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Legàmi e libertà: lettere di Lou Andreas Salomé e Anna Freud

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 8 Febbraio 2013 | 3,714 letture | Stampa articolo |
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Una relazione straordinaria quella intessuta tra le due prime donne della psicoanalisi, affidata alla parola scritta per la stragrande maggioranza della sua durata. Una più anziana, Lou Andreas Salomé (1861-1937), da modello esemplare si avvia al declino di fronte all’ultima, Anna Freud (1895-1982), figlia amata di cotanto padre e giovane destinata all’ascesa brillante nell’esperienza ancora inedita con i bambini, la precoce Frűhanalyse. Lou, che non ha voluto avere figli, neppure dal marito, diviene amica, confidente, sorella maggiore e persino un’altra madre, in sostituzione della naturale ormai inadeguata allo scambio culturale con una tale assetata di sapere. Un autorevole modello intellettuale femminile, un’immagine (Bild) da tenere sempre davanti (vor-), come esempio (Vorbild).

La comunicazione tra loro avviene attraverso la lingua tedesca, non del tutto uguale per entrambe. Per la giovinetta è lingua madre e, sino a un certo punto, unica. In seguito Anna “riuscirà a impadronirsi  così bene dell’inglese da poter anche tradurre, lavorando così a tutto tondo intorno al Begriff, vale a dire al concetto, di Űbertragung che ingloba in tedesco anche quelli di traduzione, di trasmissione, ma anche di Transfert, di traslazione in senso psicoanalitico”, ammette Laura Bocci, la traduttrice dell’epistolario: “Legàmi e libertà, lettere di Lou Andreas Salomé e Anna Freud” (a cura di Francesca Molfino, La Tartaruga, Milano 2012).

Lou è poliglotta, nascendo da una famiglia d’origine francese (il padre, Gustav von Salomé, era un generale nell’esercito dei Romanov) in seno alla comunità tedesca di San Pietroburgo (la madre, Louise Wilm, proveniva da ricchi industriali dello zucchero). Quale ordine di preferenza potessero avere nel suo ambiente domestico le tre parlate, a quali ambiti specifici e particolari situazioni fossero confinate, si ripercuote inevitabilmente sull’influenza che il plurilinguismo avrà sulla prosa di colei che, per le ricche metafore e frequenti neologismi, venne definita Die Dichterin der Psychoanalyse, la poetessa della psicanalisi.

Il tessuto culturale in cui nasce la dottrina freudiana è caratterizzato da ciò che tiene unite le varie nazioni del vecchio continente, una comunità intellettuale transnazionale che si riconosce negli ambienti cosmopoliti delle varie capitali europee (Vienna, Berlino, Budapest, Praga, Londra, Parigi) e che supera ogni barriera in virtù di tanto vasto universalismo, oltre che per una ricorrente appartenenza all’ebraismo.

Wortbildungen, coniazioni di parole non lessicalizzate e personali modalità sintattiche sconcertano chi prova a decrittarle correttamente, ma complicano ancor più la possibilità che tale interpretazione sia resa in una normale traduzione di testi informali.

La teoria – precisa la Bocci – è, del resto, ancora ampiamente in formazione, e con essa anche la relativa terminologia, specie per gli argomenti, comunque legati alla psicoanalisi, che rappresentano il comune ‘blocco tematico-problematico’ di Anna e Lou: sogno, sogno a occhi aperti, immaginazione, creazione letteraria”.

La figlia di Sigmund non riuscirà mai a portare a termine il suo romanzo “Heinrich Műhsam”, abortendo a livello di aspirazione ogni velleità di scrittrice nutrita sino all’età di 24 anni, anche se il suo slancio poetico e creatore sembrava ben avviato a trasformare in  narrativa un insistente sintomo di fantasticherie diurne, fonte di “tanto piacere”, per cui molto probabilmente per se stessa avrebbe evocato un futuro letterario di cui già si sentiva parte.

