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L’Intelligenza del denaro – Omeostasi rischio/sicurezza e psicologia dell’arbitrio: economia, etologia, ecologia (il destino degli aranceti)

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 11 Giugno 2013 | 1,758 letture | Stampa articolo |
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Sam Peltzman verificò l’effetto che negli anni settanta aveva avuto l’introduzione della norma di legge di alcuni standard di sicurezza per le automobili, rendendo obbligatoria l’installazione delle cinture di sicurezza e l’ulteriore protezione dei passeggeri in caso d’impatto, grazie a piantoni dello sterzo e parabrezza ad assorbimento d’urto. Se, prima dell’entrata in vigore della legge, le conseguenze d’un incidente erano sufficientemente gravi da scoraggiare una guida rischiosa, in seguito l’effetto deterrente andò scemando.

Mentre diminuiva la mortalità dei passeggeri, si incrementava la fatalità per pedoni, ciclisti e motociclisti non protetti da quella norma. Un beneficio sociale veniva vanificato dalla riduzione del “prezzo da pagare” in proprio, nelle conseguenze degli incidenti, da parte degli automobilisti.

Questo studio di economia (“Regulation and the Wealth of Nations: The Connection between Government Regulation and Economic Progress”, 2007) dimostrava un’importante ripercussione sui comportamenti in campo psicologico, osservabili e riproducibili in etologia, per quel semplice effetto di compensazione od omeostasi del rischio, da allora riconosciuto come “effetto Peltzman”. Il comportamento cioè viene regolato in risposta al livello di rischio percepito, più cauto se ci si sente più esposti, meno  prudente se si ritiene di essere protetti.

Insomma, sembra ormai del tutto acclarato come le regolamentazioni sulla sicurezza, alla fin fine, non facciano altro che redistribuire il rischio a vantaggio di alcuni, a scapito di altri, visto che, nel momento in cui si introduce una protezione obbligatoria, e la percezione del pericolo si modifica in un solo senso, i comportamenti che vanno nella direzione opposta risultano essere incentivati, rendendo, in conclusione, se non soltanto inefficace, presumibilmente perfino inadeguata la norma, che potrebbe addirittura riuscire a sortire effetti in assoluta controtendenza alla volontà del legislatore.

Dovremmo concludere che il tentativo di regolazione abbia sempre conseguenze inintenzionali e l’imprevisto frustri ogni spirito di positività in chi originariamente l’ha posto in essere?

Friedrich A. von Hayek  esemplifica la situazione, descrivendo con quali modalità si forma un sentiero in una zona disabitata. All’inizio ciascuno cercherà un tracciato promettente, il meglio definito, il più agevole o il più corto. Ma “per il semplice fatto di essere già stato percorso una volta, un sentiero risulta, verosimilmente, più facile da percorrere e, quindi, diventa più probabile l’ulteriore sua utilizzazione” (“Mißbrauch und Verfall der Vernunft: Ein Fragment”, 1940).

Alcune volte, un’azione ha un certo impatto, ben oltre le previsioni, che siano le più rosee o malaugurate, e la realtà sorprende qualsiasi preparazione e tanto zelo.

Alfred N. Whitehead soleva dire: “Pensiamo per concetti generali, ma viviamo di particolari”. L’Inghilterra non è stata invasa dagli strateghi spagnoli di Filippo II perché essi “erano abituati a manovrare le galere nel Mediterraneo… e a veleggiare con enormi galeoni attraverso il mare aperto dell’Atlantico meridionale”, dove avrebbero potuto eccellere nella tattica dell’arrembaggio, mentre le turbolente acque della Manica si dimostrarono una trappola per quel tipo di imbarcazioni.

Si dovrebbe presumere dunque che le regolamentazioni vengano concepite in funzione dell’interesse generale. “I loro fautori – asserisce Alberto Mingardi, in “L’Intelligenza del denaro” (Marsilio, Venezia 2013) – sembrano spesso pensare che la realtà sia in bianco e nero: da una parte ci sono i produttori di beni e servizi, che tendono a mettere il loro interesse prima della sicurezza del loro prossimo, per amore di guadagno. Dall’altra ci sono quanti le norme le scrivono e che, pur percependo un compenso per farlo, sono mossi da una più nobile concezione dell’interesse generale”.

 

Che Guevara definiva la libertà di mercato “una volpe sguinzagliata nel pollaio”.

Delle regole servirebbero, più che per definire i campi “di gioco” nel quale gli attori economici possono provare a perseguire ciascuno i propri scopi, a indirizzare congruamente gli obiettivi che deliberatamente si ripromettono. Non si tratta quindi di regole “di gioco”,  astratte, ma di norme che condizionano gli esiti delle attività, regolamentazioni specifiche, ritagliate su misura di un determinato settore, in modo da influenzarne efficientemente lo sviluppo.

Non vale, in questo caso il “Faites vos jeux”, se si pretende che l’esito della competizione sia pure eticamente efficace. Per scrivere e far rispettare tali regolamentazioni particolaristiche occorre ovviamente un’ottima conoscenza tecnica e l’autorevolezza di organismi specializzati, sulle solide basi di una precisa volontà.

