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La morte non è nulla per noi, giacché quando noi siamo, la morte non c'è, e quando c'è non siamo più. Epicuro
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L’avventura di Ulisse – le rotte, le scelte, le personalità, le furberie, le menzogne, gli espedienti… Psico-mito-analisi omerica – l’invenzione di una geografia interiore: … io, chi sono? (ed eventualmente, quanti sono?)

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 23 Marzo 2011 | 5,312 letture | Stampa articolo |
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“Quandoque bonus dormitat Homerus” (Orazio, Ars Poetica: 359)
“…Ma è l’odissea la grande polla cui sempre attingiamo per percepire il mondo, l’ambiente, l’orizzonte, l’ansia esistenziale…”  Braccesi L.: “Sulle rotte di Ulisse: l’invenzione della geografia omerica” (Laterza, Bari 2010)
Jean  Cuisenier, in “L’avventura di Ulisse” (Sellerio, Palermo 2010), ritiene che le informazioni, anche sotto forma di appunti sparsi, contenute nel poema omerico, in cui si narra del ritorno dell’eroe itacese, per gli antichi navigatori ellenici, svolgessero la funzione di periplo, una specie di portolano. Ne trova gli indizi nel racconto dell’imboscata dei pretendenti ad Asteride e nella descrizione del porto dei Lestrigoni, strutturati entrambi in modo da corrispondere, pari pari, a quanto riportato nell’opera di Skylax, che, per conto di Dario I, esplorò Mar Rosso, Golfo Persico ed Oceano Indiano, tra il 519 ed il 516 a.C.
E’ un navigatore esperto a consigliare Telemaco (colui che combatte da lontano) di imbarcarsi, all’insaputa dei pretendenti, per chiedere notizie del padre “prima di tutto a Pilo”, da Nestore, “e di là a Sparta”, da Menelao “che è tornato per ultimo”. Telemaco deve allestire “la nave migliore che c’è, armata di venti remi” (Odissea II, 280-286), una di quelle navi leggere, sottili, ben diverse dalle lente e pesanti navi da trasporto. Mentore (forza e volontà), “tanto fedele amico del padre”, lo aiuta ad approntare “l’agile nave”, gli consiglia di scegliere dei “compagni volontari”, di preparare provviste, ben conservate nei vasi (“il vino nelle anfore”, e la farina “negli otri ben cuciti”), mentre lui stesso si darà da fare per trovare l’imbarcazione più adatta: “navi ce n’è moltissime in Itaca cinta dal mare, e nuove e più vecchie: vedrò fra tutte qual è la migliore, l’attrezzeremo in fretta e andremo…”(Odissea II, 286-295).

Il navigatore si pone il problema della scelta tra un’imbarcazione nuova, ancora non del tutto sicura, ed una più collaudata, anche se magari più difettosa. Le esaminerà con competenza (ephorao) per individuare la più adatta alla bisogna. Telemaco dovrà fare attenzione, invece, a ben conservare le provviste in quei contenitori da sistemare saldamente sotto i banchi di voga, protetti dal rollio e dai più svariati colpi di manovra di remi, albero, pennone, vele. La scelta ricade sull’incrociatore di Noemone, figlio di Fronio. L’imbarco sarà attuato di notte, sia per non dare nell’occhio, sia per approfittare delle brezze di terra che si levano prima dell’aurora. Destinazione: la costa occidentale del Peloponneso.
La descrizione di questi preparativi non può che definirsi, quanto meno, minuziosa. Una dozzina di giorni dopo, però, Noemone ha bisogno di recuperare l’incrociatore per recuperare delle puledre da un allevamento nell’Elide e, preoccupato, si reca a Palazzo, tradendo il giovane principe. Antinoo, “figlio di Eupìte”, si adira, e, paventando che anche in futuro il rampollo potrebbe dimostrarsi d’impedimento, annuncia di andare a tendergli un agguato “nello stretto tra Itaca e Same rocciosa”. Allo scopo si apposta su di “un’isoletta petrosa”, Asterìde, “non grande, ma ci son porti per ormeggiare, gemelli: là si fermarono a tendere l’insidia gli Achei” (Od. IV, 846-847). Previgente (“pepnyménos”) Telemaco lo anticipa e sbarca, col favore delle tenebre, ancor prima di raggiungere la meta prestabilita, preferendo vagare per i  campi, dove stanno i pastori e i porcari come Eumeo. Nella logica del poema, il viaggio di Telemaco (Telemachia), alla vana ricerca del padre, occupa uno spazio non indifferente (i primi quattro libri), troppo per poterlo considerare di minore importanza rispetto al resto della narrazione: Feacide (dal quinto al settimo libro), analessi, o Apologhi presso Alcinoo (dall’ottavo al dodicesimo libro), Mnesterofonia (dal XIII al XXIII).

