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La Follia degli stolti. La logica dell’inganno e dell’autoinganno nella vita umana

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 10 Aprile 2014 | 4,232 letture | Stampa articolo |
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La scienza psicologica, per certi versi, potrebbe essere concepita come lo studio della progressiva degradazione e della continua distruzione della conoscenza. Cosicché ogni fase del processo del pensiero sarebbe da analizzare in questa sua sistematica opera di vera e propria deformazione della verità.

Il primo inganno perpetrato a spese degli altri, ma sostanzialmente anche a nostre spese, consiste nel favorire al massimo la personale apparenza, col presentarci cioè nel migliore dei modi possibile, e ben al di là di quanto lo sia in realtà, a costo persino d’una persistente alterazione di quel flusso di informazioni da sottoporre ad adeguato filtraggio prima che venga ritrasmesso.

Si tratta pur sempre d’un autoinganno, perché una falsa rappresentazione di se stessi agli altri dovrà dapprima venire formulata  quale falsa rappresentazione di se stessi a noi stessi, mediante una complicata serie di procedure di distorsione che eserciteranno la loro influenza un po’ su tutti gli aspetti dell’acquisizione e dell’analisi dei dati che abbiamo a disposizione.

In questa situazione, l’economia invita opportunamente a immagazzinare meno verità, per non dover pagare lo scotto d’una successiva spesa di repressione. E questo in quanto, nel preparare l’inganno, risultano molto importanti i ruoli rivestiti dalla dissonanza cognitiva, dalla proiezione e dal diniego.

Le informazioni che ci pervengono sono immediatamente sottoposte a censura. Accettiamo di buon grado le conferme alle nostre opinioni, scartando quelle che le mettono in crisi.

Al fine di meglio difendere il mio comportamento esagero i lati positivi, ovviamente a favore, e trascuro le analisi che possano compromettere le mie non troppo solide convinzioni. Infatti, a essere disposti a prendere in considerazione le critiche sono esclusivamente le persone più sicure di se stesse.

Le informazioni negative su di noi brutalmente le evitiamo, in specie se conoscerle non fornisce nessun vantaggio. Perché farsi predire il futuro se non si vogliono ricevere brutte notizie?

In tali casi, si applica l’adagio “Ciò che non so non può farmi del male”. Il rifiuto “Non dirmelo, non lo voglio sapere!” non configura altro se non quella naturale riluttanza verso le prognosi infauste che certi esami diagnostici possono alla fine rivelare (Dawson E. Savitsky K. Dunning D., 2006).

E difatti, che beneficio si ricava dall’indicare in anticipo lo stadio precoce d’un morbo crudele per cui non esiste cura? (Schwartz L. M. & Woloshin S., 2012).

 

Accade che i metodi di raccolta delle informazioni vengano finalizzati a distorcerle già prima di cominciare ad accumulare gli eventuali dati da contrastare. Se, per esempio, ci sembra più probabile sia negativa la risposta alla richiesta che stiamo per formulare a una certa persona, saremo tentati di valutare quest’ultima di conseguenza altrettanto negativamente, per meglio razionalizzare l’eventuale delusione futura, e così forse “portarci avanti con il lavoro” (Wilson T. D., Wheatley T. P., Kurtz J. L., Dunn E. W. & Gilbert D. T., 2004).

L’impatto della motivazione sulla programmazione dati s’estende fino all’elaborazione preconscia degli stimoli visivi, dirigendo oculatamente quanto verrà poi presentato alla consapevolezza. Se appare sin da subito elevata la probabilità che l’informazione accresca la nostra autostima, oppure aumenti la nostra capacità d’ingannare, la procedura di distorsione diventa ancora più disponibile, rapida ed efficace.

Un’interpretazione tendenziosa senz’altro modula questa procedura, ma chi ha una migliore opinione di se stesso mostra pure un atteggiamento più sicuro che non necessiterà d’autoinganno. Di fronte a degli obiettivi comuni, infatti, l’autoinganno condiviso attrae e tiene compatti gli individui, altrimenti la tendenza preconcetta rischia di dividere e allontanare proprio dalle personalità più forti, anche se non caparbie.

 

Pure la memoria si modifica in modo da rievocare in prevalenza ricordi gradevoli. Le negatività si vanno man mano sbiadendo, quanto meno per trasformarsi in neutre o indifferenti.

