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Le competenze psicologiche che un buon arbitro deve possedere

category Atri argomenti Matteo Simone 19 Febbraio 2014 | 1,520 letture | Stampa articolo |
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L’autoefficacia per quanto riguarda gli arbitri dovrebbe essere elevata in partenza, dovrebbero averla come corredo per intraprendere quest’attività ma, comunque, va incrementata per acquisire una elevata fiducia in se stessì anche considerando che sono da soli in un campo di calcio o calcetto per cercare di condurre una partita facendo rispettare le regole a due squadre composte da giocatori di diverse personalità attorno ai quali gravitano tante altre figure quali allenatori, preparatori, dirigenti, sponsor, genitori, tifoserie e quindi è alta la pressione sugli arbitri e sul loro operato e se gli stessi arbitri non avessero una sicurezza sulla loro preparazione, autorevolezza, capacità non si troverebbero comodi, sicuri nel momento di decidere di fischiare per decretare una qualsiasi decisione.

Sulla rivista l’Arbitro n. 5/2013 (1) è riportata un’intervista a Luca Pairetto, arbitro di serie A ed alla domanda: Quali sono le esperienze arbitrali che ricordi con maggiore piacere? Luca risponde: “Ce ne sono molte a dir la verità ma ne cito una molto curiosa: Sapri-Nocerina, semifinale playoff di ritorno di Serie D. Al termine di una partita rocambolesca ribaltata dagli ospiti, venne nel mio spogliatoio il Direttore Sportivo locale, Ciccarone, presumendo una lamentela del mio operato davanti al mio Organo tecnico Nicoletti. Ascoltai con grande stupore le sue parole: <Oggi abbiamo perso ma è stata colpa  nostra, lei è un grande arbitro e farà grandi cose>”.

Questa è stata un’affermazione che consolida ed incrementa l’autoefficacia personale. L’arbitro ricorderà sempre quest’episodio e saprà che farà sempre bene il suo lavoro, che la sua intenzione è di fare un buon arbitraggio, di far rispettare le regole, di essere attento, in forma fisica per seguire la palla, le azioni, i vari giocatori, e cercherà di non sbagliare e di essere sempre imparziale per confermare quanto detto dal citato Direttore Sportivo locale e cioè che luii è un grande arbitro.

Vari autori hanno individuato le competenze psicologiche che un buon arbitro deve possedere e che devono essere inclusi e praticati nei programmi di formazione, e cioè la concentrazione, fiducia, capacità decisionale, capacità di efficace comunicazione interpersonale e di autocontrollo.


Sapere comunicare è una componente necessaria dell’arbitraggio, gli arbitri devono riuscire ad esprimere le proprie decisioni arbitrali in maniera convinta e rapida, è richiesta una netta decisione dando l’impressione che l’arbitro è completamente sicuro di quello che ha visto, esitare troppo a lungo dà ai giocatori e agli allenatori l’impressione di incertezza, inoltre devono essere specifici e brevi nel fornire eventuali spiegazioni evitando lunghe discussioni.

Il giudice di gara è sottoposto agli stress agonistici che vivono gli sportivi e non solo, situazioni percepite come stressanti riguardano il timore di aggressione fisica da parte di spettatori e giocatori, episodi di violenza o rissa durante la gara, la paura di sbagliare, si è fischiati dal pubblico, i giocatori contestano le decisioni.

Un buon arbitro deve conoscere bene le Regole del Gioco, essere in buone condizioni fisiche, essere ben posizionato sul campo di gioco in ogni momento ed avere una buona intesa con gli altri membri del team arbitrale.

Gli arbitri che hanno fiducia in loro stessi non perdono il controllo di fronte a situazioni difficili, è importante agire sapendo che si sta facendo il meglio che si può.

La capacità di gestire molte informazioni in tempi molto brevi è una dimensione importante per un arbitro e per incrementare questa capacità è importante un allenamento all’attenzione di quello che si fa, l’arbitro deve aumentare la sua capacità di focalizzarsi sul “qui e ora” e riuscire a poter mettere da parte qualsiasi distrazione interna o esterna, dai problemi comuni a quelli più importanti pensando che c’è un tempo per ogni cosa, ora c’è la partita e deve essere libero mentalmente di investire sulla buona riuscita del suo arbitraggio, dopo ci sarà tempo di investire su altro che siano problemi o divertimenti.

Gli arbitri devono sentirsi impegnati nelle seguenti quattro responsabilità:

  • fare in modo che l’evento sportivo si svolge secondo le regole del gioco;
  • intervenire il meno possibile e non mettersi al centro dell’attenzione;
  • stabilire e mantenere una buona atmosfera in modo da rendere l’evento il più piacevole possibile;
  • mostrare interesse per i giocatori.

Quindi la motivazione intrinseca per l’arbitro è la benzina che gli permette di andare avanti con una marcia in più nel lavoro/passione, si impegna per pochi soldi e per qualche agevolazione (rimborso spese e alcune facilitazioni come le tessere per accedere agli stadi), nonostante tutto.

L’arbitro è considerato come un facilitatore della prestazione, è colui che regola i rapporti fra i giocatori di due squadre avversarie. (1)

Arbitri esperti sottolineano che le competenze psicologiche rappresentano dal 50 al 70% del successo di un arbitro, queste capacità possono essere migliorate, così come quelle fisiche, gli arbitri che sono meglio preparati non sono nati con un corredo di qualità psicologiche, ma, evidentemente si sono costantemente addestrati ed esercitati alla capacità di concentrarsi, di restare calmi sotto stress, di avere fiducia e sicurezza in loro stessi ed avere buoni rapporti con gli altri membri dell’organizzazione arbitrale.

 

1) l’Arbitro, n. 5/2013, Roma, p. 14

2) Le abilità psicologiche dell’arbitro di Alberto Cei, Movimento N.3 – Dicembre 2000, Luigi Pozza, Roma

 

 

 

Matteo Simone

Psicologo dello sport, Psicoterapeuta

3804337230 – 21163 [@] tiscali [.] it

http://www.psicologiadellosport.net/eventi.htm







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