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Lo “strano” Caso dell’orgasmo femminile (un accrocco per adulteri?)

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 24 Agosto 2009 | 13,561 letture | Stampa articolo |
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Masters e Johnson (1966, “Human sexual response”, traduzione italiana Feltrinelli, Milano 1967), e prima ancora Kinsey et al. (1953, “Sexual Behaviour in the Human Female”, tard. It. Bompiani, Milano 1955), imputarono la responsabilità della differenza nelle frequenze orgasmiche tra uomini e donne all’insufficiente stimolazione ricevuta da queste ultime durante i rapporti, piuttosto che ad una generica inibizione psicologica. Gli studi condotti su tale specifico aspetto del problema non avrebbero infatti rivelato particolari rilevanti evidenze. Se Freud ricollegava l’incapacità orgasmica alla immaturità della persona, altri hanno indagato la maggiore disposizione alla dipendenza (Terman 1951), l’ansia di separazione (Fisher 1973), l’istinto di conservazione (Derogatis et al. 1986), l’autoaccusa (Loos et al. 1987), oppure il senso di colpa determinato dall’attività erotica (Kelly 1990, Davidson e Moore 1994). Basta provare a spostare l’ottica dalla motivazione psicopatologica del mancato conseguimento (anorgasmia) a quelle che possono essere le reali ragioni della “funzione”, per accorgersi che, in buona sostanza, l’ipotesi di connessione tra risposta orgasmica femminile ed assestamento della struttura di personalità non offrirebbe che risultati piuttosto ambigui (Mah e Binik 2001).
La teoria più importante, e convincente, sull’orgasmo femminile si delinea quella suggerita da Donald Symons nel 1979 in “The evolution of Human Sexuality” (trad. it., Armando, Roma 1983). Questo Autore interpreta l’orgasmo femminile, in senso etologico, sociobiologico e comportamentale, semplicemente “come una potenzialità”. Sarebbero le tecniche adoperate durante il rapporto e, soprattutto, quelle dei preliminari erotici, a fornire alle donne stimolazioni “sufficientemente intense e continue” a provocare l’orgasmo. Tale “potenzialità” non sarebbe altro che un “sottoprodotto” dello sviluppo embriologico. Le fibre muscolari, i tessuti nervosi e quelli erettili, coinvolti nell’esperienza orgasmica di entrambi i generi sessuali, emergono da una comune origine embriologica. Questi tessuti compongono degli organi “omologhi”, pene maschile e clitoride femminile, differenziatisi intorno all’ottava settimana di gestazione. In ambo i sessi vi sarebbe questa comune base neurologica a costituire la risposta riflessa che induce gli spasmi muscolari. L’orgasmo femminile somiglia molto a quello dei ragazzi in età prepubere, i quali non esperiscono l’eiaculazione, oppure a quello dei praticanti le tecniche coitali dello yoga tantrico. Le donne in grado di abbandonarsi a delle effusioni che producono uno sgorgo (gushing), uno spruzzo, uno schizzo (le cosiddette “squirters”) proverebbero delle sensazioni di appagamento finale, contrassegnate persino da un successivo periodo refrattario.


La maggior parte degli studiosi avrebbe enfatizzato un po’ troppo, per il raggiungimento dell’orgasmo, la preponderante importanza della stimolazione clitoridea, perché quasi 2/3 delle donne riferiscono di un’area eroticamente sensibile situata sulla parete vaginale anteriore. Spesso la stimolazione di questa zona, intorno alla posizione corrispondente alle ore 12 di un orologio immaginario (punto G), indurrebbe una sorta di “eiaculazione” uretrale, il cui liquido di emissione potrebbe essere paragonato a quello prodotto dalla prostata maschile.
L’importanza della cervice ai fini orgasmici non trova tutti i ricercatori concordi. E poi, oltre ai tessuti della cosiddetta “piattaforma” di Masters e Johnson, nella risposta riflessa sono da considerare implicati ormoni, neurotrasmettitori e, non ultima, la stessa attività cerebrale centrale.