Quello dei Lestrigoni, assieme agli episodi che lo precedono (Eolo, Ciclopi e Lotofagi), apparterrebbe agli strati più arcaici dell’epos omerico, ma contiene delle dissimulazioni, elaborate sulla scorta di conoscenze apprese in seguito alle spedizioni coloniali che si svolsero tra l’VIII ed il VI secolo, piuttosto che all’epoca della guerra di Troia (XII secolo). Per Alain Ballabriga (“Les Fictions d’Homère. L’invention mythologique et cosmographique dans l’Odyssée”, 1988), il nome del fondatore della rocca dei Lestrigoni, Lamo, è fin troppo simile a quello dell’ecista di Megara Hyblea, Lamis.
All’acropoli di questa popolazione pre-ellenica si assegna il nome greco di Pilo, che ricorda l’“arenoso” Pilo di Nestore, con l’aggiunta dell’appellativo “dai lontani confini” (Telepilo), proprio per sottolineare, forse, la condizione di limite tra due mondi, come di una porta: “dell’occidente”, per Ballabriga, “degli inferi”, per Bernard Sergent, o “dell’aldilà”, per Uvo Hölscher. Ogni tentativo di localizzazione dovrebbe, dunque, rivelarsi puramente speculativo. Si tratta, in ogni caso, di pastori, i cui richiami risuonano di vallata in vallata. E, dove l’allevamento costituisce l’attività economica predominante, le ore lavorative sembrano non passare mai, “perché son vicini i sentieri della notte e del giorno” (Od. X, 86).
La descrizione omerica dell’ingresso al porto di Lestrigonia, “che roccia inaccessibile cinge, ininterrotta da una parte e dall’altra”, e delle manovre dello scalo sono assolutamente precise. Ogni nave si lascia un’area sufficiente di movimento, ma si protegge vicendevolmente, legandosi “bordo a bordo” con le altre, tutte accostate tra loro; solo l’imbarcazione di Ulisse resta fuori della “stretta entrata” e non si ormeggia sulle ancore, ma “legando a un pietrone la gomena”, si tiene pronta a salpare da un momento all’altro (Od. X, 87-96), come in una sorta di prolessi, per poi scoprire perché.
Omero qualifica questo porto come “klyton”, che potrebbe significare “celebre”, in senso autoreferenziale, per via della fama resagli dalla narrazione medesima, o “già noto” poiché la gente di mare lo avrebbe frequentato spesso. A seconda della scelta della traduzione, e della conseguente interpretazione, il viaggio di Ulisse può essere ridotto a tutta una meraviglia fiabesca che segue un ordine fantastico sulla scia di intuizioni intese a sfondare le cortine del mistero, oppure ad una puntualizzazione di istruzioni nautiche che paventano i pericoli ai quali ci si potrebbe esporre durante un tragitto in luoghi stranieri.
I Lestrigoni vengono descritti quali giganti antropofagi, lanciatori di rocce, come i Ciclopi, i quali però vivono nelle caverne con le loro pecore, mentre i sudditi di Antifate abitano in una città e si radunano in una agorà. La loro è una società organizzata ed anche il cannibalismo risulta ritualizzato. Resta da inquadrare la loro apparenza fisica, all’interno del grande tema della Gigantomachia che, nella sua forma classica, sembra essersi sviluppato, più o meno, nello stesso periodo in cui venne ordinato il testo degli omeridi, all’incirca la metà del VI secolo a. C. I Giganti guerrieri che attaccano gli abitanti dell’Olimpo, nota Ballabriga, si comportano alla stessa stregua dei Lestrigoni che lanciano enormi pietre sulla flotta achea.
La posizione di uno scalo come Telepilo appare ubicata nella parte più settentrionale di un bacino marittimo volto verso occidente, in base all’indicazione della diversa durata del giorno durante i solstizi, come farebbe intendere quel verso sulla vicinanza dei “sentieri del giorno e della notte”. Ma il vero compito di raggiungerla sarebbe stato di stretta pertinenza dei tecnici della navigazione o degli alleati in loco.
