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L'uomo che non coltiva l'abitudine di pensare perde il più grande piacere della vita. Thomas Alva Edison
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Iniziazione al Tao della Psicologia – “passo dopo passo”: Filosofia del viaggio e del camminare – immagini psicoidali – kairos – la scelta del cuore

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 24 Luglio 2010 | 4,853 letture | Stampa articolo |
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“Per capire il tao può essere d’aiuto esaminare gli elementi dell’ideogramma cinese corrispondente…  – scrive Jean Shinoda Bolen, in ”Iniziazione al Tao della Psicologia” (Mediterranee, Roma 2010) – come composto da due elementi, ch’o e shou. Ch’o è una rappresentazione complessa, composta da ‘un piede sinistro che fa un passo’, combinato con un simbolo che significa ‘fermarsi’. Shou vuol dire ‘testa’, e comunica l’idea di un coinvolgimento del pensiero. La connotazione dell’ideogramma indica che si tratta di una progressione ‘passo dopo passo’, dove si prendono delle pause per pensare tra un passo e l’altro. Inoltre, il piede sinistro come orientamento yin sottintenderebbe che il tao è un cammino interiore”.
L’ideogramma del tao potrebbe essere interpretato come un “primo passo” che, all’inizio del viaggio, ci pone in uno spazio non più appartenente al luogo appena lasciato alle spalle, ma neppure a quello prefissato, quasi a fluttuare in una vaghezza spaziotemporale ed in totale assenza di gravità. Il pericolo insito potrebbe essere costituito dall’angoscia dell’abbandono e dall’inquietudine per la mancanza di punti di riferimento, se a bilanciarle non intervenisse ovviamente la ponderazione mentale.
E’ Mai Mai Sze, in “The Tao of Painting” (1956), ad aver suggerito questa scomposizione dell’ideogramma del tao, che altrimenti si tradurrebbe: cammino, nel senso del movimento, oppure via, sentiero, strada, così come anche altro.
La combinazione tra ch’o e shou, piede e testa, è molto suggestiva perché dà l’idea della comunione tra terra e cielo, yin, l’energia femminile, e yang, quella maschile e pertanto rimanda ad un simbolo di interezza. Questo significa che la crescita spirituale non può avvenire al di fuori di un movimentato percorso interiore che integri coscientemente delle forze considerate ad un tempo opposte e complementari. Una via quale modus vivendi, un viaggio effettuato nella piena consapevolezza di essere parte di un tutto.
“L’importante è partire con ardore, non arrivare”: in “Perché siamo infelici” (Einaudi, Torino 2010) Paolo Crepet cita  quest’intuizione di Melville per magnificare l’anelito della ricerca, in quanto sostiene che la faticosa costruzione della felicità debba necessariamente comportare un’apertura alla curiosità ed all’elasticità mentale: “Come la felicità ha bisogno di persone affamate, l’infelicità attrae i soddisfatti, i placati, quelli la cui mente indossa da sempre le pantofole”.

“Non scegliamo affatto i luoghi da noi prediletti, ma siamo da loro convocati. – asserisce Michel Onfray in “Filosofia del Viaggio” (Ponte alle Grazie, Milano 2010) – Nella terminologia elementare dei filosofi presocratici, ognuno può scoprire di possedere una passione per l’acqua, la terra o l’aria: il fuoco che scorre nel corpo stesso del viaggiatore. I nomadi irrequieti partono da un elemento che li riunisce, li contiene, li anima e federa i loro entusiasmi: il mare ed i flutti per i navigatori, i monti ed i sentieri per i camminatori, l’etere e l’azzurro per gli aviatori, questi tre punti cardinali orientano un movimento sul globo in rotazione sotto le dita o su mappe percorse nell’insieme e scrutate nel dettaglio”.
