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I vecchi si ripetono, ed i giovani non hanno niente da dire. La noia è reciproca. Jacques Bainville
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In altre parole: lingua madre!

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 18 Maggio 2015 | 1,333 letture | Stampa articolo |
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Sul lungo periodo, l’evoluzione predilige quanti, grazie all’adattamento, alla disponibilità al mutamento e ad aprirsi alle novità, siano in grado di rafforzarsi. L’arricchimento delle capacità linguistiche non si sottrae a questa legge di natura.

La storia non si può neppure cristallizzare in un istante particolare e la reciproca influenza delle varie lingue indica come il prossimo futuro preveda un inevitabile plurilinguismo, in seno al quale alcune di esse possano momentaneamente rappresentare una sorta di passe-partout di comodo. Nel contempo, sono in molti a segnalare un processo, già in stato avanzato, di regresso delle lingue nazionali, e identitarie, specialmente nei confronti, per esempio, del linguaggio scientifico e commerciale.

Il modo di parlare influenza la maniera di pensare e ciò comporta la costituzione, intorno a vocabolario, grammatica e sintassi, d’una modalità di analisi, e sintesi, logiche che caratterizzano e perfezionano l’anima d’un determinato gruppo etno-linguistico.

Alcuni poi giungono alla conclusione che l’uso della lingua madre debba affiancarsi al precoce insegnamento di altre lingue, di volta in volta, scelte in base alle esigenze di studio e alla constatazione di perdita d’un’eventuale condizione privilegiata della prima, la cui tenuta andrebbe comunque salvaguardata, pure proprio con questo potenziamento cognitivo, secondo l’assioma goethiano: “Wer fremde Sprachen nicht kennt, weiß nichts von seiner eigenen” (Chi non conosce le lingue straniere non sa nulla della propria, “Maximen und Reflexionen”, II, 23, 91).

L’Italia vive da più di due decenni una questione della lingua che tocca problemi d’identità e orgoglio nazionale, acuiti dal declino del paese e dell’Europa nel mondo nato dalla decolonizzazione. – afferma uno degli autori (lo storico Andrea Graziosi) di “Lingua madre” (il Mulino, Bologna 2015) – Accorgersene è facile: essa opera potentemente sulla nostra vita, costringendoci a modificare vecchie abitudini, rendendo molte cose più difficili e penose a causa della perdita di status e completezza della nostra lingua madre, ma anche aprendo nuove opportunità, come sanno quelli che riescono, grazie ai loro sforzi, a vivere in un mondo più vasto e ricco di quello del passato”.

Il vecchio mondo, nato dalla Riforma, era legato dalle poche grandi lingue della civilizzazione, mentre dal nazionalismo romantico sarebbe sorto il concetto di popolo, definito spesso proprio dal criterio della lingua comune. Al declino del latino si ebbe la supplenza del francese; con la diffusione delle idee rivoluzionarie però le lingue resesi autosufficienti si moltiplicarono, ma, nel momento in cui gli stati esistenti tendono, per via dei movimenti migratori, a non mantenere omogeneità demografica, il plurilinguismo diventa una realtà pressantemente attuale. Nel frattempo, per un gioco in cui sono intervenuti diversi fattori, dal puro caso a scelte volute dalla forza delle idee, come lingua veicolare in campo internazionale s’è affermato l’inglese.

Nel Cinquecento, le vie commerciali battute dagli iberici avevano permesso il predominio dello spagnolo e del portoghese. L’italiano è conosciuto per lo più come veicolo di conoscenze artistiche, musicali ed enogastronomiche (i cui vocabolari universali ospitano quindi espressioni quali chiaroscuro, presto, espresso). L’inglese invece, approfittando della sua potenza imperialistica e della successiva rivoluzione industriale, ha dapprima investito il mondo del commercio, per estendersi, in primo luogo, alla scienza e, successivamente, grazie alla diffusione degli audiovisivi e del cinema, alla cultura popolare di massa.

In ambito scientifico avrebbe coinvolto gli studi della natura e poi, man mano, la medicina e la sociologia, con un minimo rispetto della cultura umanistica, più tradizionalmente legata all’identità nazionale (in particolare, del diritto giuridico troppo differente da noi dalla “common law” anglosassone).