Il modello di Masters e Johnson (EPOR), applicato alle donne, è stato criticato da Robinson (1976) per la difficile distinzione fra la fase di eccitamento (la E) e quella di plateau (la P), per la possibilità che si verifichino orgasmi (la O) multipli, e per una probabile incompleta “risoluzione” (la R). Si è proposto allora di considerare, in aggiunta, due fasi di generico “desiderio”, una spontanea (proactive), l’altra attivata (reattiva), che nell’uomo concordano in un’unica risposta, quella dell’erezione, mentre, per la donna, la lubrificazione vaginale può non coincidere con quel sentimento del tutto soggettivo che coinvolge il significato degli stimoli ed il contenuto contestuale (Levin e Riley 2007).
Masters e Johnson, comunque, erano arrivati alla conclusione che l’orgasmo non pone termine allo stato di reattività femminile. La predisposizione a stati di sonno e spossatezza sussistono in modo preponderante negli uomini, ma non nelle donne (Kaplan 1974: “The New Sex Therapy: Active Treatment of Sexual Dysfunction”, trad. it. Bompiani, Milano 1976). I cambiamenti fisiologici regrediscono rapidamente nei primi, ma non nelle altre, le quali ritornano alla fase di “plateau-eccitamento” e non a quella “quo ante” di originaria assenza di eccitamento. Questa constatazione viene considerata da Morris (1967, “The Naked Ape: A Zoologist’s study of the Human Animal”, trad. it. Bompiani, Milano 1992) come “non vantaggiosa”, perché la donna continua ad essere sessualmente reattiva, quando il maschio è esausto. Non del tutto soddisfatta dell’abituale prestazione ricevuta, andrebbe alla ricerca di altri contatti appaganti, “contravvenendo” al legame di coppia, che risulta così sfavorito dalla selezione naturale.
Si pensa che una durevole associazione monogama, il legame di coppia pair-bond, si sia sviluppato al fine di rendere più regolare ed efficiente l’attività sessuale (Beach 1973). Presumibilmente la struttura familiare comporterebbe una maggior frequenza coitale in conseguenza di periodi più prolungati di prossimità. Eppure Kinsey aveva già ampiamente documentato che più a lungo “si sta insieme”, meno spesso si hanno rapporti intimi. Se quindi la donna è interessata a raggiungere l’orgasmo attraverso il coito, invece di rafforzare il legame di coppia, tenderà a spezzarlo. Estremizzando, si potrebbe dedurre che l’orgasmo femminile sia quindi un tipo di “adattamento” idoneo ad incoraggiare le donne ad avere rapporti sessuali promiscui ed a favorire lo stabilirsi di relazioni interpersonali e nuovi legami affettivi. Rancour- Laferriere (1983) propende, infatti, per quella che definisce la “funzione edonistica” della capacità orgasmica. E difatti alle donne piacerebbe coltivare scambi di effusioni giusto per nutrire sentimenti di vicinanza ed intimità.
Nella maturazione della capacità orgasmica maschile v’è uno stadio in cui gli spasmi sono strettamente dipendenti dai muscoli contrattili e dai tessuti erettili ed un altro in cui il rilascio dello sperma consegue alle contrazioni. A risultare in comune sia a maschi che a femmine di tutte le età è il primo di questi due stadi.
Ciò che rappresenta la clitoride per le donne è il capezzolo per i maschi, frutto della condivisione di una identica forma embriologica diffusa tra i mammiferi. In entrambi i casi, l’altro sesso acquisisce l’apparato per via di quell’iniziale vincolo embriologico, quale “sottoprodotto” di una selezione operante. Mentre gli uomini, che condividono la recettività alle sensazioni erotiche del capezzolo femminile, utilizzano gli impulsi contrattili dell’orgasmo allo scopo del rilascio del liquido seminale, le femmine, che impiegano appieno l’organo della lattazione, ereditano le vie nervose e i tessuti strutturali erettili grazie ai quali possono sperimentare l’orgasmo. La clitoride sarebbe così stata sottoposta ad una pressione selettiva per svolgere la funzione di indurre eccitamento, incrementando così secondariamente l’interesse e la propensione al coito. L’eccitamento sessuale femminile si manifesta in caratteristici cambiamenti fisiologici,quali la lubrificazione vaginale, la congestione di vagina, clitoride e tessuti circostanti, nonché una più generale accelerazione del ritmo cardiaco e della respirazione. Ma il rapporto eterosessuale fornisce quel giusto tipo di stimolazione dell’area clitoridea che aiuta ad indurre l’orgasmo meno spesso della masturbazione (fingering) e persino delle carezze amorose (petting).