Carlos Castaneda, in “The teachings of Don Juan: A Yaqui Way of Knowledge” (1974) si pone il problema della scelta da compiere: “Ogni cosa è solo una strada tra tantissime possibili. Devi sempre tenere a mente che una strada è solo una strada; se senti che non dovresti seguirla, abbandonala, a qualunque condizione. Per raggiungere una chiarezza del genere devi condurre una vita disciplinata. Solo allora saprai che qualsiasi strada è solo una strada, e che non è un affronto, a se stessi od agli altri, abbandonarla, se questo è ciò che il tuo cuore ti dice di fare. Ma la tua decisione di insistere su quella strada o di abbandonarla dev’essere libera dalla paura o dall’ambizione”. Poiché, in entrambi questi casi non si avrebbe un viaggio soddisfacente.
Ambizione e ricerca di prestigio, o brama di potere, manterranno la concentrazione sul modo di relazionarsi con gli altri; una modalità competitiva, in cui si è presi dalla smania di superare e dal timore di soccombere. La paura impone scelte che infondono sicurezza, dal punto di vista economico, dal punto di vista delle potenziali critiche, ed al riparo da eventuali errori.
Anche l’I Ching invita ad essere sempre sinceri, almeno con se stessi, allorquando declama l’esagramma 29, L’Abissale: “Rimane fedele a se stessa in qualunque condizione. Così la veracità in condizioni difficili fa sì che interiormente, nel cuore, si penetri la situazione sino in fondo. E quando si è diventati interiormente padroni della situazione, si avrà come esito naturale che le azioni esteriori siano accompagnate dal successo”.
Consapevolezza e riflessione propone quel “piede sinistro che fa un passo”(ch’o) in combinazione con il simbolo che significa “fermarsi”, perché shou vuol dire “testa” e quindi complessivamente la resa finale sarebbe: “pensare tra un passo e l’altro” o “passeggiare tra le ideazioni”. Camminare su questa via è un procedere gentile, prendersi una pausa tra gli eventi, scegliere con calma da che parte proseguire, girovagare riflettendo. Se avviene che tra lo stimolo e la decisione si insinua la coscienza, si avrà consapevole risolutezza, altrimenti ad ogni incrocio dubbi, impulsività, e conformismo prenderanno il sopravvento.
“Negli esseri umani ci vuole coraggio affinché sia possibile essere e divenire. – dice Rollo May, in “Courage to Create” (1975) – E’ essenziale un’affermazione di sé, un impegno, se il Sé vuole avere qualche realtà. E’ questo che distingue gli esseri umani dal resto della natura. La ghianda diventa quercia per mezzo dei suoi automatismi di crescita; non occorre un impegno. Anche il gattino diventa gatto sulla base del suo istinto. In queste creature Natura ed Essere sono identici. Ma un uomo od una donna divengono pienamente esseri umani solo attraverso le proprie scelte ed il proprio impegno in esse. Le persone acquistano valore e dignità attraverso la molteplicità di decisioni che prendono giorno dopo giorno”.
E difatti Barbara Berger, in “La Felicità qui e ora” (Macro, Cesena 2009), annovera, tra le cause di sofferenza morale e d’infelicità, la sproporzione tra l’enormità delle soddisfazioni che si desidera ottenere rispetto allo scarso valore delle esperienze che dovrebbero renderle possibili.
“Non vi è delitto più grande di nutrire l’ambizione, né calamità peggiore di essere malcontento della propria sorte, nè colpa più grave di desiderare di ricevere”

L’impegno a perseguire delle scelte diviene il carburante propulsore per tradurre le potenzialità messeci a disposizione dalla Natura in una realizzazione in divenire dell’archetipo del Sé. In linea con il tao è facile nutrire la fiducia che ad indirizzare il nostro cammino sia l’amore. Nell’utilizzo di questa bussola non si fa fatica a trovare la giusta direzione verso la saggezza; ci si deve però sforzare consapevolmente di mantenerla.
“La nostra meta non era solo l’oriente, – sembra il proposito di Herman Hesse in “Die Morgenlandfahrt”. (1932) – o meglio, l’oriente non era solo una regione geografica, ma era la dimora e la giovinezza dell’anima, era l’ovunque ed il nessun luogo, era l’insieme di tutte le epoche”.
