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Internet ci rende stupidi? autistici o infovori – dall’Attention Restoration Theory all’Attention Deficit Disorder

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 23 Dicembre 2012 | 5,338 letture | Stampa articolo |
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E’ difficile resistere alle seduzioni della tecnologia, e nella nostra epoca dell’informazione istantanea i benefici della velocità e dell’efficienza non sono nemmeno in discussione”, dichiara Nicholas Carr, in “Internet ci rende stupidi?” (Raffaello Cortina, Milano 2011), aggiungendo però: “Sarebbe molto triste se dovessimo accettare senza discussioni l’idea che gli ‘elementi umani’ sono fuori moda e superflui, specialmente se si tratta di alimentare le menti dei nostri figli”.

Citando Joseph Weizenbaum (1923 -2008), Nicholas Carr parte dalla considerazione che i computer non potranno mai essere in grado di esprimere giudizi critici, ragionati e motivati, bensì seguire pedissequamente regole e applicare formule, che poi dovranno rivelarsi utili ad affrontare, come si suol dire, tutte le stagioni. La lungimiranza di Weizenbaum aveva avvertito per tempo del rischio, a cui saremmo un po’ tutti andati incontro, qualora avessimo assunto l’abitudine di affidarci completamente ai computer, e ne fossimo divenuti dipendenti, di consegnare dogmaticamente al mezzo artificiale “compiti che richiedono saggezza”, abdicando così a determinate facoltà mentali superiori.

David Bowman e Hal, in2001: A Space Odyssey

Il futuro, si spera, non debba corrispondere a quello piuttosto cupo, prospettato dal film di Stanley Kubrick “2001: A Space Odyssey” (1968), in cui all’assenza di emozioni del personaggio umano (David Bowman), che si preoccupa di svolgere ogni sua attività in piena efficienza, mirando alla perfezione robotica, fa da contraltare la disperazione di Hal (Ibm) nel corso dello spegnimento dei suoi circuiti, prolungata sino alla regressione al senso di angoscia. In un mondo in cui la programmazione si ostina a seguire le istruzioni degli algoritmi, l’unico brandello di umanità finiscono per dimostrare di averlo le macchine. Quando confidiamo in esse affinché ci aiutino a capire qualcosa di più di noi, ad appiattirsi su quella artificiale è la nostra intelligenza!

Eliza

Un po’ prima che venisse elaborata la “profezia” di Kubrick, che l’aveva basata sul racconto, The Sentinel, scritto da Arthur C. Clarke vent’anni prima, Joseph Weizenbaum si ispirò al mito del Pygmalion, rivisitato in chiave moderna, per preparare un programma informatico che analizzasse il linguaggio, da presentare subito dopo in un saggio per l’Association for Computing Machinery, nel 1966. Nella commedia di George B. Shaw, Eliza Doolittle era la fioraia a cui il professor Higgins insegna quella raffinatezza d’accento adeguata all’etichetta delle classi elitarie britanniche. Il programma “Eliza”, predisposto per il nuovo time-sharing del MIT, si limitava invece a seguire delle semplici regole grammaticali, identificava una parola saliente digitata dall’interlocutore e la restituiva nello stesso contesto sintattico, scomposto in modo che potesse sembrare una frase all’interno di una conversazione del tutto illusoria. Si applicava dapprima “una sorta di schema alla frase originale, una parte del quale si adattava” all’espressione principale, mentre il resto veniva isolato e riproposto dal software che impiegava un kit di “rimontaggio” algoritmico in sintonia a quello schema. Per rendere più accattivante tale simulazione, il personaggio “nascosto” pragmaticamente si “comportava” da ingenuo psicoterapeuta rogersiano, cioè come se non avesse alcuna specifica conoscenza. Si limitava pertanto a ripetere le affermazioni degli interlocutori sotto forma di commenti di estrema banalità o di domande al massimo della loro genericità.

