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Se un uomo la mattina conosce la retta via, potrà morire la sera stessa senza alcun rimpianto. Confucio
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L’impostore e “Il sentimento d’impostura”, esaustività e “ Lacune”

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 22 Agosto 2012 | 4,301 letture | Stampa articolo |
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Alla stregua di altri perversi, mistificatori e impostori non assumono la piena coscienza  delle proprie falsificazioni e si auto-convincono che siano veritiere. La loro personalità è sempre manipolatrice e seducente, contorta e contraddittoria. Ma l’antinomia più eclatante si esprime, innanzi tutto, nella contrapposizione tra realtà esterna, oggettiva, e realtà interna, soggettiva, secondo la quale ciascuno, inconsciamente, deforma la percezione delle proprie esperienze, contemporaneamente, sia in senso difensivo che creativo. In tal modo la memoria diviene il risultato di un’ondivaga mediazione tra impulsi e meccanismi di difesa.

 

Disturbo della memoria

Le tracce mnesiche lasciate dalle esperienze e accumulate negli engrammi mnemonici non possiedono caratteristiche di stabilità ma subiscono procedimenti di rimodellamento, ri-categorizzazione, venendo influenzate  dalle esperienze più recenti e soprattutto dalle emozioni provate nel momento della registrazione e rievocazione. Il passato viene così modificato a scopo difensivo, anche non intenzionalmente, e le versioni di uno stesso avvenimento possono diventare molto diverse fra loro: ci si dimentica selettivamente di ciò che ha provocato sofferenza, un ricordo può venire sostituito da un altro, alcuni particolari ingigantiti, altri omessi, le date diventano imprecise… Ma tutto questo solo in una certa misura, perché un eccesso di stravolgimenti, o la negazione totale, depongono per qualche interesse cosciente allo scopo di procurarsi dei vantaggi. Il nostro passato viene quindi modificato nei limiti di motivazioni difensive, per ragioni emozionali, ma, tutto sommato, in maniera alquanto calibrata.

 

Immaturità dell’Io

L’infantile bugia, da un punto di vista evolutivo, potrebbe essere considerata quale conseguenza dell’immaturità dell’Io,  non ancora idoneo a distinguere la realtà esterna dal vissuto interiore. Successivamente, invece, la menzogna si adatta alla capacità di costruire uno spazio mentale intimo, dal confine inaccessibile agli altri.

I contributi dell’etologia, messi in evidenza da Matilde Rechichi (1998), definiscono, quali aspetti dell’aggressività, i comportamenti di lotta per la dominanza, oltre che per la sopravvivenza. Animali nel branco, pure gli uomini si costituiscono in società gerarchizzate, sia a scopo di pacificazione, sia per conquistare posizioni di predominio, spesso facendo facilmente prevalere i propri interessi personali su quelli della collettività.

Vissuto in una posizione gerarchica di sottomissione, talvolta umiliante, rispetto al padre e ai fratelli maggiori, un bambino si sentirà spinto, nel corso della crescita successiva, a cambiare difensivamente la posizione subordinata in una di predominio. Se non ha le capacità per compiere questo capovolgimento in modo lecito, potrebbe cercare di realizzare le sue aspirazioni con i metodi meno ortodossi dell’impostura.

Etimologicamente, impostura, deriva dal participio passato (impòsitus) del verbo latino “impònere”, imporre, nel senso di “mettere sopra”, ingannare, dato che il bugiardo “ricopre” le sue falsità con apparenze; e solo più tardi il termine acquista il significato di usurpatore di qualità che non gli appartengono, di abusivo assuntore di posizioni occupate illegittimamente.

 

Illusione

Nel rispondere a Oskar Pfister, con “Die Zukunft einer Illusion” (1927): “Se mai ci sia stato il caso di una cattiva scusa, ecco noi lo abbiamo qui. L’ignoranza è ignoranza; nessun diritto a credere in qualcosa può essere derivato da essa” (Wenn die Verurteilung “faule Ausrede” je am Platze war, so hier. Die Unwissenheit ist die Unwissenheit; kein Recht etwas zu glauben leitet sich aus ihr ab), Sigmund Freud elenca la religione tra le illusioni alle quali si è soliti ricorrere quando si ha bisogno di consolazione, assieme alla superstizione, alla magia e alle credenze irrazionali.