In che modo, a cominciare da quest’ambiguo “tanto piacere”, tra eccesso di ispirazione e dolore, la relativa soddisfazione, qualificata quale “bizzarria” dal padre e definita da Lacan “godimento”, crea, nomina e narra  un oggetto che vela das Ding?

A tale questione circa la natura del legame tra sogno, fantasma, fantasia e testo, Anna darà una risposta nel momento in cui, nel 1922, presenterà la tesi, per sostenere la sua candidatura alla Società psicanalitica di Vienna, giusto su fantasmi di fustigazione e fantasie diurne (“Schlagephantasie und Tagtraum”).

La produzione letteraria di Lou era già multiforme, qualificata, importante e si era ampiamente dispiegata sulla psicologia dell’artista e sulla teoria creativa dell’opera d’arte, paragonata alla gestazione dello spirito e al parto della mente: “geistige Schwangerschaft”, gravidanza intellettuale, in grado di concepire e formare “Sensationsembryo”, l’embrione della sensazione, prima ancora che per l’autorealizzazione dell’artista venisse coniato il termine, poi invalso nell’uso psicanalitico, di “Sublimation”.

Nel 1899, Lou aveva cominciato a fornire solida dimostrazione della sua originalissima tecnica d’approccio all’invenzione linguistica, esercitandola a piene mani sui temi del femminile. In “Der Mensch als Weib” (l’umano come donna), mediante il cambiamento dell’articolo e l’aggiunta del suffisso “-in” riesce a femminilizzare il sostantivo maschile der Mensch, essere umano, in die Menschin, dando vita a nuova entità, a questo punto non solo linguistica. A corredo della declinazione si afferma che la sessualità femminile è di altro livello: schöner, più bella, ästhetischer, più estetica, tiefer empfunden, avvertita più in profondità, als Ganzes und nicht beschränkt auf ihre Triebe, totalizzante e non limitata ai soli impulsi. Una tale interezza viene ribadita dalla stretta unità in cui nella donna restano avvinghiati e inseparabili das Geistige und das Erotische, l’elemento intellettuale e la componente erotica, mentre  sind fűr den Mann die sexuellen und geistigen  Triebe unmöglich zu vereinen, per l’uomo l’istinto sessuale e la funzione intellettiva si rivelano impossibili da integrare. La medesima intesa tra i due sessi non potrà che trovare una sua conciliazione proprio nell’Anerkennung der Differenz, riconoscimento e accettazione di tanta naturale diversità.

Eppure, nel difendere l’autonomia e la libertà femminile, in un passo si lascia sfuggire: “La donna deve assoggettarsi all’uomo con umiltà, spontaneamente e prontamente”, forse proprio per la ferma convinzione che die Menschin, abbia una forza interiore superiore rispetto al maschio, tale da poter esercitare pienamente entrambi i ruoli. Del resto lei stessa, in largo anticipo sui tempi, cercò di vivere in accordo con questa salda opinione.

Giovanissima, staccatasi dalla chiesa protestante riformata, seguiva le lezioni private di un pastore dell’ambasciata olandese a S. Pietroburgo, Hendrik Gillot, appassionandosi allo studio della storia delle religioni, delle società primitive, della filosofia e metafisica, della logica e del simbolismo. Sposato con figli e molto più anziano di lei, di un quarto di secolo, il geniale oratore, liberale, colto, e vero scettico Gillot, perse la testa per l’affascinante sua allieva, in cui aveva riconosciuto doti intellettive non comuni.

In compagnia della madre, Lou si reca allora in Svizzera, a Zurigo, presso una delle poche università alla quale le donne potevano avere libero accesso. Ma il clima di Zurigo non si addiceva alle sue precarie condizioni di salute, e così, mentre la madre ritorna in Russia, si trasferisce a Roma, dove viene accolta tra le amicizie più ristrette di Malwida von Meysenbug, anticonformista liberale e sostenitrice della parità di diritti per le donne. Nel salotto della baronessa conosce il medico e filosofo Paul L. C. H. Rée (1849-
1901), con cui decide di dividere l’abitazione. Lui ne era talmente infatuato da descriverla lungamente nelle sue lettere a Friedrich Wilhelm Nietzsche (1844-1900), che li raggiunge da lì a poco, il 23 aprile 1882.