Una tale posizione in ambito psicoterapeutico avrebbe lo scopo di porre il paziente a proprio agio e di lasciarlo libero di attribuire al terapeuta che non si lascia scoprire ogni genere di introspezione, ragionamento, preparazione. Nel caso del programma Eliza, occorreva confondere i termini della vacuità artificiale con quelli di una presunta genuina intelligenza da (non) rivelare.

Questo software riscosse notevole successo, ma ciò che impressionava in modo particolare era il grado di coinvolgimento emotivo che, nonostante tutto, sembrava in grado di stimolare. Weizenbaum scoprì che parecchie persone arrivavano a rivolgersi alla macchina “per confidare i propri segreti più intimi”, persino coloro che sapevano “trattarsi soltanto di un programma per computer”. “Ciò di cui non mi ero reso conto era che un contatto relativamente breve con un programma per computer relativamente semplice potesse generare nelle persone normali delle enormi illusioni”.

Kenneth Mark Colby

L’interesse da parte degli psichiatri non dovrebbe affatto stupire, ma quel che può considerarsi davvero sbalorditivo furono le conclusioni a cui giunsero tre eminenti studiosi che le pubblicarono sul prestigioso Journal of Nervous and Mental Disease: “Un sistema informatico di questo tipo potrebbe arrivare a gestire varie centinaia di pazienti all’ora… “, per cui gli preconizzarono un brillante futuro di “strumento terapeutico largamente utilizzato nelle cliniche psichiatriche in caso di carenza di personale”.

Kenneth Mark Colby (1920-2001) aveva già dato alle stampe, quindici anni prima, un’eccellente manuale per psicoterapeuti (1951) e, di lì a poco, avrebbe proposto il ricorso all’informatica per il trattamento dei disturbi linguistici (1967), specie nei pazienti autistici (1971), avrebbe poi creato un modello (Parry) di pensiero paranoico (1975), presso il Laboratorio di Intelligenza Artificiale di Stanford, e un programma per superare la depressione, basato sulla terapia cognitiva (1984). Solo nel 1976 si sarebbe posto il problema “etico” nell’impiego del computer a scopo psicoterapeutico, ma sostanzialmente sarebbe rimasto un assertore delle “conversazioni” artificiali con la macchina, impostate sulle tecniche di psicoterapia cognitiva o di inazione intenzionale, improntata al comune buon senso, nell’affrontare situazioni interpersonali altamente stressanti.

In collaborazione con Watt e Gilbert, nel 1966, ribaltando la prospettiva, argomentava: “uno psicoterapeuta umano può essere visto come un elaboratore di informazioni e un decisore con un insieme di regole strettamente collegate a obiettivi a breve o lungo termine”.

Test di Turing, ovvero “il gioco dell’imitazione”

Un programma che emula uno psicoterapeuta rogersiano, qual è Eliza, nonostante la sua intrinseca semplicità, ha costretto a riformulare i criteri del test di Turing (ovvero “il gioco dell’imitazione”), o perché inadeguati oppure perché troppo facilmente soddisfatti da programmi così evidentemente non pensanti.

Nel suo celebre articolo (“Computing machinery and intelligence”), apparso sulla rivista Mind, nel 1950, Alan Mathison Turing (1912–1954) riprendeva il noto brano cartesiano della quinta parte del Discours de la méthode (Pour bien conduire sa raison, et chercher
la vérité dans les sciences), del 1637: “Secondo la forma più estrema di questa opinione, il solo modo per cui si potrebbe essere sicuri che una macchina pensa è quello di essere la macchina stessa e sentire se si stesse pensando… Allo stesso modo, la sola via per sapere che un uomo pensa è quello di essere quell’uomo in particolare… Invece di discutere in continuazione su questo punto, è normale attenersi alla educata convenzione che ognuno pensi”.