La falsità è però un problema cognitivo, come pure affettivo e al tempo stesso etico, il quale, oltre a declinarsi nella dimensione intrapsichica, invade gli spazi interpersonali. Nella finzione artistica, per esempio, va ovviamente distinto, dall’inganno vero e proprio, quel gioco consapevole della fantasia.

 

Creatività

Nel saggio “Der Dichter und die Phantasie(1907), il padre della psicanalisi rilevava la connessione tra processo creativo dell’arte e gioco infantile: “Avremmo torto se pensassimo che il bambino non prenda sul serio tale mondo; egli prende anzi molto sul serio il suo gioco e vi impegna notevoli ammontari affettivi. Il contrario del gioco non è ciò che è serio, bensì ciò che è reale”. Come l’aspetto ludico, lo sviluppo delle componenti sublimative, consente una trasformazione in modalità costruttive di impulsi conflittuali e di tensioni inconsce, rendendo così realizzabile ogni eventuale soddisfazione del desiderio, interdetto dalla censura, in una più accettabile forma metamorfica.

Ciò, comunque, non significa che quanto sia vero per il soggetto sia anche reale per tutti gli altri. Se la psicoanalisi, come sosteneva Freud, dovesse innanzi tutto indurci a rinunciare all’autoinganno, equivarrebbe a costituirsi, già solo per questo, in “scienza” alla ricerca della verità. E, come nel caso degli inquirenti che indagano sulle mistificazioni, il lavoro dell’analista avrebbe il solo scopo di restaurare la capacità di discriminazione e di integrarne il giudizio.

 

Autodefinizione

A prescindere dalla realtà e indipendentemente dalle altrui opinioni, l’impostore tende ad “autodefinirsi”, sostiene Joseph Sandler (1985), proprio come un bambino,  costruendo, un’immagine di sé da offrire al proprio auto-convincimento e da riproporre al prossimo. Si tratta quindi di una “auto-rappresentazione” basata su ciò che si vorrebbe.

 

Lacune

In “Lacune” (Nottetempo, Roma 2012), Gabriella Ripa di Meana, trovando una spiegazione plausibile nel chiedersi come “ciò che non si può” svelerebbe “ciò che non si è”, riflette sul fatto che il vuoto scavato dall’oggetto “che non si è posseduto mai e che pure non si smette mai di ambire – è un vuoto da non colmare”, pena la perdita d’iniziativa.

 

Imitazione

Helen Rosenbach Deutsch (1955), scrisse che, da quando cominciò a occuparsi di impostura, la vedeva dappertutto, persino in lei stessa, per poi coniare il termine “come se”. Secondo questa psicoanalista austriaca, la personalità dell’impostore è priva di un adeguato livello di organizzazione dell’Io, essendosi costruita mediante multiple identificazioni, peraltro non ben sintetizzate. E, proprio per una tale molteplicità di identificazioni, e quindi di corrispondenze, si presenta agli altri con l’identità che sente più idonea all’occasione, “come se” fosse un abito di circostanza.

Per Eugenio Gaddini (1984) l’impostore “ha massivamente sviluppato le possibilità dell’imitazione, non avendo alcuna capacità di identificazione e alcun senso di sé”.

 

Malafede

Simona Argentieri (2000) ha affrontato il problema, molto affine, della malafede, ritenendola un difetto nell’organizzazione mentale di base, per come descritta da Eugenio Gaddini (1981): un’angoscia d’integrazione, difensivamente in contrasto con l’integrazione del Sé, in grado di congelare grosse quote di aggressività. E difatti, l’impostore, che di solito si presenta con modi affabili, in realtà, contiene dell’aggressività ben dissimulata, pronta a scaricarsi quando riesce a sedurre gli altri, ma anche a manifestarsi violentemente, qualora le sue simulazioni non dovessero venire accettate, lasciando scoperta la sua impotenza e smascherata la mistificazione.

 

Conflittualità

Una difettosa gestione dell’aggressività si esprime nell’incapacità di tollerare i conflitti. Proprio per i marcati difetti dell’Io e del Super-Io, non integrati. Nel non fare i conti con la propria conflittualità, all’impostore sembra di poter vivere l’illusione di una completezza narcisistica, in cui si concilino esterno e interno e, come dice Janine Chasseguet Smirgel (1974), lo scontro con la cruda realtà sia eluso.

