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La morte, la cura, l’amore

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 11 Giugno 2014 | 1,561 letture | Stampa articolo |
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L’Italia farebbe parte d’uno specifico modello mediterraneo di immigrazione, il cui tratto comune potrebbe essere identificato nel fatto che, a partire dagli ultimi cinquant’anni, alla precedente emigrazione verso altri paesi, si sarebbe progressivamente sostituita un’attrazione lavorativa, in prima battuta di tipo agricolo, stagionale, di braccianti maschi, per passare successivamente all’impiego femminile nel settore terziario dei servizi domiciliari, di collaborazione domestica e assistenza agli anziani, e sostanzialmente di supplenza ai carenti servizi del sistema statale di welfare.

L’offerta ha quindi risposto a precise domande di lavoro, determinate da locali peculiarità sistemiche, quale l’attività agricola, e di tipo sociale, nell’assistenza alle persone, di un’economia non ambita neppure dai disoccupati autoctoni, mentre agli immigrati permetterebbe invece un guadagno maggiore rispetto ai paesi d’origine.

La novità attuale è costituita però da una nuova categoria interpretativa delle cosiddette trasmigrazioni con le ibridazioni culturali che ne conseguono. L’aspetto quantitativo della presenza femminile ha infatti concretamente influenzato le modalità d’integrazione. Muovendosi all’interno di nuovi spazi, le donne sarebbero riuscite a rinegoziare il loro status sociale e familiare, ridefinendone le classiche asimmetrie di genere.

Un’economia post-industriale si regge sul lavoro subordinato, espletato dal sottoproletariato negli ambienti domestici in cui la moglie ha cessato di svolgere il precedente ruolo di cura, sostitutivo di servizi non forniti dallo Stato, divenuti pertanto oggetto di domanda e offerta del mercato. Forse, le storiche “servette” del secolo scorso sono nel frattempo divenute operaie, le mogli professioniste e nessuno esercita più il ruolo della casalinga?

Il servizio a domicilio sarebbe stato uno dei principali canali d’inurbamento per le donne provenienti da aree rurali, ma nel passato questo tipo di migrazione interna avveniva su distanze sicuramente più brevi. La riorganizzazione dei compiti all’interno delle famiglie contadine poteva avere due risultati opposti e la componente femminile farsi carico del lavoro agricolo, oltre a quello casalingo, nel caso in cui emigrassero i maschi, oppure erano questi ultimi a sperimentare una situazione analoga all’attuale “transnational mothering” delle immigrate odierne.

La transizione da un’economia dominata dal settore industriale a quello dei servizi sembra destinata ad accentuare le possibilità lavorative a bassa retribuzione. In un tale contesto, la dequalificazione di molte mansioni ha consentito alle donne un accesso ad ambiti di accettata “femminilizzazione” dell’offerta di mansioni da parte d’una domanda “signorile” non più solo proveniente da famiglie ad alto reddito. Come se il servizio avesse avvicinato le due classi di servitori e serviti fin quasi a parificarli.

Non è la sola ambivalenza nel processo di deterritorializzazione transnazionale in cui vivono adesso la maggior parte delle immigrate. Ciascheduno s’orienta a individuare centri e confini in una connotazione degli spazi che automaticamente li trasforma in luoghi. Tale facoltà diventa molto più significativa per chi è sottoposto a radicale decontestualizzazione.

 

Alla “produzione della località” di Arjun Appadurai A. (1996) convergono la specificità ambientale, l’impatto e il risultato relazionale, che ne scaturisce, l’equivocità dell’etnicizzazione, sospesa tra processi di assimilazione e momenti conflittuali, nonché l’attaccamento prodotto da una memoria condivisa e dall’identità collettiva, che contribuiscono alla costruzione del sé.

Le scelte migratorie rientrano in un quadro, in cui le fantasie identitarie, l’ordinamento degli spazi culturali, e le loro possibili ridefinizioni, conducono a percorrere strade già battute di economie “di recupero”, oppure a “noleggiare” patrie che tollerino doppie cittadinanze, perseguire riconoscimenti giuridici articolati, o appositamente “inventati”, intrattenere legami predisposti ad alternanze “dentro fuori” la famiglia d’origine, “dentro fuori” gli ambienti domestici d’accoglienza.

Quello di cui Reinhard Lohrman (2000) ha recentemente parlato come del “paradosso migratorio”  contemporaneo poggia su rimodellate categorie demografiche e statistiche del paradigma funzionalista dei differenziali livelli di domanda e offerta di lavoro. Differenze salariali spingono verso retribuzioni più alte, seguendo volontà razionali di realizzazione di redditività in base alle proprie competenze proposte al miglior offerente. Fattori soggettivi, emotivi, di natura identitaria, culturale, non dovrebbero massicciamente intervenire ad ampliare lo spessore d’una scelta prevalentemente traumatica, come quella migratoria.

Visto che il calcolo individuale dell’utilità economica finisce per coincidere con un flusso collettivo, l’esercito salariale “di riserva” è divenuto componente strutturale permanente nella compressione capitalistica dei costi della forza lavoro.