Ogni qualvolta si dovesse legittimare un progetto, si era soliti consultare l’oracolo, il quale per lo più rispondeva in termini enigmatici, onde lasciare spazio a diverse interpretazioni, elaborate successivamente, nella decisione finale, da parte di una responsabile autorità politica.
Poiché nessuno poteva aver acquisito esperienze sufficienti di destinazioni tanto differenti di tutto l’intero bacino mediterraneo, l’epos si presenta necessariamente sotto forma di episodi distinti, ciascuno dei quali collegato ad uno scalo specifico, poi ricuciti insieme dai rapsodi. Da qui la mancanza di logica nella successione degli eventi del nostro eroe, che non rispettano affatto dei programmi di navigazione effettivamente realizzabili, e le frequenti inverosimiglianze nei concatenamenti che si vanno scoprendo ad una verifica empirica.
All’inverso, gli aedi avrebbero potuto inserire nel materiale epico a loro disposizione informazioni cifrate decodificabili soltanto da parte di pochi auditori. In un caso, Ulisse è un personaggio inventato che annaspa nella finzione, nell’altro, potrebbe essere l’antesignano dello Scilace al soldo del re persiano. Ciò non toglie che anche in questa evenienza i reali protagonisti delle singole imprese potrebbero essere state personalità differenti.

Qualche studioso, ad esempio Dougherty e Hartog, ha improntato le proprie analisi allo scopo di dimostrare una caratterizzazione antropologico-etnografica delle popolazioni immaginate e descritte nel poema. La fantasia si sarebbe sbizzarrita intorno alle idee che i Greci avevano dei “non Greci”, come implicitamente anche di loro stessi. Ognuna delle genti incontrate (Libici, Ciclopi, Lestrigoni, Eoli, Feaci…) è possibile distinguerla dalle altre in base ad una scala di maturazione sociale, ovvero di trasgressione sessuale oppure di aggressività: dai cannibali ai vegetariani, dagli incestuosi ai promiscui, dai pre-umani (animali) ai non più umani (defunti), che rappresentano le estremità dell’estraniazione, della regressione, della (im)perfezione, di quella soglia cioè che non si può oltrepassare impunemente, senza tornare indietro completamente modificati.
I Ciclopi divorano carne umana… Eolo fa accoppiare incestuosamente la propria prole… Alcinoo, figlio di Nausitoo, progenie di dei (Poseidone) e di giganti (Peribea), ha impalmato la nipote Arete, la “desiderata” (da altri). Ciò accomuna la regina dei Feaci alla contesa Penelope, ma colloca l’ospite di Ulisse a metà strada tra l’antropofagia dei Lestrigoni e l’endogamia eoliana, da una parte, e l’esogamica civiltà ellenica di “mangiatori di pane”, dall’altra.
Così come avrebbe fatto un faraone egizio, Eolo ha dato in spose le figlie ai figli, per assicurare continuità alla dinastia e, sedando ogni conflitto, mantenere pacificata la famiglia, mentre ai greci è imposto di prender moglie al di fuori dal proprio gruppo, in modo da annodare diplomatici legami politici ed equilibrate alleanze matrimoniali, le quali però, come la tela di Penelope, possono venire intessute, poi sfilacciate e ritessute, seguendo momentanee logiche parentali tra lignaggi.
Tre secoli prima della colonizzazione ellenica, a Lipari, prosperava un popolo, gli Ausoni, contemporaneo ai micenei, che Diodoro Siculo dice provenire dalla Campania, al seguito di un eroe eponimo, Liparo. Eppure, dei frammenti che riportano l’iscrizione “Aiolos” testimoniano che vi si praticava un culto in onore di un dio preellenico il cui nome è rimasto all’intero arcipelago; e non solo: la fossa sacra, destinata a ricevere le terrecotte frantumate a scopo votivo (bothros), veniva richiusa da un coperchio in pietra vulcanica locale con sopra incisa l’effigie del leone disteso, chiaro emblema di Cnido, l’antica città della Caria, appartenente all’Esapoli dorica, che commerciava con l’Egitto dei faraoni.