Da lingua comune di più stati, in seguito al crollo della cortina di ferro, ha dunque acquisito un’ufficialità trasversale tra i paesi africani e asiatici della decolonizzazione, e tra quelli del settentrione e oriente europeo che hanno pian piano abbandonato sia l’orbita germanica sia quella sovietica.

Nei contesti imperiali o para-imperiali, come appunto quello sovietico, a una cultura come l’ucraina, per esempio, non era concesso di aprirsi al mondo se non attraverso il potere centralizzatore, mentre in altri casi, come quello italico, il dialogo internazionale sembra sia stato marginalizzato da una sorta di inerzia, o di inadeguatezza, ai nuovi livelli di tensione intellettuale richiesti. Un processo di provincializzazione decretato, da un lato, da una non lungimirante chiusura misoneista, ma, dall’altro, anche da un’inquietante perdita di status culturale in campo internazionale. Un privilegio del resto durato ben poco, a ben vedere, dal Rinascimento fino alla Rivoluzione francese.

L’illusione d’una continuità spesso distoglie dal constatare l’esercizio dell’invenzione della tradizione e di riconoscere il ricorso alla rivivificazione dopo lunga quiescenza. Per esempio, l’Accademia dei Lincei, fondata nel 1603 da Federico Cesi, dopo la morte di questi, venne fatta rinascere da Quintino Sella nel 1874; L’Università di Napoli, pur richiamandosi a Federico II, risorge di fatto con Francesco De Sanctis e Ruggiero Bonghi.

La situazione diglossica così maturata insomma potrebbe offrire nuovi spazi e possibilità, come pure essere considerata fonte di disagio e di instabilità, ed essere avvertita, come lamentava Gandhi, troppo “umiliante per essere sopportabile”. In ogni caso, una qualunque reazione non può non attraversare un’opportuna ri-concettualizzazione, anche ideologica, del medium linguistico.

 

In assoluta controtendenza si presenta l’eccezionale caso di Jhumpa Lahiri, che ha scelto di scrivere in italiano e di spiegare il perché di questa predilezione nel suo ultimo libro “In altre parole” (Guanda, Milano 2015).

Davvero strana storia la sua, perché nasce a Londra da una coppia bengalese e trascorre infanzia, adolescenza e giovinezza nell’America del Nord, dove alla sua prima raccolta di racconti brevi, “Interpreter of Maladies” (1999), viene assegnato subito il premio Pulitzer. Dal romanzo “The Namesake” (2003), tre anni dopo, la regista Mira Nair, che nel 1988 si era distinta a Cannes per il lungometraggio “Salaam Bombay!”, ha tratto un film (“Il destino nel nome”). Nel 2008, un’altra collezione di narrativa, “Unaccustomed Earth”, e poco più tardi un secondo romanzo, “The Lowland” (2013).

A 45 anni, quasi a voler mettere in pratica quell’esigenza letteraria espressa da Antonio Tabucchi (1943-2012) nella confessione: “Avevo bisogno di una lingua differente: una lingua che fosse un luogo di affetto e di riflessione”, si trasferisce a Roma per addentrarsi nella cultura della penisola e cominciare a far apparire sulla rivista “Internazionale” una serie di elaborati in italiano, adesso riuniti in volume per i tipi di Guanda, che ha pubblicato tutti gli altri quattro suoi libri (L’interprete dei malanni, L’omonimo, Una nuova terra e La moglie).

Di lei Domenico Starnone, che si è occupato del rapporto tra oralità e scrittura nell’insegnamento dell’italiano (e Premio Strega 2001 con il romanzo, in parte autobiografico, “Via Gemito”), ha detto: “Una lingua nuova è quasi una vita nuova, grammatica e sintassi ti rifondono, scivoli dentro un’altra logica e un altro sentimento…” (La metamorfosi).

Accostandosi al latino delle Metamorfosi di Ovidio, Jhumpa Lahiri scopre il modo più intimo di leggere, quasi un processo rigenerativo che rafforza l’intrecciamento e le contraddizioni dell’indistinzione: Dafne e l’albero, crines e frondem, bracchia e ramos, pectus e cortice. L’ibridismo consente una doppia identità!

Scrivendo, ho scoperto un modo di nascondermi nei miei personaggi, di eludermi. Di sottopormi a una mutazione dopo l’altra”.

La nuova lingua diventa come la corteccia di Dafne che la ricopre, la incastra, ma allo stesso tempo la rinnova.