Fra i tre nacque un forte sentimento che per Lou era improntato all’amicizia, allo studio e alla convivenza di un’utopica “fraternità ideale” (la “santa trinità”), impossibile da realizzarsi nel clima di infatuazione dei due filosofi, entrambi respinti più sul piano erotico che su quello sentimentale. In ogni caso si trattava di un progetto di vita comunitaria anticonformista e assolutamente contrario a tutte le consuetudini sociali di allora.

L’idea originaria coincideva con il contenuto di un sogno notturno, in cui lei conviveva con due uomini e lavorava in perfetta armonia con entrambi, senza tuttavia che la sua prorompente femminilità li turbasse in alcun modo. Al centro di questo gioco perverso, si stava forse già incarnando quell’ideale nietzschiano di una specie di “Superuomo” androgino, e per lei die Menschin, il quale, avendo ormai raggiunto un proprio equilibrio esistenziale e sessuale, si pone in controtendenza alle regole e alle convenzioni della società, in spregio a tutte le ipocrisie, al di sopra e al di là della nozione stessa del Bene e del Male (Jenseits von Gut und Böse), che sarebbe dovuto diventare uno dei titoli fondamentali della filosofia del XIX secolo.

Ti devo il più bel sogno della mia vita“, le diceva direttamente il poeta del “pensiero abissale”, mentre, altrove: “…quella volta a Orta avevo deciso in cuor mio di fare partecipe Lei per prima della mia intera filosofia. Ah, lei non immagina quale decisione fosse quella: credevo che non si potesse fare dono più grande. Un’impresa di lunghissima lena...”. A questa donna, dotata di “impulsi superiori“, aveva pensato come alla sua erede spirituale: “Non ho mai incontrato nessuno capace di trarre dalla propria esperienza una tale quantità di cognizioni oggettive, nessuno che sappia penetrare tanto profondamente in ciò che apprende”. Pur scorgendole l’ombra dell’inclinazione a un “egoismo ferino“, è disposto a qualsiasi sacrificio: “Io sento in Lei altro che questi moti. Rinuncio volentieri ad ogni intimità e vicinanza, se solo posso esser certo di questo: che siamo concordi là dove le anime comuni non arrivano“.

E anche quando si è miseramente infranto il miraggio del “convento di spiriti liberi”, nonostante un vissuto di  bruciante tradimento, il rimpianto sembra essere altrettanto doloroso: “…di tutte le conoscenze che ho fatto, una delle più preziose e feconde è quella con Lou. Soltanto dopo averla frequentata sono stato maturo per il mio Zarathustra”.

 

Era inevitabile che, della natura e del pensiero di Nietzsche, mi affascinasse proprio quel che di rado trovava parola nelle sue conversazioni con Paul Rée – Nondimeno… esitavo a intraprendere quel cammino da cui mi ero dovuta allontanare per attingere chiarezza“.  Nel 1894 pubblicò una biografia “intellettuale”: “Friedrich Nietzsche in seinen Werken”, considerata, ancora oggi, la più profonda, quella che maggiormente ha penetrato lo spirito del filosofo, in cui lo descrive come poeta, libero pensatore, genio religioso, musicista di grande talento e ne suddivide l’intero itinerario speculativo in tre fasi: la prima schopenhaueriana, la seconda di passaggio alla fase positivistica, coincidente con la frequentazione di Paul Rée, e, per ultima, quella che va dall’allontanamento dall’aforista di Bartelshagen al dominio dell’impulso religioso, tragicamente conflittuale, per via dell’avvertito bisogno di Dio, nel mentre si sente il dovere di negarlo.

Dopo soli due anni da quell’incontro tanto importante per entrambi e che, per il genio di Röcken, sono cruciali per la redazione dell’Also sprach Zarathustra. Ein Buch für Alle und Keinen, il loro legame si sfilaccia, mentre la convivenza con Paul Rée s’interruppe solo a causa del fidanzamento di lei con un professore di Lingue orientali a Gottingen, Friedrich Carl Andreas (1846-1930), con il quale, nel 1887, Lou si unisce in un connubio che non può che essere definito “bianco”, perché pure questo sponsale venne prevalentemente impostato sul piano intellettuale.

