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Micofobia micofagia… urolagnia: funghi “dalla leggenda… alla scienza”

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 2 Ottobre 2009 | 5,580 letture | Stampa articolo |
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In antropologia alimentare uno dei temi più discussi riguarda certamente i criteri con i quali le diverse società primitive hanno, in passato, identificato ciò che è commestibile, separandolo da quanto non lo è, o risulta addirittura velenoso. Le difficoltà sono enormemente accentuate dal fatto che ogni cultura ha fatto ricorso a modalità di giudizio empiriche proprie, non sempre sovrapponibili a quelle impiegate da altre. Per comprenderle spesso è necessario rifarsi alle categorie del pensiero “magico”, per il quale si ritiene che le cose, nel caso specifico i possibili alimenti, siano contrassegnati da indicatori delle loro proprietà.
Per quanto riguarda l’atteggiamento nei confronti dell’uso dei funghi, le culture alimentari umane potrebbero benissimo venire distinte in gruppi antitetici, quelli cioè che li consumano (micofagi) e quelli che ne temono la tossicità (micofobi). Una variante di questo secondo gruppo li ignora, o rimane loro indifferente, mentre i primi, pur di mangiarli, fanno ricorso anche a complicati sistemi di giudizio e di elaborazione culinaria.
Come è alla base di molte conoscenze popolari tradizionali e del folklore, il pensiero magico supporta pure le motivazioni sostanziali della micofagia/micofilia e della micofobia. Per la loro intrinseca naturalezza, per il fatto di essere squisitamente selvatici e tipicamente silvestri, i funghi, prima ancora di venire posti in connessione con piante ed animali del bosco, non poterono che richiamare alla mente entità magiche, quali gnomi, folletti e fate, alle quali essere ricollegati con delle relazioni che un’ideazione analogica non ha avuto difficoltà a sviluppare.
Precisi indizi del pensiero magico, che ha origini antichissime, li ritroviamo nella medievale “dottrina della segnatura” in grado di discernere virtù o pericoli degli alimenti dalle loro corrispondenze, cosicchè macromiceti dalle forme che richiamano, anche vagamente, gli organi sessuali avvalorano la credenza di erotici poteri insiti in essi. L’aspetto più bizzarro lo presenta il Phallus impudicus o Satirione, che una certa convinzione vorrebbe far nascere dallo sperma, incrementando ancor più la fama di afrodisiaco attribuitagli dalla forma.
Misteriosa ed imprevedibile, del resto, appariva la comparsa degli eucarioti, occulti gli influssi climatici ed i rapporti con luna ed astri, al massimo poi, quando formano ceppaie o si dispongono in circolo, di forte valenza esoterica. Cosicché i cosiddetti “cerchi delle streghe” sono vere e proprie colonie fungine sviluppatesi ad anello allo scopo di circoscrivere le danze dei sabba; mentre i folletti allineerebbero le spore con un risultato rettilineo.
Sant’Antonio Abate, patrono degli animali, con il suo fedele alleato suino, è anche protettore dei cercatori di funghi; allontana gli spiriti maligni che nascondono quelli commestibili per porre in evidenza i velenosi.
Prorompente la loro crescita, inspiegabili le trasformazioni, ad esempio da ovulo a fungo a cappello. La forma ad uovo o di fallo è un forte segnale di vita, il rapido deperimento un lugubre allarme di corruzione. Attrazione sessuale e, ad un tempo, presagio di caducità. Proprio per questi importanti segnali, nell’ambito di un selvaggio sistema incontrollabile per piante ed animali, assumendo significati e ruoli all’interno delle religioni naturali, i funghi sarebbero assurti a funzione di mediazione con la sfera del divino. Mangiare certi funghi, funghi particolari, divenne presto un rito magico, favorito dalle loro attività allucinogene e psichedeliche, spesso collegate alle piccole quantità impiegate.