La preoccupazione di Weizenbaum fu, invece, quella di osservare la situazione dal punto di vista opposto e prendere seriamente in considerazione “quali proprietà del computer hanno potuto portare a un nuovo livello di plausibilità l’idea dell’uomo inteso come macchina?”. Nel libro “Computer Power and Human Reason: From Judgment To Calculation”, che scrisse nel 1976, avvertì l’esigenza di inquadrare la macchina in quel generale contesto delle tecnologie intellettuali susseguitesi nel corso della storia del genere umano , le quali hanno contribuito ad alterare “la percezione umana della realtà”, finendo con l’assumere la consistenza stessa della “materia con la quale l’uomo costruisce il suo mondo”. Una tecnologia intellettuale, una volta diffusamente adottata, “diventa una componente essenziale di qualsiasi struttura, così avviluppata in varie sottostrutture vitali, da non poter più essere sottratta senza danneggiare gravemente l’intera struttura”. La storia delle tecnologie intellettuali ci insegna che l’introduzione delle macchine nelle più complesse attività umane le avrebbero spinte a diventare intermediarie in ogni campo relazionale, dall’interpersonale al sociale, dall’educazione alla formulazione delle idee, fino a imporre le procedure artificiali che le caratterizzano; proprio come è avvenuto in ambito industriale e lavorativo, sarebbe successo nell’insegnamento, nel pensiero, nella vita comunitaria.

Theuth e Thamus

Platone, nel Fedro, fa raccontare a Socrate la leggenda dell’incontro tra la divinità egizia Theuth e il saggio re Thamus, il quale intravede nella semplice lettura una presunzione di conoscenza. Joseph Weizenbaum, ieri, e Nicholas Carr, oggi, individuano un maggior pericolo nel sempre più intimo coinvolgimento con l’informatica. Quando le esperienze umane vengono sacrificate ai lampeggiamenti di uno schermo, non si perde soltanto la qualità “carnale” della propria formazione e la padronanza nella sua concretezza, ma anche una matura competenza e piena consapevolezza delle capacità critiche che ci contraddistinguono. Se i confini tra corpo e strumento, interno ed esterno, tendono a sfumare, avremo sicuramente compiuto un passo in avanti nell’evoluzione tecnologica, ma probabilmente a scapito di qualche altro cimento. Perché nel momento in cui accettiamo di usufruire dell’estensione artificiale delle nostre abilità, ci predisponiamo a costringerle indefinitamente all’asservimento a quella modalità.

Thomas Stearns Eliot (1888-1965), in una lettera del 1916, confidava all’amico poeta Conrad Potter Aiken (1889-1973): “Quando batto a macchina mi ritrovo a tralasciare tutte quelle frasi lunghe che un tempo adoravo. Corto, staccato, come la prosa francese moderna. La macchina da scrivere incoraggia la lucidità, ma non sono sicuro che favorisca altrettanto la profondità”.

L’Anticristo e il Crocifisso

Friedrich Wilhelm Nietzsche (1844-1900) anticipò questo genere di sperimentazione con la macchina da scrivere, immaginando che fosse “una cosa come me” e intuendo che anche lui si stesse inevitabilmente adeguando a essa, facendosi perfino influenzare nel modo di pensare. Da vero intenditore, il filosofo sostituì, guadagnandoci certo, la Malling-Hansen Writing Ball di fabbricazione danese con una segretaria ventunenne, di origini russo-tedesche, affascinante poetessa e successivamente anche brillante psicoanalista e scrittrice, Lou Andreas-Salomé (1861–1937), la quale, oltre a trascrivere puntualmente ogni sua parola, sarebbe stata l’ispiratrice dell’Also sprach Zarathustra.