L’illusione del progresso, legata all’evoluzione della vita, ci ritiene in ogni modo migliorati, rendendo coerenti o aggiustando egocentricamente le distorsioni a nostro vantaggio. Il meccanismo mnemonico del resto è facilmente manipolabile, in quanto fondato su modalità ricostruttive.

Il fatto di ricreare costantemente gli engrammi a ogni rievocazione lascia molto spazio alle influenze esterne da parte di chi si intromette formulando magari domande capziose (Loftus E., 1996). Sembra addirittura che, nel corso della preparazione alla prestazione, il rehearsal differenziale dei dettagli, su cui ci si sofferma maggiormente, sia il principale imputato della progressiva distorsione dei ricordi.

L’abilità non è tanto quella del “testimone oculare” che dovrebbe attenersi a riportare fedelmente quanto registrato, bensì di chi sa porre le domande giuste senza influenzarne una rievocazione poco attendibile.

Lo scopo dei falsi ricordi sembra proprio quello di arricchire e abbellire le apparenze di dettagli, a dir poco, teatrali. Se la nostra tesi viene unanimemente riconosciuta valida, a risultarne rafforzata è la nostra immagine, che svolge appunto la funzione di rappresentarci meglio di come non siamo in realtà. La distorsione dei ricordi è tanto più forte quanto più è latrice d’una presumibile conservazione di autostima, giustificazione di sbagli e fallimenti, possibilità di respingere altrove le cocenti responsabilità.

 

L’illusione del miglioramento non riconosce errori recenti, che invece conviene attribuire a carenze d’una versione precedente di noi stessi. Con un giuoco di parole (“From chump to champ”), intraducibile in italiano (sarebbe come dire: da buono a ottimo, dalla mediocrità all’eccellenza), Anne E. Wilson e Michael Ross (2001) evidenziano lo scemare con il passare del tempo d’un sereno giudizio di sé e della contestuale affidabilità mnemonica. Si proietta, insomma, a ritroso il sentimento di autostima di come si è adesso, in modo da far coincidere sulla distanza il giudizio attuale con la valenza della personale esperienza passata (Ross M. & Wilson A. E., 2002).

Daniel Gilbert (2006) suggerisce che, anche nel caso opposto della previsione futura, si continua a proiettare il sentimento attuale, sopravvalutando o sottovalutando la reazione emotiva, in base alla buona o cattiva prospettiva del momento. Quali che siano le previsioni verbali, il compromesso è più pertinente al comportamento di cui in fondo costituisce parte integrante.

Il problema sta nell’interpretazione. – scrive Robert Trivers, in “La Follia degli stolti. La logica dell’inganno e dell’autoinganno nella vita umana” (Einaudi, Torino 2013) – Per alcuni è una forma di autoinganno in cui non siamo consapevoli di quanto il nostro sistema d’autoinganno modificherà nuovamente il nostro pensiero in futuro. Non mi convince. Proiettare nel futuro ci viene naturale perché esprime il nostro attuale stato emotivo. Le previsioni verbali riguardo ai nostri futuri stati mentali probabilmente sono un’invenzione relativamente recente con effetti selettivi limitati…”.

Analogamente, nell’esperienza quotidiana, i nostri comportamenti, se corretti, si ricordano con grande sistematicità, assieme agli errori degli altri, quasi in ossequio all’osservazione della parabola evangelica (in Luca: 6, 41) circa la pagliuzza nell’occhio di chi ci sta di fronte.

Ma c’è di peggio, qualora si avesse la presunzione d’emulare improvvidamente il Conte della Concordia, Pico della Mirandola, come umoristicamente Mark Twain sosteneva con il paradosso: “La mia memoria è così buona che posso ricordare cose che non sono mai accadute”!

 

Al fine di darci una ragione dei comportamenti suscettibili di critiche, si ricostruiscono per intero le giustificazioni apposite, persino in funzione narrativa (Mercier H. & Sperber D., 2011).

Una motivazione viene spiegata come prodotto di condizionamenti incontrollabili ed esterni alla propria volontà, col vantaggio esplicito di ridurre al minimo la colpevole responsabilità. Una sorta di stato di necessità sintetizzata nel motto: “non avevo scelta”!

Questa visione relativamente deterministica di una condotta riprovevole potrebbe essere paragonata all’assenza di partecipazione consapevole al compimento d’un fatto incontestabile. E difatti, manipolando la variabile riduttiva del dovere morale, s’innesca l’idea che il comportamento sia accettabile. “Così fan tutti”!

