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L’istinto di narrare

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 28 Agosto 2014 | 1,986 letture | Stampa articolo |
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La mente è un prodotto dei due emisferi, o è qualcos’altro rispetto a questi? L’Io è il controllore centrale di sinapsi e neurotrasmettitori? E l’anima si nasconde nell’epifisi o rappresenta l’illusione che un “alieno” ci possieda?

Probabilmente, a partire dalle percezioni elaborate dalla rete neurale, il cervello costruisce delle piccole “storie” da raccontarci, quale abile “romanziere”, che narra la nostra esistenza come se fosse il suo capolavoro definitivo.

La natura umana contiene una spontanea e forte immaginazione, per cui creatività e pazzia spesso si affiancano.

Composti sol di fantasia” gli insani sono e i rimatori, confessa Shakespeare nel “Sogno d’una notte di mezz’estate”.

Le grandi menti sono di sicuro alla follia molto vicine/ e spazi esigui separano i loro confini”, cantava, tra il serio e il faceto, John Dryden nel suo poema satirico del 1681, “Absalom and Achitopel”.

Dei suoi colleghi, Lord Byron diceva: “Noi del mestiere siamo tutti matti!”.

Daniel Nettle (2001) avrebbe individuato questo “grande mistero” dell’intreccio tra creatività spontanea e forte immaginazione nella schizofrenia. Tali malati si caratterizzano per via d’una gran varietà d’eccentriche credenze e di comportamenti bizzarri che gli psichiatri classificano come deliri e allucinazioni. Sentono voci estranee, ma suadenti al punto tale da suggerire cose che non condividono, eppure da costringerli a eseguirle, e sospettano che le loro stesse azioni siano indirettamente sollecitate da alieni cospiratori.

Queste attenzioni nei loro confronti, e l’importanza attribuita a sconosciuti che li bersagliano con il loro ingiustificato interesse, incrementano l’autostima fino a farla lievitare in mania di grandezza. La ciclicità tra gli estremi opposti di esaltazione e depressione offre altrettanti spunti di riflessione.

La relazione tra follia e genio artistico – ammette Jonathan Gottschall, in “L’istinto di narrare”  (Bollati Boringhieri, Torino 2014) – è stata una sorta di cliché culturale…”.

Cliché culturale che però gli aneddoti letterari hanno contribuito ad alimentare:  Graham Greene giocava alla roulette russa, Sylvia Plath infila la testa nel forno, Beatrice Hastings s’uccide col gas, Virginia Woolf s’appesantisce per annegare, la Svetaeva s’impicca,  … E poi, Gérard L. de Nerval, Jens I. Bjørneboe, Paul Celan, Bryan Stanley Johnson…

Non posso morire senza essermi riconciliato, contento e sereno come sono, col mondo intero e soprattutto con te…. Lascia… ch’io mi ritiri. In realtà, tu hai fatto per me non dico quanto stava nelle forze d’una sorella, ma nelle forze d’una creatura umana, al fine di salvarmi: la verità è che per me non c’era aiuto possibile sulla terra…”, scrisse B. Heinrich W. von Kleist, prima di sparare all’amica e poi rivolgere l’arma contro di sé.

A tutti. Se muoio, non incolpate nessuno. E, per favore, niente pettegolezzi. Il defunto non li poteva sopportare. Mamma, sorelle, compagni, perdonatemi. Non è una soluzione (non la consiglio a nessuno), ma io non ho altra scelta [...] Come si dice, l’incidente è chiuso. La barca dell’amore si è spezzata contro il quotidiano. La vita e io siamo pari. Inutile elencare offese, dolori, torti reciproci. Voi che restate siate felici”, declama Vladimir V. Majakovskij.

Inerme e impotente, dovetti essere testimone della inconcepibile ricaduta dell’umanità in una barbarie che si riteneva da tempo obliata e che risorgeva invece col suo potente e programmatico dogma dell’anti-umanità”, era il vissuto di Stefan Zweig descritto nel postumo “Die Welt von Gestern. Erinnerungen eines Europäers” (Il mondo di ieri, Ricordi di un europeo, 1944).

Prima d’assumere la dose letale di barbiturici, Antonia Pozzi immaginava la fine come “Triste orto abbandonato l’anima/  si cinge di selvagge siepi/ di amori:/ morire è questo/ ricoprirsi di rovi/ nati in noi”(“Naufraghi”, 19 dicembre 1933).