L’entusiasmo per la macchina da scrivere gli aveva dapprima ispirato la breve poesia: “La Writing Ball è una cosa come me: di ferro fatta/ eppure nei viaggi docilmente attratta da calamita siede/ per usarci, tatto e pazienza in abbondanza chiede,/ così come sicure dita”. L’amico musicista Johann Heinrich Köselitz (1854–1918), che da lui aveva ricevuto lo pseudonimo di Peter Gast (ovvero “Convitato di pietra”, citazione dal Don Giovanni di Mozart), e che lo aiutava nella revisione dei manoscritti (soprattutto Menschliches,
Allzumenschliches
; Götzen-Dämmerung; Der Antichrist) prima che venissero definitivamente licenziati alle stampe, notò un cambiamento di stile nella prosa, divenuta più serrata e telegrafica con l’avvento della dattilografia. “Forse attraverso questo strumento finirai per darti a un nuovo idioma… I miei ‘pensieri’ in musica e lingua spesso dipendono dalla qualità della penna e della carta”. Nietzache acconsentì: ”Hai ragione… I nostri strumenti di scrittura hanno un ruolo nella formazione dei nostri pensieri”. E, in una delle ultime sue opere, “Zur Genealogie der Moral. Eine Streitschrift”, si scagliò contro tale meccanizzazione, tessendo gli elogi della contemplazione, unica in grado di assimilare le esperienze nella massima tranquillità. “Chiudere temporaneamente le porte e le finestre della coscienza; rimanere indisturbati dal rumore e dalla lotta con cui gli organi servizievoli del mondo sottocutaneo operano in collaborazione o in opposizione tra loro; un po’ di calma, un po’ di tabula rasa della coscienza affinché si rifaccia posto per il nuovo, soprattutto per le funzioni e i funzionari nobili”.

The Brain That Changes Itself

Chi scrive al computer spesso ha difficoltà quando deve scrivere a mano o dettare… – nota Norman Doidge in “The Brain That Changes Itself” (2007) – … tradurre ad alta velocità i pensieri nella scrittura corsiva” non può se non subire una compromissione, man mano che ci si abitua, schiacciando dei tasti, a far comparire delle lettere standard sullo schermo.

Noi modelliamo i nostri strumenti e quindi modelliamo noi stessi” ha scritto John Culkin (1928-1993), in “A schoolman’s guide to Marshall McLuhan” (1967), con cui condivideva l’interesse nei mass media e nei loro effetti sulla società. Qualsiasi attrezzatura innovativa apre a un patrimonio di metodiche, costringendo però ad altrettante demarcazioni d’intervento. Lo stesso Herbert Marshall McLuhan (1911-1980) aveva sostenuto, già nel 1964, in “Understanding Media: The Extensions of Man”, che inevitabilmente si sarebbe verificata una sorta di reciprocità d’effetto tra amplificazione di una certa funzione e “intorpidimento” della parte anatomica corrispondente.  Grazie all’introduzione del telaio a mano, per esempio, durante un turno di lavoro, si aumentava notevolmente il quantitativo di tessuto prodotto, mentre al contempo andava scemando la sensibilità tattile alla stoffa e la destrezza manuale dell’artigiano. Qualcosa di analogo si sarebbe verificato in agricoltura con l’avvento di aratri, erpici meccanici e concimi chimici. In auto si coprono distanze maggiori che a piedi, in aereo ancor di più, con la perdita conseguente del rapporto con i luoghi attraversati troppo velocemente, di cui non riusciamo ad apprezzare panorami e tipicità paesaggistiche, e meno che mai lingua, costumi, cultura dei loro abitanti che appaiono e scompaiono al nostro sguardo come fantasmi, sempre sfuggendoci.

Gli idoli delle nazioni sono argento e oro,/ opera delle mani dell’uomo. // Hanno bocca e non parlano,/ hanno occhi e non vedono,// hanno orecchi e non odono;/ no, non c’è respiro nella loro bocca”, denunciava il Salmista (134, 15-17). E’ probabilmente questo il prezzo più alto che si è costretti a pagare alla diffusione delle tecnologie e del progresso, con l’aggravante che in ambito intellettuale l’anchilosi e l’insensibilità equivalgono ad alienazione e dissennatezza.