Anche nel matrimonio Lou rivela la propria insofferenza nei confronti delle convenzioni sociali: chiede al marito di non avere figli e rifiuta qualsiasi rapporto sessuale”, commenta Francesca Molfino nel prologo a “Legàmi e libertà, lettere di Lou Andreas Salomé e Anna Freud” (2012).

Le gioie della congiunzione carnale le avrebbe godute ugualmente in occasione di una vacanza in Tirolo con il medico viennese Friedreich Pineles, di sette anni più giovane. Sarebbe dovuta essere una storia poco impegnativa, eppure dopo l’aborto spontaneo che ne seguì decise di non intraprendere nessun’altra gestazione.

 

Altra lunga parentesi sentimentale, dall’intenso rapporto spirituale e ulteriore pietra miliare del suo percorso intellettuale, quella con Rainer Maria Rilke (1875-1926), incontrato ch’era ancora ventiduenne, nel 1897, il quale verrà ispirato a produrre “Das Stundenbuch” (1899-1903).

 

Nel pieno della sua carriera di autrice, trova l’espediente attraverso il quale “la vita diventa conscia di se stessa” in questa sola attività. “La vita dell’uomo, sì, la vita è in sé Poesia. Noi la viviamo ignari, giorno dopo giorno, un poco alla volta, e intanto, nella sua sconfinata vastità, essa vive di noi, compone con noi la sua poesia“.

Scriveva di tutto, da testi di filosofia della religione e di psicologia a recensioni, opere e critiche teatrali, articoli su varie riviste, narrativa, romanzi e racconti. La poesia “Inno alla vita” Nietzsche l’avrebbe resa in musica; tra le novelle: Im Kampf um Gott, Ruth, Rodinka, Ma, Fenitschka – eine Ausschweifung; tra i saggi, oltre alla biografia di Nietzsche (1894), uno studio sui caratteri femminili nell’opera di Ibsen: “Henrik Ibsens Frauengestalten” (1892).

In “Die Erotik” (1911), redatto prima dell’incontro con Sigismund Schlomo Freud (1856-
1939), espone la teoria secondo cui amore sessuale, creazione artistica e fervore religioso sono tre differenti aspetti di una medesima forza vitale. E difatti, su questa tematica, con tutte le sfaccettature connesse, si erano incentrati gli eventi più significativi del suo personale vissuto: a iniziare dall’adolescenziale esperienza coinvolgente dell’infatuazione per il proprio maestro, il pastore Gillot, all’utopica celebrazione dell’amicizia, non come caldo attaccamento affettivo, bensì quale gelido accordo intellettuale (la “trinità” con Rée e Nietzsche), oppure alla gioia provata nell’ispirazione poetica ai confini della percezione estatica (l’afflato sentimentale per Rilke), fino all’ampliamento della sfera della conoscenza con l’approfondimento dell’inconscio, coniugando finalmente insieme gli aspetti fondamentali della vita  erotica, cognitiva, creativa, spirituale.

In occasione di un congresso a Vienna, diventa amica del padre della psicoanalisi e di Anna, e ne rimane completamente folgorata a tal punto che da quel momento si dedica interamente alla nuova dottrina, sia con il lavoro terapeutico che con quello di ricerca. Una delle prime donne psicoanaliste e una delle prime ad aver scritto in termini psicoanalitici della sessualità femminile, in anticipo persino su Helene (Rosenbach) Deutsch (1884-1982).

 

Eppure, anche i rapporti con la psicoanalisi sono improntati alla primitiva attenzione per il processo creativo. I due eventi da lei indicati come preparatori all’iniziazione freudiana sono infatti il poeta praghese e la madrepatria: “aver visto e vissuto da vicino lo straordinario e raro destino di un’anima individuale e l’essere cresciuta in mezzo ad un popolo la cui interiorità si comunica senza complicazioni“. Il suo coinvolgimento teorico torna alla problematica religiosa, grazie a un filo conduttore sempre aderente all’esplorazione di “quei fatti limite dell’anima umana che nell’artista conducono all’opera d’arte e nel santo all’incontro con Dio“.