Si tramuta in una spina dorsale che sorregge nei momenti di transizione, che costituiscono poi l’ossatura della nostra memoria. La scrittura ha il potere di tramutarci integralmente, di risvegliare ulteriori consapevolezze.

Sfondando i confini, che gli stavano stretti, del proprio sé, Fernando Pessoa si è moltiplicato in quattro autori distinti.

 

Io sono venuta per una settimana, per vedere i palazzi, per ammirare le piazze, le chiese. Ma dall’inizio il mio rapporto con l’Italia è tanto uditivo quanto visuale. Benché ci siano poche macchine, la città ronza. Mi rendo conto di un rumore che mi piace, delle conversazioni, delle frasi, delle parole che sento ovunque vada. Come se tutta la città fosse un teatro che ospita un pubblico leggermente inquieto, che chiacchiera, prima dell’inizio di uno spettacolo… Non avrei un vero bisogno di conoscere questa lingua. Non vivo in Italia, non ho amici italiani. Ho solo il desiderio. Ma alla fine un desiderio non è altro che un bisogno folle. Come in tanti rapporti passionali, la mia infatuazione diventerà una devozione, un’ossessione. Ci sarà sempre qualcosa di squilibrato, di non corrisposto. Mi sono innamorata, ma ciò che amo resta indifferente. La lingua non avrà mai bisogno di me…” (Il colpo di fulmine).

Jhumpa Lahiri è già abituata a questo genere di esilio linguistico; la sua lingua madre, il bengalese, è straniera sia dove è nata (Inghilterra) sia dove ha vissuto (Stati Uniti). Per via della mancanza di corrispondenze con l’ambiente circostante, la distanza tra il suo più intimo schema di pensiero e l’eloquio comune esterno, e avulso, le ha sempre fatto avvertire come un senso di personale alienazione psicologica. Una sensazione che alla fin fine le farà sentire non familiare anche quella che sarebbe dovuta essere considerata la sua lingua madre.

Decido, all’università, di scrivere la mia tesi di dottorato sull’influenza dell’architettura italiana su alcuni drammaturghi inglesi del diciassettesimo secolo. Mi chiedo la ragione per cui certi drammaturghi  abbiano deciso di ambientare le loro tragedie, scritte in inglese, nei palazzi italiani. La tesi parlerà di un altro scisma tra la lingua e l’ambiente…” (L’esilio).

La ricerca di qualcosa di “essenziale”, nella città eterna, la spinge, come ammette lei stessa, a rivestirsi da “pellegrino” linguistico.

Come certi volti tra la gente che si vede ogni giorno per la strada, alcune parole, per qualche ragione, risaltano, quindi lasciano un’impressione su di me. Altre restano sullo sfondo, trascurabili…” (Leggere con il dizionario).

Apprendere una lingua nuova amplia l’orizzonte cognitivo e fornisce l’impressione d’immettersi in uno stato di possibilità di crescita veramente sconfinato. Anche se quest’impressione potrebbe perpetuare il senso d’interminabilità del percorso intrapreso.

In questo periodo mi sento una persona divisa. La mia scrittura non è che una reazione, una risposta alla lettura. Insomma, una specie di dialogo. Le due cose sono strettamente legate, interdipendenti…” (La rinuncia).

Il suo lavoro le potrebbe sembrare quello del giardiniere che vuol controllare inutilmente il diffondersi delle erbacce, una fatica di Sisifo, ma poi si concentra sul florilegio da collezionare di singole parole, la cui fecondità va posseduta e trattenuta, come in una vertigine abissale.

Sono di continuo a caccia di parole. Descriverei il processo così: ogni giorno entro in un bosco con un cestino in mano. Trovo le parole tutt’attorno: sugli alberi, nei cespugli, per terra (in realtà: per la strada, durante le conversazioni, mentre leggo). Ne raccolgo quante più possibile. Ma non bastano, ho un appetito insaziabile. Raccolgo sia quelle che mi sembrano oscure (sciagura, spigliatezza) sia quelle che riesco facilmente a capire ma vorrei conoscere meglio (inviperito, stralunato). Raccolgo delle belle parole che non hanno equivalenti in inglese (formicolare, chiarore). Raccolgo una valanga di aggettivi (malmesso, plumbeo, impiastricciate) per descrivere migliaia di situazioni. Raccolgo innumerevoli sostantivi e avverbi che non mi serviranno mai…”. (Il raccolto delle parole).