Una vita a cui basti trovarsi faccia a faccia con la morte per esserne sfregiata e spezzata, forse non è altro che un fragile vetro”, ammetteva Yukio Mishima, nelle sue “Lezioni spirituali per giovani Samurai” (Wakaki Samurai no tameno Seishin kowa, 1970).

Cerco la strofa che sia fosca e queta/ come il lago incassato entro la neve;/ ier vidi il lago, ed era il cielo greve,/ tetra la sponda e bianca la pineta…” sembrava l’impegno di Giovanni Camerana.

“…Quando non c’è qualcosa di assolutamente nuovo da dire, il poeta della ricerca non scrive”, il testamento di Amelia Rosselli (“Una scrittura plurale”, 2004).

 

Non si tratterebbe, per Brooke Allen, solo di licenze poetiche, come neppure di diagnosi specifiche. “La tradizione letteraria occidentale, a quanto sembra, è stata dominata da un dolente assortimento di alcolizzati, giocatori compulsivi, maniaco-depressi, predatori sessuali e varie sventurate combinazioni di due, tre o anche tutte le suddette caratteristiche” (Artistic License. Tree Centuries of Good Writing an Bad Behavior, 2004).

Kay Redfield Jamison ha descritto come lei stessa ha dovuto affrontare il proprio disturbo bipolare in “Touched with Fire. Manic-Depressive Illness and the Artistic Temperament” (1993). Da psicologa, ha riconosciuto la connessione tra creatività e psicopatologia, raccogliendo una netta prevalenza di quest’ultima tra letterati e scrittori. Ma se, rispetto alla popolazione generale, gli autori di narrativa avrebbero una probabilità quasi dieci volte superiore d’essere affetti da bipolarità dell’umore, ai poeti ne viene attribuita una quattro volte superiore alla precedente, dunque quaranta volte superiore alla popolazione generale.

Arnold Ludwig ha riscontrato tassi ancora più elevati (narratori 77%, poeti 87%) per quanto riguarda la bipolarità, nonché rischi maggiori sia per altre psicosi simil-schizofreniche, abuso di sostanze, depressione e suicidi, tentati o riusciti (The Price of Greatness. Resolving the Creativity and Madness Controversy, 1996).

Per Nettle: “È difficile  non giungere alla conclusione che per la sua gran parte il canone della cultura occidentale è stato prodotto da persone con un pizzico di follia” (Strong Imagination. Madness, Creativity, and Human Nature, 2001).

Forse, sospettano sia Nettle che Jamison,  le lunghe divagazioni nell’immaginazione, il solipsismo, la solitudine, uniti alle frustrazioni, possono scatenare la malattia, in presenza d’una qualche componente genetica. Nelle famiglie dei pazienti psichiatrici sono spesso presenti degli artisti e, viceversa, nelle famiglie dei creativi ricorrono psicosi, stati di dipendenza, suicidi.

D’altronde, sembra quasi automatico che una mente disfunzionale si sforzi d’immettere senso nelle circonlocuzioni con cui tenta d’esprimere ciò che prova. Ricucire visioni e voci, prive di fondamento reale, con i propri radicati convincimenti, per raccontarsi delle scuse che giustifichino tra loro questi con quelle, proprio come una mente normale farebbe al fine d’estrarre significato dalle informazioni che i sensi continuamente le riportano.

Il rischio che solitamente si corre è quello di non riuscire, sempre e comunque, a far quadrare i conti della narrazione, e di ciò ognuno, se sufficientemente equilibrato, se ne dovrebbe fare una ragione.

L’emisfero sinistro è specializzato nei compiti linguistici e di formulazione dei pensieri e di ipotesi progettuali, mentre il destro, quasi inabile alla complessità cognitiva, sembra addetto alla focalizzazione dell’attenzione e a svolgere attività di controllo visivo-motorio e di riconoscimento facciale.