 

In quest’ambito non venne affatto incoraggiata dal genio di Freiberg, che ciononostante l’ammirò molto di più invece per l’articolo sull’erotismo anale del 1916.

 

Cara Anna, richiamami mille volte al ricordo di tuo padre, con i baci d’Anna per la tua Lou”: quale complimento lusinghiero per una breve frase conclusiva della lettera datata 20 aprile 1923, notevolmente rivelatore di così tanta intimità.

Ma la ricchezza linguistica di Lou non si limita alla prossimità affettiva di espressioni vezzeggiative ma pervade il gergo tecnico, allorquando, per esempio, evita di impiegare un termine universale, Regression, preferendo ricorrere al sinonimo germanico Rűckschub, che imprime un maggior senso di movimento, quasi uno scossone, Ruck, essendo composto dall’abbreviazione di zurűck, indietro, e dal sostantivo der Schub, spinta, proveniente dal verbo schieben, rimandare, che dà origine pure a schiebung, col valore di traffico illecito. Nella Lettera aperta a Freud del 1931, la preposizione zurűck, per intero, viene accostata a der Rutsch, scivolone, da rutschen, che fornisce il significato di franare, per ottenere un’ancora più incisiva retropulsione con perdita d’equilibrio, e rovinosa caduta all’indietro.

La delicata situazione politica tedesca la definisce Deutschvölkischkeit, forsennata essenza del popolo germanico. Mentre molto più criptica diventa in quel “meinen gehäkelten Mangel an Wűrde”, mia mancanza di dignità “lavorata all’uncinetto”, nell’allusione all’aspettativa di un abito promesso da parte della giovinetta e ambiguamente forse a qualcos’altro. Nell’intessere abiti a maglia, sembra quasi venga predisposta, da parte di Anna, una trappola per “catturare nella sua rete l’amica”, la quale risponde con un’insidia linguistica altrettanto all’altezza della tela del ragno, “ricamata assenza di decoro”, contenente un messaggio, con l’annuncio di quanto rimane non detto.

La figlia di Freud non riesce a starle dietro e timidamente accenna a definire con perifrasi la sua deviazione, Umweg, una circonlocuzione rispetto al percorso principale che trova sbocco in una pedagogia non condivisa dall’interlocutrice: “Jede Pädagogie ist ein Verbrechen”, qualsiasi pedagogia è un crimine!

Ai ‘resti’ tipici di ogni traduzione, dove si addensa tutto ciò  che non è ‘passato’ nell’altra lingua, formando una sorta di coacervo dei sensi sfuggiti, si aggiunge qui una parte di vita di entrambe che, forse necessariamente, si sottrae alla difficile relazione esclusivamente (o quasi) epistolare e all’ansia di totalità che provano entrambe”, spiega Laura Bocci, nella Postfazione a “Legàmi e libertà, lettere di Lou Andreas Salomé e Anna Freud” (a cura di Francesca Molfino, La Tartaruga, Milano 2012).

In “Subject to Biography. Psychoanalysis, Feminism, and writing Women’s Lives” (1998), Elisabeth Young-Bruehl parla di un’altrimenti non meglio identificata “tenerezza” ricercata, seppur contemporaneamente negata, dalla figlia di Sigmund con una figura materna sulla quale deviare “un profondo e più spaventoso livello di amore incestuoso” rispetto al complesso di Elettra. Non avendo il pene, e non temendo quindi di perderlo in fantasmi di “castrazione”, le bambine, pur  vivendo la frustrazione di questa mancanza, non entrano in conflitto con il padre, semmai lo scelgono come obiettivo sessuale, per  appropriarsi dell’oggetto assente, senza peraltro escludere la naturale pulsione verso la propria madre, vista ambiguamente sia come responsabile  del difetto, sia come rivale in stretta competizione con loro.

