpestano la natura con i loro pesanti stivali nel tentativo di soggiogarla e renderla civilizzata. Non possiamo fare a meno di esercitare il controllo, altrimenti ci sembrerebbe di svanire… -scriveva Lewis Thomas (1913-93) – Siamo allo stesso tempo partecipanti e spettatori, ruoli sconcertanti da svolgere insieme.As participants, we have no choice in the matter; this is what we do as a species.” In qualità di partecipanti, non abbiamo altra scelta …” (“The Lives of a Cell: Notes of a Biology Watcher, 1974). La soluzione che propone Lewis Thomas consisterebbe nel continuare ad immagazzinare informazioni, nel tenere in ordine i rapporti simbiotici, nel responsabilizzarsi insomma come ”tuttofare” a disposizione del pianeta. Gli controbatte Bill McKibben, di cui sono celebri “The End of Nature” (1990) e “The Age of Missing Information” (1992): “Siamo destinati a fare gli aggiustatutto, i custodi di un mondo ben ordinato? Per un lavoro sicuro e senza problemi siamo disposti a lasciar perdere il lato misterioso del mondo, il profondo enigma della vita, l’esuberante vitalità della creazione?”

In una sua  poesia, Kathleen Jamie paragona il volo degli sparvieri al duende del flamenco, perché la stessa elettrizzante corrente che unisce i ballerini sembra essere sprigionata verso il suolo da quegli uccelli. “Le ali sono leggermente inclinate verso l’alto, come quelle dell’albanella. La testa è lievemente piegata, lo sguardo attento ed implacabile… – dall’osservazione degli sparvieri Richard Mabey passa alla riflessione sugli uccelli in genere- Di tutti, i pivieri erano i più sfuggenti. Non si lasciavano avvicinare quando erano a terra, oppure volavano ad alta quota, rapidi come una gragnuola di frecce. Una parte di me desiderava segretamente che non fossero lì a ravvivare questo dispendioso deserto arabile. Ma questo è il bello del modo naturale: vede un’opportunità anche nei margini più stretti, nelle aperture più anguste. Di lì a poco i campi sarebbero stati soffocati da colture redditizie: quel giorno, però, erano il palcoscenico di una danza.”
“Qual è il significato di questi rituali vespertini? Secondo le teorie più accreditate, l’usanza di radunarsi la sera in grandi branchi si spiega con la necessità di stare al sicuro e di scambiarsi informazioni sulle fonti di cibo. Tuttavia, come spesso accade in natura, avviene in modi troppo esagerati e stravaganti per essere solo un comportamento utilitaristico. I grandi assembramenti, i lunghi e festosi spettacoli aerei, il libero mescolarsi delle specie ci fanno sospettare l’esistenza di una ragione più profonda. E’ forse peccato di antropomorfismo pensare che una specie come il nibbio reale preferisca aspettare la notte in compagnia e mettere su uno spettacolo per esorcizzare la paura? Dopo tutto è un momento di comunione, in cui si scorge la sagoma rassicurante dei compagni di viaggio, che rimarranno probabilmente degli sconosciuti, ma perlomeno sappiamo che sono diretti a casa come noi.  – scrive Richard Mabey in “Natura come cura” – Sto diventando crepuscolare, un convertito alla religione del tramonto. La primavera scorsa, ancora invischiato nell’umore nero ed insicuro sul da farsi, vedevo la fine del giorno come un momento per affrontare la cupa realtà del luogo dove mi ero ritrovato a vivere. Una  parte di me ambiva alla disillusione. Di conseguenza, non vedevo che le nuda ossa del paesaggio. Ora l’immagine si è rovesciata, come una stampa da negativo. Sono consapevole della struttura sottostante, che però alla luce fioca del crepuscolo diventa sfondo, sul quale spiccano i contorni brillanti del mondo: i giochi di luce nel delicato intrico di rami e ramoscelli; il terreno nudo ma pronto ad essere ricoperto di vegetazione rigogliosa nel volgere di soli cinque mesi; gli sparvieri ed i barbagianni, che pensavo mi avessero abbandonato. Uno psicologo direbbe probabilmente che ho ridato significato al buio.”

