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Ci sono soltanto due specie di uomini: gli uni, giusti, che si credono peccatori; gli altri, peccatori, che si credono giusti. Blaise Pascal
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La famiglia adolescente

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 14 Marzo 2016 | 1,192 letture | Stampa articolo |
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“L’adolescenza è una ‘malattia’ normale. Il problema riguarda piuttosto gli adulti e la società: se sono abbastanza sani da poterla sopportare”, Donald Woods Winnicott (1896-1971).
Ciascuno dei genitori sperimenta singolarmente la pubertà dei figli e tendenzialmente sarebbe portato a deresponsabilizzarsi, proiettando sul coniuge il proprio sentimento d’inadeguatezza. La stessa identità personale, sebbene strutturata sulle scelte del passato, si pensa possa ancora subire delle modificazioni, che non escludono persino la famiglia in sé, intesa come entità immutabile, e dunque da rimettere in discussione. Difatti, la maturità non sempre è detto costringa a quell’atteggiamento sufficientemente riflessivo da consentire una rielaborazione distaccata di ciò che è stato, ma spesso si sofferma a rivoltolarsi in rimpianti e rivendicazioni, che trascurano i ruoli di coppia, paterno e materno, nell’inseguimento di realizzazioni individuali, in quanto persone distinte e prive di vincoli.
La rigidità con cui si tende a interpretare un ruolo procura quell’incertezza che necessita di frequenti rassicurazioni, sulle quali ci si interroga incessantemente, specie in tema di gestione relazionale ed educazione. L’approvazione che si va quindi a ricercare nell’ambito familiare, per ricevere adeguata legittimazione dai diretti interessati, rovescia di frequente il segno relativo al bisogno di conferma in una vera e propria necessità di riconoscimento, fino a produrre una netta sudditanza. E dal “padre padrone” (1975) della “pedagogia progressista” di Gavino Ledda si è così giunti alla paradossale condizione di un quasi servitore postmodernista, come descritto dal “realismo isterico” di Jonathan Franzen, in “Strong motion” (1992).
“E perché, con la scusa di essere genitori responsabili, state inculcando ai vostri figli lo stesso ethos del consumo, se i beni materiali non sono l’essenza dell’umanità: perché vi state assicurando che la loro vita sia ingombra di oggetti come la vostra, con doveri e paranoie e immissioni ed emissioni, così che l’unico scopo per cui avranno vissuto sarà quello di perpetuare il sistema, e l’unica ragione per cui moriranno sarà il fatto di essersi logorati?”.
Massimo Ammaniti, in “La famiglia adolescente” (Laterza, Bari 2015) ci spiega come i ragazzi “avrebbero bisogno di confrontarsi con adulti stabili, convinti delle proprie idee, in grado di assolvere in modo fermo il proprio ruolo educativo. Perché nella lotta contro i genitori per far valere il proprio punto di vista, i giovani imparano a riconoscere i propri limiti e a trovare una propria coerenza personale”.


Nel saggio “The use of an object and Relating through Identification” (1969), Winnicott esponeva in che modo l’altro possa essere proiezione dei propri stati d’animo, nel caso in cui la relazione lo situi nel campo dell’onnipotenza soggettiva, altrimenti con il semplice “utilizzo” lo si riconosce concretamente nella sua realtà oggettuale.
“Quando parlo dell’uso di un oggetto, tuttavia, io do per scontato l’entrata in rapporto con l’oggetto, e aggiungo nuove caratteristiche, che implicano la natura e il comportamento dell’oggetto. Per esempio, se l’oggetto si deve usare, esso deve necessariamente essere reale, nel senso di essere parte di una realtà condivisa, e non faccio proiezioni. È questo, io penso, che crea l’enorme differenza esistente tra il mettersi in relazione e l’usare”.
Ne consegue che il “nostro” oggetto dovrà pertanto continuare a resistere alla distruzione operata dal soggetto. Del resto, senza un avversario non si può vincere nessuna battaglia!
Sulla fantasia parricida e matricida, finalizzata a una definitiva, anche se tarda, emancipazione, s’era soffermato Jerry Rubin (1938-1994), in “Growing Up At Thirtyseven” (1976).
Ma, se i genitori non restano saldi di fronte agli attacchi, né evitano pericolose rappresaglie che rafforzino l’immagine distorta proiettata su di loro, che vantaggio potranno trarne gli adolescenti alla ricerca di validi confronti?