Anna, ultima nata da un incidente di percorso nella vita coniugale dei suoi genitori (leggi liberamente: concepimento non voluto), sente di non essere stata desiderata; la madre non la allatterà ed entrerà precocemente in menopausa da lì a poco. All’età di un anno, la zia materna,  Minna, verrà ad aiutare la sorella ad accudire le faccende domestiche e diverrà una seconda madre, se non la terza visto che si affiancherà alla governante Josephine, di cui la bambina più piccola non può essere che la prediletta: “la mia vecchia tata – confida a 29 anni, come ci ricorda Peter Gay, uno dei biografi di famiglia – è la mia più autentica e antica relazione della mia infanzia”. Il padre la giudica “impertinente”, ma è solo gelosa delle sorelle, la brava Mathilde e la bella Sophie; prova a giocare con i fratelli più grandi, ma si sente sola, abbandonata, di disturbo, si annoia e comincia a sognare a occhi aperti o a rimuginare inutili ruminazioni, la qualcosa le procura dolori alla schiena, dal padre interpretati di natura psicosomatica.

L’atmosfera in cui cresce”, chiarisce la curatrice dell’edizione italiana della corrispondenza tra le due grandi donne della psicoanalisi, “è segnata dall’astinenza sessuale tra i suoi genitori, per il timore di avere altri figli, e dall’impegno lavorativo e di scrittura di Freud”. Il quale, in una lettera del 6 marzo 1896, indirizzata a Wilhelm Fliess (1858-1928), l’otorinolaringoiatra berlinese che teorizzò la corrispondenza tra mucosa nasale e organi genitali, riferiva della moglie, con qualche inconscia allusione: “Martha soffre notoriamente di paralisi scrittoria”. Mentre di se stesso, riferisce Paul Roazen (1936-2005), confessava: “Sono un sostenitore di una vita sessuale infinitamente più libera, benché abbia personalmente fatto ben poco uso di una tale libertà, se non nella misura in cui ho sentito di esserne autorizzato”.

L’educazione impartita alla giovane Anna è di qualità inferiore a quella dei fratelli maschi e non le consente quindi l’accesso all’università. Questo non le pregiudicherà però il privilegio di assistere, già a 14 anni, alle celebri riunioni del mercoledì sera.

Per lei “spaventoso” era il continuo conflitto, sostenuto da un misto di ammirazione e invidia, gelosia e concorrenza, nei confronti della bella Sophie, per il matrimonio della quale prepara una delle sue solite trapunte. Ernest Jones (1879-1958), uno dei futuri biografi di famiglia, la corteggia, ma deve scontrarsi con il maestro, rivale in quanto eventuale futuro suocero, che non approva e lo respinge sdegnosamente, e in malo modo, nella lettera del 22 luglio 1914, da genitore della cocca di casa, anche se già diciannovenne: “è la più dotata e riuscita dei miei figli e, al di là di questo, un carattere prezioso… Non pretende di essere trattata come una donna, poiché è ancora molto lontana da desideri sessuali e un po’ ancora rifiuta l’uomo. C’è un accordo preciso tra me e lei che non debba prendere in considerazione il matrimonio prima che abbia due o tre anni di più. Non penso che romperà quest’accordo”. Jones, naturalmente contrariato, risponde diplomaticamente, ma in maniera esplicita e professionale, con un’appendice adulatoria: “ha un bellissimo carattere e in futuro sarà sicuramente una donna notevole, sempre che la rimozione sessuale non la danneggi. E’ certo estremamente legata a lei ed è uno dei rari casi in cui il padre reale corrisponde all’imago paterna”.

La “mescolanza tra livelli personali e professionali”, di cui parla Simona Argentieri nel suo contributo (“Anna Freud, la figlia”) a “Psicoanalisi al femminile” (1992) era un intreccio di reciproci scambi e l’esperienza personale contribuiva ad alimentare una nuova Weltanschauung.