Le bevande sacre del RigVeda e dell’Avesta, rispettivamente Soma ed Haoma, sarebbero state identificate dall’etnomicologo Robert Gordon Wasson (“Soma Divine Mushroom of Immortality”, 1968) nell’Amanita muscaria utilizzata, per via delle proprietà allucinogene, a scopo cerimoniale dai popoli paleo-asiatici nel corso dei loro rituali. L’agarico muscario veniva impiegato per fini analoghi sia presso i Coriaki della Kamtchatka che tra gli Ahnishinavbeg del Lago Michigan.
“Soma Divine Mushroom of Immortality” fu scritto con la collaborazione della Prof. Wendi Doniger, esperta di lingua vedica, la quale però ebbe a manifestare dei dubbi sulla teoria formulata da Wasson, essendo il ricorso agli allucinogeni relativamente più recente e più circoscritto della comparsa del fenomeno religioso stesso.
Responsabile dell’intossicazione intestinale è la muscarina localizzata nel sottile strato sottocuticolare del pileo. Gli effetti tossici variano a seconda del substrato di crescita e delle condizioni fisiologiche degli assuntori. Altre sostanze ad azione psicotropa presenti in quantità variabile, in relazione a situazioni climatiche ed a particolari presenze arboree, sono l’acido ibotenico, muscarone, muscimolo, muscarufina. Il grado di tossicità dell’Amanita muscaria sarebbe pertanto il risultato di vari fattori, tra cui l’habitat, le modalità di assunzione, forse pure un fattore genetico, e sicuramente il livello di assuefazione. Il muscimolo passa inalterato attraverso l’emuntorio renale, conservando per intero la sua azione psicotica ed allucinogena.
R. G.Wasson ha studiato approfonditamente anche i culti messicani che implicano il ricorso a funghi di genere diverso dall’Amanita e per questo motivo, a giusto titolo, viene considerato uno dei padri di questa branca dell’etnomicologia. Su suggerimento di Robert Graves, l’attenzione si era concentrata su quelle funzioni religiose inserite nel contesto di un antichissimo culto (teonanacatl ), basato sulla sacralizzazione dei funghi. Nella Sierra mazateca i più utilizzati erano Conocybe, Panaeolus e soprattutto Psylocibe e Stropharia. Mentre i rituali mixtechi si servivano per lo più di Lycoperdon.
Sulla scia di quel vivido interesse, Anne Marie Quetin, nel 60, espose la tesi dal titolo “La Psilocybina in Psichiatria clinica e sperimentale”, proponendone l’inserimento tra le sostanze da impiegate durante le sedute analitiche e terapeutiche.
Già nel 1957, in “Mushrooms, Russia and History”, insieme con la moglie Valentina Pavlovna, di origini slave, Robert G.Wasson aveva evidenziato la natura “affettivo-emotiva” delle reazioni che i vari gruppi culturali manifestano dinanzi ai funghi in genere, che siano essi commestibili o meno. Tali reazioni sarebbero più vicine alla repulsione (micofobia) presso le popolazioni anglosassoni e germaniche, mentre si dimostrerebbero più passionali ed interessate (micofilia) tra le genti slave e mediterranee.
Una tesi alternativa attribuisce la suddivisione alle diverse caratteristiche pedologiche dei luoghi di crescita, per cui l’attrazione per i funghi non si sarebbe sviluppata giusto nelle aree geografiche in cui essi non possiederebbero le analoghe valenze psicoattive, nè equiparabili valori nutraceutici. Cioè la “domanda” non sarebbe stata neppure avanzata proprio per una minore disponibilità di offerta appetibile. Nell’ipotesi formulata da Wasson le reazioni permarrebbero, a mo’ di vestigia di un arcaico culto, ormai dimenticato (micolatria), nonostante venga attestato da credenze popolari e dall’etimologia delle designazioni delle specie, che ricordano il diavolo, il tuono, il fulmine, la follia.