Il tempo e l’orologio

Uno dei più noti studi di Lewis Mumford (1895-1990) è relativo al modo in cui, nel Medioevo, l’orologio meccanico sarebbe stato sviluppato dai monaci e successivamente adottato dal resto della società; inquadrando la sua invenzione quale dispositivo chiave di tutta la rivoluzione industriale, affermava che “l’orologio, e non la macchina a vapore, è la macchina-chiave della modernità industriale… L’orologio … è un pezzo di potere della meccanica i cui prodotti sono minuti e secondi”. Con il risultato di un assoluto scollegamento degli avvenimenti dalla loro collocazione nel percorso temporale e la confezione dell’”idea di un mondo indipendente formato da sequenze matematicamente misurabili”.

La mappa dell’Anima

La cartografia ha ampliato certamente l’abilità di orientamento spaziale, facendo indebolire la capacità di comprensione di un distretto o di un paesaggio nel dettagliato contesto dei suoi dintorni. La rappresentazione bidimensionale sulla mappa s’interpone tra lo spazio mentale e il territorio reale, per cui fare affidamento su piantine topografiche contribuisce a disabilitare quell’area dell’emisfero cerebrale deputata alla rappresentazione spaziale, l’ippocampo.

Eleanor Maguire, la neuroscienziata irlandese che ha studiato la facoltà di orientarsi dei taxisti londinesi, ritiene che l’uso dei navigatori satellitari GPS avrebbe sul loro ippocampo un impatto deleterio. “Crediamo che le dimensioni delle aree cerebrali siano aumentate a causa dell’enorme ammasso di dati che dovevano memorizzare. Se tutti cominciano a usare i GPS questa base di conoscenze diminuirà, – confida a un giornalista dell’Independent e forse influenzerà i cambiamenti cerebrali cui stiamo assistendo”.

Norman Doidge, nel tener conto che “il computer è un’estensione delle capacità di elaborazione del sistema nervoso centrale”, dimostra come automaticamente non possa che alterarlo. Siccome il loro funzionamento si potrebbe supporre simile, “sono fondamentalmente compatibili e quindi facilmente collegabili”. Anzi, data per scontata la neuroplasticità anatomica e funzionale, il sistema nervoso “può trarre vantaggio da tale compatibilità e fondersi con i media elettronici costituendo un sistema unico e più ampio”.

L’impiego di un utensile che migliora le nostre relazioni con l’ambiente, nel contempo modifica il rapporto che abbiamo con l’esterno e con noi stessi. Infatti qualsiasi tipo di controllo può essere esercitato mantenendo una certa distanza psicologica che equivale a un sempre maggior grado di estraniamento, fin quando si arriva all’estremo che la valenza medesima dello strumento è determinata proprio da una totale alienazione. La più profonda ed esplicita considerazione di McLuhan era costituita da un accorato richiamo all’esatta valutazione di ogni nuova tecnologia e del progresso nel suo insieme, della raffinata conquista acquisita, ma anche dell’eventuale sensibilità e angolatura che si viene a perdere.

lettura del pensieroe istinto sociale

Per Jason P. Mitchell (2009), l’evoluzione della specie ha procurato al nostro cervello un particolare sviluppo di ciò che potremmo definire come “istinto sociale”. Il che include “una serie di procedure per capire cosa pensino e sentano quelli che ci stanno attorno”. Sono tre le regioni cerebrali più attive “specificamente dedicate alla comprensione del comportamento delle menti altrui”: una nella corteccia prefrontale, un’altra nella corteccia parietale e  ancora una alla congiunzione tra corteccia parietale e temporale. Ciò che impropriamente Mitchell chiama “lettura del pensiero” forse dovrebbe essere definita intuizione, o meglio deduzione, o anche immedesimazione, persino “mentalizzazione”, eppure si tratta si un ragionamento  basato più che sui fatti su impercettibili sensazioni. Qualunque sia il termine impiegato per indicare questa facoltà cerebrale superiore, in ogni caso, avrebbe svolto un ruolo fondamentale al fine del successo evolutivo della specie umana, specialmente al fine di “coordinarci in grandi gruppi per raggiungere obiettivi preclusi ai singoli individui”.

