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L’uomo, i libri e altri animali – etologia animale e umana (vergleichende Verhaltensforschung), sociobiologia, psicologia evolutiva – Il resto è rumore

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 16 Giugno 2013 | 1,786 letture | Stampa articolo |
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Tutto avrei potuto immaginare tranne che la lettura d’un libro di critica musicale, qual è quello di Alex Ross (“Il resto è rumore”, Bompiani, Milano 2009) potesse ricongiungersi alle divagazioni alle quali un etologo, Danilo Mainardi, e uno studioso di letteratura comparata, Remo Ceserani, si lasciano andare, dialogando amabilmente da vecchi amici, in  “L’uomo, i libri e altri animali” (il Mulino, Bologna 2013), circa i comportamenti che accomunano gli umani agli altri animali e che trovano echi nella poesia e nell’arte d’ogni tempo e paese. Anch’io, comunque, ho dovuto metterci qualcosa di mio, ma mi sono limitato alla personale progressiva perdita dell’udito, che, come si fa quando si prova a risolvere il problema del sottofondo acustico urbano, incita ad alzare il volume della voce.

L’effetto Lombard, riguarda me, e pure usignoli (Luscinia megarhynchos), cinciallegre (Parus major) e quaglie giapponesi (Coturnix japonica), pappagallini ondulati (Melopsittacus undulatus) e diamanti mandarini (Taeniopygia guttata).

I primi avventori di un locale cominciano a dialogare in toni moderati, che inevitabilmente, automaticamente e inconsapevolmente, aumentano con il vocio dei nuovi arrivati. Si tratta quindi della tendenza del tutto involontaria, incrementando lo sforzo vocale per mantenere la propria udibilità a fronte di un qualche rumore di fondo, a compensare con tale effetto il risultato acustico della pronuncia delle proprie parole in rapporto agli altri segnali uditivi ambientali. Questa variazione riguarda un po’ tutte le caratteristiche acustiche, non soltanto la sonorità, ma anche l’intonazione, il ritmo e persino la durata delle singole sillabe. Ovviamente, se l’intelligibilità della comunicazione non è rilevante, per esempio, in caso di ripetizione di concetti già espressi o di liste, l’esigenza di comunicare in termini di efficacia e di efficienza si riduce, come pure quest’effetto scoperto dall’otorinolaringoiatra  francese Étienne Lombard nel 1909 (“Le signe de l’élévation de la voix”, Annales des Maladies de L’Oreille et du Larynx, XXXVII (2), 101-9, 1911).

Oltre che sugli uccelli, la ricerca scientifica l’ha confermato nelle vocalizzazioni di altri animali, come le scimmie (Macaca mulatta, Simia sciureus, Saguinus oedipus, Callithrix jacchus). Essendo allora un “riflesso” involontario è un buon indice di eventuale simulazione di sordità incipiente.

E’ anche accertato che l’ascolto di un discorso pronunciato su di un leggero sottofondo di rumore, risulta senza dubbio migliore, rispetto alla riproduzione d’una registrazione nella quiete assoluta che poi venga riascoltata con un analogo livello di mascheramento. Anche se le persone possono imparare a controllarsi con modalità retroattiva, non sono in grado d’inibire l’effetto Lombard, di propria volontà, imponendosi di parlare come farebbero nel completo silenzio. Parallelamente, lo sforzo sonoro s’accompagna a movimenti dei muscoli facciali, che non risultano però d’aiuto quanto la variazione del volume del suono. Tra le altre modifiche che l’analisi percettiva ha verificato sulla produzione vocale, aumentano l’intensità del suono, la durata di pronuncia delle vocali, insieme con  le fondamentali frequenze fonetiche. Anche il contenuto linguistico ha la sua influenza sul riflesso Lombard, in quanto si assiste al prolungamento di estensione delle parole dal contenuto essenziale in misura di gran lunga superiore a quella delle voci che fanno da contorno al discorso, la cui comprensione è più irrilevante.