Il contatto con il Sé, il fluire nella vita, il riconoscimento del tao può avvenire dovunque, comunque ed inaspettatamente, all’improvviso. Ma se non si nutre sufficiente sentimento di fiducia nell’intuizione, e si diviene succubi di un estremo razionalismo, si sentirà quella voce che proclamerà morta ogni divinità, anche “quando ad essere morto era lo spirito dentro di loro”, commenta  Jean Shinoda Bolen, in ”Iniziazione al Tao della Psicologia” (Mediterranee, Roma 2010).
Quando si perde la connessione con la natura e l’istinto, l’immagine personificata di un dio lascia spazio all’immagine di un demone. Potrebbe essere questa la lettura del racconto di Plutarco circa l’annuncio udito da un vascello romano, sotto il regno di Tiberio, nei pressi di un’isola del mar Egeo. Al repentino placarsi del vento, nel più completo silenzio, si udì gridare: “Il Grande Pan è morto”. Ma l’avanzare del cristianesimo aveva compiuto semplicemente un’opera di rimozione. Evocare il diavolo dalle ceneri di un dio per identificarlo come avversario, lo aveva soltanto assopito, perché Pan è sempre pronto a risvegliarsi al momento opportuno, e quasi certamente nel tepore del meriggio.
“Si è visto che esiste un mondo umano normale della realtà ordinaria e che esiste un mondo divino che trascende la realtà così come la conosciamo. – scrive Jeffrey Raff in “Jung e l’immaginario alchemico” (Mediterranee, Roma 2008) – Tra questi due mondi si situa il mondo dell’immaginazione, in cui gli spiriti e la stessa divinità si possono concretizzare sotto forma di figure immaginali. Poiché entrare in relazione con l’immagine equivale ad entrare in relazione con l’entità stessa, è attraverso le esperienze immaginative che la divinità può essere conosciuta e trasformata. Vi sono due aspetti dell’esperienza immaginativa. Il primo riguarda le figure interiori e si manifesta quando una determinata parte dell’inconscio personifica se stessa. Il secondo attiene alle figure psicoidali e riguarda l’incontro immaginale con esseri che hanno una propria realtà oggettiva al di fuori della psiche. Nel primo di questi mondi dell’immaginazione, il Sé appare come una figura che rappresenta l’unione degli opposti all’interno della psiche, e nello stesso tempo è il centro della psiche. L’immagine della divinità, così come appare nel secondo regno immaginativo, è in stretto legame con l’immagine del Sé; entrambe collaborano per realizzare un terzo livello di congiunzione che unisce l’essere umano a Dio”. Attraverso l’interpretazione dell’immaginario alchemico Jung si prefiggeva un’illustrazione della funzione trascendentale del sé e della sua immaginazione attiva, intuendo che l’esperienza transpsichica di quella dimensione che Jeffrey Raff  definisce “psicoide” travalica la comprensione della mera psicologia. Del resto, “l’arrivo del momento giusto è un grande mistero, perché non può essere controllato dall’ego”.

Certo, ci si può perdere, ma, se ci dovesse capitare, come potremmo fare per ritrovare la retta via, quel cammino con il cuore, e riguadagnare l’accesso all’inconscio collettivo per conferire valore ad una ricerca instancabile?
Da molte strade si può tornare indietro, basta riflettere sulle proprie esperienze di vita, ricordare gli avvenimenti, analizzarli e rammentarli nei dettagli. Sempre che non si rimanga impelagati nei meandri della memoria, questo ritorno è una restituzione, e ripetere intimamente l’esperienza del tao è una forma di meditazione.
Rievocare qualcosa che abbia valore interiore riafferma la disponibilità all’esperienza mistica. Un’altra via presuppone un ritorno alla natura quale reintegrazione ed immersione in qualcosa di immensamente più grande.
La creatività è un altro mezzo; la musica ha la capacità di toccarci profondamente. Tutti questi stratagemmi richiedono attenzione, concentrazione, luoghi, situazioni, sensazioni ristrutturanti, ma soprattutto ci pongono in un assolutamente nuovo rapporto con il nostro modo di trascorrere il tempo.
Il sentiero interiore del tao necessita di quell’indispensabile “fermarsi” con la “testa”, di un imprescindibile attraversamento della vita “passo dopo passo”. Il rinnovamento spirituale non può avvenire senza la possibilità di percepire il senso dell’unità del tutto e ciò sconvolge la normale nozione di spazio e tempo.