Lungo il percorso di Ulisse, la mediazione, viene fornita  da emblematiche figure di sesso femminile (“altera feminina”), ammaliatrici certo, ma dal fascino differente, tutto peculiare a ciascheduna: dalla Scilla mostruosa alle Sirene incantatrici, dal trasformismo di Circe alla fedeltà (o promiscuità?) di Penelope, dalla Nausicaa (colei che aspetta la nave) in età da marito a Calipso (colei che nasconde), accogliente, ma scontata sino ai limiti del maternage. E forse per questa sua peculiarità, la ninfa ci appare inconsistente, forse la figura meno densa di significati, pallida ed evanescente all’ombra di una maga Circe molto ricca di variazioni mitologiche. Più che un personaggio, la signora di Ogigia sembra un “ruolo” che tende ad affievolirsi nell’evoluzione del racconto, nel quale viene irrimediabilmente condotta al completo oblio della sua funzione. Paragonabile, in questa  impalpabilità, a quella “dea bianca”, Ino o Leucotea, che sotto forma di folaga “bagnina”, lancia il suo peplo “salvagente” al naufrago.
La dimensione del naufragio, come quella del viaggio, rientra in una costruzione intellettuale che si pone a metà strada tra il processo di individuazione psicologica e la procedura iniziatica di perfezionamento. Ciò che fanno i rapsodi, gli aedi o il singolo poeta, consiste nel ricucire dei brani raccogliticci; ed è proprio questo forse che, proiettandolo sul personaggio, attribuiscono al loro competente (“epistamenos”) e multiforme (“politropos”) protagonista, dal molteplice ingegno (“polimetis”), dalla ricca inventiva (“polimekanos”) e che molto ha sopportato (“politlas”), di intessere, cioè e riferire ai suoi ospiti, o a se stesso, le proprie particolari esperienze alla stessa maniera in cui assembla i legni sparsi del naufragio per costruire un’imbarcazione di fortuna. Nel cosiddetto “racconto ad Alcinoo”, che occupa ben oltre quattro libri dell’Odissea (dall’VIII al XII), l’itacese si sforza di far combaciare, riordinandoli a memoria, episodi e scali di un “ritorno” (nostos) ostentato fin dalla presa di Troia. E’ dunque una procedura confabulatoria a costituire quell’assunzione di unitarietà alla narrazione, che, per Hartog, diviene l’apporto più importante all’inquietudine della modernità di Ulisse?
I contenuti dell’Odissea si propongono come l’esplorazione di un “altro” mondo ed il successivo ripristino del precedente a cui però è difficile riadattarsi, per via dei cambiamenti che nel contempo sono intervenuti fuori e dentro di sé. Gli episodi li possiamo allora disporre su di un asse spaziale e temporale percorribile in entrambi i sensi, cioè sia in quello dell’allontanamento sia in quello del riavvicinamento, fino al punto in cui ogni ritorno dovrebbe ipoteticamente corrispondere con una partenza, senza ch’essi possano più coincidere, perché nel frattempo a Itaca hanno spadroneggiato i pretendenti (che si siano o no approfittati di Penelope) ed Ulisse è disceso nel mondo dei morti, dove ha incontrato chi lo ha dato alla luce, Anticlea (colei che dice la verità), ormai privata dell’opportunità dell’attesa sull’isola natia. In base all’intensità dell’identificazione, i vari episodi si possono collocare sull’asse dell’estraneità, che, in una alterità crescente, conduce alla totale alienazione, quando con Circe la regressione riduce allo stato animale, oppure sulle ascisse delle perdite e del recupero o ancora sulle ordinate della dignità e del riconoscimento, ovvero della mistificazione e dell’inganno.
Per necessità, o per rendere più intrigante il racconto, Ulisse, o l’autore, falsifica la propria identità, si nasconde, si maschera, si dissimula; per eccesso di difesa o previgente prudenza, mente; si avvantaggia dell’assonanza del suo nome (Oudysseus) con Outis, per formulare la celebre presentazione: “Outis emoi g’ onoma”; oppure interpreta i ruoli più svariati: infelice con Alcinoo, mendico coi Proci, supplice da Eolo. Qualcuno ha sostenuto di rinvenire maggiore attendibilità giusto in questi racconti “brevi” piuttosto che nella lunga narrazione esposta, in forma di analessi, ai Feaci (Apologhi presso Alcinoo).