 

Passando dai segnali acustici a quelli visivi, Nikolaas Tinbergen ha ampliato questa ricerca (vergleichende Verhaltensforschung) alle macchie rosse esibite, nel ventre, dallo spinarello maschio e, nella parte inferiore del becco, dal gabbiano reale (“The herring gull’s world: A study of the social behaviour of birds”, 1953).

Nel caso del Larus argentatus, la macchia rossa sulla parte inferiore del becco giallo degli adulti costituisce uno stimolo-chiave che scatena modelli comportamentali istintivi, innati per i pulcini che lo cominciano a becchettare, ancor prima di inghiottire avidamente il pesce che viene loro offerto.

In periodo riproduttivo, mentre nelle femmine di Gasterosteus aculeatus fianchi e ventre assumono un colore rosato, nei maschi le colorazioni sono molto più accese, rosse, e gli occhi divengono azzurri. Una livrea piuttosto vistosa, dato il contrasto con il dorso blu-verde metallico. Il suo comportamento diventa molto territoriale, vale a dire che scaccia immediatamente da una determinata area, dove è sua intenzione nidificare, tutti gli altri maschi che si trovano di passaggio. E uno dei segnali che scatenano l’aggressività dello spinarello maschio è proprio il colore rosso.

In natura è molto presente la propensione alla metamorfosi e alla suggestione. La tanatosi, per esempio, non è altro se non l’immobilità tonica indotta dalla paura, piuttosto che dall’ipnosi. Finti occhi sono presenti su certe parti del corpo di farfalle e uccelli, come sulla coda del pavone o del fagiano argo, il quale, nei momenti cruciali del corteggiamento, ha l’accortezza di mantenere all’osservazione della compagna il profilo del capo, in modo tale che l’occhio vero si trovi sullo stesso piano di quelli che simula di possedere. Perché l’occhio ha la sua importanza in termini di attrazione sessuale determinante per la scelta femminile. Nei galliformi viene magnificato dal colore delle piume o da disegni che lo sottolineano oppure, al contrario, da un contorno nudo che lo pone in evidenza e lo ingrandisce.

L’esibizione di tanti occhi, seppure finti, riassume il valore del branco e ne incita il comportamento da arena, accumulando e moltiplicando, con tale simulazione, gli stimoli sessuali. Ne “L’Origine dell’Uomo e la selezione sessuale”, Darwin prova a spiegare questo, chiamiamolo, riassunto, in un unico individuo d’una rappresentazione che finge di mettere in scena un combattimento rituale. “Per appurare come tali ocelli si siano formati, non possiamo riferirci a una lunga serie di progenitori, e neppure a varie forme affini, in quanto oggi non esistono. Ma fortunatamente le numerose penne dell’ala sono sufficienti a darci una traccia verso la risoluzione del problema, e provano che è almeno possibile una gradazione da una semplice macchia a un ocello ben definito a forma di occhio” (“The Descent of Man, and Selection in Relation to Sex”, 1871).

Sulle ali delle farfalle, l’emulazione degli occhi di vertebrati risulta ancora più straordinaria, quando, nella finzione, una macchiolina più chiara giunge a simulare perfino il riflesso di luce sulla rotondità di una pupilla vera di rapaci notturni. La vanessa occhio di pavone (Inachis io), mostra i finti occhi nascosti nelle ali ripiegate solo quando le si avvicina un insettivoro da minacciare.

 

In “The Better Angels of Our Nature. Why Violence Has Declined” (2011), lo psicologo canadese, Steven Arthur Pinker, nell’affrontare il problema dell’aggressività e della violenza nella storia umana in rapporto alle altre specie, sostiene la diminuzione della prima, apertamente manifestata, nel corso di conflittualità sociali. Gli si obietta che molto dipende però dai criteri di definizione, nel senso ch’essi possono includere o meno le più varie forme di oppressione e prepotenza, nient’affatto scomparsi, se non addirittura larvatamente in crescita esponenziale, forse inversamente proporzionale alle guerre guerreggiate sul campo.

