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La natura diacronica della coscienza

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 2 Marzo 2015 | 1,638 letture | Stampa articolo |
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Julian Jaynes (1920-1997), l’autore di “The Origin of Consciousness in the Breakdown of the Bicameral Mind” (1976) ha sì suscitato forti polemiche con la sua originalissima interpretazione degli eroi omerici guidati da “voci” interiori, ma contemporaneamente ha anche influenzato il lavoro di Steven Arthur Pinker (“Language Learnability and Language Development”, 1984 e “The Stuff of Thought: Language as a Window into Human Nature”, 2008) sul processo di apprendimento del linguaggio come naturale sviluppo evoluzionistico, secondo Noam Chomsky, nonché la corrente logico-funzionalista della teoria della mente, a cui appartiene Daniel Clement Dennett (“Brainstorms: Philosophical Essays on Mind and Psychology”, 1981 e “Breaking the Spell: Religion as a Natural Phenomenon”, 2006).

L’origine della civiltà sarebbe stata parallela alla nascita della “coscienza della coscienza”, successiva a quel “doppio” esercizio del cervello bi-emisferico, che avrebbe caratterizzato la mente dei personaggi dell’Iliade, una sorta di “teocrazia” impostata su tombe, idoli e divinità, prima ancora dell’avvento di quella che potrebbe definirsi come “coscienza morale” dei khabiru, i quali costituirono un costante elemento di perturbazione nelle vicende della storia remota, e poi della “coscienza intellettuale” dei filosofi presocratici.

L’etologo Richard Dawkins, in proposito, si espresse affermando: “Gli dèi, osserva (Jaynes), sono allucinazioni acustiche, voci che parlano nella mente delle persone. Suggerisce inoltre che essi si siano evoluti dal ricordo di re morti, i quali conservavano un certo controllo sui sudditi parlando attraverso voci immaginarie. Si trovi o no plausibile la tesi, Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza è abbastanza affascinante da meritare di essere citato in un saggio sulla religione.” (“The God Delusion”, 2006).

Vestigia della mente bicamerale

Il professore di Princeton individuava però “vestigia della mente bicamerale” pure nel mondo moderno, e precisamente nella malattia mentale e  nella possessione, come nell’ipnosi, nelle profezie, in poesia e musica, come pure nella semplice ricerca d’autorizzazione o negli auspici della scienza. Secondo la teoria dello psicologo di West Newton (Massachussetts), la schizofrenia non sarebbe altro se non un residuo vestigiale di quell’antica “struttura” della psiche.

Fino a un determinato periodo storico, individuato nel primo millennio avanti la nostra era, la stragrande maggioranza dell’umanità non sarebbe stata dunque nel pieno possesso d’una mente “cosciente”, facendosi piuttosto guidare da voci interiori, che venivano attribuite agli dei.

Il “thymos” omerico

Nel libro citato, Jaynes presentava indizi ricavati dall’archeologia e dai libri più antichi, quali il Vecchio Testamento, l’Iliade e l’Odissea. Infatti, per indicare le emozioni, il desiderio, o un impulso interno (di movimento, o agitazione), nelle opere di Omero, veniva utilizzato il termine “thymos”, che stava a esprimere il desiderio umano per il riconoscimento e una sorta di concezione di “anima emozionale”, in associazione fisica con il respiro o il sangue.

Nell’Iliade in generale non esiste coscienza… perciò, non vi compaiono neppure parole per designare la coscienza o atti mentali. Le parole presenti nell’Iliade che in seguito vennero a designare cose mentali hanno significati diversi, tutti più concreti. [...] Il thumos, che passerà in seguito a significare qualcosa di simile all’anima emozionale, designa semplicemente il movimento o l’agitazione. Quando un uomo cessa di muoversi, il thumos abbandona le sue membra. Ma in qualche modo è anche simile addirittura a un organo; quando infatti [Glauco, il nipote di Bellerofonte a capo dei guerrieri di Licia] prega Apollo di alleviare il suo dolore e di dargli la forza di aiutare l’amico Sarpedonte, Apollo ascolta la sua preghiera e «infonde vigore nel suo thumos» (Iliade, XVI, 529). Il thumos può dire a un uomo di mangiare, bere o combattere. Diomede dice in un punto che Achille combatterà «quando nel petto il thumos gli parla e un dio lo sospinge» (IX, 702 sg.). Ma il thumos non è in realtà un organo e non è sempre localizzato: un oceano infuriato ha thumos” (Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza).

