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Immedesimazione nel piatto – meccanismi di difesa di un cervello goloso: spostamento, rimozione, negazione… indifferenza – Il Segreto dei cibi sta nelle omissioni!

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 29 Gennaio 2010 | 3,879 letture | Stampa articolo |
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“Il cibo può essere classificato in numerose categorie dicotomiche: buono o cattivo, maschile o femminile, vivo o morto, forte o debole, sano o malsano, consolante o punitivo, raffinato o volgare, peccaminoso o virtuoso, crudo o cotto, riferito al sé o all’altro: Ciascuna di queste opposizioni binarie ha in sé il potere di modellare le credenze e le preferenze alimentari nella vita quotidiana, di incoraggiare alcune scelte dietetiche o di opporsi ad altre e di contribuire alla costruzione della soggettività e della personificazione” Deborah Lupton: “Food, the Body and the Self”, 1996
Il dilemma dell’onnivoro rappresenta il più grande nodo conflittuale nell’ambito nutritivo umano, nonostante sia stato elaborato in concezioni etiche e nella morale di ogni fede religiosa. Già a partire  dal credo animista, si sono sviluppati dei rituali legati alla caccia che assicurassero magicamente il sostentamento, e nel contempo contribuissero ad alleggerire il senso di colpa nei confronti della vita di altri esseri, affinché non si trattasse di mera soppressione indiscriminata, ma potesse venire inquadrata quale sacrificio che  ad un tempo giustificasse e lenisse il timore di un castigo divino. Precetti e norme alimentari servono tanto all’igiene quanto ad esorcizzare il sacrilegio attraverso digiuni e rinunce, astensioni e preghiere, purificazioni e regolamentazioni, benedizioni e ringraziamenti. Il supremo crimine dell’omicidio verrà mitigato dall’offerta e dalla condivisione del pasto, insomma dalla sua sacralizzazione. Questa modalità di approccio al nutrimento riemerge nei disturbi del comportamento alimentare, a cominciare dall’ortoressia, dove nella ritualità, insieme con la paura di un’eventuale, quanto improbabile, contaminazione, predominerà l’ossessione, o dall’ablutomania, con ricerca esasperata di pulizia e purificazione, fino all’anoressia, in cui digiuno e rinuncia rappresentano totalizzanti disintossicazioni.

Molto probabilmente neanche le piante amano essere mangiate, ma certo non suscitano empatia, quanto meno non comunicano la loro eventuale sensazione di sofferenza in modo da farsi sentire e rendere applicabile anche nel loro caso il teorema di Rizzolatti. Il tasso è velenoso, le euforbiacee sono tossiche e forse anche l’aglio esprime il suo dissenso con quel suo acre odore sulfureo. Resta il fatto che, non possedendo un sistema nervoso centrale, non essendo legati tra loro da rapporti comunitari e non vivendo da individui altamente sociali, non sembra esprimano sufficientemente le emozioni, o quanto meno non in maniera tale da trasmetterle e da farcele recepire. Si potrà ribadire che, nell’erbivoro (vegetariano), agisca un meccanismo di negazione, diciamo, di spessore un tantino inferiore?
Luciana Baroni nella nota terminologica del suo “VegPyramid, la dieta vegetariana degli italiani” (Sonda, Casale Monferrato 2008) distingue i vegetariani in tre grandi categorie: “semi-vegetariani”, per via di una ridotta assunzione di cacciagione, carne e pesce (che potremmo ulteriormente ripartire in una triplice sottoclassificazione, a seconda della manifesta riprovazione verso la caccia, la macellazione o la pesca), “non violenti”, o “non cruenti”, perché si astengono dall’uccisione di qualsiasi animale, ed in vegani estremisti, per via dell’esclusione indistintamente di tutti i prodotti di origine animale, compresi miele, uova e latticini. A seconda quindi della pratica nutritiva vi sarà una diversa espressione nella gradualità del meccanismo di disattenzione o di indifferenza? Tipo, che so, i molluschi non camminano, i pesci non sanguinano, le galline sono stupide, i maiali maleducati?
Eppure ci sarà un motivo se gli spagnoli adorano mangiare i testicoli dei tori, gloriosamente abbattuti nell’arena, mentre i francesi prediligono la carne di cavallo, i portoghesi il baccalà, i veneziani il fegato di maiale, i napoletani il capitone, i calabresi la capra ed il pesce stocco…
“Per il genere umano l’alimentazione è sempre stata una parte integrante e basilare della natura di ogni popolo, tale da stimmatizzare ogni comunità umana al pari del linguaggio delle tradizioni, delle credenze religiose, delle ritualità collettive e delle espressioni artistiche.- scrivono Fernando Piterà, Levio Cappello e Manuela Taglietto su “Il Segreto dei Cibi” (Nova Scripta, Genova 2009) – Alimentarsi non è dunque solo una necessità primaria e vitale di ogni essere umano, ma è anche un atto di apprendimento, di condivisione, di appartenenza che coinvolge i nostri sensi più importanti, che soddisfa i nostri più antichi e vitali bisogni, che coinvolge le nostre più remote forme di desideri e avversione”.
