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La gloria la si deve acquistare, l’onore invece basta non perderlo. Arthur Schopenhauer
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La casta Susanna e l’anagrafe del guardone – Relazioni vincenti, relazioni svantaggiose ed effetto nocebo: occhio sinistro, malocchio, invidia, “schadenfreude”… – “specchio delle mie brame”, ovvero il lato oscuro del desiderio

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 5 Dicembre 2009 | 3,193 letture | Stampa articolo |
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Esistono diversi modi di guardare e, tra di essi, quello di “guardare senza vedere” potrebbe essere considerato forse uno sguardo privo d’interesse; eppure, a seconda della quantità, dell’intensità, o della qualità, le occhiate verrebbero comunemente definite “brevi”, “corrette”, “strane”. Strano andrebbe interpretato, ad esempio, lo sguardo di chi sbircia con la coda dell’occhio, tipico di quanti desiderano guardare senza farsi vedere. Qualora fosse utilizzato da una donna, andrebbe decifrato in base ad un particolare codice d’interesse, alla stregua di come andrebbe colto il fissare con le palpebre socchiuse, alla maniera dei miopi.
“Lo sguardo rivolto verso il basso, con sopracciglia aggrottate, indica un atteggiamento diffidente” certificano Rocco Americo e Rosario Alfano, in “Relazioni vincenti, con il nuovo linguaggio del corpo” (Edizioni Il Punto d’Incontro, Vicenza 2009). Ma, se questo “sguardo di traverso” viene adottato in un momento in cui c’è poca chiarezza, è più semplicemente una “non verbale” richiesta di spiegazioni.
Ad un certo tipo di sguardo andrebbe imputato un qualche effetto “nocebo”, quale quello del “jettatore”, sia pure inconsapevole menagramo, oppure dell’impenitente invidioso.
C’è però chi guarda come per dire: “ti sta bene! Hai avuto quel che ti meritavi e ne sono contento”. Nella lingua thai verrebbe interpretata in questo modo l’espressione “som nam na”. Prossimo all’invidia sarebbe quel “desiderare il danno degli altri” di cui è foriero il detto sloveno “skodozeljnost”. “Provare piacere per la sfortuna altrui” in arabo diventa “shamtan”, mentre in tedesco è reso dalla più nota “Schadenfreude”. Si ricordi che fu Schopenhauer a coniare l’aforisma: “Neid zu fühlen ist menschlich, Schadenfreude zu genießen teuflisch” (“Provare invidia è umano, godere della Schadenfreude è diabolico”).
All’estremità opposta di tale meschino compiacimento si pone l’espressione “sour grapes” (uva amara), nell’originale favolistico (“Alòpex kai botrus”) di Esopo: ”Omfakés eisin” (robaccia acerba), nel senso  (“o mythos deloi”) di una rassegnata dissonanza cognitiva sconfinante nella simulazione.

Non dissimula un autentico guardone: sta con gli occhi inchiodati, da lubrici pensieri, sull’oggetto dei desideri. Evita di incrociare altre occhiate per non contravvenire al tacito accordo sociale che impone di “vedere senza guardare”. Questa regola va rispettata in ogni comunità civile. L’indice puntato contro lo stereotipo del seccatore serve a legittimare lo sguardo considerato “normale”, nel senso, quanto meno, di sopportabile, se non proprio ben accetto.
Lo stereotipo è una concezione astratta, strumento di valutazione abbastanza relativo e malleabile nella sua proposizione di parametro. Un conto è un bel giovinotto, ben vestito, criticabile fino ad un certo punto, ma giustificato quasi sempre, altro che si tratti di persona repellente, sciatta, anziana, che si avvicina troppo, senza tatto e con insistenza.