Una “narrazione in terza persona”

Quando un eroe è sotto stress emotivo può esternalizzarlo, conversando con questo suo thumos, quasi fosse un’altra persona. Quindi era visto quale permanente “possessione” d’un vivente, a cui apparteneva sia pensiero sia sentimento. “Quando Archiloco è turbato, è il suo thumos che è abbattuto come un guerriero debole, ed è a esso che egli dice «leva gli occhi e difenditi contro i tuoi nemici» (framm. 67). Archiloco parla al suo thumos come se esso fosse un’altra persona [...]” (Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza, traduzione di Libero Sosio).

L’evoluzione del linguaggio

La datazione del 1000 a. C. viene colta dalle testimonianze provenienti dalla Mesopotamia, dove il crollo della mente bicamerale sarebbe avvenuto a causa di fenomeni di sovrappopolazione e caotica disgregazione sociale, ma molto presumibilmente anche per la progressiva diffusione della scrittura che sarebbe andata a sostituire le precedenti modalità “uditive” di ricevere ingiunzioni imperative. Sempre restando nella convinzione di obbedire agli ordini impartiti dagli dei, si assunsero nuovi modelli decisionali.

L’evoluzione del linguaggio avrebbe prodotto verosimilmente, con la fabbricazione dei primi utensili,  l’artigianato, su cui vennero fondati dapprima i culti degli dei e successivamente la costruzione delle prime città. Con l’inizio della scrittura si sarebbe avviato il processo di decadenza della mente bicamerale, rimasta quale retaggio nelle attività divinatorie, profetiche e nei responsi oracolari. Queste, in sostanza le principali tappe dello sviluppo storico del vocabolario della coscienza, e comunque sempre su base metaforica.

Una sinestesia

Richard Broxton Onians (1899 – 1986) sosteneva che nella “visione” c’era qualcosa di “respirato” dagli oggetti che si vedono e di cui si recepisce il “soffio” (“The Origins of European Thought: About the Body, the Mind, the Soul, the World, Time and Fate”, 1951). Cosicché parole come nous, psyché, kardía (cuore), phrénes (polmoni e diaframma), thymόs (il soffio, la respirazione), da referenti oggettivi esterni divennero funzioni mentali interne, per come le intendiamo oggi.

“Udire le voci”

Oltre ai poemi omerici, l’altro documento preso in considerazione è l’Antico Testamento ebraico, poiché i profeti non potevano che essere degli individui bicamerali, o semi-bicamerali, sopravvissuti alle epoche arcaiche, i quali continuavano a “udire le voci” e a trasmetterle con convincente autorità e pertanto a essere tenuti in grande considerazione dalla loro gente. Il confronto dei loro dettami non regge di fronte ai successivi testi sapienziali come l’Ecclesiaste e il corpus neotestamentario, in cui gli esseri umani compaiono già dotati di coscienza.

Più o meno nello stesso periodo, per Michael E. Carr, si sarebbe andato promuovendo in Cina quel medesimo sviluppo del vocabolario della coscienza nel linguaggio delle varie sezioni dello Shijing, o Libro delle Odi.

“Use/Mention Distinction”

L’antica pratica cerimoniale cinese, Shi, consistente in grandi riunioni familiari, durante le quali avveniva l’incontro conviviale dei defunti con i viventi, allo scopo di ricevere le benedizioni degli antenati e di dimostrare loro venerazione,  sarebbe potuta essere descritta adesso come negromanzia, medianità, o possessione spiritica.

