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La donazione di organi: viaggio tra paure e realtà

category Atri argomenti Rosario Girgenti 20 Novembre 2013 | 1,673 letture | Stampa articolo |
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Il dibattito relativo alla donazione degli organi prevede, dunque, un approccio conoscitivo ed un panorama d’informazioni non solo a livello medico, ma anche psicologico e comunicativo. Infatti, a causa della denominazione stessa di “donazione degli organi”, gli individui non si immedesimano mai in chi potrebbe riceverli, ma piuttosto in chi li deve donare, accrescendo così la paura di una mancanza di compiutezza terapeutica nei loro confronti a vantaggio di qualcun altro.

La difficoltà a comprendere il concetto di morte cerebrale, rappresenta, per alcuni, una vera sensazione di rischio personale. Fanno, inoltre, da contorno una serie di notizie giornalistiche e di miti metropolitani che aumentano ulteriormente i timori sull’argomento. Per tali ragioni, potremmo partire, in tale ambito, dalla domanda: che cosa significa morire? La morte è la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo, secondo la definizione universalmente accettata da chiesa, medicina e legge.

Da sempre, la morte s’identifica con la fine dell’attività cardiaca e con la cessazione del respiro: il cuore smette di battere, il respiro si ferma e prende avvio quel processo di decomposizione organica caratteristico del cadavere. Tuttavia i progressi tecnici hanno complicato la constatazione del fenomeno poiché rendono possibili le funzioni respiratorie e circolatorie, seppur in modo artificiale smentendo, così, il concetto secondo cui la cessazione di tale attività deve coincidere necessariamente con la morte.

Occorre, dunque, spostare l’attenzione da respiro e circolo, “centri della vita” secondo la tradizione millenaria, ad uno specifico organo che rappresenta il substrato essenziale della vita ed il cui danno irreversibile costituisce, da solo, il momento di compromissione dell’integrità dell’uomo come persona e quindi, il momento dell’evento morte. L’attenzione si sposta, dunque, su quello che è sempre stato il vero protagonista dell’arresto di circolo e di respiro: l’encefalo.


La morte, in tal senso, corrisponde alla fine dell’attività cerebrale, ossia non c’è più segno di attività elettrica. Tuttavia, il respiro meccanico può continuare a mantenere il sangue ossigenato, il cuore in funzione e anche gli organi continuano a essere perfusi e funzionanti. Tale situazione, rappresenta il caso in cui il cadavere diventa potenzialmente un donatore di organi. La morte, in questo caso, viene accertata attraverso l’esplorazione strumentale che evidenzia ripetutamente l’assoluta ed irreversibile perdita di tutte le funzioni dell’encefalo dovute all’assenza di flusso sanguigno endocrino protratta nel tempo. L’accertamento con criteri neurologici si protrae per almeno sei ore ed è eseguito per tre volte, da tre medici specialisti dipendenti dagli ospedali pubblici, con la collaborazione della direzione sanitaria. La legge prevede, infatti, un accertamento clinico e strumentale eseguito da una commissione composta da un esperto in neurofisiologia, un rianimatore e un medico legale. Si tratta di tre figure diverse, ognuna delle quali contribuisce in modo sostanziale all’accertamento del fenomeno morte, sia dal punto di vista clinico (rianimatore e neurologo), che da quello giuridico (medico legale). Sono assolutamente esclusi dal collegio di accertamento i medici che dovranno compiere il prelievo e il trapianto. Bisogna aggiungere che, per maggiore sicurezza, partecipa alla fase di accertamento del decesso anche la componente della Direzione Sanitaria che ha nominato la commissione e che conserva tutta la verbalizzazione dell’accertamento stesso. La procedura dura almeno sei ore, gli esami clinici e strumentali previsti vengono ripetuti per tre volte, all’inizio, a metà e alla fine dell’osservazione stessa, sempre con la partecipazione di tutti i membri della commissione e nel rispetto dei criteri e delle norme medico – giuridiche sopra esposte.