Il vocabolario si va ampliando, ma il lessico segue uno sviluppo diverso, meno progressivo, quasi fugacemente saltatorio, nel rincorrere l’istinto.

È come se scrivessi con la mano sinistra, la mia mano debole, quella con cui non devo scrivere. Sembra una trasgressione, una ribellione, una stupidaggineEppure, al contempo, mi sento libera, leggera. Riscopro la ragione per cui scrivo, la gioia insieme all’esigenza. Ritrovo il piacere che provo fin da ragazzina: mettere delle parole in un quaderno, che nessuno leggerà. In italiano scrivo senza stile, in modo primitivo. Sono sempre in dubbio. Ho soltanto l’intenzione, insieme a una fede cieca ma sincera, di essere capita e di capire me stessa.” (Il diario).

 

Le riflessioni dell’autrice di “In altre parole” ci aiutano a formulare quella ri-concettualizzazione ideologica del linguaggio, a cui si accennava in premessa, e a meglio chiarire l’analisi introspettiva delle motivazioni psicologiche dello scrivere.

Perché scrivo? Per indagare il mistero dell’esistenza. Per tollerare me stessa. Per avvicinare tutto ciò che si trova al di fuori di me. Se voglio capire quello che mi colpisce, quello che mi confonde, quello che mi angoscia, in breve, tutto ciò che mi fa reagire, devo metterlo in parole. La scrittura è il mio unico modo per assorbire e per sistemare la vita. Altrimenti mi sgomenterebbe, mi sconvolgerebbe troppo…. Se non scrivessi, se non lavorassi alle parole, non mi sentirei presente sulla terra…” (Il riparo fragile).

Anche qualora il linguaggio non fosse metaforico sarebbe una metafora di per se stesso. I vocaboli sono speculari ai pensieri e nella loro polisemia ne riproducono complessità e sfumature, significati palesi e reconditi, dimensioni smisurate e allusioni tanto sottili quanto ineffabili.

Scrivo fin da piccola per dimenticare le mie imperfezioni, per nascondermi sullo sfondo della vita. In un certo senso la scrittura è un omaggio prolungato all’imperfezione. Un libro, così come una persona, rimane qualcosa di imperfetto, di incompiuto, durante tutta la sua creazione. Alla fine della gestazione la persona nasce, poi cresce. Ma ritengo che un libro sia vivo solo mentre viene scritto. Dopo, almeno per me, muore.” (L’imperfetto).

L’imperfezione viene paragonata a una linea sinuosa che lascia una traccia rivelatrice, eppure stimola la vitalità, l’immaginazione, l’invenzione creativa.

Scrivo per rompere il muro, per esprimermi in modo puro. Quando scrivo non c’entra il mio aspetto, il mio nome. Vengo ascoltata senza essere vista, senza pregiudizi, senza filtro. Sono invisibile. Divento le mie parole, e le parole diventano me. Quando scrivo in italiano devo accettare un secondo muro, altissimo, ancora più ermetico: il muro della lingua in sé. Ma dal punto di vista creativo questo muro linguistico, per quanto esasperante, m’interessa, mi ispira.” (Il muro).

Si sente come un’eccitazione, un’irrequietezza per l’infedeltà perpetrata quando nei confronti d’una lingua quando d’un’altra. L’inglese, trascurato e tradito, s’infuria e si dimostra più totalizzante del solito e prepotente del previsto.

Nella traduzione potrebbe avere la peggio, essere smontato o divorato da una lotta senza esclusione di colpi. Anzi, spesso la traduzione serve alla scrittura per rendere la versione originale più articolata e a volte chiarirla meglio.

Senza rimanerne sconvolto Samuel Barclay Beckett ha tradotto se stesso dal francese in inglese; Tabucchi Pessoa dal portoghese; Rosa Calzecchi Onesti dal greco classico Omero, dietro i suggerimenti di Cesare Pavese: “insisterei per bellissima invece di eletta per bellezza che dà un inutile tono ‘sublime’… Meglio che uccisore di uomini mi pare assassino…” (Sondare).