Allo stesso modo, si potrebbe equivocare tra il problema relativo alla coscienza e il concetto di essa. Ossia tra quella che dovrebbe essere la “funzione” e quanto si riduce a pura “citazione”, o riferimento. Nel chiederselo, Julian Jaynes, in “La natura diacronica della coscienza” (Adelphi, Milano 2014), ammette che si tratti della critica “Use/Mention Distinction” alle analisi hobbesiane. E la risposta che restituisce è affermativa. A margine annota però l’importanza dell’ordine dei termini in una similitudine, poiché i paragoni sono spesso intransitivi.

Affettività innata/ Emozione cosciente

L’interazione tra l’emozione cosciente e l’affettività innata traduce la nocicezione in dolore, la rabbia in odio, la paura in ansia, la vergogna in senso di colpa e spesso il semplice accoppiamento in sentimentalismo.  Ma quest’ultima conversione si è modificata più volte nel corso delle epoche e probabilmente l’emozione cosciente del rapporto sessuale è talmente soggettiva da potersi inquadrare in schemi polivalenti e molteplici, influenzati dall’età come dal contesto.

Evoluzione continua

La storia della coscienza dimostra che questa ha subìto un’evoluzione che potrebbe non essersi ancora fermata. Prova ne sia il fatto che qualcosa tuttora ci sfugge di molti suoi aspetti.

Nell’idea di coscienza per esempio è stata inclusa la capacità d’inferire processi quali la percezione sensoriale, che invece non è in alcun modo accessibile all’introspezione cosciente. Né si può ammettere che tutta la coscienza, essendo suscettibile d’introspezione, s’identifichi con essa. Anzi è passibile di tutto un flusso di reminiscenze, rimpianti, preoccupazioni, speranze, progetti, fantasie, monologhi e persino dialoghi interiori.

Percettologia

Mettere in relazione la materia con la mente dovrebbe essere lo scopo della percettologia, ma il tentativo di descrivere tale relazione è piuttosto riduttivo, perché si limita a esplorare soglie differenziali  di un solo attributo della sensazione e, nel caso della legge di Weber Fechner,  misurare il rapporto tra la portata fisica d’uno stimolo e la percezione dell’intensità dello stesso.

Questo approccio ai dati sensoriali induce in errori alquanto grossolani persino personalità dalla logica acuta, quale fu il III conte di Bedford (1872-1970), famoso divulgatore della filosofia neopositivista.

Quando Russell, cercando un esempio di coscienza, dice semplicemente ‘Io vedo un tavolo’, fa una scelta altamente artificiosa e fuorviante: come dire – questa la similitudine di Jaynes – che un si bemolle è un esempio di sinfonia.” (!).

Il pensiero “procede”…

William James (1842-1910) diceva che le percezioni sensoriali sono astrazioni imposte dall’esperienza, ma che non le appartengono. Il pensiero infatti, molto semplicemente, “procede”…

Ciò di cui si è effettivamente coscienti è il decorso del ragionamento.

“Preoptive” e interpolative

Non è coscienza neppure la costanza percettiva in condizioni di variabilità, angolo d’osservazione, distanza, luminosità, dimensione, forma, colore, o costanza di posizione, cioè se ci muoviamo mentre gli oggetti mantengono la loro posizione. Altra classe di attività sono quelle che precedono qualsiasi scelta (preoptive), eseguite senza partecipazione decisamente volontaria. In tali casi la coscienza assumerebbe un ruolo, più che altro, interpolativo. E quelli che sono gli schemi abituali prendono il sopravvento non appena si manifestano delle intenzioni.

La “tabula rasa” di Pierre Gassendi (1592-1655), sarebbe piuttosto una pellicola impressionata in successione. Eppure, la coscienza non copia l’esperienza, perché i ricordi nella memoria, che li ricostruisce soggettivamente per come “dovrebbero essere stati”, si strutturano in modo diverso da come li abbiamo realmente vissuti.