Lionel Finkelstein (1974) descrive l’impostore come un bugiardo patologico, da distinguere però dall’esibizionista, o poseur , che tende pretenziosamente a impressionare il suo pubblico, senza peraltro riuscire a ingannarlo; piuttosto che da formule ludiche di finzione o di maestria nella recitazione, il suo comportamento impulsivo, ripetitivo, che potrebbe vagamente richiamare l’acting out, deriva da conflitti interiori irrisolti.

Nella sua storia familiare, potrebbe essersi sentito svalutato dal padre e invece iper-gratificato da una madre troppo protettiva e particolarmente indulgente, le cui aspettative, eccessive, avrebbero stimolato il suo narcisismo, che si sarebbe così strutturato in un ideale dell’Io esaltato dalle attenzioni materne, ma impedito nella sua realizzazione da un padre castrante. La deprivazione emozionale vissuta da una parte, quella del padre, sarebbe stata allora controbilanciata dall’esagerata iper-valutazione della madre.

Z. Alexander Aarons, nel suo studio sulla “rimozione” dai legami oggettuali infantili (1970), affronta il problema del reinvestimento libidico (“de-pre-genitalizzato” e neutralizzato, per esempio, in interessi) per quello che lui chiama il “rinnovamento” della relazione oggettuale.

Nell’impossibile identificazione con il padre,  l’impostore capovolge nell’opposto la propria immagine svalutata, all’inseguimento delle illusorie aspettative della madre, cosicché arriverebbe a concepire un ideale dell’Io fin troppo sproporzionato alle sue reali capacità e dunque inadeguato (Aarons, 1990). Non potendo raggiungere gli attesi vertici di perfezione, intravisti dall’onnipotenza, si vede costretto a costruire una falsa personalità capace di rispondere a quelle aspettative. La mancata corrispondenza all’ideale dell’Io propostogli lo renderebbe infelice e persino colpevole di ciò che sente come un vero e proprio tradimento delle attese e dell’affetto materni.

 

Autostima

D’altra parte, se le sue falsificazioni non vengono assecondate, si sentirebbe lui stesso una vittima (Deutsch 1955), offeso e attaccato dal rifiuto degli altri che non accettano di trattarlo come lui vuole apparire; la reazione a tale attacco sarà allora arrogante e perfino aggressiva, ben diversa dal tono ammiccante e seducente di solito impiegato per ingraziarsi il prossimo.

L’impostore ha una prodigiosa capacità di scoprire quello che il suo pubblico è disposto, e pronto, a credere ed è avido di sentirsi dire, con il risultato immediato di affascinarlo, sedurlo, illuderlo e rassicurarlo, al tempo stesso (Finkelstein 1974).

Problemi di bassa autostima presenterebbero anche gli individui che contornano l’impostore (Finkelstein 1974). Secondo Christine Olden (1941), a causa di ferite narcisistiche, avrebbero bisogno di sentirsi in stretto contatto con un “oggetto” da idealizzare, nella segreta speranza di ricevere salvezza, o acquisire valore, attraverso un’onnipotenza magica.

Il rapporto tra l’impostore e il suo pubblico è lo stesso descritto da Freud (“Massenpsychologie und Ich-Analyse”, 1921) tra un gruppo e il suo leader, il quale ne assume la funzione di ideale dell’Io collettivo, mentre il gruppo ricorre a meccanismi di negazione, o addirittura di diniego, per non vedere l’amara realtà e, confermando le falsificazioni, ne diventano complici.

 

Falso Sé

La falsità può arrivare a improntare l’intera personalità, organizzandosi in specifiche sindromi.  Con “diffusione d’identità” si indica l’elemento patologico legato a processi di identificazione. In psicopatologia la perdita dell’Io può ricorrere in deliri di trasformazione e di influenzamento, nelle sindromi di depersonalizzazione autopsichica, in psicosi schizofreniche, in stati demenziali e, a crisi transitorie, in forme di epilessia.