Per quanto riguarda lo spazio, va preso in considerazione come distacco, separatezza e solitudine non appartengano al sito della sincronicità, nel quale si giunge ai limiti dell’impressione del numinoso e si può fare diretta esperienza dell’inconscio collettivo, quale luogo di unità e di comunione  con il tutto.
“Se interiormente siamo ‘veramente in un bel posto’, allora ci sembra di far parte di un coro. –scrive Jean Shinoda Bolen, in ”Iniziazione al Tao della Psicologia” (Mediterranee, Roma 2010) – E’ interessante come in inglese la parola to hum (canticchiare a labbra socchiuse) vibri come l’om sanscrito di ‘om mani padme hum’, che è probabilmente il mantra più usato nel mondo orientale (il mantra è un suono o una frase ripetuta continuativamente, allo scopo di disporre la persona in armonia con l’universo). Così quando noi ‘canticchiamo’ (hum), è come se fossimo consapevoli di essere connessi con il modello fondamentale dell’unità dell’universo. E’ come se prendessimo parte alla danza cosmica intorno al centro, come se sentissimo il sussurro della musica mentre ci muoviamo, in armonia con il Tao.”
“Se Bach considerava il sol minore come ‘praticamente il più bello di tutti i toni’, è perché quel tono mescolava ‘una certa serietà ad un’amabilità gioiosa’. Certe arie della Passione secondo Matteo partecipano di questa ambiguità emotiva fra una tristezza necessaria ed una gioia perfetta” (Jeàn-Loup Charvet: “L’éloquence des larmes”, 2000)
“Ich habe genug . La musica di Bach mi fa piangere, mi riempie sempre di gratitudine, non so per chi. – considera Tomas Espedal in “Camminare” (Ponte alle Grazie, Milano 2009) – La musica di Bach è la mia casa: non sono quattro mura, non è un appartamento, e tuttavia al suo interno ci si sente sicuri, è un territorio di cui ignoriamo i confini, una piccola costruzione che deve corrispondere all’infinito che ci portiamo addosso. Non possediamo niente. Io ho tutto ciò che mi serve. Sono soddisfatto. Ich habe genug. Schlummert ein, ihr matten Augen”. Al recitativo Ich habe genug fa da contrappunto l’aria Schlummert ein, ihr matten Augen della cantata in do minore numero 82 del Bach-Werke-Verzeichnis, composta per la festa della purificazione del 1727.
“Hic sumus felices” lasciarono scritto i pompeiani prima di soccombere all’eruzione del Vesuvio.

A proposito del tempo bisogna riconoscere che l’antica sapienza greca poteva esprimere meglio delle nostre parole moderne una decisa differenza qualitativa nella percezione sincronica. Kronos infatti indicava il tempo lineare, il cui scorrere siamo abituati a misurare, a scandire con date ed orari, a programmare nel presente e nel futuro, ricordandolo come trascorso. Nella mitologia ellenica, una divinità nata dalla progenie del Caos, Urano, il cielo, e Gea, la terra, ed a sua volta padre di altri dei, da lui divorati.
La concezione di una dimensione qualitativa del tempo veniva invece definita da kairos, in quanto opportunità, occasione molto soggettiva nella sua concezione, poiché strettamente interconnessa alla specialità della circostanza. La quale, se non colta al momento giusto, scioglie il suo specifico significato nel tempo ordinario. I latini ne riproducevano il senso con Occasio (“Rem tibi quam scieris aptam dimittere noli: fronte capillata, post haec occasio calva”, nei “Disticha Catonis”, o nelle Odi di Orazio: “Dum loquimur fugerit invida/ aetas: carpe diem, quam minimum credula postero”), ma lo personificavano anche con la dea Fortuna, successivamente riconfigurata come ruota.
Le parabole riportate nel Vangelo di Luca della “pecorella smarrita”, della “dracma perduta” e del “figliuol prodigo” alludono ad un tale anelito di riconciliazione: non si può lasciar sfuggire qualcosa di prezioso. Molto simile l’astratto Che cinese. Eppure, a ben riflettere, c’è dell’altro e di più.