Edward Osborne Wilson, a cui si deve il concetto di “Biophilia” (1984), si augura che l’impegno scientifico si convogli verso la scoperta totale e la completa comprensione di ciò che accade nel cosmo, sino ad arrivare a rivaleggiare con l’espressione artistica. Ma a rendere utopico un tale sforzo è la concezione medesima di biodiversità in quanto somma di tante complessità in stretta relazione tra loro. Seppure l’ecosistema sia quello, sarà la vita che fluisce al suo interno a sfuggire continuamente verso una direzione imprevedibile. Lewis Thomas (1913-93)  vede nella tendenza alle repentine mutazioni del DNA un “magnifico errore”, una “variazione sul tema”, la cui grandiosa orchestrazione ci si presenta come una meravigliosa armonia di “libertà ingarbugliata” (secondo la citazione di Annie Dillard), di groviglio spensierato, di consapevole gratuità.
Animalista, vegetariano, esperto di botanica, ambientalista ante litteram, il diarista John Evelyn (1620-1706), in “Acetaria: A discourse of Salletts” (1699), favoleggiava  di uno stato edenico in cui i frutti non sarebbero stati ancora colti. “La dotazione ortofrutticola dell’Età dell’Oro era tale da soddisfare chiunque per  sempre. Quando l’uomo ritornerà a quello stato primordiale, sarà come era all’inizio dei tempi”. Il peccato originale allora sarebbe stato commesso dalle mani prensili dei frugivori?
Qual è il ruolo dell’umanità nei confronti della Natura? Quello di gestire oculatamente le sue risorse per le generazioni future, si potrebbe rispondere tout court. Ebbene, anche questa posizione risulta ancora incentrata sulla prevalenza antropica e sulla presunzione di una superiorità “amministrativa”, “impiegatizia”, “burocratica” quasi, che dimentica come la biosfera si sia sempre gestita da sola, indipendentemente  dalla presenza e dall’incauto intervento umano. Dobbiamo confessare un interesse egoistico nel  voler  mantenere in vita il nostro pianeta, semplicemente perché costituisce, non solo un molto incerto futuro, ma anche tutto quello che adesso ci resta.
Loren Corey Eiseley (1907-1977), dalla cui prolifica penna sono scaturiti “The Immense Journey” (1957), “Darwin’s Century” (1958), “The Unexppected Universe” (1969) e “The Country Night” (1971), si chiede: “Se fossimo creature che prendono fuoco come aceri in una luminosa giornata d’autunno… e cadono come foglie ormai prive di sostanza e di clorofilla; il nostro atteggiamento verso la morte non sarebbe forse diverso?”

“Le rive degli stagni si riempirono di luppolo selvatico, che quell’anno mostrava una crescita straordinaria. Con quel masochismo tipico degli inglesi, l’abbondanza di questa pianta fu interpretata come segno del fatto che l’inverno sarebbe stato rigido: l’avremmo pagata cara, quell’estate. Voci meno morbose attribuirono l’abbondanza alla siccità, che mise gli alberi in condizioni di stress, spingendoli a concentrare le ultime energie residue nella produzione di semi e frutti.” Ma a Richard Mabey l’amica Sue Clifford, che insegna pianificazione ambientale all’University College di Londra, fa notare che: “ha altrettanto senso per una pianta dedicarsi anima e corpo alla riproduzione quando è in forma e può utilizzare il maggior numero di risorse”.
All’enunciato di Henry D. Thoreau: “Nella natura selvaggia sta la salvezza del mondo” (“Walking”, 1851) fa eco l’autore di “Ogni cosa è illuminata”, Jonathan Safran Foer: “Se niente importa, non c’è niente da salvare” (“Se niente importa, perché mangiamo gli animali?”, Guanda, Parma 2010).
Ricordiamoci che l’asso nella manica per la natura è sempre stato proprio l’evento casuale. La conquista del territorio, da parte della vegetazione, persegue una strategia complicata e flessibile in cui ogni partecipante è pronto a dare il meglio come al sacrificio, con dedizione analoga. Forse  allora una soluzione più semplice e fatalistica per difenderci da tanta angoscia paralizzante e dall’eccesso di, sia pur giustificate, preoccupazioni, potrebbe consistere nel lasciare che tutto accada e non fare assolutamente nulla.

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Giuseppe M. S. IERACE
Bibliografia essenziale:
Beccaria G.L.: “Misticanze”, Garzanti, Milano 2009
Foer J. S.: “Se niente importa, perché mangiamo gli animali?”, Guanda, Parma 2010
Ierace G. M. S.: “L’inquietudine nel piatto”, su www.nienteansia.it
Ierace G. M. S.: “Immedesimazione … negazione, indifferenza”, su www.nienteansia.it
Ierace G. M. S.: “Biofilia, dallo sguardo al tatto”, su www.nienteansia.it
Ierace G. M. S.: “Empatia… neuroni a specchio”, su www.nienteansia.it
Mabey R.: “Natura come cura”, Einaudi, Torino 2010
Punset E.: “Alla ricerca della felicità”, Fazi, Roma 2009







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