Edith Jacobson (1964) ha esplorato, secondo il modello kleiniano, l’esigenza di mistificazione e tradimento delle personalità paranoidi. Donald Winnicott (1962) mette in contrapposizione con il “vero” un “Falso Sé”, sviluppatosi con modalità difensive in un ambiente relazionale sfavorevole. Madeleine Baranger (1961) si è soffermata sul problema della “malafede”, dell’identità e dell’onnipotenza; il “fraintendimento” è stato circoscritto da Roger E. Money-Kyrle (1956), e l‘imitazione investigata da Eugenio Gaddini (1968). Ma, a contrassegnare l’intero loro modello teorico, sono stati José Bleger (1967) col concetto di ambiguità e Wilfred R. Bion (1984), il quale considera la menzogna alla stregua di uno specifico attacco ai processi cognitivi.

 

Confabulazioni

Conoscenza, affettività, etica, conflittualità, meccanismi di difesa, memoria. Le procedure mnesiche possono risultare inadeguate a ricordare tutto e bene. Alle confabulazioni si ricorre allo scopo di contrastare le discontinuità della narrazione, e, tra disconoscimenti, imprecisioni e incoerenze, si perviene inevitabilmente alle falsificazioni. Quella che ne fuoriesce minata è l’identità personale, perché la necessità di essere accettati la rende, alla stessa stregua di Zelig o di un camaleonte, sempre più simile al suo pubblico e al suo ambiente.

 

Complementarietà

Come il sadico non può esercitare il suo sadismo senza il masochista, l’impostore si incastra con le personalità caratterialmente a lui complementari, ingenui con l’esigenza di farsi sedurre, per Leopardi, semplici “bonari”, inconsapevoli complici e vittime al medesimo tempo. L’impostore, infatti, assume una personalità diversa dalla propria più per appropriarsi, come il ladro,  di qualcosa da lui non posseduta che per identificarsi con qualcuno di cui imitare la personalità.

Il suo desiderio di assimilazione Zelig lo spinge alle estreme conseguenze. Eppure, coloro che accettano senza riserve le “posture” più comuni sono quanto meno dei “conformisti”, ma, allo stesso tempo, coloro che non sono al loro posto nella collocazione che occupano devono ritenersi impostori.

Chi rifiuta la postura entro cui si sente costretto, non è più un conformista, bensì un “ribelle”, convinto che se non trova posto in una determinata assegnazione è perché proprio quel “luogo” è stato mal concepito. “Agli estremi dello spettro degli effetti del sentimento d’impostura si potrebbero dunque trovare – scrive Belinda  Cannone, in “Il sentimento d’impostura” (Ed. di passaggio, Palermo 2011) – questi due tipi opposti: il conformista e il ribelle”.

Se il conformista si conforma per non distinguersi, l’adeguato ama farsi assorbire ed entrare a far parte di qualcosa. Del resto, ogni istituzione tende a generare situazioni da comparare o da smaltire.

Colui che “ignora” di essere un prescelto, pur sperando segretamente che sia vero, nel decidere di comportarsi di conseguenza, diverrebbe ugualmente un eroe. L’esitazione svela la modestia dell’umanità, sfumando nella variazione del messia che si sente abbandonato: “Eloì, Eloì, lemà sabactàni?”.

Il vecchio masochistico influsso giudaico-cristiano vuole che venga crocifisso chi ha palesemente ragione, un po’ perché il regno di giustizia non è di questo mondo, un po’ perché si commettono errori grossolani, se non si è abituati a detenere un potere che non fa per noi. L’ideale di purezza impone la rinuncia a qualsiasi ambizione, perché l’’immagine che si ha di se stessi la esclude categoricamente.

Altre volte, si esita tra obbedienza cieca al principio del piacere piuttosto che adeguarlo più dimessamente al principio di realtà, oppure si oscilla tra un problema di identità e una questione di verità, o tra simulazione e dissimulazione. Nell’antisemitismo e nel razzismo è stato sempre attivo un fantasma paranoico di un “altro” che si dissimula nella figura del “medesimo”.

 

Impostore-Impostora

Per Phyllis Greenacre (1958), l’impostore è in cerca di un Io (qualsiasi?), in quanto non è solo e semplicemente un bugiardo, bensì un tipo molto particolare di bugiardo che, nell’elaborare una fantasiosa concezione di se stesso, la realizza attraverso rivendicazioni, plagi, falsificazioni, allo scopo di ricavarne dei vantaggi. Al narcisismo patologico e al disturbato senso della realtà e della propria identità, si aggiunge un’esagerata ammirazione per la madre e una “sindrome del pene piccolo”. Non avendo quindi risolto il conflitto edipico, l’impostore sarebbe portatore di un Super-Io anomalo.