Certamente, la più evidente testimonianza viene fornita dalle popolazioni paleo-asiatiche della Siberia orientale e dalle genti amerindie del Messico. Un tale culto per i funghi sarebbe stato importato nelle regioni occidentali in epoche forse addirittura paleolitiche, di certo assai remote, da quegli Ariani che provenivano dall’Eurasia, dove crescono le conifere e sono diffuse intere foreste di betulle, le piante che più delle altre consentono la proliferazione dell’Amanita muscaria. Presso quelle stesse popolazioni veniva pure tenuta in grande considerazione l’urina (urolagnia)del micofago, in quanto, se bevuta, da chi il fungo non lo aveva mangiato, procurava quella medesima ebbrezza estatica che rinnova in chi il fungo lo ha già ingerito e sorseggia il prodotto della propria minzione. Anzi, l’urina sarebbe più efficace del fungo stesso e con minori effetti collaterali sgradevoli, perché diminuiti dalla metabolizzazione avvenuta nell’organismo, la quale riesce ad eliminare le sostanze tossiche responsabili di sudorazione, scialorrea, nausea, vomito, crampi,vertigini, midriasi, sensazione di freddo, o tremori alle estremità.
L’urina dei consumatori di funghi rossi i Manichei l’avrebbero persino usata come “acqua” rituale. Mentre gli indù, divenuti micofobi in un secondo momento, confondono adesso la massa dei funghi considerati non commestibili con il termine spregiativo di “urina di cane”. Ma, sostanzialmente, l’atteggiamento positivo nei confronti dell’urina sarebbe da considerare caratteristico di quel complesso religioso che si sarebbe costituito intorno al pasto sacro a base di Amanita muscaria. Al contrario, ai micofobi susciterebbe repulsione ogni tipo di escremento (copro fobia), di sporcizia (rupofobia), o di simbologia sessuale (sessuofobia).
L’accostamento tra l’urina ed i funghi potrebbe essere riconosciuto anche in quella connessione empirica che favorirebbe soprattutto la crescita dei Coprini. Del resto sulle deiezioni degli animali albergano anche altre specie, come ad esempio i Panaeolus. E la simbologia fallica sembra piuttosto esplicita.
Le denominazioni popolari di fallo impudico, russula fetente, “vescia di lupo” per le licoperdacee, di “lardarico” per il Pleurotus ostreatus, di “porcini” per le specie edulis, aereus, aestivalis, pinophilus del genere boletus, e quelle locali di “vavusu” per Suillus granulatus e luteus, “lardito” per la sezione edules dei boleti in fase di invecchiamento (il boletus aereus è contemporaneamente lardito nero e vavusu scuro), di “cucuditi” per i prataioli (Agaricus arvensis e campestris), di “coddararu” per il boletus luridus, avvalorerebbero un tale atteggiamento positivo nei confronti del sesso, come di escrezioni, flatulenze e sudiciume vario. I cucuditi, prataioli, rimarcherebbero la loro origine dai fenomeni atmosferici.
Il Boletus luridus è un fungo della famiglia delle Boletaceae piuttosto apprezzato in certe zone, a volte anche al pari dei porcini, mentre in altre viene scartato perché considerato velenoso, in quanto, se consumato assieme a grosse quantità di bevande alcoliche, può dar luogo ad una sindrome “coprinica”, oppure viene evitato solo per il suo aspetto, brutto o sporco, da cui deriva appunto l’appellativo latino. Ritenuto velenoso, sia per il mutamento del colore al taglio del carpoforo, che tende a macchiarsi di verde-bluastro, sia per la somiglianza al Boletus satanas, il cui viraggio però è più lento, può invece, scartando il gambo fibroso, essere consumato previa cottura, perché le sostanze tossiche in esso contenute sono termolabili. Eseguendo un taglio netto nel margine del cappello, si mette in mostra una linea rossastra, detta “linea di Bataille”, tra i tuboli dell’imenoforo (spugna) e la carne del cappello. Sollevando invece la “spugna” si ha la possibilità di vedere meglio e con maggiore disponibilità di tempo il colore del derma sottostante.
L’atto di cibarsi comprende significati socio-psicologici, come anche metafisici. Con il pasto si conferma l’unitarietà e l’indistruttibilità della vita nella comunione più intima tra l’io ed il mondo. Il desiderio di appropriarsi di un principio vitale, al variare dell’oggetto da incorporare, fa scoprire, nel soddisfare una funzione nutritiva, proprietà differenti che a volte possono comprendere effetti fisici (sudorazioni, tremori…) e psichici, quali alterazioni delle facoltà percettive, stati d’animo e sensazioni appartenenti ad una sfera virtuale.