Troppo spesso non ricordiamo e non capiamo quanto la nascente psicoanalisi, sia come teoria che come tecnica, fosse legata a quella temperie storica, a quella cultura, alla morte sempre dietro l’angolo. – anticipa  Francesca Molfino nel prologo a “Legàmi e libertà, lettere di Lou Andreas Salomé e Anna Freud” -  Nei diversi epistolari, e in particolare nelle lettere tra Lou Andreas Salomé e Anna Freud, colpisce quanto gli individui, i bambini in particolare, fossero esposti a gravi malattie, a continue privazioni, a morti precoci e avessero sviluppato una forte consapevolezza della propria fragilità e un senso d’impotenza rispetto agli eventi ingovernabili dell’esistenza”.

In quel periodo tanto critico stava pure cambiando la modalità stessa di considerare la salute della mente e di affrontarne le malattie, non più del tutto incomprese e imperscrutabili. Dal confronto sempre più diretto con esse emergono le parti incontrollate e istintive, le più intime della nostra umanità. “Nelle lettere si vede quanto i padri  della psicoanalisi fossero influenzati dai codici, dalla cultura della loro epoca, mentre allo stesso tempo ne attaccavano le fondamenta, senza riuscire ad affrancarsi dalla loro storia”, aggiunge la Molfino.

I libri del maestro venivano letteralmente divorati, criticati, commentati, per poi essere metabolizzati e integrati da una fitta corrispondenza, incontri ravvicinati, conversazioni sempre più schiette e profonde, finché non si arrivava a condividerne la dottrina e, come ci racconta Martin Robert Coles nel suo ricordo di “Anna Freud. The Dream of Psychoanalysis” (1991), l’esperienza personale partecipata non veniva avvertita come adesione a una comunità intellettuale.

Qualche personalità “fragile”, ha commentato Patrizia Cupelloni (1999), rischiava di non riuscire nell’impresa di ricerca ed emersione dell’inconscio e, nell’impatto con passioni, contraddizioni, frustrazioni della vita quotidiana, soccombeva di fronte a questo tentativo di pensare e sperimentare l’esistenza in maniera radicalmente differente dalla routine. Altri intravvedevano barlumi di speranze per il proprio malessere e per quello dei loro pazienti, nella convinta persuasione che la formazione della persona non fosse un processo astratto, bensì potesse avvenire, e soprattutto riplasmarsi, grazie alle relazioni umane. Una tale rivoluzione culturale, ancora in nuce, permetteva delle trasgressioni all’analisi che venivano prontamente elaborate razionalmente, per ribadire il pur sempre necessario distacco emotivo dall’oggetto in analisi.

Viktor Tausk (1879-1919) era riconosciuto brillante, originale e dal pensiero in rapida e prorompente richiesta di autonomia, avvertita però come minacciosa dal maestro un po’ invidioso, o forse francamente geloso del legame da lui stretto con Lou. Quando Tausk, depresso, gli chiese aiuto, Freud lo affidò inaspettatamente alla giovane Helene (Rosenbach) Deutsch, che teneva in supervisione perché a sua volta in analisi con lui stesso. Il circolo vizioso che si instaurò, di uno psichiatra, in qualità di paziente, che parlava dell’altro, il didatta, a una terza persona, psicanalista in formazione, che poi si confidava con l’oggetto, il maestro e figura paterna, delle rivelazioni del primo, divenne in pochi mesi intollerabile e il creatore della psicoanalisi non seppe gestirlo con il sufficiente tatto. Costrinse l’allieva a interrompere le sedute con una persona ormai giunta al culmine della disperazione, tanto da suicidarsi appena si sentì abbandonato. Freud, glaciale, si padroneggia troppo nel definire questo gesto “l’ultimo atto di un’infantile battaglia con il fantasma del padre”!