A causa, probabilmente, di una qualche peculiare differenza nella psicodinamica della mistificazione, la Greenacre ha notato la scarsità, in questa categoria, di esponenti di sesso femminile.

La maggioranza dei sostantivi maschili mancanti di forma femminile esprimono funzioni riguardanti l’esercizio del potere. Sono nomi di genere “comune”, che hanno la stessa forma e si distinguono mediante l’articolo, oppure nomi di genere “promiscuo”, con una stessa forma, che vale per entrambi i sessi. Nomi “mobili” sono quelli che cambiano la desinenza, nomi “indipendenti” hanno due forme completamente diverse, e infine ci sono nomi che, se cambiano di genere, acquistano significato completamente diverso. Per sentirsi “impostora”, una donna dovrebbe aver avuto un tale successo da occupare un posto di potere, situazione peraltro acquisita abbastanza di recente. Fino ad ora, quindi, non si avvertiva l’esigenza di simulare una condizione che normalmente non veniva detenuta e alla quale le appartenenti al genere femminile non potevano neppure aspirare.  L’impostora risultava rara quanto l’honorificabilitudinitas, la condizione cioè di essere in grado di acquisire cariche, a sua volta forma linguistica di hápax legómenon (“detto una volta sola”).

La psicoanalista americana detta, inoltre, una distinzione netta tra impostore nevrotico (e quindi, in una certa misura, inconsapevole) e impostore vero e proprio.

Forse, un primo tipo di impostore, più che avere problemi con gli altri, li ha con se stesso, giudicandosi incapace di occupare il posto assegnatogli. Per l’altro tipo invece il problema è posto realmente dagli altri. Come un giocatore di professione, il suo fascino attira o respinge già di primo acchito. Spesso non sono impostori a tutto tondo, ma solo per alcuni aspetti dell’esistenza.

 

Una vita non basta!

La letteratura, come ogni forma d’arte, – asseriva Fernando Pessoa, fluttuando tra un eteronimo e l’altro – è la confessione che la vita non basta”.

Per degli affetti dal sentimento d’impostura, questa paura di essere in errore si traduce in incubo, senza però intaccarne realmente l’identità.

Se mi confronto con un altro, quanti sono i miei io? Quello che sono, quello che penso di essere, quello che si crede che io sia…  Già l’identità senza complicazioni di sorta ha molteplici sfaccettature che ci vengono attribuite o riflesse, oltre quelle che dimostriamo o possediamo intimamente. Il doppio fisso dell’impostore coincide con ciò che lui ritiene di dover esprimere. E questo fantasma inculca il timore di poter essere smascherato in qualunque momento.

Nel romanzo “Rebecca” (1938) di Daphne Du Maurier, si tenta di rispondere alla domanda: “Come si fa ad essere una donna?”, senza trovare risposte rassicuranti. La difficoltà di sentirsi femminili si esprime nell’esagerazione dell’esteriorità oppure nell’imitazione di tratti tipici dell’altro sesso, un’identità incerta tra vantaggio e differenza. Essere uomo o essere donna è una postura come un’altra caratterizzata ontologicamente dall’anatomia del corpo.

Occupando un posto del tutto astratto (donde la sua invisibilità, Rebecca è quella forma superlativa di femminilità cui la ragazza appena uscita dall’infanzia non può certo corrispondere … Non è affatto certo che fuori dalle (de)formazioni culturali si possa mai trovare una specificità femminile. – dichiara Belinda  Cannone, in “Il sentimento d’impostura” (Ed. di passaggio, Palermo 2011) – Al di là degli effetti di apprendimento, di mimetismo, di condizionamento, nulla ha mai permesso di distinguere un cervello femminile da un cervello maschile. Si nasce donne solo fisicamente. Lo si diventa identificandosi con modelli materni, poi con modelli che la cultura – in senso molto lato – mette a nostra disposizione (e che, peraltro, raramente ci riescono gratificanti). In certi casi le identificazioni sono ovvie”.

Qual è la natura del vero uomo? Essere ossessionati dalle donne? Il “Bell’Antonio” (1949) di Vitaliano Brancati è impotente, a dispetto dell’oscena millanteria maschilista del padre. Una sorta di nemesi incalza i figli affinché intraprendano la strada opposta a quella a cui li indirizzano i genitori!