Neuroni “specchio” eallucinazioni di intenti

Su questo arcaico talento, l’era informatica si è scontrata in maniera disastrosa, perché “il cronico superlavoro delle regioni cerebrali preposte al pensiero sociale” ci induce a commettere errori grossolani di giudizio, ad alimentare illusioni, formulare proiezioni, forse perfino produrre inappropriate “allucinazioni di intenti”, nell’attribuire capacità raziocinanti ed emotive agli oggetti. I nostri cervelli, così come deducono e intuiscono, altrettanto “rispecchiano” e imitano il comportamento delle altre menti, reali o immaginarie che siano, con cui tendenzialmente e istintivamente sono portate a interagire.

Il nozionismo non è conoscenza

La nostra capacità di imparare può essere compromessa dal sovraccarico cognitivo del sovraffollamento di stimoli di multimedialità e ipertesti provenienti dalla rete. Non necessariamente notizie e informazioni si trasformano in conoscenza e cultura, specie se manca quell’elemento di propedeuticità che trasferisca l’iniziale notifica preparatoria in un introduttivo preliminare d’insegnamento.

Christof van Nimwegen, nel 2003, iniziò a studiare l’apprendimento aiutato dal computer, giungendo a dei risultati paradossali. L’incremento della dipendenza dalle indicazioni esplicitate dai software finiva col diminuire il coinvolgimento nel compito da svolgere, con l’effetto conseguente che quanto più si “esternalizza” la risoluzione dei problemi, affidandola ai computer, tanto maggiore è il decremento delle capacità cognitive del cervello di “costruire strutture stabili di conoscenza”, e quindi predisporre schemi applicabili ad altre situazioni.

“Rituali” di ricerca web

James A. Evans esagera probabilmente nell’intessere l’apologia dei vecchi sistemi di ricerca bibliotecaria che trascinavano studiosi verso articoli tra loro non attinenti, per individuare successivamente quelli più pertinenti da approfondire. Il che forse facilitava la comparazione e la conoscenza degli studi pregressi. Era convinzione comune che le ricerche in rete avrebbero significativamente ampliato la sfera delle citazioni e invece, in realtà, la tendenza è quella di studiare solo i contributi più recenti, con un generale impoverimento culturale.

Non si agisce secondo l’intuizione personale, ma, nel far finta di operare autonomamente, ci si adegua ai “rituali”, come li descrive Thomas Lord, codificati dalla logica delle pagine web.

Attention Restoration Theory

Secondo le tesi esposte dall’Attention Restoration Theory, rimanendo a contatto con la natura, nella tranquillità d’un ambiente rurale o in contemplazione di paesaggi montani, le capacità d’attenzione aumentano, le funzioni mnemoniche si rafforzano, con un complessivo miglioramento di tutte le facoltà cognitive. La serenità agisce sulla mente rendendola più perspicace. Questi benefici esiti sarebbero da attribuire tutti agli effetti del rilassamento su un cervello protetto dai bombardamenti degli stimoli esterni. Passeggiare nel bosco migliora significativamente le prestazioni intellettive, grazie soprattutto al notevole incremento dell’acutezza d’attenzione. “Interazioni semplici e anche di breve durata con la natura possono produrre aumenti significativi nel controllo cognitivo”, affermano gli autori di “The Cognitive Benefits of Interacting With Nature” (2008), Berman, Jonides, e Kaplan, mentre per il “corretto funzionamento” sarebbe di “vitale importanza” un’esistenza quanto più naturale possibile.