Attraverso un elettroencefalogramma ripetuto a distanza di tempo e l’esame clinico e neurologico del cadavere, si arriverà alla formulazione di un certificato di morte. Quindi, quando si sentono notizie di persone che sono uscite dal coma ritenuto irreversibile, bisogna avere ben chiaro che la situazione non era quella di morte accertata, perché le funzioni cerebrali non erano perse del tutto. Non è corretto, in tal senso, parlare di coma irreversibile per indicare la morte accertata con criteri neurologici; infatti, mentre può accadere ed è accaduto che un rianimatore esprima la propria prognosi di irreversibilità di coma e poi i fatti smentiscono tale prognosi ed il paziente non muoia, sopravviva in stato vegetativo o addirittura si svegli, non può accadere e non è mai accaduto che una morte accertata con criteri neurologici sia stata smentita dalla sopravvivenza del paziente.

Dal punto di vista della diagnosi, inoltre, non esiste alcuna differenza tra donatori e non donatori. Uno dei dubbi più frequenti da parte della popolazione è proprio questo: esiste una procedura di accertamento di morte diversa per chi non è donatore, rispetto a chi lo è? Certamente no, infatti, la segnalazione e l’accertamento di morte sono obblighi di legge, indipendentemente dal fatto che il soggetto deceduto sia o non idoneo a donare, e che i suoi familiari siano favorevoli o contrari alla donazione. La segnalazione e la constatazione della morte sopravvenuta intervengono in ogni caso e per ogni paziente, quando ancora non si conosce la posizione del soggetto o dei familiari in rapporto alla possibilità di acconsentire o no il prelievo. Nondimeno, è esclusa la possibilità che un diniego alla donazione, da parte del soggetto in vita o della famiglia, non sia rispettato; in sostanza, nessuno si vedrà prelevare degli organi dopo avere esplicitamente manifestato la propria opposizione. In questo caso, tuttavia, non deve sorgere nessun timore a proposito delle cure e delle terapie che saranno somministrate al paziente: in nessun modo il fatto di non essere donatore pregiudicherà il trattamento medico. Allo stesso modo, il dichiararsi donatore non espone al rischio di essere dichiarati morti prima del tempo, poiché l’accertamento è rigoroso, collegiale, documentato e verbalizzato e, d’altra parte, il dichiararsi non donatore non procura vantaggi in termini di prosecuzione ad oltranza delle terapie. Queste, infatti, sono finalizzate solo alla conservazione in stato vitale degli organi di un soggetto il cui cervello è morto e di cui la salma, una volta accertata la morte, sarà comunque trasferita in obitorio, passando o meno per una sala operatoria per eseguire il prelievo degli organi.

Dubbi e timori vari, connessi alla donazione potrebbero anche far capo a questioni etiche religiose. In tal caso, potrebbe essere utile sapere che nessuna delle maggiori religioni si oppone manifestamente alla donazione degli organi.

La religione Cattolica accetta i trapianti e la donazione degli organi è incoraggiata in quanto atto di carità; la donazione è citata nel catechismo come esempio di comportamento solidale e caritatevole.

La religione protestante incoraggia e sostiene la donazione degli organi; quella ebraica sostiene che “se è possibile donare un organo per salvare una vita è obbligatorio farlo”.

La religione Buddista, Induista, Mormone, Quacchera e Scienza Cristiana non prende posizione e demandano la decisione al singolo individuo, poiché ritengono che la donazione sia un fatto del tutto personale, la cui scelta spetta esclusivamente all’individuo.

La religione Islamica approva la donazione se avviene da persone che hanno data in anticipo il loro consenso per iscritto, a patto che gli organi non vengano conservati bensì subito trapiantati.

I Testimoni di Geova ritengono che il trapianto degli organi sia una decisione che spetta al soggetto interessato e non si oppongono alla donazione.

Le religioni Greco Ortodossa e Amish non pongono dichiarate obiezioni alla donazione e alle procedure che contribuiscono a migliorare lo stato di salute, ma la prima è contraria alla donazione dell’intero corpo per la sperimentazione o la ricerca, mentre la seconda è riluttante se il risultato è incerto.