A dar retta ad Alain Ehrenberg (“La fatigue d’être soi. Dépression et société”, 1998), che cita il Friedrich Wilhelm Nietzsche di “Zur Genealogie der Moral”: “Il frutto più maturo dell’albero è l’individuo sovrano, l’individuo che somiglia solo a se stesso” , l’ossessione identitaria si scopre un compito laborioso e memorabile.

Ognuno potrebbe trovarsi proiettato in quell’insolubile tensione tra ciò che si pensa di essere e il modello astratto immaginato. “Siamo diventati puri individui, – aggiunge Ehrenberg – nel senso che nessuna legge morale e nessuna tradizione ci indicano, da fuori, cosa dobbiamo essere e come dobbiamo comportarci”. Con il subentrare dell’alternativa possibile-impossibile alla precedente opposizione autorizzato-vietato, il sistema sociale dipende, più che dalle normative, dalle attitudini di ciascuno. “Invece di essere agita da un ordine esterno (o dalla conformità a una legge), la persona deve appoggiarsi sulle proprie molle interne, ricorrere alle proprie competenze mentali”.

 

Depressione

Il prezzo che si paga a questo nuovo modello non potrà che essere “una malattia della responsabilità, in cui domina il sentimento dell’insufficienza. Il depresso non è all’altezza, è stanco di dover diventare se stesso”. Questa specifica patologia riguarda il cambiamento, investendo le personalità che provano un acuto senso d’insicurezza nel cercare di distinguersi in un contesto comunitario in cui all’obbedienza è subentrata l’iniziativa. Nulla più garantisce di essere all’altezza dell’ideale del proprio io e le definizioni delle funzioni, rappresentazioni e dei posti divengono sempre meno chiare. Qualcuno finisce per contrastare questa triade di inibizione-depressione-vergogna con la controparte desiderio-angoscia-sentimento d’impostura.

L’impostore potrebbe essere solo un cialtrone, spaccone, infingardo e canaglia. Se pensiamo che la nostra sia una condizione naturale, possiamo anche supporre che parentela, nascita, formazione, prima o poi, riescano a riacciuffarci, a dispetto di ogni nostra brillante invenzione.

A seguire lo schema del triangolo edipico, il figlio aspira a provare i piaceri del genitore del suo stesso sesso, dando origine a quell’ambizione che costituisce una predisposizione all’impostura, frustrata dal confronto con l’ingrandimento che farebbe sentire come menomazione quel “troppo piccolo”.

Bruschi e repentini ampliamenti di proporzioni, prodotti inaspettatamente dalla fortuna, provocano spersonalizzazione, reificazione, senso di colpa, per lo scarto tra persona e condizione, impoverimento qualitativo delle relazioni, sensazione di merito ingiustificato. A creare il problema non è il valore della collocazione bensì la rappresentazione di sé, o meglio il divario tra questa e l’immagine che gli altri ce ne rinviano, come “épreuve” (Nathalie Heinich, 1999).

Nel momento di venire al mondo, siamo del tutto in balia della sorte; è un caso che i nostri genitori siano questi piuttosto che questi altri; noi non avevamo preteso niente da loro prima.

Il vissuto del superstite è quello di una seconda possibilità concessagli, una grazia che non sa se meritata o fortuita. Bruno Bettelheim (1979) attribuisce tale senso di colpa alla morte di altri, sacrificati in sua vece, e al senso (istintivo) di compiacimento che ne può essere derivato. La questione del “perché proprio io?”, sollevata dal superstite sulle decisioni dei carnefici non è stata risolta se non con la morte.

L’inquietante problema dell’esistenza viene procrastinato in sentimenti fuggevoli di effimera consonanza con le stranezze che ci meravigliano. I miei simili mi somigliano eppure sono diverso da loro, e nel mio agire mi distinguo da una comune frenesia. L’inquietudine impone cambiamenti, stimola desideri e sollecita sogni.


Il “romanzo familiare”

C’è chi si è dato soltanto “la pena di nascere”, come Pierre Beaumarchais mette in bocca a Figaro a proposito del conte d’Almaviva, in “La folle journée” (1784). Nella nostra vita psichica inconscia si annida una concezione “aristocratica” del valore, a discapito della formulazione politica più democratica. Non siamo tutti uguali, perché c’è una netta distinzione. La nobiltà obbliga a determinati comportamenti (noblesse oblige“) per via dell’antica familiarità con privilegi e potere, anche se illusori.