Nel caso in cui dobbiamo misurare il tempo, kronos, ne veniamo divorati come i suoi figli, ma qualora la nostra “partecipazione” (kairos) al momento presente fosse tale da farci dimenticare di misurarlo, saremmo stati coinvolti a tal punto da perdere la sua cognizione, vivendo sospesi e nutrendoci noi d’esso, adattandolo elasticamente alle nostre esigenze, allungandolo persino, presi come siamo da ciò che stiamo facendo.

“Noi siamo maggiori della somma delle nostre esperienze. – dice Marc Alain, autore di “Essere se stessi, ogni giorno” (Armenia, Milano 2010) – Ogni individuo può accedere potenzialmente ad un’ampia riserva di saggezza, che è superiore e più profonda rispetto alle esperienze di una sola vita. L’accesso a questo sapere è riservato agli esseri liberi che sanno affinare le loro percezioni e sbarazzarsi delle osservazioni limitate o superficiali. Essi prestano ascolto alla saggezza derivante dalla profondità della loro anima. Grazie a tale saggezza divina ed ancestrale, possono creare, comprendere e crescere”.
Una differente percezione del tempo consentirebbe di distinguere forse l’emozione della gioia dal sentimento della felicità. Nella gioia ci si sente in un continuo  presente a cui neppure si presta attenzione, al di sopra del tempo, anzi nella sua totale assenza.
“Nella gioia, cioè, si vive nell’istante, nel presente del presente agostiniano, al di là, e al di fuori, delle altre due categorie temporali: quella del passato e quella del futuro. – scrive Eugenio Borgna in “Perché siamo infelici” (a cura di Paolo Crepet, Einaudi, Torino 2010) – Nella gioia il tempo scorre così rapidamente, nei vortici di un presente isolato dal passato e dall’avvenire, che in essa non si sa dove si sia, e dove si sia stati”.
Analogamente il sentimento di comunione è un’emozione senza tempo. Il sogno è un’opportunità di sperimentare questo stato di sospensione. I sogni ci trasmettono molti messaggi, e, che ci si presti attenzione o meno, questi messaggi continueremo a riceverli, dormendo. Se non si fa alcun tentativo per ricordarli, non avremo l’opportunità di ascoltarli, facendo avverare il detto talmudico: “ogni sogno non interpretato è come una lettera non letta”.

Dei veri e propri inviti a fermarsi e tornare indietro sono poi quegli eventi sincronici negativi che si affastellano, con l’ammucchiarsi di ostacoli, frustrazioni, dispiaceri di fronte ad eventi casuali che ci crollano addosso. Il sentiero del cuore occorre che sia un percorso libero da paura, egoismo, ignoranza. Il mondo interiore si arricchisce spiritualmente soltanto con una diretta e stretta connessione con il Sé.
Il Tao-tê-ching avverte circa l’eventuale confusione dinanzi all’innumerevole varietà di attributi superficiali, che immobilizzerebbe l’incerto: “I cinque colori fan sì che s’accechi l’occhio dell’uomo,/ le cinque note fan sì che s’assordi l’orecchio dell’uomo,/ i cinque sapori fan sì che falli la bocca dell’uomo,/ la corsa e la caccia fan sì che s’imbesti il cuore dell’uomo,/ i beni che con difficoltà si ottengono/ fan sì che sia dannosa la condotta dell’uomo./ Per questo il saggio è guidato da ciò che sente, e non da ciò che vede./ Perciò respinge l’uno e preferisce l’altro.”
L’insegnamento di Don Juan consiste nell’osservare attentamente ogni tragitto, chiedendosi se esso abbia un cuore. “Tutte le strade sono uguali; non portano da nessuna parte. Sono strade che passano attraverso la boscaglia, o si perdono dentro di essa… Questa strada ha un cuore? Se lo ha, la strada è buona. Se non lo ha, non serve a niente. Entrambe le strade non portano da nessuna parte, ma una ha un cuore e l’altra no”.