La descrizione del voyeur risente di un giudizio estetico, prim’ancora che etico, e di una critica sociale incalzante. Forma, distinzione e giovinezza rifuggono da una categorizzazione infamante. Saranno, al massimo, piacevolmente attratti, forse anche guardoni, ma galanti, giammai “brutti”, né “vecchi” e neppure “viziosi”, seguendo l’accezione più comune. Ad essere senza peccato quindi sono i giovani, innanzitutto, il cui atteggiamento viene accolto da una maggiore tolleranza.
In una tale definizione (di giovani) si rimanda ad una relatività soggettiva; così è “vecchio” chi è più anziano, ed in maniera abbastanza evidente, rispetto alla propria età; ed è il dato anagrafico a farlo uscire definitivamente dalla sfera di una improbabile tolleranza. Costituiscono eccezione quei capelli brizzolati che restano potenziali partner sessuali, e sempre che le loro intenzioni appaiano d’un certo interesse. Il sospetto di dimostrarsi sconvenienti sta ai limiti dell’idealizzazione di chi ha il “diritto” di guardare.

Per quanto grande possa essere l’accortezza di non farsi notare mentre si guarda, il minimo scarto dalle morfologie e dai comportamenti abitualmente ammessi, risalta subito. Un semplice batter di ciglia può rappresentare, nel “montaggio” delle diverse scene di uno spettacolo o della fantasticheria, uno stacco netto da quel lungo piano sequenza del paesaggio alla zoomata sul particolare anatomico. Joseph Y. Grafmeyer, ne “L’école de Chicago. Naissance de l’écologie urbaine” (1979), chiama questo andirivieni tra partecipazione, torpore, godimento, distrazione… un “gioco tra l’essere presente ed il ritrarsi”, che asseconda la fluidità del passaggio dalle apparenze al proprio mondo interiore, pur rimanendo all’interno delle ambigue frequenze di situazioni procacciatrici di immagini ancora catturabili, da inserire clandestinamente e sviluppare a proprio piacimento in un immaginario erotico sempre disponibile per l’archivio onirico.
“Quanto c’è di innato e quanto di appreso dal nostro ambiente, – si chiede Daniel Bergner ne “Il lato oscuro del desiderio, i sentieri deviati dell’attrazione sessuale” (Einaudi,Torino 2009) – quanto possiamo cambiare e quanto rimarrà chiuso per sempre nei recessi impenetrabili del nostro io?”
Lo “schema tipicizzante” di cui parlano Peter Ludwig Berger e Thomas Luckmann in “The Social Construction of Reality. A Treatise in the Sociology of Knowledge” (1966), si prefigurerebbe sulla base di un’attiva osservazione preliminare, breve o lunga che sia, intesa ad edificare un ordine tra le immagini carpite, per adeguare di conseguenza ad esso il comportamento successivo. Questo procedimento cognitivo, passando dall’occhio errabondo al fisso, dal paesaggio, che fa da cornice, ai corpi nella loro concreta carnalità, ne risulta somatizzato.
La conoscenza segue delle sue ragioni non sempre corrispondenti a quelle della vista o dell’epidermide ed all’osservazione del contesto si affianca la sensazione interiore che dà sfogo ad un’evidenza incorporata.
Un automatismo semicosciente spiana il campo a quell’”illusione della conoscenza interiore caratteristica del contatto corporeista”, come dice Eliane Perrin, in “Cultes du corps. Enquête sur les nouvelles pratiques corporelles” (1985). Ed è dal profondo di noi stessi che proviene quella verità che riesce ad imporsi con forza su qualsiasi ragionamento. Ma, a dar ascolto a Ray Birdwhistell (“Entretien”, 1981), “la natura della verità è sempre legata alla forma del contesto”.
La procedura del sapere che passa attraverso le sensazioni corporee risulta oltremodo ambigua, troppo per essere modulata da una qualificazione interiore del tutto soggettiva, la quale tuttavia risente dell’influenzamento ambientale. Inevitabilmente ci si verrà a trovare al centro di un sistema di scambi visivi in cui prevale l’osservazione delle modalità altrui del guardare e dell’essere guardati. L’occhio dei passanti, degli astanti, dei curiosi lo si sente fisicamente addosso, che lo si percepisca con la lateralità dello sguardo oppure facendolo rientrare nel campo visivo genericamente indirizzato al contesto, altrove o oltre.