Michael Gazzaniga (2008) ha approfondito queste indagini circa la specializzazione emisferica, individuando nel cervello razionale sinistro una struttura definita “interprete”, costituita da dei circuiti neurali preposti alla specifica funzione d’attribuire univoco significato a tutto quel disordinato insieme d’informazioni provenienti dall’ambiente esterno all’organismo. Il preciso compito di questa parte dell’emisfero dominante è quello di mettere ordine fra tanti dati raccolti, organizzandone una sorta di resoconto attendibile, coerente e accettabile per l’esperienza personale dell’interessato.

Ciò equivarrebbe a un meccanismo automatico costantemente incombente con una risposta testardamente e forzatamente appropriata, anche a costo di negare l’evidenza di eventuali errori e incomprensioni. Pur di non trascurare una qualche spiegazione, si è pronti a fornirne di improbabili!

Ragionare “all’indietro”

Deve avere come principale interesse il dipanamento di un mistero, un mistero i cui elementi devono essere presentati in modo chiaro sin dalle prime battute del racconto, e la cui natura sia tale da suscitare una certa dose di curiosità, una curiosità che deve venire alla fine gratificata”, raccomandava Ronald A. Knox nell’Introduzione alla raccolta “The Best Detective Stories of 1928-29”.

Nel primo romanzo in cui introduce il personaggio di Sherlock Holmes (“A Study in Scarlet”, 1887), Sir Arthur Conan Doyle fa ricorso all’espediente narrativo dell’alter ego, il dottor Watson, ombra dell’investigatore del 221b di Baker Street, che ha il precipuo incarico di mettere in evidenza, attraverso la propria banalità convenzionale, l’originalità deduttiva d’un brillante osservatore.

In buona sostanza, il metodo di questo grande patriarca letterario consiste nel ricomporre l’ambiguità di vari indizi in un’esaustiva spiegazione di fatti di cui non si sarebbe potuti altrimenti venire a conoscenza. Una delle tante possibilità viene scelta come interpretazione corretta con la quale far combaciare tutte quante le altre improbabilità che alla fine devono ingegnosamente rientrare in una quanto meno verosimile concordanza di prove.

È questo un ragionare “all’indietro” partendo dalla presente osservazione per rintracciare a ritroso quelle che possono essere le cause di determinati effetti attuali.

Intellectual game

Tra i “colori” dei romanzi esistono delle differenza. Lasciando da parte il romantico “rosa”, giallo e “noir” non  sempre corrispondono ad analoghe aspettative. Soltanto in Italia, il primo colore è stato dettato dalle copertine d’una nota casa editrice milanese e si riferisce al genere della detection, o dell’indagine, del quale sono mitiche le figure, oltre che di  Sherlock Holmes, di Hercule Poirot, Nero Wolfe, Philo Vance, Sam Spade, i quali, con i loro tic, gesti, e comportamenti, lo caratterizzano indelebilmente.

Il romanzo poliziesco è un gioco intellettuale; anzi uno sport addirittura. Per scrivere romanzi del genere ci sono leggi molto precise: non scritte, forse, ma non per questo meno rigorose, e ogni scrittore poliziesco, rispettabile e che si rispetti, le deve seguire”, S. S. Van Dine, alias Willard Huntington Wright (1887-1939).

L’unica cosa che raccomandava il maestro del “gioco intellettuale”, nell’articolo apparso sul numero di settembre di The American Magazine del 1928, era quella di evitare d’individuare l’assassino nel maggiordomo di casa (undecima delle “Twenty Rules for Writing Detective Stories”), la qualcosa sarebbe risultata troppo deludente per ristabilire l’ordine nello schema canonico d’una tranquilla pacatezza borghese, violata da un delitto e macchiata da una conseguente indagine domestica.

Nell’americana hard boiled novel, la corruzione intacca la polizia e a volte protagonista assoluta è l’azione, a scapito degli stati d’animo. Per Hammett, Chandler, Cheyney, Chase, McCoy, Spillane, ecc., nel coinvolgere implicitamente i metodi dei colpevoli con quelli del detective, il “noir” possiede così tante sfumature di “grigio”.

Questo genere letterario, classificato come “poliziesco” tout court e proveniente dal precedente “gotico”, si attarda ad approfondire psicodinamicamente i profili dei personaggi, come succede per esempio nelle opere di Simenon. Lo scopo narrativo, nell’analisi del mondo in base alle informazioni raccolte dalla storia, diventa un invito a riflettere sulla realtà che ci sta intorno. In questo stretto rapporto, in cui avviene quasi un ribaltamento del crimine dalla sfera privata a quella pubblica, s’inserisce la lezione umanistica d’un Leonardo Sciascia o un Carlo Emilio Gadda.