Wasson ricondusse l’urolagnia di determinate popolazioni specificamente al complesso religioso istituito intorno al rito di consumare l’Amanita muscaria, durante il quale la successiva libaggione con l’urina di chi avesse ingerito il fungo, in quanto veicolo degli alcaloidi, era andata ad occupare un posto di assoluto rilievo. Come ogni atteggiamento culturale, però, anche quello nei confronti di escrezioni e secrezioni riveste carattere del tutto etnocentrico. E, comunque, la ripugnanza non costituisce un fenomeno naturale finchè la maggioranza riesce ad assumere l’impostazione più obiettiva. Ciononostante la propensione all’impiego dell’urina denota un’associazione molto stretta con il lontano rituale del pasto sacro a base di Amanita muscaria, poiché i nostri progenitori erano portati a sfruttare sino in fondo le proprietà delle sostanze naturali che avevano a loro disposizione.
R.G.Wasson e R. Graves ipotizzarono la presenza degli alcaloidi isossazolici (acido ibotenico e muscimolo) dell’agarico muscario o di altri psicoattivi, quali gli indolici psilocina e psilocibina del Panaeolus papilionaceous o degli Psilocybe, nella bevanda (ciceone) assunta dagli iniziati ai misteri eleusini, anche se, in Grecia, non sembra esistere una grande varietà di specie psilocibiniche e quelle presenti non sarebbero sufficientemente stimolanti, trattandosi di specie poco consistenti, poco vistose e non presenti in quantità tale da soddisfare la richiesta dell’elevato numero di partecipanti al rito. Soprattutto dopo un’estate calda e secca, tipica del clima greco, difficilmente sarebbe stata disponibile nel periodo delle celebrazioni dei Grandi Misteri, una bastevole quantità di questi funghi. In quelle particolari condizioni di temperatura, di sicuro si sarebbe rapidamente seccato lo sterco su cui crescono i Panaeolus. Ad Eleusi, infatti, i Grandi Misteri si tenevano, per la durata di 9-12 giorni, sei mesi dopo i piccoli misteri, nel mese di Boedromione (corrispondente press’a poco ai nostri Settembre-Ottobre). I partecipanti erano tenuti alla stretta osservanza di alcune norme inderogabili (si dovevano mantenere casti, digiunare per un certo periodo durante il giorno, prima delle celebrazioni, e seguire una certa dieta). Il telesterion, dove si svolgeva il rito, era situato nella parte più interna del tempio di Eleusi e poteva contenere fino a duemila persone. Qui gli iniziati assumevano la bevanda sacra, chiamata “ciceone”, nella cui composizione rientravano delle sostanze a noi note, come acqua, orzo e menta ed altre mantenute segrete, ed in grado di procurare delle visioni. Effettuato il viaggio agli inferi, nel momento del passaggio dall’oscurità alla luce, si potevano contemplare gli “oggetti sacri” (molto probabilmente simboli sessuali) e questa celebrazione trasformava gli iniziati in “appartenenti al novero degli dei”. In seguito a questa esperienza estatica, l’iniziato acquistava il titolo di “epoptes”, cioè di colui che ha “visto”.
Ma se in Grecia non c’era ampia disponibilità dei funghi enteogeni, in quella che fu la Megale Ellas, in Calabria, nell’ habitat boschivo Aspromontano, è stata rinvenuta Psilocybe cyanescens (Wakef).