L’osservazione degli altri avvertita sul nostro corpo viene soppesata nella sua intensità, quantità e qualità, e soprattutto nella proporzione in cui eventualmente incrementa o inibisce la pressione sui nostri propri atti, non più liberi, dissuadendoci o spingendoci a compierli. Il contenuto dell’occhiata, ovvero l’idea che di essa ci si fa, è altrettanto importante e lo si interpreta secondo il grado della propria sicurezza e stima di sé. Se ci si sente giudicati l’imbarazzo inesorabilmente aumenta.
L’interesse dello sguardo altrui , rivolto esclusivamente a dettagli anatomici, esposti o malcelati, è ancora più fastidioso. Contenuto, intensità, qualità, quantità delle occhiate incidono sulla disinvoltura. Pressione visiva e percezione di essa sono strettamente collegate e ricambiate dalla visibilità in maniera direttamente proporzionale: a maggior visibilità risponde un incremento della pressione visiva e, di conseguenza, ne aumenta la percezione da parte del soggetto.
I tratti egocentrici e narcisisti sono validi strumenti di affermazione in un ambito in cui la situazione tende a spettacolarizzarsi. La naturalezza ricompone pressioni, equilibri e distanze, e può persino respingerne l’insistenza e la particolarità, riportando il meccanismo d’osservazione a quei livelli di misura, diffusione, incoscienza, involontarietà, e non intenzionalità.

Lo sguardo femminile sui corpi di donna non è affatto neutro, come potrebbe supporsi di primo acchito, ma piuttosto è molto contraddittorio, pure nel contenuto, che potrebbe essere fortemente critico, pressante, opprimente, sospettoso, o indirizzato in modo specifico.
Si dice che, di solito, di fronte ad un problema complesso, la prima reazione sarebbe quella di ignorarlo, oppure di semplificarlo. La complessità delle interazioni visive, che possono essere mutevoli, sottili, multiformi, si controbatte per il tramite di uno schema cognitivo semplificativo, in modo, scrive  Jean-Claude Kaufmann, in “Corpi di donna, sguardi d’uomo”, (Trad. ital. Raffaello Cortina, Milano 2007), da “classificarle rapidamente attraverso griglie di lettura prestabilite”, le quali contribuiscono a rafforzare indirettamente le discriminazioni e lo stigma verso certe tipologie di atteggiamento. Se riservatezza e neutralizzazione apparterrebbero alla sfera del maschile, un maggior controllo sociale, che sfoci nell’imbarazzo, potrebbe venire esercitato più frequentemente dallo sguardo femminile.
Quando l’autostima della donna si basa marcatamente, e solo sulla bellezza fisica c’è proprio come una necessità di attirare l’attenzione per ottenere una valutazione obiettiva che eventualmente confermi la percezione del soggetto di fronte allo “specchio delle mie brame”, o le lusinghe verbali compiacenti e d’obbligo, obbligate cioè da una consolidata prassi diplomatica di convenevoli. Allo scopo di una costruzione positiva della propria identità, alla donna occorre di riuscire ad innescare il “riflesso visivo” di chi si gira per guardarla. Ed in questo caso, c’è proporzione, da un lato, con la durata, sia pur limitata del “vedere senza guardare”, o l’espressione di ammirazione e, dall’altro, con la crescita dell’autostima.