Le speciali qualità che diversificano il noir consistono in un’angosciante devianza d’inquietudine prodotta dall’incapacità di recuperare un ordine che non c’è. Se nel giallo tradizionale la distinzione tra bene e male, bianco e nero era netta, l’introspezione di quello che il più delle volte si presenta come un “antieroe” induce la percezione di come non sia “un” colpevole il problema della nostra società, ma che non funzioni qualcosa in essa.

Chi non s’aspetta l’inaspettato, mai troverà la Verità

Nel suo “The Black Swan. The Impact of the Highly Improbable” (2008), Nassim Nicholas Taleb discetta sull’errore di confrontare la casualità del mondo reale con quella “strutturata” della fisica quantistica, dove le probabilità sono davvero computabili, oppure dei giochi d’azzardo, dove le probabilità sono invece costruite artificialmente (ludic fallacy).

Certi avvenimenti rari e imprevedibili hanno ovviamente un impatto devastante sulla tendenza umana di trovare retrospettivamente agli eventi delle spiegazioni quanto meno semplicistiche.

La scoperta del cigno nero australiano (Cygnus atratus) dimostra non infallibili né il ragionamento deduttivo né quello induttivo, basati sull’asserzione di Giovenale: “rara avis in terris nigroque simillima cygno”. È la verità delle premesse a rendere valido un determinato argomento; quindi, una falsa premessa conduce inevitabilmente a un risultato sbagliato; alla stessa maniera, dei dati limitati non possono che produrre conclusioni non corrette.

La natura dell’esperienza umana ci porta ad avere propensione a estendere le pre-esistenti conoscenze agli eventi futuri. Questa naturale tendenza viene accentuata da un certo modellamento culturale, formale, quale necessario prerequisito all’apprendimento.

Bertrand Russell dichiarava assiomaticamente come: “Una mente aperta è una mente vuota“. Per cui  tra i due estremi, forniti dai limiti della nostra conoscenza e quelli dell’esperienza personale, sarebbe preferibile trovare un equilibrio. La soluzione l’aveva già individuata Eraclito nel sentenziare: “Chi non s’aspetta l’inaspettato, mai troverà la Verità“.

In controtendenza a Socrate, che riconosceva la propria ignoranza, la mente umana è invece sempre pronta a supporre di sapere, e su questa solida base di presunzione fonda un vero e proprio “delirio” epistemologico. Una correlazione illusoria, o “fallacia narrativa”, alla continua, immotivata, costruzione e ricostruzione di indagini e pretesti, non solo intorno a ogni accadimento, ma persino di fronte al più esile indizio.

Kendall Haven (Story Proof. The Science Behind the Startling Power of Story, 2007) ha dimostrato come fornire un qualsiasi dato casuale, volutamente non rientrante in nessuno schema prestabilito, non renderà affatto più difficile l’intessitura d’uno svolgimento narrativo.

L’esperimento del regista Lev Vladimirovič Kulešov (1899-1970) consistette nel realizzare un filmato in inquadrature fisse precedute dall’impassibile immagine d’un volto. Sarebbe stato il pubblico a dedurne l’espressione dall’accostamento, imponendo una struttura emotiva a un montaggio anodino.

Non potendo lo spettatore trattenersi dal creare dei legami, diviene facile guidarlo nello stabilirli addirittura rovesciandone il senso. Il contesto determina il significato delle parole e la ricucitura ottenuta dall’interlocutore ne ridistribuisce le connessioni. Il raggiungimento di certi effetti si può allora ottenere mediante la riformulazione della frase o il montaggio delle scene d’un film (effetto Kulešov’).

Agli esseri umani piacciono le storie. – approva James Wallis in “Making Games That Make Stories” (2007) – Il nostro cervello ha una naturale predisposizione non solo ad amare le narrazioni e imparare da esse ma anche a crearle. Nello stesso modo in cui la nostra mente vede uno schema astratto e vi individua un volto, la nostra immaginazione vede uno schema di eventi e vi individua una storia”.