Quanti hanno avversione per la carne si deduce che, anche se inconsapevolmente, siano persone tendenzialmente portate a reprimere ogni istinto aggressivo; dei non violenti, che preferiscono farsi guidare dal buon senso, piuttosto che dall’impulsività. Il rifiuto nei confronti della cacciagione esaspera ancor più il controllo esercitato sul vissuto combattivo, respingendo qualsiasi forma di irruenza e litigiosità.
La riprovazione per il pesce denota una maggiore maturità, un ulteriore scalino nel processo di rafforzamento dell’io e di atteggiamento atarassico nei confronti del mondo circostante. L’interpretazione del simbolismo del pesce è comunque complicata dal retaggio cristiano, nonché dalla metafora fallica, che per molti versi, l’accomuna a quella dei funghi, incidendo maggiormente sull’adattamento psicologico e sulla capacità di trasformazione personale.
Anche l’interpretazione del simbolismo del latte risente molto dell’archetipo materno, per cui il rifiuto di questo dolce liquido equivarrebbe all’attivazione di tutto il proprio potenziale difensivo, ad un eccesso di legittimità, ed ad una forma di delusione o di sospetto.
Come il latte, il miele viene associato alla delicatezza ed alla femminilità, per cui l’idiosincrasia verso ciò che il frammento orfico (154 Kern) definisce “il frutto del lavoro delle ronzanti api”, rivelerebbe orgoglio maschilista, ovvero passiva accettazione di una presunta superiorità dell’altro.
L’esclusione delle uova, interpretabili a livello transculturale quali semi di diversità, scintille ontogenetiche, o primi nuclei di allontanamento maturativo, rimanderebbe ad uno stato di indeterminazione ed indifferenziazione, conformismo e dipendenza, alla ricerca di sicurezza e protezione.
La simbologia delle verdure è strettamente ricollegata al colore di riferimento nel regno vegetale, allegoria di vitalità (viriditas), freschezza, vita, salute, tranquillità, stabilità, ma anche vivacità espressiva terrestre, immagine della natura e della sua eterna rinascita, di un sicuro ritorno e quindi della speranza e della salvezza. Simbolo di fertilità, abbondanza, nutrimento, ed, in negativo, dell’effimero, dell’immobilità, dell’inattività. Accogliere nella propria dieta frutta e verdura significa accettare di nutrirsi dell’essenza vivificante della madre terra e voler vivere con spontaneità a contatto con la natura.
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“Non c’è uomo che non possa bere o mangiare, ma sono in pochi in grado di capire che cosa abbia sapore” (Confucio).
La nostra frenetica attività mentale si potrebbe genericamente riassumere in una sorta di cantilenante giaculatoria di eterni peccati, a partire dalla creazione ed elaborazione ideica (pensieri), per proseguire in linguaggio verbale (parole), e nella comunicazione non verbale, mimica, gestualità e comportamento (opere), per finire, cosa che spesso viene sottovalutata, oppure non assunta nella sua vera valenza, in quanto non viene fatto, detto, pensato (omissioni).
Il meccanismo dell’omissione offre indubbiamente numerosi vantaggi. Pensate che vita grama la costante consapevolezza della mortalità, dell’impotenza, delle debolezze, degli errori! La negazione previene la depressione. Nel nostro specifico caso contribuisce a non far sentire complici dei delitti commessi dal macellaio. I mattatoi non hanno la stessa visibilità delle boutique, i quarti di bue stazionano muti, le carogne scuoiate e decapitate, non piangono, non urlano, prive di mimica e di vie di fuga o di attacco, non possono  mordere e neppure trasmettere con sordi lamenti tutta la loro disperazione. Si sfruttano i loro corpi senza averne chiesto permesso. Non ci si preoccupa perché basta non pensarci, non fare paragoni, sforzarsi di non nutrire sensi di colpa: “occhio non vede….”
Jeffrey Moussaieff Masson, autore di “Chi c’è nel tuo piatto? Tutta la verità su quello che mangi” (Cairo, Milano 2009) parla di una “pseudo-speciazione” che divide in maniera antropocentrica quanti hanno doti linguistiche, e quindi di pensiero e di “logos”, dalle nude e crude proprietà su cui esercitare il diritto di vita o di morte. L’inintelligibilità della comunicazione aiuta a mantenere le distanze, come l’insensibilità. L’incapacità di riconoscere tratti comuni rende più difficoltoso l’insorgere di preoccupazioni e responsabilità. Si tratta forse di una sorta di illusione quella di credere in qualcosa che giustifichi le azioni più nefande, meglio se supportata dalla scienza della nutrizione o dalle tradizioni religiose. Si fa di tutto per cadere vittime di una smisurata fiducia in noi stessi, nella convinzione di una supposta superiorità, e del fatto che proprio in virtù di essa non opereremmo mai contro gli altissimi valori dei quali ci sentiamo investiti.