Si fa passare per cretese tante di quelle volte (con il porcaro Eumeo, XIV: 192-359; con il capo dei proci Antinoo, XVII: 415-444; con la stessa sua consorte, XIX: 172-202; e perfino al cospetto della dea benefattrice Atena, XIII: 256-310), da indurre Paul Faure a ritenerlo davvero tale: “Ulysse le Crétois (XIIIe siècle av. J.-C.)”. Non esita a raccontare un’altra storia pure a suo padre e, citando (Od. XXIV, 377-378) un avo paterno (il cui nome, Archesio, rievoca la Grotta dell’Orso, luogo natio di Zeus sul monte Ida, a Creta), si finge il figlio del Polipemònide Afidante, Eperito, e dice di provenire dalla sicana Alibante. Del resto, sottolinea Matthew Dickie (“The Geography of Homer’s World”, 1995), anche Sikelè, la serva concubina di Laerte (colui che solleva il popolo), proviene dalla Sicilia.
Ci sarebbero vari modi di scrivere il nome dell’eroe omerico, Odysseus, ma la spiegazione fornitaci dal poeta racconta di un’imposizione da parte del nonno materno, noto per “ruberie e spergiuri” (Od. XIX, 395-397), Autolico, che vuol dire: “egli stesso un lupo”. In fondo, non è che un gioco di parole: “Figlia e genero mio, mettetegli il nome che dico…”, siccome io odio il genere umano, chiamatelo “l’Adirato” (Od. XIX, 406-409). L’etimologia da odyssomai, contiene pure una significazione passiva, quella di essere oggetto dell’irritazione altrui, e quindi assume lo stesso valore di “essere odiato”.
Fin dall’inizio, Atena chiede al padre Zeus del perché di tanto rancore (Od. I, 61), la questione viene riposta in quell’episodio dell’accecamento di Polifemo (Od. I, 69). L’Ennosìgeo, scuotitore della terra, Poseidone reclama vendetta (Od. V, 423). Anche in questo caso, il tentativo è quello di conferire un senso a quanto appare altrimenti incomprensibile, magari a costo di rintracciare un’origine fittizia. Così, se le cose mi vanno storte, un motivo ci dovrà pure essere!
Nella forma latina di Oulixes (Ulixes), Paul Faure riconosce il radicale “olig-“, che indica ciò che è “piccolo”, subordinato, limitato, e, con riferimento a persona, pure basso, o forse “cadetto”. Ma, se l’origine del nome non proviene dalla Grecia ma dalla Caria, ci troviamo di fronte ad un dio marino, in qualche modo, assimilato alla figura medesima di Poseidone, suo alter ego quindi, ma probabilmente in tono minore, inferiore dunque o secondario (e tra loro non può che essere inevitabile tanta rivalità!).
Irad Malkin, in “The Returns of Odysseus, Colonization and Ethnicity” (1998), legge le iscrizioni ritrovate sui vasi con le varianti che vi sono riportate: in corinzio e in beota (Olytteus, Olysseus), in siculo (Oulixes), in illirico e in messapico (Ulyxes), in etrusco (Uthste, Uthuste, Utzte), provenienti queste ultime dallo ionico ed euboico (Utuse, Uthuse). La trasformazione da nome greco in etrusco, e poi latino, andrebbe comunque attribuita a Messapi e Iapigi, genti stanziate di fronte a Corcyra, la supposta Scheria dei Feaci, dall’altra parte del canale d’Otranto.

Tra gli “splendidi doni” promessigli dal nonno materno, v’è “un casco fatto di cuoio; con molte corregge, dentro, era intrecciato ben saldo; di fuori denti bianchi di verro, candida zanna, fitti, lo coprivano di qua e di là, bene e con arte” (Il. X, 261-265). Durante una partita di caccia organizzata dai parenti della madre, sul Parnaso, viene ferito ad una gamba dal cinghiale colpito, ma non abbattuto. E’ in questa circostanza che si procura quella cicatrice che gli consentirà di essere riconosciuto (Od. XIX, 413-469) dalla vecchia nutrice Euriclea (colei che ha un grande onore).
Dal lignaggio materno Odisseo ha ricevuto ogni identità, nominale e corporea, l’appellativo che lo identifica nel corso delle sue peripezie, l’odiato, e una traccia indelebile sulla carne che lo marchia per sempre. Del padre Laerte si è soliti abbozzare un ritratto come di un uomo senza qualità e privo di gloria, del quale sono in molti ad attendere la morte, e per lui, già da anni, la nuora tesse il sudario (Od. II, 99-102). Eppure Laerte ha uno sprazzo di orgoglio nel vantarsi “quale allora io fui, che su la continental terra, de’ Cefalleni duce, la ben costrutta Nérico espugnai” (Od. XXIV, 377-378), e quando trafigge Eupite, il padre di Antinoo, che insorge per la morte del figlio. Per alcuni, Laerte avrebbe partecipato all’impresa di Giasone, giustificando la citazione omerica di “quell’Argo che tutti cantavano” (O. XII, 69-72), unica nave “marina” riuscita a doppiare un capo in cui emergono “rupi erranti”.