Partendo dall’assunto che la capacità di provare l’orgasmo sia stata progettata quale adattamento idoneo a rendere gratificante il rapporto sessuale, la sua infrequenza costituirebbe a ben ragione una vera e propria anomalia “disfunzionale”. Elisabeth A. Lloyd, ne “The case of the female orgasm: bias in the science of evolution” (2005, trad. it.:”Il Caso dell’orgasmo femminile” Codice, Torino 2006), la definisce “una imperfezione del progetto”. O forse una “soluzione inelegante ma efficace ad un problema” (kluge), un accrocco, insomma, alla stregua della ricerca del piacere e del traguardo della felicità.
I dati sulle tecniche masturbatorie femminili (fingering) evidenziano come nella stragrande maggioranza la stimolazione riguarda la clitoride e le piccole labbra; relativamente pochissimi sono i casi di inserzione vaginale (Gebhard et al. 1970: “The Sexuality of Women”, trad. it. Bompiani, Milano 1971; Hite 1976: “A Nationwide Survey of Female Sexuality”, trad. it. Bompiani, Milano 1977). Kinsey (1953) ne aveva dedotto che la stimolazione fornita da masturbazione ed “heavy petting” è molto più adeguata, ai fini dell’orgasmo femminile, di un rapporto sessuale non “assistito” dall’ausilio di una diretta stimolazione della clitoride. Masters e Johnson (1965) indicano la posizione in cui la donna si pone sopra l’uomo quale unica copula in cui la clitoride viene stimolata facilmente. Ma ciò rientrerebbe sempre nella generica assunzione che i genitali femminili siano stati programmati sin dall’origine per generare l’orgasmo durante il rapporto rigorosamente eterosessuale e che l’orgasmo della donna, per sua stessa natura, sia un elemento concomitante alla copula, onde comprovare a tutti i costi un complessivo significato complementare della sessualità.
Le testimonianze transculturali ci parlano invece di un coito, privo di giochi erotici preliminari, consumato con scarsa attenzione alle reazioni femminili, tutto incentrato com’è sulle passioni ed i piaceri del maschio. E la prospettiva maschile, che tiene conto soltanto dell’inseminazione, ha sottoposto le donne alle criminali prepotenze dell’infibulazione e della clitoridectomia. La capacità femminile di rispondere alle stimolazioni sessuali si manifesta principalmente in una sorta di comportamento appreso, da qui l’erronea attribuzione di inesistente frigidità. Le evidenze delle prove attestano, insomma, che le donne rispondono all’atto sessuale in maniera nettamente diversa dagli uomini.
Quando la sessualità femminile differisce dall’altro sesso, l’androcentrismo, per il quale è norma il punto di vista esclusivamente maschile, tende ad oscurare ogni differenza, arrivando a dichiarare che il solo sesso degno di senso sia quello procreativo, ovviamente associato al successo riproduttivo maschile. Eppure, sia le femmine di macaco che quelle di bonobo si dedicano ad attività omosessuali, simili al tribadismo, al fine di instaurare legami di amicizia ed istituire relazioni sociali, dando prova della netta discrepanza esistente tra capacità e funzione orgasmica, da un lato, e rapporto eterosessuale “convenzionale”, dall’altro. L’attività erotica dei primati (umani e non) può risentire dell’attività ormonale, ma da questa non è necessariamente e decisamente determinata.
In alcuni dei primati non umani, l’orgasmo femminile si presenta esplicitamente in quella sua “potenzialità” che le femmine imparano ad attivare da sole, indipendentemente dal ciclo dell’estro. E mentre la cosiddetta “reazione di presa”, durante il coito eterosessuale, vale più quale segno generico di eccitamento, ai fini orgasmici, le femmine di bonobo assumono un particolare comportamento “tribadico” di sfregamento della clitoride.