Nel famoso schema di W. Roger Bőhning (1984), sull’evoluzione dei processi migratori, le donne arrivavano in un secondo momento, al richiamo dei parenti maschi. Le fasi individuate in quegli anni non restituiscono più la logica degli attuali spostamenti, che poi si sarebbero dipanati “tra vecchi legami e nuovi spazi”, come sostengono Emma Corigliano e Lidia Greco (2006). Pratiche tradizionali e transnazionali riconsegnano il flusso del movimento non più in un senso unico, per connettere differenti spazi socio-economici che travalicano tutti i confini, siano essi fisici o politici. Grazie allo sviluppo tecnologico, e nei trasporti, i contemporanei migranti, vivono una nuova soluzione nomade che consente loro di approdare a nuove realtà senza interrompere del tutto i legami con la comunità di provenienza.

Non più sradicamento forzato teso a una difficile integrazione in un altro contesto immutabile e muto, bensì dialogo tra ambienti diversi, con risposte differite a seconda dell’interlocuzione intervenuta dalla partenza all’arrivo (Riccio B. 2002).

La pratica del transnazionalismo diviene un sostegno per la stratificazione relazionale in ambito insediativo, senza per altro perdere l’identità culturale con cui mantiene il collegamento. Il movimento bidirezionale implica un coinvolgimento, anche se non del tutto politico istituzionale, quanto meno socio-economico, in modo da realizzare quella sorta di “collective homes away from home” di James Clifford (1994).

 

Nel contrastare gli effetti dell’emarginazione e rifiutando contemporaneamente la logica dell’assimilazione, le costruzioni simboliche di appartenenze meticciate definiscono dimensioni che attraversano i confini. Perciò Nina Glick-Schiller (2006) sottolinea l’attuale inadeguatezza della nozione stessa di Stato-nazione, preferendole quella multidimensionale di “campi sociali transnazionali”, le cui interazioni presentino un minimo di strutturazione.

In un tale coinvolgimento, la componente femminile non è più una variabile, ma diventa determinante nelle modalità di interrelazione e rinegoziazione dei ruoli. Questo nuovo “soggetto nomade”, dice Rosi Braidotti (1995), proviene da quel femminismo che ha positivamente frammentato l’identità di genere, producendone un modello più moderno, distanziato dal precedente. Epistemicamente questa nuova consapevolezza ha contribuito a una nuova forma di soggettività, non più essenzialmente fondata sull’identità di genere.

La distanza critica dalla dicotomia maschile-femminile porta a un materialismo corporeo, non più individualista, molecolarizzato, ma presente, secondo un’evoluzione etico-politica avvenuta sotto il segno della solidarietà e della sostenibilità. Il modello d’inserimento nelle società occidentali, che maggiormente influenza le relazioni socio-economiche con i paesi d’origine, potrebbe pertanto delinearsi tutto al femminile, con nuove organizzazioni familiari, fatte di separazioni e riaggregazioni, più lassi confini transnazionali, sottoposti a continue rinegoziazioni comunicative e di mansioni lavorative.

Altro significativo paradosso è costituito da un esame del fenomeno migratorio da un punto di vista quantitativo. – scrive  Annalisa Di Nuzzo in “La morte, la cura, l’amore” (Cisu, Roma 2009) -  Ad una domanda apparentemente semplice quale quella ‘rispetto all’esperienza passata i migranti di oggi sono tanti o sono pochi’?, la risposta si complica e implica molteplici comparazioni, e non è così scontata come potrebbe apparire. Certamente sono tanti in cifre assolute, ma non così tanti in proporzione, sono tanti in relazione alla densità di abitanti sul territorio, ma hanno un ritmo di crescita minore rispetto a un secolo fa.”

Più che i numeri, incidenti in maniera ambivalente e demograficamente poco significativa, sono le relazioni a distanza e questi spazi transnazionali, con forti innovazioni, dalle ripercussioni verificabili sia nei paesi d’accoglienza sia in quelli di provenienza, a suscitare maggiore interesse, per tutte quelle implicazioni con i non-migranti, siano essi individui o istituzioni, la cui azione ridetermina di conseguenza l’azione economica degli altri.

Da risorsa di forza lavoro a basso costo e mercato vantaggioso, la presenza femminile sembra far intravedere poi modalità di flusso e riflusso in ethnic business e imprenditoria, in cui far investire nuove economie dei  paesi di provenienza e relazioni con quelli d’accoglienza.

 

La “questione femminile” della migrazione deve fare i conti con lo sfruttamento, che tuttora avviene, con lo stigma sanzionatorio di “perdizione morale”, con l’emarginazione e il rifiuto da parte delle famiglie d’origine. Il fatto indiscutibile della contiguità epidermica assimila le donne che si occupano del corpo di altre persone, non in grado di risolvere problemi fisici e/o psicologici. L’abbandono estetico dei corpi non gratificanti, e proprio per questo ancora più bisognosi di cura e amore, porrebbe sullo stesso piano chi organizza l’esistenza terminale dei non autosufficienti e chi soddisfa ben altre esigenze fisiologiche, al di fuori da soluzioni eticamente accettabili di “remedium concupiscentiae”.