Nazionalizzare o liberalizzare risponde a una decisone in ambito politico, che sposta di peso il mercato laddove di sua sponte magari non ci andrebbe. Tra i due estremi bisogna trovare la giusta misura.

Le regolamentazioni si assegnano a mercati già esistenti, per correggerne gli scambi squilibrati, e per lo più soprattutto allo scopo di tutelare i consumatori. Ciò vale ancor di più se per l’acquisto di un singolo bene, al di là del desiderio o della necessità, bisogna essere edotti sulle modalità di produzione e sul riconoscimento della qualità, nonché possedere opinioni definitive sul risultato che si vuole raggiungere.

Chi vende non sappiamo se si sia posto tutti questi problemi con analoga oculatezza e, in caso di risposta affermativa, se la soluzione che ha trovato non abbia avuto quale unico scopo di ricerca quello di massimizzare i profitti. E quest’obiettivo non è affatto detto che coincida, o quanto meno rispetti, l’interesse dell’acquirente.

Le regolamentazioni allora rispondono all’esigenza di proteggere la parte più debole per non farla cadere nella trappola di chi è senza scrupoli, obbligando all’utilizzo di determinate materie prime anziché altre, al ricorso a certi procedimenti piuttosto di approssimazioni, inoltre a fornire tutte le informazioni utili alla scelta consapevole del prodotto. E tutto ciò per non abbandonare il mercato in balia della semplice e spesso fallace lettura, anodina e acritica, dei prezzi.

Questo presuppone che chi detta le norme non sappia solo indicare, al di là di costi e importi,  le informazioni salienti di cui necessita l’acquirente per orientare la sua scelta, ma anche definire quale sia il modo più corretto per la realizzazione del bene in questione, senza però che neanche il produttore sia costretto a ricorrere a cavilli e sotterfugi per mantenere un margine di guadagno e restare tuttavia concorrenziale.

Il mercato si basa dunque sull’indisponibilità per tutte le parti delle medesime informazioni, in uno sbilanciamento di conoscenze e una differente intelligenza monetaria?

In effetti, se non esistessero delle asimmetrie, non si avvertirebbe l’esigenza di arrivare allo scambio. Il mercato, tanto più è ramificato e complesso, tanto più ci consente di fare “economie” di conoscenze, dati, informazioni, abilità, esperienze, demandando ad altri tutte queste competenze nella produzione e ciò, in una società evoluta, corrisponde ad attribuire al danaro una sua certa intelligenza collettiva. La regolamentazione supporta tutte le carenze di dettagli che sfuggono a tale intelligenza, rappresentata poi, in ultima analisi, dalla cifra della spesa.

Proibendo o consentendo l’uso di certe materie, e orientando in un modo preciso i processi di produzione, si modificano però pure le aspettative del consumatore, perché gli si sottrae l’onere di farsi un’idea autonoma in proposito.

Se l’imprenditore va considerato come un soggetto impegnato nel tentativo di anticipare queste aspettative, non avrà conferma delle proprie ragioni fin quando non le sottoporrà all’insindacabile giudizio di quegli acquirenti che riescono a restare indipendenti dalle lusinghe delle mode e della pubblicità. Se sussiste una domanda inespressa, la concorrenza magari sarà timida, altrimenti la competizione diverrà spietata. La regolamentazione frena gli eccessi di questo processo, lasciando giusto gli spazi per la produzione di nuova conoscenza e lo scambio di informazioni. Il monopolio invece li bloccherebbe definitivamente e del tutto.

 

Rischieremmo di non apprezzare appieno la faccenda se trascurassimo la psicopatologia del regolatore, che tende a dimostrarsi istituzionalmente autoreferenziale e, laddove narcisisticamente non si rifletta, soffre del panico e della vertigine da horror vacui. Il pericolo sarebbe di inquinamento del sistema dei prezzi, inducendo in errore quegli operatori vincolati a pesanti interferenze, facendo lievitare i costi, o anche diminuendo le opportunità d’impiego per i detentori d’una qualche risorsa. In un tale marasma, solo pochi si trovano nelle condizioni di possedere l’effettiva chiarezza o intuito di ricondurre il problema alla causa che lo abbia inequivocabilmente scatenato.

Emendare l’esito della competizione, avendo una controparte strutturata è un’opportunità che soltanto gli sprovveduti si lascerebbero sfuggire. Nell’introdurre una norma o nell’interpretarla ci sono in gioco molti interessi, che divengono preponderanti in un mercato altrimenti senza principi né finalità.

E’ la regolamentazione che impone un obiettivo sociale, eticamente superiore, e comunque esterno alla competizione. D’altro canto, l’eccesso di interferenza porrà molti nella situazione di “dar da mangiare al coccodrillo, pur di non farsi sbranare”. Ma, anche se così non fosse, quale che sia l’andamento del mercato, l’interesse generale inevitabilmente andrà a collimare in ogni caso con un netto appoggio o una più larvata partecipazione in favore di certuni rispetto a tanti altri.