La coscienza non è neanche necessaria all’apprendimento. Le idee libere, ricopiate da quanto percepito restano unite alle altre particolari sensazioni, e da qui l’associazione di idee. Il condizionamento tipo e quello operante, o strumentale, sfuggono in effetti alla coscienza.

L’automatizzazione dell’abitudine richiede attenzione particolare e forzata, prestata temporaneamente alle differenti sezioni del compito da svolgere, soltanto agli inizi, successivamente non richiede altro contributo, in quanto, una volta subentrata l’abitudine, diminuirà pure l’attenzione, e sempre in assenza di coscienza.

Pensiero senza immagini

Secondo l’orientamento della scuola di Würzburg, in cui Oswald Külpe (1862-1915), per indagare sugli stati di coscienza che appaiono irriducibili alle immagini mentali e alle sensazioni,  aveva introdotto il metodo introspettivo, Karl Marbe (1869-1953) si dedicò alle ricerche sul giudizio che scoprì privo di contenuti coscienti. Questa scuola del pensiero senza immagini condusse ai concetti di “set” (delimitazione), “Aufgabe” (mansione) e soprattutto “tendenze determinanti”, istruzioni (“struzioni”) fornite in modalità strutturale, insieme con i materiali su cui operare, per produrre risposte in automatico, scavalcando ogni ragionamento cosciente.

La narratizzazione

Lo spazio della coscienza è del tutto funzionale e non coincide con un sito, un punto, un’area. Andrebbe equiparato al “mondo reale”, ma si costruisce con un campo lessicale i cui termini sono tutti metafore del comportamento fisico.

La sua realtà è dello stesso ordine di quella matematica. Ci consente di abbreviare il processo comportamentale e di pervenire a decisioni più adeguate. Come la matematica, non è tanto un oggetto o un ricettacolo, quanto piuttosto un operatore. Ed è intimamente legata alla volizione e alla decisione.” (La natura diacronica della coscienza, traduzione di Isabella C. Blum, 2014).

Anche se le parole sono quasi tutte metafore generate dalla sfera visiva (per esempio, le soluzioni ai problemi si “vedono” con “chiarezza”), l’ambito al quale si applicano è quello dello spazio fisico (a cui ci si “accosta”, da un certo “punto di osservazione”, o  di “vista”). Con la ripetizione, questa qualità spaziale, costantemente associata nel linguaggio descrittivo, diventa luogo funzionale della mente in cui l’analogo del soggetto, “io”, quale simulazione del comportamento fisico in “successività” spaziale, presenta la propria “narratizzazione”, in successione temporale.

 

Giuseppe M. S. Ierace

 

 

Bibliografia essenziale:

Carr M. The Shi ‘Corpse/Personator’ Ceremony in Early China, in Kuijsten M. (ed.) Reflections on the Dawn of Consciousness: Julian Jaynes’s Bicameral Mind Theory Revisited, 343-416, Julian Jaynes Society, Henderson (NV) 2007

Dawkins R. The God Delusion, Bantam Books, London 2006

Dennett D. C. Brainstorms: Philosophical Essays on Mind and Psychology, MIT Press, Cambridge 1981

Dennett D. C. Breaking the Spell: Religion as a Natural Phenomenon, Viking,  New York 2006

Jaynes J. Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza, traduzione di Libero Sosio, Adelphi, Milano 1984

Jaynes J. La natura diacronica della coscienza, traduzione di Isabella C. Blum, Adelphi, Milano 2014

Onians R. B. The Origins of European Thought: About the Body, the Mind, the Soul, the World, Time and Fate, Cambridge University Press, Cambridge 1951

Pinker S. Language Learnability and Language Development, Harvard University Press, Cambridge 1984

Pinker S. The Stuff of Thought: Language as a Window Into Human Nature, Viking, New York 2007

 







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