Il riferimento semantico più pertinente del nostro lessico quotidiano ripropone questa sostanziale problematica di compiti, per molti versi, inaccettabili e ruoli da accettare forzatamente per motivazioni squisitamente economiche. Le accezioni negative e squalificanti, per chi ne usufruisce quanto per chi le interpreta, riproducono una distanza tra significante e significato che fa slittare la definizione da arcaici ambiti agro-pastorali a una domesticità riservata all’avvicendamento generazionale nell’accudimento parentale, più vicina alla missione dello spirito, almeno in proporzione al disgusto per le funzioni corporali.

Il richiamo lessicale riporta alle “ba-lie” che offrivano il proprio latte ai rampolli di madri che potevano permettersi questo lusso. La connotazione negativa  è dovuta alle dure condizioni di lavoro e di vita, ma anche alla sottostima di quell’amorevole “prendersi cura” più generale che l’attenzione ai non autonomi reclama. L’etimologia provenzale e catalana di “badar”, e poi francese baer (dialettale ébader, aprire), ci riconduce proprio a questo significato d’attenzione; quindi guardare a bocca aperta, per onomatopeica meraviglia in un “bah!” di stupore; anche se poi, nel basso latino (badare, batare), vale quale sbadiglio e nell’alto tedesco (beitôn), tardare, nel senso d’indugiare osservando.

La prospettiva di trasformare queste lavoratrici in “collaboratrici familiari” sembra un tentativo lessicale di aggiornamento terminologico del vocabolario, teso a rendere visibile, riconoscere e professionalizzare un settore, che relegato a un affare femminile da casalinghe di riserva, mina gli stessi ruoli all’interno della famiglia. L’assistenza s’espande dall’individuo alla casa, dalla pulizia personale all’accudimento alimentare, dal sostegno psicologico alla compagnia e conseguente raccolta di confidenze e persino intima familiarità.

Dalla sottostima della mansione, promulgata dalla concezione dispregiativa, la vicenda linguistica giustifica appieno il percorso attraverso il quale il contesto sociale ha affrontato la questione etica, che, tra il perdurare d’una scarsa consapevolezza e la necessità d’un’opportuna definizione, sembra il risultato di quella “cultura della domesticità” a cui fa cenno Lia Lombardi (2005). Al sud questo culto rivendica la casa come elemento primario della possibilità stessa dello stare nel mondo e dell’esserci, riecheggiando personaggi verghiani da novelle rusticane, tipo La roba (Mazzarò), Malavoglia (Padron ‘Ntoni), o Mastro don Gesualdo.

Il modello andrà comunque a scontrarsi con gli inevitabili sviluppi demografici; per l’assottigliarsi delle dimensioni familiari, e l’incremento della mobilità, nel prossimo futuro, è destinato a crescere il numero degli anziani che presto non potranno più contare su un familiare supervisore nel lavoro di assistenza, a fronte del progressivo assottigliarsi dei flussi, da quei paesi (dell’Est europeo) finora distintisi per vocazione a tale cura, grazie alla loro precoce ripresa economica. Più che altrove, in questo settore, forse continueranno a convivere fasce stabili e retribuite, professionalmente riconosciute, e altre, sottopagate e sommerse, ascritte al femminile dei vari contesti familiari, in conflitto tra possibilità di tradurre tutto ciò in strumento d’affrancamento economico, piuttosto che mantenimento del ruolo tradizionale di moglie, madre, sorella, figlia.

 

Giuseppe M. S. Ierace

 

 

Bibliografia essenziale:

Appadurai A. Modernity at Large: Cultural dimension of Globalization, University of Minnesota Press, Minneapolis 1996

Bőhning W. R. Studies in International Labour Migration, Macmillan Editor, London 1984

Braidotti R. Soggetto nomade, Donzelli, Roma 1995

Clifford  J. Diasporal, Cultural Anthropology, 3, 303-338, 1994

Corigliano E. e Greco L. Tra donne: vecchi legami e nuovi spazi, Franco Angeli, Milano 2006

Di Nuzzo A. La morte, la cura, l’amore, Cisu, Roma 2009

Glick-Schiller N. Transnational Social Fields And Imperialism: Bringing A Theory of Power to Transnational Studies, Anthropological Theory, 5, 4, 439-461, 2006

Ierace  G. M. S. Pietre di pane. Psichiatria culturale delle migrazioni, http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/atri-argomenti/pietre-di-pane-psichiatria-culturale-delle-migrazioni/1370/

Lohrman R. Migrantes, Refugees, and Insecurity. Current Threats to Peace?, International Migration, 38, 4, 3-22, sep. 2000

Lombardi L. Società, culture e differenze di genere, Franco Angeli, Milano 2005

Riccio B. Etnografia dei migranti transnazionali, in Colombo A., Sciortino G. (a cura di) Stranieri in Italia. Assimilati ed esclusi, il Mulino, Bologna 2002

 







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