Uno Stato “imprenditore” si sostituisce burocraticamente all’allerta e prontezza del privato per lucrare profitti a prescindere da tutto il resto. Uno Stato “regolatore” costringe quell’agilità entro un determinato raggio di movimento e di innovazione.

Se le norme cambiano troppo spesso s’ingenera fibrillazione, se l’arbitro interferisce nel gioco verrà meno la certezza del diritto. George J.  Stigler (“The Theory of Economic Regulation”, 1971) ipotizza che “la regolamentazione verrà architettata in modo tale da ritardare le possibilità di crescita delle nuove imprese”.

“Chi c’è c’è” stabilisce la regolamentazione in un dato momento, per gli insider, non potendo prevedere in che modo e per quali ragioni arriveranno degli invasori, di quali cambiamenti e sommovimenti si renderanno eventualmente responsabili questi outsider.

Una legge regolamenta da poco gli sconti massimi praticabili da editori e librerie che fanno vendite dirette. Così facendo si è favorito di più la grossa libreria che consente un vasto ventaglio di scelte, unitamente alla multimedialità di video e compact disc, oppure il piccolo negozio di libri usati? Lo scopre solamente chi riesce a resistere alla crisi del settore, in quanto ci sarà sempre un momento in cui, con il cambiamento delle condizioni esterne, il processo di adattamento avrà reso più competitivo qualcuno rispetto a qualcun altro.

Gli interventi esterni servono per emendare gli esiti di un mercato che non riesce a trovare un proprio equilibrio, che sia anche funzionale al contesto. Una regolamentazione che fissi arbitrariamente un tetto massimo agli sconti non può migliorare le procedure di vendita, ma rende più agevole o più difficile la vita di alcuni operatori, o quanto meno tenta di limitare lo strapotere di chi lo detiene. E’ così evidente e chiaro!

Dove c’è confusione, richiedere interventi autorevoli è d’obbligo.

I produttori di bevande d’arancia hanno la possibilità di offrire al mercato affascinanti bottigliette di acqua, anidride carbonica, zuccheri, coloranti, aromatizzanti e conservanti (senza neppure l’ombra della buccia di agrumi), purché le definiscano “al sapore o al gusto di”. Con la dizione di “aranciate”, le cose non migliorano molto, in quanto il contenuto percentuale in peso di arance (liofilizzate, disidratate, concentrate o fresche) non supera il dodici, l’altro ottantotto è sempre acqua, edulcoranti, ecc.. Nel “nettare” la percentuale sale al cinquanta; nel “succo da concentrato” l’acqua diluisce il succo concentrato, con aggiunta di aromi e polpa e solo il vero “succo di arance” viene ottenuto completamente da frutta matura fresca in corrente di vapore. Un colosso del settore si è visto recentemente costretto a ritirare dal commercio il proprio succo per bambini, non tanto perché non proveniva da arance, ma perché conteneva dell’acqua putrida, con un’elevata carica batterica. Il succo delle arance importate, come le brasiliane, è inquinato dal fungicida (carbendazim), con il quale vengono trattate per mantenerle più a lungo, pericoloso per il feto e forse cancerogeno.

Innalzare, per il prodotto fresco locale, quella percentuale così miserevole del dodici (che quando è passata al quindici è stata spudoratamente reclamizzata “con il trenta per cento in più”, dove cento è uguale a dodici) indurrebbe una mutazione nell’intero ecosistema, per impedire nel nostro paesaggio lo sterminio degli aranceti, che già nessuno coltiva come prima, e offrirebbe lavoro a quanti sulla raccolta degli agrumi hanno impostato il loro impiego stagionale, senza che si vadano a ingenerare conflittualità di sorta. Perché è dalla crisi economica che proviene il razzismo e non viceversa.

 

Giuseppe M. S. Ierace

 

 

Bibliografia essenziale:

von Hayek F. A.: “Mißbrauch und Verfall der Vernunft: Ein Fragment”, Mohr Siebeck, Tübingen 2004

Houston D. J. and Lilliard E. R.: “Risk Compensation or Risk Reduction? Seatbelts, State Laws, and Traffic Fatalities”, Social Science Quarterly (Blackwell Publishing Limited) 913–936, 88.4, 2007

Ierace G. M. S.: “I miti del nostro tempo: xenofobia, xenofilia…”, http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/atri-argomenti/i-miti-del-nostro-tempo-xenofobia-xenofilia-%e2%80%93-razzismo-esotismo-%e2%80%93-nazionalismo-cosmopolitismo-dalla-xenelasia-di-rosarno-alla-filoxenia-di-riace-atene-non-e-come-sparta/733/

Mingardi A.: “L’Intelligenza del denaro”, Marsilio, Venezia 2013

Peltzman S.: “Regulation and the Wealth of Nations: The Connection between Government Regulation and Economic Progress”, New Perspectives on Political Economy, 3, 2, 185-204, 2007

Stigler G. J.: “The Citizen and the State. Essays on Regulation”, University of Chicago, Chicago 1975

Whitehead A. N.: “Essays in Science and Philosophy”, Philosophical Library, New York 1947

 







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