Per descrivere il comportamento sociale, Erving Goffman (1922-1982), in “The presentation of self in everyday life” (1956), ricorre alla metafora del teatro, in cui l’attore che recita la sua parte osserva attentamente il pubblico che dovrà conferire senso alla sua recitazione, modulandola allora in un ambito interattivo al quale intervengono tutti, e ognuno in funzione degli altri. Alla riuscita della performance partecipa molto il modo in cui la si rappresenta, assieme a ciò che viene riprodotto sul palcoscenico, e a quello che avviene pure dietro le quinte, e che si pensa non venga afferrato appieno dagli spettatori, il cui comportamento potrebbe restare apparentemente implicito.
Questa tematica di espressività comunicativa si accentua quando la si riproduce in rete.
“Quando gli adolescenti creano un profilo on line, sono allo stesso tempo individui e parte di un collettivo. – sottolinea Danah Boyd, in “It’s Complicated: The Social Lives of Networked Teens” (2014) – La loro rappresentazione di sé è costruita attraverso ciò che esplicitamente trasmettono e condividono con i loro amici, che si lega al modo in cui le altre persone rispondono loro”.
“Collettivo”, in questo caso, assume un significato del tutto peculiare, poiché il pubblico al quale s’indirizza la propria narratività, inevitabilmente allo scopo di condividerla, è delimitato dall’approvazione che fornisce e rimanda, rafforzandone l’immagine, in caso contrario si rischia l’esclusione.
La brama di visibilità richiede uno specchio nel quale alimentare il proprio narcisismo!
Un ragazzo “deve distruggere ciò che lo minaccia: la dipendenza amorosa da un altro essere vivente, l’appartenenza a un gruppo, l’antico desiderio di mamma, di papà, della famiglia. – scrive Gustavo Pietropolli Charmet, in “Fragile e spavaldo. Ritratto dell’adolescente di oggi” (2014)- Narciso si sente minacciato da qualsiasi desiderio possa sperimentare, poiché esso può non venire soddisfatto o esposto alla dolorosa attesa di un sì o di un no”.

Sul “New York Magazine”, Emily Nussbaum è arrivata a chiedersi che fine abbia fatto, presso le nuove generazioni, il senso del pudore: “Say Everything – As younger people reveal their private lives on the Internet, the older generation looks on with alarm and misapprehension not seen since the early days of rock and roll. The future belongs to the uninhibited” (February 12, 2007).
Il futuro appartiene ai disinibiti?
Secondo Massimo Ammaniti, autore de “La famiglia adolescente” (Laterza, Bari 2015), la condivisione dei comportamenti trasgressivi si alimenterebbe con la frequentazione di certi siti, verso cui si è spinti dalla curiosità naturale nei confronti del sesso, ma dai quali il medesimo viene restituito con modalità distorte e non relazionali. La pornografia si propone, sovente, nei termini parcellari della prestazione, dell’esibizione, e pertanto diventa scontata, se non suscita un interesse perverso nei confronti di qualcosa d’insolito, unheimlich, con cui tentare di mitigare la banalizzazione e il rischio dello stereotipo. La distorsione diviene in quel preciso istante un modo per oltrepassare dei limiti invalicabili, per approdare all’ignoto e appropriarsi di un certo non so che di intimo, ma soprattutto “a dispetto degli adulti”; i quali, a loro volta, invano, tentano di ricucire lo strappo temporale che li distanzia dai figli in un cortocircuito che li faccia tornare indietro, verso un’anacronistica “Adultescence” (da adult e‎ adol-escence).
Infatti, questa immaturità può rivelarsi pure come una formulazione mentale, nel modo d’essere, atteggiarsi, comportarsi, e di conformarsi alla percezione che si vuol mantenere di se stessi, indipendentemente dalle categorie cronologiche, che restano cristallizzate in un’eterna giovinezza, nel corso della quale non si debbano quindi assumere responsabilità di sorta e si possano continuare a coltivare i desideri più svariati.
Eppure, c’è differenza tra abdicare agli impegni, insensibilità in merito e restare invischiati, tutti, figli e genitori, in una stessa fase esistenziale.