La tendenza è quella di riformulare i dati in nostro possesso in modo che si trovino orientati nella direzione della nostra personale valorizzazione. Eppure, esistono degli errori sistematici non obbligatoriamente procurati dal meccanismo dell’autoinganno.

I suoni in avvicinamento li percepiamo più forti e viceversa più deboli di quanto non siano in realtà quelli che si allontanano (Neuhoff J. G., 1998 e 2001). La spiegazione consiste nell’intrinseca pericolosità di quanto ci viene incontro, percepito come minaccioso, e quindi da intercettare con la massima celerità. Da una posizione sopraelevata, e dunque rischiosa, la profondità di caduta supera la medesima distanza osservata da una prospettiva meno azzardata.

Daniel M. Wegner (2009) afferma che nello sminuire i nostri difetti ed esagerare le qualità che ci attribuiamo, agendo al contrario nei confronti del prossimo, ricorriamo a locuzioni come: “non essere all’altezza, andare troppo oltre, fare il passo più lungo della gamba, mancare il bersaglio di tanto, perdere di vista l’obiettivo primario o gettare via il bambino assieme all’acqua sporca”, quasi un patteggiamento per ottenere uno sconto di pena. In tali occasioni riusciamo a “pensare, dire o fare esattamente la cosa peggiore” per non smentirci e ridurre, secondo questo razionale, tutte le inopportunità detestabili in distrazioni minime, trascuratezze, piccoli errori di calcolo o di valutazione, finalizzati però sempre all’iper-valorizzazione personale, i quali, stranamente eppure convenientemente, servono l’usuale obiettivo d’un diretto tornaconto, prefissato con scrupolo e sistematicamente da raggiungere.

 

Come se esistesse un’equazione che determina la diminuzione di responsabilità dalla nostra parte, corrispondente all’aumento dall’altra, chiunque essa sia, proiezione e diniego rappresentano un concatenato meccanismo che cancella per ricreare una nuova verità. Difficilmente i due procedimenti possono stare separati, poiché, se prima non si elimina non è concesso ricostruire e la negazione lascia un vuoto che necessita d’essere riempito, quasi ad assecondare il principio dei vasi comunicanti.

La dissonanza cognitiva consiste in una contraddizione interna vissuta con una tensione, che può sfociare nell’angoscia, richiedendo immediata soddisfazione nell’autogiustificazione: “Errori ne sono stati commessi, ma certo non da me” (Tavris C. & Aaronson E., 2007). La dissonanza fra il desiderio dell’uva e l’incapacità di arrivarvi, conduce la volpe della fiaba di Fedro alla conclusione che “tanto l’uva è acerba“.

Quest’obbligo di ridurre la dissonanza cognitiva si ripercuote sulla modalità reattiva all’informazione successiva. Anche a costo di ignorare o di manipolare ciò che invece li contraddice, i nostri pregiudizi (bias) hanno sete di conferme.

Lord Molson, esponente politico britannico conservatore, viene citato di solito per la lucidità di tanta consapevolezza: “I will look at any additional evidence to confirm the opinion to which I have already come”  (Prenderò in esame qualsiasi ulteriori prove che convalidino il parere da me già formulato). Superato forse solo dal generale americano John Lesesne DeWitt che, durante la seconda guerra mondiale, difese l’internamento ingiustificato dei cittadini d’origine giapponese, senza che venisse mai prodotta alcuna prova d’una qualche loro slealtà. “The very fact that no sabotage has taken place to date is a disturbing and confirming indication that such action will be take” (Il fatto che non sia avvenuto nessun sabotaggio è un indizio inquietante a conferma che un’azione simile sarà compiuta)!

Le prove contrarie alle proprie credenze hanno l’inevitabile, inqualificabile, esito di rafforzarle. Sulla bilancia critica i pregiudizi già acquisiti pesano più dei giudizi formulati obiettivamente sulla base di informazioni concrete, ma neutrali.

Scarsa considerazione, critica e travisamento sono prontamente in agguato per attaccare le opinioni che ci sono contrarie o le prove che potrebbero far vacillare le nostre non ancora ben consolidate certezze. Eppure la riduzione del carico cognitivo viene richiesta pure dalla razionalizzazione di decisioni non più modificabili.