Storici, come Strabone, hanno pensato che, nell’Odissea, una discreta parte delle navigazioni la si voleva far rientrare nel modello della spedizione degli argonauti. Questi ruotavano intorno al centro di Iolco, situato sulle alture del golfo di Pagasitikos (Volos), allo sbocco dell’Euripe. Qui venne costruita la celebre nave, in tale luogo fu varata e in uno di questi porti si radunò l’equipaggio per recarsi nella Colchide. A bordo si raccolsero re, eroi, figli di dei, come Eracle, Laocoonte, Zete e Calaide, figli alati di Borea, o i gemelli di Sparta, Castore e Polluce, cugini di Penelope.
Lo schema mitico attribuisce competenze speciali a ciascun membro della missione. Tifi è il principale timoniere, Linceo, che tutti supera in acutezza visiva, sta di vedetta, Mopso comprende il linguaggio degli uccelli, Orfeo scandisce il ritmo secondo il quale percuotere i flutti coi remi…
Il testo delle Argonautiche di Apollonio Rodio, per i compagni di Giasone, traccia una rotta molto dettagliata: all’uscita del golfo di Volos, si doppia capo Sepia e si lascia a tribordo l’isola di Skiathos; si rasenta la costa della Magnesia, lasciandosi a poppa il monte Ossa; si doppia capo Poseidon e si punta verso capo Paliouri; si tiene a babordo il monte Athos, per fare rotta decisa su Lemno. Superati i pericoli delle tre penisole della Calcidica, i compagni di Giasone fanno scalo a Mirina, una città di sole donne, diffidenti verso gli uomini che le tradirono con le concubine tracie. Accecate dalla gelosia, avevano punito terribilmente i loro sfortunati mariti e adesso, prive di consolazione maschile, accoglievano e trattenevano possessivamente chiunque capitasse loro a tiro. Corrispondono anch’elle alle stesse eterne tentazioni a cui devono sottoporsi i marinai ad ogni scalo; identiche le prove subite da Ulisse, a cominciare da Circe, non per nulla sorella di Eete, padre di Medea, e di Pasifae, moglie di Minosse e madre del Minotauro.

Le relazioni parentali di Ulisse hanno allora bisogno di completarsi con un’alleanza matrimoniale che lo ricolleghi a principi e divinità del suo mondo (Penelope, cugina di Elena, ed amata da Ermes, sarebbe la madre di Pan!).
La consuetudine vuole che lo sposo offra oggetti prestigiosi (dôra) al suocero, in cambio della dote (hedna) che, in caso di vedovanza, tornerebbe indietro. L’obbligo di far rispettare la norma tocca al padre della sposa. Si comprende perché, apertamente per Eurimaco, il quale “tutti i Proci supera con i suoi regali e offre sempre doni nuziali” (Od. XV, 16-18), parteggi il padre di Penelope, ch’egli sia l’Ikadio di Corfù o il lacedemone Icario, il cui nome potrebbe ricordare quello del figlio di Dedalo, e quindi inserirlo nel lignaggio leggendario dei costruttori del labirinto cretese e dei templi siculi.
Telemaco ne risulterebbe danneggiato comunque (Od. II, 132-137) ed è tutta sua pertanto la necessità della vendetta sui pretendenti, anche qualora, in assenza del legittimo re, dovesse farsi compiere ad un arciere mercenario appositamente assoldato, disposto ad eclissarsi dopo aver portato a termine l’intera operazione. A lui allora potrebbe attribuirsi la fantasia del ritorno del padre disperso, per cui davvero Nessuno accecò Polifemo, come nessuno ha compiuto le prodezze narrate nelle favole contenute nel “Racconto ad Alcinoo”.
Giuseppe M. S. IERACE

 

Bibliografia essenziale:
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,,           ,,      : “Mitico il viaggio (…senza ritorno)”, su Calabria Sconosciuta, in corso di pubblicazione
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