Visto che la destinazione è irrilevante, per la realizzazione interiore, ed il processo è più importante del traguardo, nel momento in cui ci si mette in cammino, occorre farlo con il cuore, in modo da affrontare vigorosamente un viaggio lieto, un viaggio che renderà il viaggiatore stesso la via da percorrere. La scelta sarà dettata dal ritmo interiore del sentimento intuitivo. Del resto, ribadisce  Jean Shinoda Bolen, in ”Iniziazione al Tao della Psicologia” (Mediterranee, Roma 2010): “per scegliere chi sposare o che lavoro fare, o su quali principi basare la propria esistenza, bisogna mettere il cuore nella scelta”.

La selezione sessuale ci ha insegnato che, in assenza di sincronicità, la scelta del compagno avviene in base ad una pratica di disarmante ingenuità. Le femmine degli uccelli del paradiso, ad esempio, preferiscono i maschi con la coda più lunga, forse perché più adatti al volo e quindi, in caso di pericolo, in vantaggio per un’eventuale fuga; finché, con il succedersi delle generazioni, le code si sono allungate, in base ad un processo “cumulativo”, e le femmine hanno finito per considerarle attraenti di per sé.
In ambienti dove i caratteri sessuali secondari sono piuttosto vistosi, si può pensare che a determinarne lo sviluppo sia la concorrenza tra maschi, mentre Darwin stesso si convinse che un secondo meccanismo alternativo potesse risiedere nella scelta femminile. “A suo parere le femmine avevano il senso del bello ed erano eccitate dai vistosi ornamenti dei maschi.- commenta Gerd Gigerenzer in “Decisioni intuitive” (Raffaello Cortina, Milano 2009) – La teoria darwiniana della selezione sessuale è stata ignorata in modo pressoché totale per quasi cento anni; gli uomini del suo tempo non riuscivano a credere che i cervi o gli uccelli avessero il senso del bello, e meno ancora che i gusti delle femmine potessero influire sull’evoluzione dei caratteri fisici maschili. Anche personaggi molto vicini a lui, per esempio Thomas Henry Huxley, noto come il ‘mastino di Darwin’ cercarono di convincerlo ad abbandonare la teoria della selezione sessuale – oggi, invece, questa teoria è una branca molto praticata della biologia (e ci si può anche chiedere se la sua accettazione non sia stata facilitata dall’ascesa del ruolo pubblico delle donne nelle società occidentali). Tuttavia, stiamo appena cominciando a capire il nesso fra selezione sessuale e processi decisionali basati su di una sola ragione, e come la teoria della selezione sessuale è stata per molto tempo respinta dai biologi, così l’idea che basarsi su una sola buona ragione può essere una strategia praticabile è ancora piuttosto controversa in teoria della decisione. Ma c’è speranza, visto che anche la scienza si evolve”!
Per Amotz Zahavi, l’evoluzione, ad esempio, delle code dei pavoni, si sarebbe verificata con modalità opposte, secondo il principio dello svantaggio; il maschio dimostrerebbe così di poter sopravvivere nonostante l’inconveniente. Poi, ci si accorse che ad assicurare il successo maschile sarebbe la simmetria dello strascico ed il numero degli “occhi” nel piumaggio.
Se ne deduce, in ogni caso, che sia il principio dello svantaggio sia il processo cumulativo della selezione sessuale inducono decisioni basate su di una sola ragione valida tanto per l’ambiente quanto per il cervello. Questa evoluzione simultanea di una sorta di minimalismo nella scelta del compagno appare come una specie di “coevoluzione” che potrebbe influenzare anche le specie superiori, le quali tengono conto pure delle motivazioni sociali: il desiderio verso qualcuno potrebbe così venire stimolato dalla condivisione. Ci si innamora dunque perché altri si sono innamorati della stessa persona, il che significa che si intraprende una competizione la cui soluzione verrà premiata da un più o meno vasto consenso.
Ed ecco l’errore, perché non vi sarà mai nulla di esterno a poter rendere felice, ma soltanto il modo più intimo in cui si pensa la vita!