Compassione e Ammirazione: Empatie lente

Il drammaturgo americano d’avanguardia Richard Foreman, in un articolo apparso su Edge nel 2005 (“The Gods are pounding my head”), dà sfoggio della propria eloquenza descrivendo la situazione attuale: “Vengo da una tradizione di cultura occidentale in cui l’ideale (il mio ideale) era quella struttura densa, complessa, ‘simile a una cattedrale’ della personalità altamente istruita, un uomo o una donna che portano dentro di sé una versione unica e costruita personalmente dell’intero patrimonio della cultura occidentale… Vedo diffondersi e (io stesso non ne sono esente) la sostituzione di quella densa complessità interiore con un nuovo tipo di sé, che si sviluppa sotto la pressione del sovraccarico informativo e della tecnologia dell’istantaneamente disponibile”. L’appiattimento del “repertorio interiore del nostro patrimonio culturale” ci allarga certo, ma pure ci distende e ci assottiglia, alla medesima stregua di frittelle (“Pancake people”), “come la vasta rete d’informazioni cui accediamo con un semplice click”.

Richard Foreman denuncia innanzitutto un affievolirsi dei sentimenti di benevolenza con l’erosione di quanto definiamo umanità, determinata dall’accelerazione forzata d’ogni attività intellettiva, proprio perché le emozioni più elevate, spiega Carl Marziali, nel riassumere i lavori del gruppo di António Rosa Damásio e Mary Helen Immordino-Yang,  provengono da processi neurali “intrinsecamente lenti”. L’empatia nei confronti delle altrui sofferenze psicologiche s’instaura soltanto grazie a un processo mentale più complesso rispetto alla reazione alla vista del dolore fisico. Occorre più tempo, quindi, affinché il cervello “arrivi a trascendere il coinvolgimento immediato del corpo” e inizi a comprendere “le dimensioni psicologiche e morali di una situazione”. “Se tutto va troppo in fretta, non si riescono nemmeno a sperimentare direttamente le emozioni riguardo agli stati psicologici altrui”. Un’artificiale  velocizzazione devia i tracciati vitali, minando non solo la capacità di concentrazione, ma pure quell’attitudine contemplativa che assicura profondità alle emozioni e alle idee.

Autistici o infovori

“Il web ci consente di prendere in prestito efficacia cognitiva dall’autismo – ammette Tyler Cowen – e diventare migliori infovori, o divoratori di informazioni”.  Ma se il nostro “software umano”,  ipotizza L. Gordon  Crovitz, col tempo, “si metterà alla pari con la tecnologia delle macchine che hanno reso possibile tale abbondanza di informazione”, ci “evolveremo” (?) fino a divenire esclusivamente consumatori di informazioni? I circuiti del nostro cervello, in virtù della neuroplasticità, si andranno a modificare automaticamente nel modo migliore per gestire una tale quantità di dati?

Attention Deficit Disorder

L’Attention Deficit Disorder, procuratoci dalla tecnologia, sarà un “problema di breve periodo”, per Jamais Cascio, da attribuire soltanto all’iniziale entusiasmo ed eccessiva fiducia verso nuove “abitudini cognitive che si sono evolute e perfezionate in un’epoca di flusso informativo limitato”, oppure si trasformerà in un necessario adattamento quale “unico approccio utile per navigare l’era della costante connettività”?

Per certi versi, una risposta a tali interrogativi l’aveva già fornita Martin Heidegger (1889-1976) quando, in “Introduzione alla metafisica”(Einführung in die Metaphysik, 1953), ammoniva circa l’onnivora invasività da parte di una “frenesia della tecnica sfrenata”, aggiungendo poi, sei anni più tardi, in “L’abbandono”(
Gelassenheit
, 1959): “la rivoluzione della tecnica che ci sta travolgendo nell’era atomica potrebbe riuscire ad avvincere, a stregare, a incantare, ad accecare l’uomo così che un giorno il pensiero calcolante sarebbe l’unico ad avere ancora valore”. Perché il progresso troppo rapido farebbe scemare l’impegno individuale nel “pensiero meditante”, vera essenza della nostra umanità.

 

Giuseppe M. S. Ierace

 

 

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