La violenza umana supera per crudeltà e perfidia quella d’ogni altro animale, come ci ricorda Dostoevskij nei “Fratelli Karamazov”: “Una belva non può mai essere crudele come un uomo, così raffinatamente, così artisticamente crudele. La tigre addenta, sbrana, e non sa fare altro. Non le verrebbe mai in testa di inchiodare gli uomini per gli orecchi e di tenerceli tutta la notte, anche se lo potesse fare” (“Bratya Karamazovi”, 1878-1880).

I seguaci della teoria hobbesiana hanno ritenuto come i popoli primitivi avessero sempre vissuto in una condizione di tale penuria da ingenerare continue rivalità e violenze, in contrapposizione al pensiero di Rousseau che vuole inoffensivo e gentile, generoso e buono il selvaggio che ha a disposizione ampi spazi e abbondanza di frutti. Anche gli etologi si trovano di fronte un quadro contraddittorio in cui, se da una parte, possono rilevare l’aggressività degli scimpanzé (Pan troglodytes), dall’altra osservano la convivenza pacifica dei bonobo (Pan paniscus), la loro pazienza, la compassione, persino l’altruismo.

Pinker scorge dei segnali di questa tendenza verso la diminuzione dell’aggressività nella diffusione delle dottrine del pacifismo, della non violenza e del vegetarianesimo, nelle battaglie per i diritti animali, contro la vivisezione e gli allevamenti intensivi. Sembra comunque che la qualità espressiva del potenziale aggressivo nell’uomo, qualunque sia il criterio di definizione impiegato, abbia subito, col trascorrere del tempo un notevole cambiamento, strettamente connesso a motivazioni squisitamente culturali.

 

I paguri (Dardanus arrosor), di grandi dimensioni, che si portano addosso certe attinie (Calliactis parasitica), se le contendono combattendo, secondo uno schema di ritualizzazione, organizzato sempre nelle stesse immutabili movenze. Alla fine, chi ritiene di non aver avuto la meglio si sdraia sul dorso in segno di sottomissione. In breve tempo, concluso questo cavalleresco torneo, si sarà stabilita una qualche gerarchia riconoscibile e idonea a mantenere la futura pacifica convivenza. La struttura sociale della comunità dei paguri sfrutta un iniziale rituale di aggressività per evitare ch’essa si manifesti ad ogni piè sospinto. Per cui, l’atteggiamento aggressivo che si conclude con la sottomissione e la formazione d’una gerarchia è funzionale alla vita in comune. Tanto che potremmo definire tale modello di violenza ritualizzata generatrice di socialità.

Tutto ciò non avviene con altri crostacei, i granchi d’acqua dolce (Potamon fluviatile), che occupano una nicchia ecologica differente, in cui le risorse alimentari sono distribuite uniformemente, fornendo il vantaggio d’una maggiore distanza spaziale che incide sul loro comportamento tendenzialmente più solitario. Tale prossemica viene  confermata dal comportamento aggressivo che mira ad allontanare e che richiede quale unica risposta una reazione di fuga.

In natura, queste due possibili soluzioni, l’interazione sociale, e viceversa la spaziatura prossemica, non conducono al finale cruento intraspecifico che eccezionalmente si registra tra le formiche e le mute di lupi. L’omicidio degli uomini  è invece molto meno raro, a causa d’una sorta di spalmatura di informazioni d’origine culturale su ciò ch’è rimasto d’istintivo nel nostro comportamento. La pseudospeciazione genera razzismo e il fanatismo, che sottende i cosiddetti branchi delinquenziali, non è che un’estrema perversione dell’etica, in grado di fornire giustificazioni a qualunque gesto aberrante.