Mary Barnard, in “The mythmakers” (1966) afferma categoricamente che ogni mito trae la propria origine da un fenomeno naturale, sia pur filtrato da norme emotivo-affettive, ancor prima di essere logico-razionali, appartenenti alle concezioni proprie di ogni cultura. Forme e contenuto di ogni delirio mutano radicalmente nei vari individui, essendo sia le une che l’altro, proiezioni del temperamento e della storia personale di ciascuno. Ma, nelle società che hanno istituzionalizzato il ricorso agli allucinogeni, o, come preferiscono Wasson e Ruck, agli “enteògeni”, il delirio prodotto dalla loro natura psicochimica, per ragioni più o meno inconscie, corrisponderà a quello previsto da quel determinato gruppo per quella specifica droga. Perché gli allucinogeni innescano ed amplificano ciò che già è latente nella cultura dei fruitori. Le droghe, in buona sostanza, permettono l’elaborazione di una riserva di concezioni proprie di una società. Cosicché, se le forme siberiane del delirio provocato dall’Amanita muscaria saranno prevalentemente benigne e serene, tra i più agguerriti vichinghi si sarebbero potuti verificare gli episodi del cosiddetto furore berserk.
Tra i Kuma della Nuova Guinea, in alcuni periodi dell’anno, a seconda di chi li ingerisce, gli stessi eucarioti sembrano esercitare azioni differenti inducendo aggressività negli uomini (Komugltai) ed eccitazione nelle donne (Ndaadl). La sensibilià alle proprietà psicogene dei funghi consumati cotti (insieme con altre verdure) risultava essere molto selettiva. E gli episodi stagionali di isteria collettiva sarebbero stati sostenuti dalla concordanza di una sorta di attività psicotropa parziale soggettiva con l’effetto dell’autosuggestione interpretabile quale ribellione allo stato di soggezione imposta dalla colletttività.
Il Gymnopilus spectabilis i giapponesi lo chiamano maitake, che fa danzare, oppure ohwaraitake, che fa ridere. In Cina, la tradizione del fungo dell’immortalità si è venuta ad incarnare nel Poliporo laccato (Ganoderma lucidum). Una probabile micofobia da parte dei ricercatori, dettata da un’inconscia repulsione, o da mancanza d’interesse, potrebbe aver indotto delle trascuratezze, ad esempio, circa la distinzione tra funghi a piede ed a cappella oppure polipori arboricoli. Una tale inammissible indifferenza nei riguardi di una distinzione più fine da parte dei micofili andrebbe a scotomizzare la suddivisione delle opinioni relative ai funghi che possono essere di un tipo nei confronti di un particolare genere e di tutt’altro tenore rispetto ad altri. Claude Lévi-Strauss , in “Anthropologie structurale deux” (1973) ha osservato che i funghi d’albero, senza piede, del tipo poliporo, sembrano occupare uno spazio assai maggiore dei funghi a cappella, almeno nelle credenze e nei miti delle popolazioni amerindie.
I Salish della costa e dell’interno vengono classificati micofili. In maniera ambivalente, gli Irochesi consumano sei specie di funghi, ma attribuiscono una funzione funesta ai funghi cotti, che i loro vicini Ojibwa ritengono cibo per i morti. Gli Apaches Jicarilla, attribuiscono ai funghi una funzione apotropaica e li bruciano per allontanare i cattivi spiriti. I Cheyenne se li riservano per i periodi di carestia, mentre i Warrau dell’America del Sud prescrivono infusione di nidularia per combattere la sterilità.
Tra gli indiani di lingua algonchina, v’è la credenza nell’immortalità delle anime, le quali, nell’al di là, si comunicheranno le une con le altre, mangiando i carpofori ridotti in particole. Per i Toba dell’America del Sud sono escrementi dell’arcobaleno, per i Matako escrementi di volpe. I Piedi Neri li associano alle stelle. I Nasi forati ed i Salish li fanno provenire dai tuoni. I funghi nascerebbero, quindi da circostanze celesti o meteorologiche.