Il valore attribuito tende ad aumentare a posteriori, con la conseguenza che tutto ciò non può essere restituito praticamente attira di più, nonostante, verbalmente, magari si dica il contrario. Qualcosa che ha delle conseguenze irrimediabili va naturalmente giustificato con adeguata determinazione.

Prendiamo una prima decisione apparentemente priva di conseguenze e poi la giustifichiamo per ridurre l’ambiguità dell’approccio. – scrivono Carol Tavris ed Elliot Aronson (2007) – Si avvia così un processo di intrappolamento – azione, giustificazione, ulteriore azione – che aumenta la nostra intensità e il nostro impegno e può portarci lontano dalle nostre intenzioni o principî originari”.

Un’illusione generale di fedeltà a se stessi razionalizza in merito all’iterazione del comportamento. La coerenza spinge fino alla testardaggine, quando ci si ostina nel rifiutare o nel preferire qualcosa di già escluso o scelto, mentre se la scelta è effettuata da altri, la caparbietà s’intestardirà nel desiderare proprio quanto non più in offerta (Egan L. C. et al 2007, 2010). Come dire: “l’erba del vicino è sempre più verde”!

Nell’Autobiografia di Benjamin Franklin, a proposito dell’animosità d’un legislatore rivale, viene riportata questa eccezionale constatazione psicologica, nota come “effetto Ben Franklin”: “He that has once done you a kindness will be more ready to do you another, than he whom you yourself have obliged” (Colui che vi ha fatto una gentilezza una volta sarà più disposto a farvene un’altra di colui a cui avete fatto un favore voi).

A dispetto dell’adagio “se vuoi che l’amicizia si mantenga fa che un paniere vada e uno venga”, per giustificare un regalo il miglior modo è quello d’indurre l’altro a iniziare a donarci per primo qualcosa. Il doppio effetto sarà quello d’aumentare la propria autostima e di conseguenza produrre sentimenti positivi di gratitudine verso l’altro.

 

Giuseppe M. S. Ierace

 

 

Bibliografia essenziale:

Carnevali B. Le apparenze sociali, il Mulino, Bologna 2012

Dawson E., Savitsky K. & Dunning D. ‘Don’t tell me, I don’t want to know’: understanding people’s reluctance to obtain medical diagnostic information, Journal of Applied Social Psychology, 36, 751-68, 2006

Egan L. C., Santos L. R. & Bloom P. The origins of cognitive dissonance: evidence from children and monkeys, Psychological Science, 18, 978-83, 2007

Egan L. C., Bloom P. & Santos L. R. Choice-induced preferences in the absence of choice: evidence from a blind two choice paradigm with young children and capuchin monkeys, Journal of Experimental Social Psychology, 46, 204-7, 2010

Gilbert D. Stumbling on Happiness, Alfred A. Knopf, New York 2006

Loftus E. Eyewitness Testimony, Harvard University Press, Cambridge 1996

Mercier H. & Sperber D. Why do humans reason? Arguments for an argumentative theory, Behavioral and Brain Sciences, XXXIV, 2, 57-74, 2011

Neuhoff J. G. Perceptual bias for rising tones, Nature, 395, 123-4, 1998

Neuhoff J. G. An adaptative bias in the perception of looming auditory motion, Ecological Psychology, 13, 87-110, 2001

Ross M. & Wilson A. E. It feels like yesterday: self-esteem, valence of personal past experience, and judgments of subjective distance, Journal of Personality and Social Psychology, 82: 792–803, 2002

Schwartz L. M. & Woloshin S. How the FDA Forgot the Evidence. The Case of Donepezil 23 Mg, British Medical Journal, 1086, 2012

Tavris C. & Aaronson E. Mistake Were Made (But Not by Me), Harcourt , New York 2007

Trivers R. La Follia degli stolti. La logica dell’inganno e dell’autoinganno nella vita umana, Einaudi, Torino 2013

Wegner D. M. How to think, say, or do precisely the worst thing for any occasion, Science, 325, 48-50, 2009

Wilson A. E. & Ross M. From chump to champ: people’appraisals of their earlier and present selves, Journal of Personality and Social Psychology, 80, 572-584, 2001

Wilson T. D., Wheatley T. P., Kurtz J. L., Dunn E. W. & Gilbert D. T. When to fire: anticipatory versus post-event reconstrual of uncontrollable events, Personality and Social Psychology Bulletin, 30, 340-51, 2004

 







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