In una specie sociale come la nostra, è la trasmissione di informazioni distorte che scavalca ogni verosimile etica etologica. In assenza di pregiudizio, circospezione, sfiducia, sentimento di persecuzione, la capacità espressiva dell’intenzionalità, anche nella comunicazione non verbale,  s’orienterebbe spontaneamente verso il blocco dell’aggressività altrui e la dimostrazione della propria inoffensività. La distorsiva spalmatura culturale e l’assenza di interazione diretta obliterano quei meccanismi, quali appunto le reazioni di fuga e paura, che, nelle situazioni naturali, salvaguarderebbero la vita.

La stigmatizzazione di questi comportamenti disonorevoli, sebbene sia premiata come dimostrazione di coraggio, espone maggiormente al pericolo, e a volte a inutili rischi. In caso di minaccia palese, la paura è molto utile a dosare i comportamenti. E’ normale che si manifesti negli spazi ignoti, in specie durante operazioni di esplorazione; diminuisce di poco nelle zone già ispezionate, ma non difese (home ranges); raggiunge il minimo d’allerta all’interno del proprio territorio. Con questo suo adeguato sistema di spartizione delle aree da proteggere, dove i possessori devono dimostrare il massimo dell’aggressività difensiva e la maggiore tendenza alla fuga è lasciata quale prerogativa degli invasori, la territorialità evita scontri cruenti. Per l’umanità, questo fattore preventivo non funziona, molto probabilmente, a causa dell’esplosivo e incontrollato incremento demografico.

Ogni topo è curioso e al tempo stesso timoroso, per cui si comporta come se fosse legato alla sua zona di sicurezza, rappresentata dal nido, dall’invisibile elastico della paura, allungato dall’esigenza di esplorare l’ambiente. Soddisferà dunque la sua necessità di conoscere gradatamente e con cautela.

L’istinto d’esplorazione delle drosofile è determinato geneticamente dalla nascita, in modo tale che una stessa popolazione possa disporre sia di individui tendenzialmente disposti alla sedentarietà, per presidiare gli ambienti già occupati, sia di curiosi esploratori che non trascurino di colonizzare altrove, senza farsi scappare nuove buone occasioni.

Gli animali hanno dimostrato, come evidenzia Dale Peterson nel suo ultimo libro di divulgazione scientifica, “The Moral Lives of Animals” (2011), d’avere capacità straordinarie, non solo di adattarsi all’ambiente circostante, ma di provare dolore, sofferenza, emozioni, come di avere fiducia reciproca, persino un senso di moralità, proveniente dalla trasmissione della sapienza di specie, accumulata nel Dna degli animali sociali in cui crea indubbi vantaggi selettivi. Darwin stesso aveva parlato d’una possibile corrispondenza tra l’istinto sociale dell’evoluzione biologica e il prodotto dell’evoluzione culturale quale fenomeno collettivo: “gli animali mostrano altre qualità connesse con gli istinti sociali, che in noi chiameremmo morali”. L’analogia è con i modelli trasmessi nella memoria di specie, a cui obbediscono ciecamente i comportamenti animali e il senso di giustizia, compassione, perdono, a cui molto facilmente non si attengono gli uomini, quando, senza che ce ne sia bisogno, e indipendentemente da problematiche acustiche, tendono ad alzare la voce per sopraffare l’uditorio di prepotenza.

 

Giuseppe M. S. Ierace

 

 

Ceserani R. e Mainardi D.: “L’uomo, i libri e altri animali”, il Mulino, Bologna 2013

Lombard É.: “Le signe de l’élévation de la voix”, Annales des Maladies de L’Oreille et du Larynx, XXXVII (2), 101-9, 1911

Peterson D.: “The Moral Lives of Animals”, Bloomsbury Press, New York 2011

Pinker S.: “The Better Angels of Our Nature. Why Violence Has Declined”,Viking, New York 2011

Ross A.: “Il resto è rumore”, Bompiani, Milano 2009

Tinbergen N.: “The herring gull’s world: A study of the social behaviour of birds”, Collins, Glasgow 1953

 







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