Il mondo reale, pur non essendo un romanzo appartenente al genere letterario del giallo deduttivo (il cui iniziatore fu Edgar Allan Poe, con il suo Auguste Dupin di “The Murders in the Rue Morgue”, del 1841), contiene relazioni di cause ed effetti spesso equivoche, complicate ulteriormente da intrighi, le cui trame risultano difficili da dipanare senza conoscerne retroscena d’intese, tresche e tortuosità.

Bruce Hood (Supersense. Why We Believe in the Unbelievable, 2009) ammette che la maggiore propensione della mente umana sia verso i “falsi positivi”, nella procedura di ricerca dei riscontri. Difatti, venendo meno la vigilanza, il meccanismo emisferico destro, non dominante, di riconoscimento delle figure, sostiene il fenomeno dell’eidetismo che attribuisce all’indistinzione un’autenticità che non c’è. Il disegno principale della nostra mente consiste nell’aiutarci a discernere nell’ambiente circostante un modello che ci possa tornare utile nella sua, pur improbabile, genuinità.

Riconoscere il ginepraio, e sospettare che nel guazzabuglio si nascondano dei sotterfugi, dev’essere stato utile ai fine dell’evoluzione della specie, in quanto adattamento di circospezione, accortezza e lungimiranza. Dotare di una certa coerenza un mondo caotico, senza farsene travolgere, rende l’assetto esistenziale sistematico e disponibile a ulteriori collocazioni e ricollocazioni esperienziali le quali possono estrarre insegnamenti dalle precedenti.

Come tutte le cose imperfette del nostro organismo, anche questa “ciambella” non è proprio venuta col buco, ma con la pretesa tipica della supponenza. Le circostanze concomitanti non sono previste, il dubbio la mette in crisi e un concorso di avvenimenti casualmente simultanei ne fanno deragliare il ragionamento. Dipendendo da uno schema precostituito da applicare indistintamente, lo dispiega e l’impone a qualsiasi costo, purché il modulo risulti attendibile. Ma, se a volte, il plausibile rientra nella sfera delle probabilità, non sempre ricalca quella d’una veridicità obbiettiva.

 

Giuseppe M. S. Ierace

 

 

 

Bibliografia essenziale:

Allen B. Artistic License. Tree Centuries of Good Writing an Bad Behavior, Dee, New York 2004

Gazzaniga M. Human, Harper  Collins, New York 2008

Gottschall J. L’istinto di narrare, traduzione di Giuliana Olivero, Bollati Boringhieri, Torino 2014

Haven K. Story Proof. The Science Behind the Startling Power of Story, Libraries Unlimited, Westport 2007

Hood B. Supersense. Why We Believe in the Unbelievable, Harper One, New York 2009

Ierace G. M. S. L’ingegneria approssimativa della mente umana, http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/atri-argomenti/lingegneria-approssimativa-della-mente-umana-accrocchi-pastrocchi-quisquilie-e-pinzellacchere-ma-mi-faccia%E2%80%A6-il-piacere/510/

Ierace G. M. S. Il senso e il suo contesto, http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/atri-argomenti/il-senso-ed-il-suo-contesto-%E2%80%93-il-formaggio-con-le-pere-ed-altre-misticanze-ma-io-chi-sono-per-non-sapere-%E2%80%93-comunicazione-pleonastica-e-primato-epistemologico-del-buongusto/807/

Ierace G. M. S. La trama lucente: creatività, arte, follia, sogni, http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/atri-argomenti/la-trama-lucente-creativita-arte-follia-sogni%E2%80%A6-scimmie-angeli-maestri-di-sushi-il-resto-e-rumore/1447/

Jamison K. R. Touched with Fire. Manic-Depressive Illness and the Artistic Temperament, Free Press, New York 1993

Ludwig A. The Price of Greatness. Resolving the Creativity and Madness Controversy, Guilford, New York 1996

Nettle D. Strong Imagination. Madness, Creativity, and Human Nature, Oxford University Press, Oxford 2001

Taleb N. The Black Swan. The Impact of the Highly Improbable, Penguin, New York 2008

Wallis J. Making Games That Make Stories, in Harrigan P. and Wardrip-Fruin N. (eds) Second person. Role-Playing and Story in Games and Playable Media, Mit Press, Cambridge (Mass.) 2007

 







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