“Il cervello dei teenager non è difettoso, – asserisce Jay N. Giedd, sulle pagine dello Scientific American (“The Amazing Teen Brain”, 2015) – e non è nemmeno un cervello adulto pronto a metà: l’evoluzione lo ha modellato perché funzionasse in maniera diversa da quello di un bambino o di un adulto”. In quelli che sono i cosiddetti “anni del disallineamento”.
La causa prima risiede nella rivoluzione ormonale che innesca la trasformazione somatica, ripercuotendosi sulla regolazione emotiva, con l’attivazione del sistema limbico, mentre la corteccia prefrontale, che ne dovrebbe controllare gli impulsi, deve ancora evolversi appieno, al punto di promuovere un maturo raziocinio.
“Comportamenti come la propensione al rischio, la ricerca di sensazioni forti e il distacco dai genitori per rivolgersi ai compagni – aggiunge Giedd (“The Amazing Teen Brain”, 2015) – non sono segni di problemi cognitivi o emotivi, ma il naturale risultato dello sviluppo cerebrale, parte di ciò che serve a muoversi in un mondo complesso”.
Forse, i primi segnali del distacco affettivo si sarebbero dovuti ravvisare nella riluttanza verso un’eccessiva vicinanza e nella ricerca di riservatezza e intimità, o nella distanza tra giudizi e desideri che, in questo periodo, non possono più coincidere. Poi subentra una difficoltà di empatia, per il work in progress di una capacità di interpretare le espressioni, indispensabile nel comune relazionarsi con gli altri, quella “mentalizzazione” che quasi legge il pensiero e i sentimenti di quanti ci stanno attorno, ne replica gli atteggiamenti, ne assume gli orientamenti, addirittura quasi emulandoli. Tratti distintivi che potrebbero rendersi riconoscibili in gesti, espressioni, posture, inflessioni della voce accomunano e distinguono, fin quando, ultimato il processo istintivo di rispecchiamento, subentra quello cognitivo, in grado di meglio indirizzare l’interpretazione di segnali sino ad allora equivoci.

Quando Lev Tolstoj incominciava l’Anna Karenina (1877), affermando come “Le famiglie felici si rassomigliano tutte. Ogni famiglia infelice, invece, lo è a modo suo”, non poteva neppure immaginare la variabilità geometrica delle relazioni che si possono intessere con l’allargamento del nucleo tradizionale di convivenza, secondo estensioni o ricomposizioni, che lo rendono a volte multiplo, altre monogenitoriale, talaltra omoparentale.
Il fatto di diventare genitori in un’età sul limitare dell’orizzonte riproduttivo, e d’essere concentrati su una prole esigua che assorbe completamente l’attenzione, per molti versi, contribuisce al decomporsi in una qualche forma di regressione. Mentre, per i figli, l’essere al centro del nucleo familiare accentua l’atteggiamento egocentrico, mettendo ancor più in evidenza quella minor facoltà di porsi nella prospettiva degli altri, di comprenderne il punto di vista diverso, con l’incrementare un’ingiustificata diffidenza.
Sicché l’adolescenza sarebbe quasi come un limbo, in cui, in esito a uno sviluppo ancora incompleto, il reticolo emozionale non si trova del tutto allineato a quello di critica e aderenza alla realtà. Repentini e drastici cambiamenti d’umore e di comportamento, ricerca di sensazioni forti, propensione al rischio, sono adeguati a quell’età, anche qualora fossero davvero tanto insoliti da stimolare pesanti reazioni.
La cosiddetta “Sensation seeking” (ricerca d’emozioni) ha le sue basi metaboliche nel circuito dopaminergico che nelle dinamiche adolescenziali svolge un ruolo preminente. Un basso livello di questo neurotrasmettitore equivale a un calo dell’umore che procura sentimenti d’inutilità, mentre il suo ripristino corrisponde a una ripresa di vitalità che sfiora l’eccitazione, fomentata da una complice curiosità e fatale attrazione per quanto si presenti anticonformista e provocatorio. La disponibilità al rischio, o risk taking, sembra invece più funzionale al distacco e già più congeniale alla crescita.
“Il legame familiare dovrebbe essere quel legame che rende possibile l’allontanamento, -ammette Massimo Recalcati, in “Cosa resta del padre? La paternità nell’epoca ipermoderna” (2011) – perché dovrebbe saper accogliere il rivelarsi della differenza singolare”.
Allontanamento e separazione danno l’impressione di non essere accettati da nessuno, men che meno dai genitori; persino i papà soffrono del disinteresse dei figli che tenderebbero verso quell’autosufficienza e autorevolezza, perduta invece da quegli adulti che si rimettono in gioco, quasi in funzione “auto-reverse”.