A volte la questione della scrittura viene trasposta in termini di musicalità e si è soliti commentare qualcosa, la cui lettura lascia insoddisfatti, con la chiosa a orecchio: “Non suona”!

In “Miseria y esplendor de la traducción” (1937), José Ortega y Gasset ammette che per scrivere bene occorre forzare le regole della scrittura, eroderne prescrizioni e grammatica; nel confermare il carattere utopico della traduzione, esercitare una ribellione contro l’autore, una sovversione “ricreatrice”, sia in senso ludico che di rinnovata invenzione.

Con maggiore semplicità, per Jhumpa Lahiri, si tratta, spesso di selezionare la parola più azzeccata in certo contesto, trovare il giusto “termine”, anche nel senso di definitivo.

 

Un amico di Giordano Bruno, John Florio (1553-1625), che si definiva “an Englishman in Italian”, elaborò, in “A World of Words” (1598), quella tecnica grammaticale attraverso la quale poi Shakespeare avrebbe composto, in maniera tanto sistematica e stupefacente, idee, concetti, strutture linguistiche e nuove parole. Forse proprio per questo, viene oggi ritenuto uno dei possibili autori delle opere di un prestanome, e poco brillante drammaturgo, di Stratford-upon-Avon. Nella raccolta di dialoghi italiani con testo inglese a fronte, “First Fruits” (1578), scrisse imprevidentemente: “… ‘che vi pare di questa lingua inglese, ditemi di grazia’, ‘È una lingua che vi farà bene in Inghilterra, ma passate Dover, la non val niente’…” (capitolo 27).

A proposito della lingua che sembra invece adesso destinata a imporsi come lingua universale, Gian Luigi Beccaria, l’altro autore, insieme con Andrea Graziosi, di “Lingua madre” (il Mulino, Bologna 2015), aggiunge: “Ciò non toglie che l’inglese appaia ai non nativi sempre di più una sorta di non amata lingua ‘cannibale’…”, come l’ha etichettata il poeta gallese Jon Gower, l’autore di “Big Fish” (Gwasg Carreg Gwalch, 2000) e “An Island Called Smith” (Gomer, 2001).

Qualche esempio: il recente endorsement, del gergo politichese, ha fagocitato equivalenti italiani più ricchi di senso, come investitura, sostegno, appoggio, aiuto, approvazione, schieramento…; okay ha sbaragliato d’accordo, intesi, sta bene, giusto…; e gossip avrebbe davvero dimostrato l’obsolescenza di pettegolezzo, diceria, indiscrezione, maldicenza, chiacchiera?

La trascuratezza in un’oculata scelta delle parole finisce per tradursi in progressivo impoverimento culturale!

L’efficacia dell’insegnamento non sta nella semplice ripetizione di un sapere già codificato, quello che si trova già bell’e pronto in un manuale. – avverte allarmato il prof. Beccaria di fronte alla proposta di istruire ogni materia di lezione direttamente in inglese – L’attività didattica esige la libertà anche del ricorso alle risorse metaforiche e attive di un idioma, alle risorse linguistiche alimentate dalla pratica di una lingua usata in ogni circostanza della vita. Non ci può essere una lingua per la vita e una per la scuola. L’uomo esprime nella lingua tutto se stesso: il suo ragionare ma (perché no?) anche le sue emozioni, anche i suoi dilemmi, le sottigliezze, le sfumature. La lingua è opinioni, intenzioni, punti di vista.”

E cita Michail Michailovič Bachtin (1895-1975), il quale in “Estetica e romanzo” (precisamente: “La parola nel romanzo”), considera “la lingua, per la coscienza che vi vive,” non come “un astratto sistema di forme normative, ma una concreta opinione pluri-discorsiva sul mondo” (“Voprosy literatuty i estetiki, Chudozevennaja literatura”, Mosca 1975).

Le ricchezze di associazioni di idee prodotte “pensando” nella propria lingua madre, che non è soltanto medium di partecipazione e coinvolgimento, ma soprattutto sostanza di conoscenza, non si attiveranno mai parlando una lingua straniera che rimane pur sempre semplice veicolo di comunicazione.

 

Giuseppe M. S. Ierace

 

 

Bibliografia essenziale:

Gian Luigi Beccaria e Andrea Graziosi Lingua madre, il Mulino, Bologna 2015

Jhumpa Lahiri In altre parole, Guanda, Milano 2015

 







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