Tra il guardare meno, con lo sguardo vuoto ed il vedere un po’ di più con occhio attento, l’equilibrio viene modulato giusto su questo “un po’ di più”. Il “quanto basta” per regolare il sottile surplus della “durata supplementare autorizzata” risolve il compromesso tra audacia e consenso. La valutazione della propria bellezza una donna deve riuscire a decifrarla in questo minimo scarto. Nell’espressione degli occhi si può cogliere un quadro emozionale interpretabile come attrazione, repulsione o indifferenza. Le informazioni possono essere ricevute in termini quantitativi, di numero e durata cioè, oltre che qualitativamente nella fissità degli sguardi.
Eppure, molte volte a mutare è semplicemente la coscienza di essere osservati, più che l’occhio benevolo o malevolo degli altri. Se ci si sente guardati, anche qualora l’espressione dipinta in partenza fosse di assoluta neutralità, il solo fatto di aver indirizzato lo sguardo assume la tonalità dell’aspettativa di chi è osservato. In questo caso si sviluppa un’idea che non trova riscontro in prove obiettive e sufficienti, provenienti dall’esterno, per cui si attinge alle proprie sensazioni interiori per rintracciare indizi da interpretare secondo la rappresentazione che si ha di se stessi. Se la situazione viene percepita in termini positivi, lo sguardo altrui svolgerà un ruolo di sostegno, altrimenti diverrebbe destrutturante (effetto nocebo).
Marc-Alain Descamps, in “Le langage du corps et la communication corporelle”(1989), ha evidenziato come l’apprezzamento nei confronti di una conversazione renda piacevole l’essere guardati, mentre al contrario si preferisce non divenire oggetto d’osservazione o punto di riferimento. Allo stesso modo, la sola idea d’essere portatore d’un difetto fisico spinge a sottrarlo a tutti i costi alla pressione visiva. Seguendo l’immagine interiore che ci si è costruiti a diretta dipendenza dalla stima di sé, ci si esporrà volentieri, o meno, all’attenzione altrui.
Nello sfruttare i riflessi superficiali, ed, a volte, ingannevoli, di quel gioco di specchi, fatale alla matrigna di Biancaneve, si rafforzerà l’autostima, percependo sguardi di interesse, altrimenti le sensazioni sgradevoli, non venendo sottoposte al giudizio critico cosciente, nel saltare a pie’ pari l’elaborazione mentale, si somatizzeranno come imbarazzo, o si collocheranno sull’asse che dal panico della vergogna arriva alla paranoia del delirio di persecuzione.
Giuseppe M. S. IERACE
Bibliografia essenziale:
Americo R. e Alfano R. : “Relazioni vincenti, con il nuovo linguaggio del corpo”, Edizioni Il Punto d’Incontro, Vicenza 2009
Berger P. L. and Luckmann T.: “The Social Construction of Reality. A Treatise in the Sociology of Knowledge”, Anchor Books, Garden City, NY 1966
Bergner D.: “Il lato oscuro del desiderio, i sentieri deviati dell’attrazione sessuale”, Einaudi,Torino 2009
Birdwhistell R.: “Entretien”, in Winkin Y.: “La nouvelle communication”, Seuil, Paris 1981
Descamps M.-A.: “Le langage du corps et la communication corporelle”, PUF, Paris 1989
Grafmeyer J. Y.: “L’école de Chicago. Naissance de l’écologie urbaine”, Aubier, Paris 1979
Hillman J.: “La Giustizia di Afrodite”,La Conchiglia, Capri 2008
Ierace G.M.S.: “Magia Sessuale”, Armenia, Milano 1982
,,          ,,     :“Esibizionismo, voyeurismo…”, su www.nienteansia.it
Kaufmann J.-C.: “Corpi di donna, sguardi d’uomo”, (Trad. ital.) Raffaello Cortina, Milano 2007
Perrin E.: “Cultes du corps. Enquête sur les nouvelles pratiques corporelles”, Favre, Lausanne 1985
Punset E.: “Alla ricerca della felicità”, Fazi, Roma 2009
Winkin Y.: “La nouvelle communication”, Seuil, Paris 1981







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