Freud ha esplorato questa problematica immaginaria nella formula del “romanzo familiare”. Un fantasma infantile, nel disinnescare i conflitti edipici, separando i genitori, e nella speranza di riscattare la nostra misera condizione sociale, emerge con l’ammissione di essere stati partoriti, certamente da una donna, la quale però ci abbia potuto concepire con la divinità, o almeno con un sovrano, un principe, prima di restituirci alla meno gratificante modestia della realtà.

Chi mente, spesso mente doppiamente, non solo al prossimo, ma pure a se stesso. In quest’ultimo caso, la sofferenza è radicata nell’infanzia di separazioni, abbandoni, perdite, per cui la verità che ne deriva non risponde più ai fatti, bensì agli affetti. Ed il sentimento si inadeguatezza se ne inventa un’altra più accettabile.

 

Il Parvenu

Quando si nasce ricchi, c’è la possibilità di essere abbandonati da questa condizione, nel corso del tempo, se invece si nasce poveri, lo si resta tutta la vita, anche se si diventa potenti! Alle disponibilità occorre infatti aggiungere gusto, modi, cultura e spontaneità nell’esercitarli. I guadagni vanno metabolizzati con naturalezza e non “esposti” al vento.

Spesso anche la poesia, e l’arte in genere, non sono coronate da successo, e non per questo perdono di valore. Il capolavoro non risponde a delle aspettative; i suoi spettatori e i suoi lettori prima o poi se ne accorgeranno, e anche se non riuscissero a riconoscerlo come tale, non cambierebbe nulla ai fini dell’evidenza delle qualità.

Antonin Artaud diceva: “Per proteggermi dal giudizio degli altri, ho tutta la distanza che mi separa da me stesso”. Soltanto nella singolarità si riesce a essere come si deve, senza assomigliare a nessuno, perché la normalità è plurale.

Eppure “io” cambio continuamente: è quel che resta immutato a corrispondere all’identità che mi contraddistingue? In una società così “liquida”, costituisce un effimero coagulo reattivo.

 

Il problema d‘identità

Il problema d‘identità dell’impostore, Belinda Cannone lo formula nel quesito: “In quale misura io sono fatto per il (o sono conforme al) posto che occupo?”, ricordando che il sentimento d’impostura si manifesta in campo onirico con quei sogni in cui si è sottoposti a esami, nei quali si esplicita la preoccupazione di non meritare quanto si possiede e di dover quindi dimostrare di esserne all’altezza. In questo senso, l’impostura diventa una questione di origini, potendo provenire dal fatto di essere figli di genitori che si sentivano impostori, in qualche loro ruolo, non fosse altro che quello di padre o madre. E’ il trapasso da una condizione all’altra a predisporre la sensazione; nel passare da figli a genitori, da alunni a maestri, da pazienti a terapeuti. Perché un tale cambiamento, così radicale, è difficile adottarlo senza gravarsi di una profonda inquietudine.

L’identità si costruisce nel confronto con le persone con cui ci si identifica, consentendo l’elaborazione delle esigenze di un ideale dell’io da realizzare, intimamente distinto dal super-io inconsciamente formato dai divieti interiorizzati. Delle due istanze, una mantiene  maggiore funzione di censura, l’altra è più orientata all’auto-osservazione. Cosicché, una trasgressione, sia pur immaginaria, ai divieti interiorizzati si esprimerà con un senso di colpa, mentre lo scarto tra l’io e il suo ideale produrrà un senso di vergogna.

 

Vergogna

La vergogna è un sentimento che attacca l’autostima, distruggendo, col nostro amor proprio, ogni buona opinione che nutrivamo verso noi stessi. La mancata corrispondenza con la rappresentazione include una legittimazione non ricevuta, la vergogna di essere, come diceva Max Jacob, “troppo piccolo per quel posto”.