Giuseppe M. S. IERACE
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Bibliografia essenziale:
Alain M.: “Essere se stessi, ogni giorno”, Armenia, Milano 2010
Berger B.: “La Felicità qui e ora”, Macro, Cesena 2009
Bolen J. S.: ”Iniziazione al Tao della Psicologia”, Mediterranee, Roma 2010
Crepet P. (a cura di): “Perché siamo infelici”, Einaudi, Torino 2010
Espedal T.: “Camminare”, Ponte alle Grazie, Milano 2009
Forster B.: “Se nessuno ti ama”, Armenia, Milano 2009
Freud S.: “Il disagio nella civiltà”, Einaudi, Torino 2010
Galimberti U.: “I Miti del nostro tempo”, Feltrinelli, Milano 2009
Gigerenzer G.: “Decisioni intuitive”, Raffaello Cortina, Milano 2009
Ierace G.M.S.: “Indagine sul Santo Graal”, su Kemi-Hathor, pag. 51-58, 84, XIV, Novembre 96
,,           ,,    : “Laozi e Tao te Ching”, su Kemi-Hathor, pag. 21-28, 125, XXV, dic. 2006
,,          ,,    : Carl Gustav Jung “di ritorno da Gerusalemme” – I Septem Sermones ad Mortuos (I parte), su Primordia, pag. 10-18, XVII, XXXII, Equinozio di Primavera 2008
,,          ,,     : Carl Gustav Jung “di ritorno da Gerusalemme” – I Septem Sermones ad Mortuos (II parte), su Primordia, pag. 20-27, XVII, XXXIII, Equinozio di Autunno 2008
,,          ,,     : “Ma mi faccia il piacere…”, su www.nienteansia.it
,,          ,,     : “Asclepio,medicina mitologica…”, su www.nienteansia.it
Mabey R.: “Natura come cura”, Einaudi, Torino 2010
Onfray M.: “Filosofia del Viaggio”, Ponte alle Grazie, Milano 2010
Precht R. D.: “Ma io, chi sono? (ed eventualmente, quanti sono?)”, Garzanti, Milano 2009
Punset E.: “Alla ricerca della Felicità”, Fazi, Roma 2009
Raff J.: “Jung e l’immaginario alchemico”, Mediterranee, Roma 2008
Schűtzenberger A. A.: “Il Piacere di Vivere”, DiRenzo, Roma 2010







1 Commento a “Iniziazione al Tao della Psicologia – “passo dopo passo”: Filosofia del viaggio e del camminare – immagini psicoidali – kairos – la scelta del cuore”

  1. roberto

    buona sera sono Roberto mi appassiona molto il simbolo del tao perché quando sono stato male per problemi di depressione sono caduto in uno stato di tensione ed avevo molto bisogno di capire alcune cose inerenti la mia identita’ se cioe’ mi sentissi uomo o donna,purtroppo ho subito del male da bambino delle violenze sessuali ripetute e mi sono creato un mondo di paure di insicurezze.ho conosciuto presso un centro di brescia una dott.ssa sarda mi ricordo ancora il suo nome simona e mi sono completamente innamorato della psicologia,ho appreso ad esempio il tao ho parlato per diverso tempo di questo simbolo orientale,e mi piaceva approfondirlo meglio con persone competenti io vorrei dire che sono rimasto molto sconvolto da questa tesi,perche’ le me credenze inerenti il male ed il bene,i concetti di bene e di male che avevo appreso all’asilo dalle suore,e relative al mondo della bibbia,sono poi come scomparse con la riscoperta di simboli,come il tao,nella totalita’ di bene c’è sempre una componente di male e viceversa,ho sempre pensato che il bene e male fossero separati,poi anche rilfettevo su alcuni testi come brani musicali di eros ramazzotti e mi sono soffermato a pensare quando lui dice chi puo’ dire il male poi qual è ho sempre pensato che dio decidesse i nostri concetti di bene e male,ma invece mi sono ricreduto anche se oggi qualche dubbio è rimasto,comunque senza troppo dilenguarmi voglio solo dire che forse sarebbe meglio che certi traumi come gli abusi non si materializzassero nella vita delle persone perché fanno pensare tanto,e forse come dicono tanti amici miei è meglio non pensare troppo,grazie per l’attenzione,saluti

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