Un altro aspetto connesso all’atto della donazione, può essere collegato al timore circa  l’aspetto assunto dal corpo dopo la donazione. Tale quesito è forse uno dei primi che si presentano nella mente del donatore o della famiglia che acconsente al prelievo e rappresenta, di fatto, un timore legittimo perché si tende a pensare che, oltre a rivedere il congiunto cadavere, questo avrà un aspetto spaventoso a causa delle mutilazioni che gli saranno inferte durante l’operazione. Niente di più sbagliato. Infatti, il cadavere che ha subito un prelievo di organi, se è vestito, è assolutamente uguale a tutti gli altri cadaveri, mentre se è nudo reca una cicatrice in corrispondenza del luogo dove è avvenuto il taglio; è dunque integro ma con una ferita chirurgica chiusa con punti di sutura. Non avviene alcuna mutilazione o deturpazione che possa rendere la salma inguardabile o spaventosa.

Per completezza d’informazione, verrà di seguito affronto l’aspetto legislativo, volgendo particolare attenzione riguardo gli aspetti cautelativi per il possibile donatore. La situazione legislativa attuale è un regime transitorio tra la vecchia e la nuova legge, non ancora applicata. La vecchia legge, consiglia il prelievo di organi a condizione che il deceduto non abbia espresso in vita parere contrario e concedere ai familiari un diritto di opposizione. Tale diritto può essere esercitato in prima istanza dal coniuge non separato; in mancanza di coniuge, dai figli e, se non vi è prole, dai genitori. Mentre l’opposizione del soggetto espressa in vita non può essere ostacolata dalla volontà di donazione dei familiari, l’opposizione di questi ultimi, secondo la vecchia legge, prevale anche sulla manifestazione di volontà favorevole espressa in vita. La nuova legge, invece, riporta la decisione al soggetto direttamente interessato e prevede che ciascuno decida per se stesso, esprimendo in vita, dopo essere stato informato, la propria volontà di donare o non donare gli organi dopo la morte. Nel caso il cittadino non abbia risposto alla richiesta di esprimere la propria volontà, la nuova legge, non ancora applicata, prevede che, se può essere dimostrato che il soggetto abbia ricevuto sia la richiesta, sia l’informazione e che non abbia risposto, sia considerato favorevole e quindi donatore (silenzio assenso). Ma date le polemiche sollevate in quest’ultimo periodo dalla televisione e dalla stampa,   anche questa posizione è stata riveduta. Il decreto, in ogni caso, al momento, non prevede l’attivazione del silenzio assenso, rimandando alla famiglia la decisione, in caso di non espressione in vita del defunto, e rinforza invece la prevalenza dell’espressione di volontà del soggetto sul parere dei suoi congiunti. Inoltre, chiunque con la nuova legge può far cambiare il proprio status da donatore a non donatore e viceversa. Non solo, ma la legge prevede che la presentazione da parte dei familiari di una dichiarazione di volontà del defunto, redatta dopo avere depositato nelle sedi designate la manifestazione di volontà, sia vincolante. In pratica, se il soggetto nonostante avere espresso il consenso al prelievo e averlo registrato nei centri competenti, cambia idea e rinuncia ad essere donatore, la sua decisione finale sarà rispettata. Ciò che è scritto nel modulo, quindi, può in ogni momento essere mutato. E’ importante parlarne sempre in famiglia, affinché questa, una volta interpellata, tenga conto, in primo luogo, del desiderio espresso dal congiunto.[1]

 

Dr. Rosario Girgenti

Psicologo Clinico

Clinical Assistant Professor of Psychiatry

University of Pittsburgh Medical School
Psiconcologo-Specialista in psicoterapia cognitivo-comportamentale

Responsabile Servizi Psicologia Clinica ambulatoriale Ismett

Email: rgirgenti [@] ismett [.] edu

 







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