Nel rapporto tra terapeuta e paziente, didatta e discente, genitore e figlia, c’è chi esercita il controllo, o si proietta nel futuro, per prolungarsi nella vita di altri e chi vuole introiettare o riscattarsi, sedurre, ingenerare speranze, assumersi responsabilità. Nel 1918, quando Anna inizia la sua analisi con Freud, osserva con più attenzione sia i lapsus che gli incubi terrifici. “Nei miei sogni, adesso, capita quasi sempre qualcosa di cattivo. Qualcosa che ha a che fare con l’uccidere, lo sparare, il morire”. Anche la sua analisi s’interrompe bruscamente due anni dopo il suicidio di Tausk. Subentra allora una figura femminile, intellettuale, anticonformista, seducente, al cui fascino neppure Sigmund sa resistere, pur avendone reverenziale timore. “I suoi interessi – scrive parlando di Lou – sono realmente di natura esclusivamente intellettuale, è una donna eminente, anche se tutte le tracce da lei conducono nell’antro del leone e nessuna ne esce” (Michaud, 2000).

Analoga similitudine, ma più lapidaria, “acuta come un’aquila, coraggiosa come un leone”, aveva espresso Nietzsche, che in “Aldilà del bene e del male” avvertiva: “Chi lotta con i mostri deve stare attento a non diventare anche lui un mostro. E se guarderai a lungo nell’abisso, anche l’abisso guarderà dentro di te”.

Forse proprio perché l’avventura sentimentale, come dice Nadia Fusini (“Lou Andreas-Salomé, l’amante”, in Vegetti-Finzi S., 1992), era il suo “terreno privilegiato di ricerca e sperimentazione”, la Andreas Salomé dappertutto intreccia relazioni con artisti, viaggia senza farsi accompagnare dal marito, insomma fa vita per conto suo con le amiche più care, e le prime femministe.

Arthur Schnitzler (1862-1931) annota un flirt con eloquente sintesi e malcelata ironia: “Lou diventa un po’ donna”. La corrispondenza di Frieda von Bűlow (1858-1909) viene censurate con severità dalla stessa destinataria. La fotografa Sophia N. Goudstikker (1865-1924) la immortala, illuminandole i capelli da dietro, con al collo una pelliccia. Eva Marie Rosenfeld (1892-1977) la paragona a un “diamante luccicante e nessuno degli uomini intorno a Freud era al suo livello” (Heller P.,1992). Poul Carl Bjerre (1876-1964) dichiara che “in sua presenza ci si sentiva maturare” e ne nota la straordinaria capacità di comprensione attivata con immediatezza e proseguita oltre quanto era stato comunicato. Insomma, “una donna appassionata ma dotata di un’intelligenza fredda e quasi maschile” (Peters H. F., 1962).

Lei mi anticipa e mi completa – ammette lo stesso Sigmund nel 1917 – Se mi dovessi trovare nella necessità di continuare a edificare la mia teoria, Lei potrà forse riconoscere con soddisfazione in qualche nuova idea pensieri da Lei da lungo tempo intuiti o addirittura preannunciati”. E della figlia le confidava: “Anna è inibita nei confronti degli uomini per causa mia”. Altrove addolcisce la pillola: “… riesce in tutti i campi, tranne che non ha avuto la fortuna di incontrare l’uomo adatto a lei”. E quando la eleva alla “migliore trasposizione al femminile della psicoanalisi paterna” non prova neanche un po’, quasi fosse “L’arroseur arrosé”, a nascondere un narcisistico compiacimento.


Giuseppe M. S. Ierace

 

 

Bibliografia essenziale:

Coles R.: “Anna Freud. The Dream of Psychoanalysis”, Addison Wesley Publishing C., New York 1991

Cupelloni P.: “Anna e il padre”, Psicoterapia Psicoanalitica, 2, 155, 1999

Gay P.: “Freud: A life for our time”, Norton, New York 1988

Haynal A., Roazen P, et Falzeder E. (eds): “Dans les secrets de la psychanalyse”, PUF, Paris 2005

Heller P. (ed): “Anna Freud’s Letters to Eva Rosenfeld”, International Universities Press, Madison 1992

Ierace G.M.S.: http://www.psicoanalisi.it/psicoanalisi/osservatorio/articoli/osserva1123.htm

Ierace G.M.S.: http://www.psicoanalisi.it/psicoanalisi/osservatorio/articoli/osserva1124.htm

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