Nelle femmine, allora, l’orgasmo non sembra correlato al successo riproduttivo, ma è un carattere estremamente variabile di cui possono imparare presto a beneficiare per il proprio piacere. La sola funzione nota della clitoride, nella maggior parte delle specie di mammiferi, è del resto quella di generare sensazioni piacevoli. Ciò renderebbe ragione della plasticità sessuale delle donne, la cui capacità di sperimentare orgasmi dipende sorprendentemente giusto dal contesto culturale in cui vivono. Si tratterebbe di una plasticità fenotipica, ossia della facoltà del genotipo di produrre differenti fenotipi in risposta a diverse condizioni ambientali.
E’ risaputo che sia i primati non umani sia quelli umani si dedicano ad attività sessuali non riproduttive molto più di quanto non facciano gli altri mammiferi, tant’è che il comportamento sessuale non riproduttivo viene impiegato per esprimere la propria assertività e la consapevolezza dei legami sociali. Si potrebbe, anche qui, estremizzare definendo la disponibilità femminile alla prestazione erotica una specie di “favore” da concedere, oppure un “servizio” da prestare.
Un gran numero di accoppiamenti può fornire un tale accumulo di eccitazione sufficiente affinché la femmina di macaco reso raggiunga l’orgasmo. Ciò potrebbe spiegare la presenza dell’orgasmo, ma non spiega come potrebbe venire impiegato nella sua effettiva funzione, né un’eventuale predisposizione alla gelosia.
Quasi tutte le donne raggiungono l’orgasmo grazie ai giochi erotici preliminari ed alla stimolazione diretta della clitoride, altrimenti l’esperienza dell’orgasmo compare accidentalmente, in maniera, diciamo “preterintenzionale”, passiva, inconsapevole ed a volte persino non riconosciuta.
L’orgasmo (sia nei maschi che nelle femmine) dovrebbe svolgere la stessa funzione di gratificazione, in generale per l’intrattenimento di relazioni, ed in particolare per il rapporto sessuale, anche se non sembra un vero e proprio “adattamento” progettato per incoraggiare le donne a parteciparvi, semmai forse ad incidere sulla scelta del compagno, seppure la frequenza di orgasmi non sembra aumentare con l’incremento dell’investimento parentale.
I geni del locus del complesso maggiore di istocompatibilità MHC (Major Histocompatibility Complex) sono assai diversi e possono essere coinvolti in una miriade di funzioni immunitarie, quale la resistenza alle malattie, l’esito delle gravidanze, gli odori personali. Sembra che le femmine siano attratte dai maschi i cui geni MHC differiscono dai propri. Con la sola eccezione delle donne che assumono regolarmente contraccettivi, le quali preferiscono uomini con loci MHC simili, il che però potrebbe avere a che fare con la selezione di parentela (Kin selection) implicata nell’allevamento della prole. La scelta del compagno in base all’odore associato con i loci MHC sarebbe un adattamento bell’e buono nel comportamento umano.
E’ possibile che un certo tratto si colleghi al successo riproduttivo, ma produca contemporaneamente un qualche effetto diverso dalla funzione originaria (exaptation). I tratti che attualmente contribuiscono al successo riproduttivo sono aptations; quelli selezionati direttamente ed evolutisi per lo svolgimento della loro funzione attuale sono gli adattamenti veri e propri; quelli che sono stati cooptati successivamente, “in corso d’opera”, sono exaptations.
Pur non segnalando alcun collegamento tra la potenzialità orgasmica e la fertilità femminile, si è equiparata l’agency (“agentività”, facoltà di intervenire sulla realtà esercitando un potere causale) alla fitness genetica (idoneità biologica al successo riproduttivo), proponendo che l’orgasmo accrescerebbe la ritenzione dello sperma.
Agli adattamenti passati si rifarebbe la teoria della poliandria. La selezione potrebbe aver operato sulla storia evolutiva nel contesto della “competizione spermatica”. L’orgasmo femminile servirebbe ad influenzare le probabilità di fecondazione attirando il liquido seminale il più vicino possibile alla cervice.