“Oggi le persone appaiono più scisse, più schizofreniche di quanto non accadesse un secolo e mezzo fa; – considera Guido Mazzoni, ne “I destini generali” (2015) – i giunti che tenevano insieme le parti dell’io si sono allentati; viviamo su piani molteplici e la pluralità non è percepita come un problema. Non dobbiamo guardare alle azioni o alle pulsioni in sé, ma alla politica delle azioni e delle pulsioni, cioè all’indulgenza o alla severità con la quale la nostra forma di vita accetta o censura i comportamenti… Oggi è perfettamente legittimo anteporre il desiderio ai legami e ignorare le apparenze: la pluralità produce conflitti interni molto meno intensi di quanto non accadesse in passato… Viviamo esistenze frammentate e attimali; cerchiamo intensità momentanee; i nostri pensieri e progetti, le nostre passioni faticano a durare”.
“Oggi, – continua a complemento Gustavo Pietropolli Charmet, in “Fragile e spavaldo. Ritratto dell’adolescente di oggi” (2014) – gli adolescenti non hanno paura del castigo e non si sentono in colpa, perché gli adulti hanno abbandonato il sistema educativo della colpa e giustamente i figli non si sentono rei nei confronti del loro corpo e dei loro intimi pensieri”.
Ciò li ha resi forse immuni dal complesso di Edipo, ma, per la mancata immedesimazione nell’altro, non li abilita a prevedere le conseguenze delle loro scelte.
Molto probabilmente, ipotizza ancora Guido Mazzoni, sarebbero le medesime categorie con cui si è soliti giudicare il tempo presente a non riuscire a cogliere più la realtà, sia per via dei richiami a un passato perduto, sia, allorquando, non rimandando più a una progettualità definita, si riducono a mera proiezione di un desiderio.
“Per millenni il modello di famiglia egemone in Europa e in Asia, nonostante enormi differenze culturali, si è retto su alcune caratteristiche comuni: un matrimonio sancito formalmente, l’esistenza di relazioni sessuali privilegiate fra gli sposi, un codice di comportamento pubblico, l’illegittimità dell’adulterio, la natura eterosessuale del rapporto. Nel giro di pochi decenni i vincoli che tenevano insieme quest’impalcatura si sono dissolti. L’effetto più vistoso della metamorfosi è la fuga dai legami: il divorzio o la separazione sono diventate pratiche comuni; il numero delle persone che vivono sole, nelle grandi città americane ed europee, ha superato il numero delle persone che vivono in famiglia. Se per le società premoderne l’isolamento era una forma di vita anomala e sospetta, oggi è una condizione normale, e il linguaggio ordinario, sostituendo termini vagamente comici come ‘scapolo’ o ‘zitella’ con un termine emancipato e cool come ‘single’, prende atto della trasformazione. Peraltro l’allentamento della coppia e della famiglia tradizionali ha reso più facile creare nuove forme di vita e rivendicare desideri alternativi a quelli considerati legittimi” (“I destini generali”, 2015).
Di fronte alle modificazioni della pubertà, prima, per esempio, le ragazze potevano assumere atteggiamenti da “Little Women” (1868) in una romantica e insieme parodistica identificazione con la figura materna idealizzata, oppure viceversa da veri e propri maschiacci, in netto rifiuto della femminilità. Adesso, per lo più, la sessualità non viene affatto addomesticata nella rassicurazione e tanto meno negata, bensì affrontata di petto, ed esibita, per ribaltare qualsiasi tipo di dipendenza, nonché manipolata a fini competitivi, di potere e d’affermazione d’una prorompente personalità.
Da resistentissimo tabù, è divenuta oggetto di condivisione, rendendo palese ciò che è irrivelabile, perché privato, e pure ambiguo tema, a cavallo tra necessità e illegittimità, da normalizzare nella formulazione coniugale. L’accesso all’intimità si doveva conquistare contro l’autorità e per molti versi l’affetto dei genitori. Ma la spinta all’autonomia si modulava in proporzione alla rigidità dell’una e all’intensità dell’altro.
E questo nel rispetto di quel tanto di indicibile che alimenta l’ineffabilità, e del sentimento e dell’esperienza. A ciò, in ultima analisi, si deve la sua esclusiva profondità, ché, al contrario, “se vissuta sotto gli occhi di tutti”, diventa epidermica ed evapora.

Giuseppe M. S. Ierace

Bibliografia essenziale:
Alcott L. M. Little Women, Roberts Brothers, Boston 1868
Ammaniti M. La famiglia adolescente, Laterza, Bari 2015
Boyd D. It’s Complicated: The Social Lives of Networked Teens, Yale University Press, New Haven 2014
Franzen J. Strong Motion, Farrar, Straus and Giroux, New York 1992
Giedd J. N. The Amazing Teen Brain, Scientific American, 312, 32 – 37, 2015
Goffman E. The presentation of self in everyday life, University of Edimburgh, Social Sciences Reasearch Centre, Edimburgh 1956
Ierace G. M. S. La bussola dell’antropologo. Orientarsi in un mare di culture, http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/atri-argomenti/la-bussola-dell%E2%80%99antropologo-orientarsi-in-un-mare-di-culture/9208/
Ledda G. Padre padrone. L’educazione di un pastore, Feltrinelli, Milano 1975
Pietropolli Charmet G. Fragile e spavaldo. Ritratto dell’adolescente di oggi, Laterza, Bari 2014
Recalcati M. Cosa resta del padre? La paternità nell’epoca ipermoderna, Raffaello Cortina, Milano 2011
Rubin J. Growing Up At Thirtyseven, Warner Books, New York 1976
Tolstoj L. Anna Karenina, Russkiy Vestnik, Moskva 1878
Winnicott D. W. The use of an object and Relating through Identification, in Playing and Reality, 86-94, Tavistock Publications, London 1971







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