La filologia indica l’origine del greco sphongos e del latino fungus, come dell’inglese punk, in forme protoindoeuropee che in qualche modo ci riconducono al fuoco. La triade arcaica simbionte sarebbe stata rappresentata, dall’Amanita muscaria, che trova il suo ambiente ideale tra le radici della betulla, la quale ospita il Fomes fomentarius. Questo agarico è stato impiegato come miccia infiammabile; l’Amanita procura le visioni divine; la betulla è assurta ad albero della vita per antonomasia. L’albero della Genesi ospitava quindi il potere di accendere fuochi, mentre il frutto proibito che dava accesso all’illuminazione era adagiato ai piedi del suo fusto. Wasson (1967) illustra come particolarmente significativo l’affresco (XIII secolo) della Chapelle de Plaincouraut (Mérigny, Département de l’ Indre), località della Francia centrale, nel quale l’agarico muscario viene raffigurato con sufficiente nitidezza fra Adamo ed Eva a simboleggiare l’albero del frutto proibito, con il serpente che vi si attorciglia attorno. Più recentemente Giorgio Samorini ha attirato l’attenzione degli studiosi sul mosaico della “cripta degli scavi” della basilica paleocristiana di Aquileia, in Friuli, datata al 314 d.c., ove, assieme ad altri simboli, appare la raffigurazione di un canestro contenente l’agarico muscario. A Chignahuapan, nello stato di Puebla, in Messico, una chiesetta è stata dedicata a Nuestro Senor del Honguito; il funghetto in questione è un Ganoderma lobatum (Schweinitz) Atkinson, sprovvisto però di attività allucinogena, per cui l’ipotesi, proposta da Wasson, di “sincretismo culturale controllato”, al fine di ricongiungere la nuova religione alla primitiva, impostata sulle pratiche etnomicofaghe ed enteogene, sembrerebbe quanto meno azzardata, sottolineano gli autori (Brunori, Buischio e Cassinis) di “Funghi- Dalla leggenda… alla scienza” (De Tommaso ed., Roma 2003).
Wasson teorizzava la nascita della religiosità a partire dal consumo di piante psichedeliche, a cui diede l’appellativo di enteogene, con il precipuo significato di generatrici dell’idea del divino. Insieme con Roger Jean Heim, Wasson analizzò i costumi dei Santal del Bengala occidentale, dove particolari condizioni climatiche favoriscono lo sviluppo soprattutto di russule, lattari e volvarie. I Santal suddividono i macromiceti in “animati” ed “inanimati”. E gli animati non hanno proprietà psicotrope, essendo Lycoperdon pusillum Batsch e Astraeus hygrometricus. La credenza però che collega al tuono la comparsa di questi funghi, spinse i due studiosi a definirli “cosmogonici”, generati cioè da interventi cosmici.
Il panmicismo di alcuni autori, come John Allegro, si è spinto ad asserire che l’intero fenomeno religioso, nella sua pur inesplicabile complessità, avrebbe avuto origine nel momento in cui i nostri antenati assaggiarono il fungo allucinogeno. Questa teoria però non viene del tutto avvalorata da Emanuel Anati ne “Le religioni delle Origini”.
Le ricerche dei coniugi R. Gordon e V. Pavlovna Wasson hanno reso evidente che il cosiddetto “complesso dell’agarico muscario”, ovvero quel particolare sistema cognitivo e simbolico sviluppato attorno al rituale di consumo dell’Amanita, è sorto da un’antica usanza di gruppi di raccoglitori che, dapprima per necessità, impararono poi ad apprezzare il valore nutraceutico, ma specialmente l’attività psicodislettica degli eumiceti. La cultura indoeuropea di provenienza nord asiatica, dalla quale presero movimento le diverse ondate di popolazioni che a più riprese si riversarono nei territori della Germania e dell’Iran, come della Grecia e dell’India, esportò questa conoscenza “mistica” dell’attività allucinogena dell’agarico muscario, man mano trasmettendola alle epoche posteriori presso le civilizzazioni che si vennero a costituire dall’impatto con le genti autoctone. A seconda del risultato di quest’incontro si ebbe una prima grossolana suddivisione in micofagi e micofobi. L’avversione individuale, come del resto l’attrazione, rammenta quell’arcaica tendenza, andandosi a mescolare con altre fobie o filie.

Giuseppe M. S. IERACE

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1 Commento a “Micofobia micofagia… urolagnia: funghi “dalla leggenda… alla scienza””

  1. Simona

    Ciao!
    ho visto che hai “Il fungo Sacro e la Croce in bibliografia”, mi sai dire dove posso trovarlo?
    grazie

    Simona

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