Tra le varie ipotesi, si è formulata anche quella dei tre tipi di orgasmo femminile: vulvare, uterino, misto. Affinché si produca l’orgasmo non sarebbero strettamente necessarie le convulsioni della “piattaforma” vulvare. Con il coito si verificherebbe piuttosto una sensazione di “appagamento” più dipendente dai piacevoli effetti della dislocazione uterina che coinvolge il peritoneo, cosicché l’utero si contrarrebbe certo con maggiore intensità, con la conseguenza di provocare movimenti di suzione, coinvolgimento emozionale ed apnea. Le contrazioni peristaltiche uterine presenterebbero direzioni diverse a seconda della fase ormonale: dopo l’ovulazione, nel corso della fase luteale, il senso di moto va dalla cervice alla parte posteriore del’utero, mentre in periodo follicolare la direzione è fundo cervicale. Tali contrazioni verrebbero influenzate da prostaglandine, vasopressina e ossitocina. Quest’ultima, notoriamente coinvolta nell’emissione del latte, viene rilasciata dal lobo posteriore della ghiandola pituitaria in seguito a dilatazione vaginale, sollecitazione della cervice, ed in risposta a stimolazioni emozionali e tattili, comprese quelle dei capezzoli.
In “Mother Nature: Maternal Instincts and How They Shape the Human Species” (1999, trad. it. Sperling & Kupfer, Milano 2001) Sarah B. Hrdy evidenzia come i tassi di fertilità vengano mantenuti bassi dalla consuetudine all’allattamento, il quale retroattivamente inibisce l’ovulazione, ponendo in dubbio che l’aumento della fecondità sia connesso ad un maggior successo riproduttivo. Del resto, nella nostra specie, la procreazione si esplica generando uno, o due, figli per volta, ciascuno dei quali richiede un prolungato investimento, per cui il successo riproduttivo, complessivamente, dipende dalla capacità di nutrire e far crescere la prole molto più che dall’incentivazione del numero delle gravidanze.
Per competizione spermatica si intende la rivalità tra spermatozoi provenienti da maschi diversi, tra loro in gara allo scopo di fecondare gli ovuli di un’unica femmina. E’ molto studiato tra libellule e damigelle. Le femmine, insomma, avrebbero una carta da gioco in più nell’influenzare la quantità di sperma ricevuto, in modo tale da privilegiare certi partner prescelti quali padri potenziali. Tra i primati, la frequenza degli accoppiamenti multipli stabilisce le condizioni perché si effettui la competizione spermatica. Avere più di un compagno, procura alla femmina dei vantaggi, consistenti in benefici materiali ed in tornaconti biologici, quale la diversità genetica che favorisce il cosiddetto “effetto del figlio maschio”. I figli maschi di maschi sessualmente attraenti tenderanno ad ereditare i tratti che rendevano attraenti i loro padri, assicurando per sé, ed (al cinquanta per cento) pure alle proprie madri, un maggior successo riproduttivo ed una maggiore continuità genetica. Sarebbe questo un buon incentivo per degli accoppiamenti al di fuori dell’abituale rapporto di coppia. In questa, che viene definita una sorta di “poliandria facoltativa”, le femmine si garantirebbero, opportunisticamente, le risorse del compagno abituale (la “solita minestra”), per accoppiarsi con i maschi percepiti come geneticamente superiori solo sporadicamente, in quella che definiremmo una “piccola evasione”. Il controllo sulla paternità si esplicherebbe avvantaggiando lo sperma dei favoriti proprio attraverso l’orgasmo, in grado di facilitare il risucchio del liquido seminale dalla vagina nell’utero.“Lo scenario della selezione degli spermatozoi dotati di buoni geni parrebbe implicare che la femmina abbia più orgasmi al di fuori del rapporto di coppia che al suo interno, e per lo più con maschi che sono geneticamente superiori a quello con cui è congiunto”, commenta Elisabeth A. Lloyd in ”Il Caso dell’orgasmo femminile” (Codice, Torino 2006).