Trasgredire significa andare oltre, superare determinati limiti, oltrepassare il consentito, commettere un reato. la stima di sé non viene intaccata e l’impostore, anche se non dovesse vincere nulla, non perde comunque. Si tratta di fenomeni interiori che si sviluppano all’incrocio delle sfere sociale, affettiva e sessuale. Il sentimento d’inferiorità infantile ha prodotto una ferita narcisistica nel convincimento di essere destinato a rimanere per sempre manchevole, incapace, irrisorio, cioè “un oggetto sessuale inadeguato, respinto e umiliato dagli stessi oggetti del suo desiderio” (Sigmund Freud: Der Wahn und die Träume in W. Jensens ‘Gradiva’, 1907).

L’intreccio comporta che quanto si presenta esterno, consapevole, razionale, nella sfera sociale, si immerge nell’intimo con inevitabili ripercussioni, laceranti quanto i traumi sessuali o affettivi. Nell’attribuzione di responsabilità per questa situazione ci si colpevolizza, pensando che si sia meritato contare così poco, in una società dove avere successo è fondamentale e tutti avrebbero analoghe chances per affermarsi. La vergogna può essere la conseguenza di un’umiliazione personale, o provenire da un’assimilazione al gruppo d’appartenenza, quale famiglia, etnia, razza, ceto).

 

Libido sociale

La libido sociale è un motore potente e ci spinge a cercare di realizzarci in una vita che abbia senso per noi e che venga riconosciuta dagli altri“, dice Ludovica Scarpa, in “Senza offesa, fai schifo“ (Ponte alle Grazie, Milano 2011), citando Elias Canetti (“Das Gewissen der Worte”, 1976): “Ognuno, ma proprio ognuno, è il centro del mondo, e il mondo è prezioso perché è pieno di tali centri”. Ciascuno si vede come il centro del proprio universo e scoprire di non esserlo per gli altri diviene sofferenza, non metaforica, ma tangibilmente fisica, da controbilanciare con conferme e attenzioni.

 

Love’s Labours Lost

Le pene d’amore rientrano in questa categoria di rifiuti affettivi e respingimenti sociali che attivano le medesime aree cerebrali della percezione del dolore, come hanno dimostrato Naomi I. Eisenberger e Matthew D. Liebermann (“Why rejections hurts”, 2004).

Quale sarà la vera, autentica, parvenza dell’innamorato respinto: rospo o principe? Le fiabe di metamorfosi, come “La Belle et la Bête” (la cui versione più antica conosciuta è quella di Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve del 1740), contrappongono ambiguamente la figura della giovinetta innocente ed eterea al ripugnante potere delle pulsioni, che per essere accettate esigono il distacco dal legame paterno. La paura della deflorazione rende insopportabile l’aspetto di ciò che l’amore invece trasforma. All’inverso, il punto di vista di chi viene percepito inaccettabile, con modalità immaginifica, diviene inadeguatezza per la preoccupazione di non essere amati, alla quale si attribuisce la giustificazione dell’orrore per la fattezza fisica.

 

Ogni scarrafon’è (b)bello a mammà soja

Quasi come nella favola di Eros e Psiche, “L’occhio del super-io – per Belinda Cannone – veglia sull’alcova e spia l’amante che si sente amato ma si ricorda anche di non meritarlo, perché è una persona del tutto insoddisfacente”. A costituire la realtà sono gli altri, a partire dai genitori che dapprima ci modellano e poi ci condizionano.

L’amore è del resto un sentimento che, quando se ne avverte il bisogno, viene riposto sul primo venuto. Tutte le attrattive ch’esso genera si trovano nell’immaginazione di chi lo prova” (Benjamin Constant: “Journaux intimes”, 1811-16).

Il vero impostore si fa passare per chi sa di non essere, l’altro soffre nell’essere scambiato per chi crede di non essere. L’impostura “isterica” fa sentirsi indegni dell’amore che si provoca. Il relativo sentimento opposto assale chi sa di non provare un adeguato contraccambio.

I professionisti dell’impostura occupano un posto cui non hanno diritto, sono degli imbroglioni che “impongono” coartatamente sia le loro suggestioni sia le soggezioni della menzogna, ben altri sono coloro che soffrono per la preoccupazione di un’invenzione mentale, il sentimento di non essere legittimati, di essere in balia di fraintendimenti ed errori e temono che, prima o poi, tutti se ne possano accorgere, o anche solo che qualcuno intuisca chi sono veramente, o meglio chi non sono affatto.

 

Giuseppe M. S. Ierace

 

 

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