Gli orgasmi femminili si sarebbero evoluti in quanto efficaci alla manipolazione spermatica attraverso il meccanismo del risucchio. Agendo su occorrenza, sequenza e tempistica dei vari tipi di orgasmo, la femmina influirebbe su delle maggiori o minori probabilità di concepimento e sugli esiti medesimi della competizione spermatica. Già solo la tempistica dell’orgasmo femminile incide notevolmente sul novero degli spermatozoi trattenuti. Il semplice “incidente” di procurarsi un orgasmo “non copulatorio” tra due episodi di accoppiamento ridurrebbe la ritenzione spermatica del secondo coito. La funzione degli orgasmi notturni, masturbatori, ed in genere non copulatori, sarebbe un meccanismo di risucchio di liquidi vaginali acidi utili ai fini della prevenzione di infezioni della cervice.
La strategia dell’orgasmo femminile sarebbe “diretta ad influenzare la ritenzione spermatica ad ogni singolo episodio di accoppiamento” concludono Baker e Bellis nell’elaborare la loro teoria sull’Human Sperm Competition (1993). Una tale strategia comprende l’incremento del predominio dell’orgasmo intercopulatorio, la negazione della possibilità di provare orgasmi, nonché la condizione mista di avere orgasmi sia copulatori che intercopulatori, come pure approfittare della loro assenza.
E’ molto presumibile che l’accoppiamento “extraconiugale” coinvolga maschi geneticamente superiori al partner abituale, con induzione di un maggior numero di orgasmi e, di conseguenza, maggiori probabilità di fecondazioni. Quale indicatore della qualità genetica maschile si assume la misurazione della simmetria bilaterale. Maggiore è la simmetria fisiologica, migliore la sua qualità genetica, anche semplicemente come aumento di resistenza ad agenti patogeni. La simmetria maschile predice, in maniera significativa, l’orgasmo femminile durante la copula, assieme (e quanto) alle abitudini ed attitudini sessuali, alla condizione socioeconomica, all’eventuale “guadagno” sentimentale (o mercenario), e non ultimo al coinvolgimento emotivo. Tale constatazione supporta significativamente l’ipotesi dell’Human Sperm Competition e cioè “che l’orgasmo femminile si sia evoluto come un mezzo per manipolare l’esito della competizione spermatica risultante dalla poliandria facoltativa” (Thornhill, Gangestad e Comer 1995). Il meccanismo imputato sembra dipendere dalla presenza di una variabilità nella risposta femminile al rapporto sessuale in funzione della qualità genetica del partner, conseguentemente l’orgasmo costituirebbe una specie di indicatore di capacità comparativa.
All’assunzione che persino il comportamento sociale complesso è adattativo, come afferma Barash (1977, in “Sociobiology and Behaviour”, trad. it. Franco Angeli, Milano 1980) fa eco la concezione di Symons di “Adaptiveness and adaptation” (1990), che l’orgasmo femminile cioè non è affatto un adattamento. Certo è che i dati della letteratura sessuologica hanno stabilito definitivamente come uomini e donne non necessariamente rispondono al rapporto sessuale nello stesso modo.
Giuseppe M. S. IERACE
Bibliografia essenziale:
Bodei R.: ”Geometria delle passioni”, Feltrinelli, Milano 2007
Maier C.: “No kid, quaranta ragioni per non avere figli”, Bompiani, Milano 2008
Ierace G. M. S.: “Magia Sessuale”, Armenia, Milano 1982
,, ,, “Adulteri e Gnostici”, www.labirintostellare.org
,, ,, “Ma mi faccia… il piacere”, www.nienteansia.it
,, ,, “Quel gran demone di Eros”, di prossima pubblicazione
Lloyd E. A.: ”Il Caso dell’orgasmo femminile”, Codice, Torino 2006
Marcus G.: “Kluge – l’ingegneria approssimativa della mente umana”, Codice, Torino 2008
Naouri A.: “Adulteri”, Codice, Torino 2007







1 Commento a “Lo “strano” Caso dell’orgasmo femminile (un accrocco per adulteri?)”

  1. antonella

    chiarimento: perchè una considerevole parte di medici insiste sulla differenza dell’orgasmo nell’uomo e nella donna affermando che l’eiaculazione maschile serve a fecondare più donne ( e per questo non è affidato a loro il miglioramento dei geni )mentre a quest’ultime ( dato il ciclo mestruale) è affidato il compito di migliorare la specie? Esistono basi scientifiche?

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