La letteratura psicoanalitica sostiene che la negazione più radicata nella profondità della psiche riguarda l’inevitabilità della morte, adagiando questo concetto sull’espressione della liturgia cristiana per l’ufficio dei defunti: “timor mortis conturbat me”. Eppure la morte è un fatto naturale, comune, che apparentemente non presenterebbe nulla di straordinario. Ciononostante la paura che sotto sotto sta alla base di tutti gli altri timori è proprio quella della fine, ciò che impedisce di vivere serenamente, quanto determina l’impossibilità di essere veramente felici in questa vita, “il verme nel cuore” diceva William James. La depressione vitale medesima non sarebbe altro che una tanatofobia mascherata da riconoscimento dell’idea di un incombere di nullificazione, di un convogliare ogni cosa in un niente prossimo venturo. In “The Denial of Death” (1973), Ernest Becker ipotizza come allo scopo di continuare a vivere spensieratamente e di non soffrire di depressione, all’idea funesta si contrapponga una complementare ipomaniacalità, quanto basta per sopravvivere senza troppe complicazioni cervellotiche. La negazione della morte, la negazione più profonda, è una risposta originaria della mente umana, una provvida reazione per rimanere in gioco senza arrovellarsi in infinite preoccupazioni di imminenti catastrofi.
Ma la negazione che consente all’uomo di cibarsi di carne è relativa alla morte di altri, degli animali di cui si nutre. Una giustificazione rapida e di sicuro effetto, che serve a non soffermarsi troppo sulla penosa questione ed a non aprirsi alla riflessione,  diviene ora l’inclusione nella categoria dell’onnivoro, perché consente di accedere a tutti gli alimenti; ora l’apporto di nutrienti insostituibili che offre un alibi salutistico; oppure la consuetudine culturale che arricchisce di pietanze più o meno elaborate le cucine più raffinate; e poi c’è quel gusto dolciastro tanto nostalgico; ed in ogni caso, così fan tutti! La forza di auto persuasione completa il ragionamento e lo conclude anche, drasticamente, nell’aut aut: o noi o loro, erigendo così un’insormontabile barriera tra la morte naturale e la macellazione. La negazione si poggia su entrambe delicatamente, ma in maniera differente perché, in un caso, non ce la pone dinanzi, nell’altro, ce la fa affrontare a cuor leggero, se non con spavalderia. Uccidere fa sentire virili, alimenta un delirio di onnipotenza, esalta quel tanto che basta per sconfiggere l’idea della nostra morte.
Il meccanismo di difesa agirebbe al di sotto della soglia della consapevolezza. Per il padre della Psicoanalisi dovrebbe essere addirittura inconscio. Ma l’argomento morte sembra invece dimostrare che ci sia quel tanto di volontario nell’evitare di affrontarlo, e questo aspetto volontario, anche se relegato nei recessi più reconditi della psiche, non sarebbe del tutto inconscio. Semmai è la permanente tanatofobia a trattenerlo discosto dalla coscienza e dal pensiero, “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”.
La scelta alimentare è un fatto personale che si ripete periodicamente, spesso rafforzandosi, altre volte prospettandosi come alternativa. Rinunciare all’abitudine potrebbe far traballare la consueta percezione di se stessi. Dare una svolta alla novità rimette in discussione la propria identità. Una difesa psichica consiste nella negazione di ciò che non conviene, tutto l’inopportuno, il reale, quale tecnica di sopravvivenza. Come si potrebbe sopportare altrimenti quello che ci succede intorno di ingiustizia e sopraffazione, sofferenza e dolore. Come non accorgersi della fondamentale situazione ontologica dei viventi, così strettamente intrinseci al non-essere, e perciò stesso condannati all’angoscia ed al terrore del nulla su cui si accorgono di aver trovato fondamento?
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“Il genere umano/ mal sopporta la realtà” (T. S. Eliot)
Dinanzi  ad un problema che non si riesce ad affrontare la risposta più semplice, facile, ed economica, consiste nel non vederlo, scotomizzarlo, oppure catalogare nell’inadeguatezza la questione piuttosto che l’omissione. Nel trascurare qualcosa ne siamo inconsapevolmente coinvolti, forse perché non siamo disposti ad ammettere un certo sentimento o una qualche emozione.
La negazione è uno strumento polifunzionale di risposta, un po’ più speciale quando si rivolge, per esempio, alla paura di castrazione, un po’ più indiscriminato di fronte alla miseria ed alle atrocità del mondo in cui viviamo. Eppure i bambini potrebbero reagire “alla prima impressione della mancanza del pene” disconoscendola in senso positivo, cioè presupponendo comunque di possederlo.
Freud intendeva come negazione ogni allontanamento dalla realtà, secondo la modalità inconscia del meccanismo di difesa. Quanto però è oggetto di rimozione fa il suo ritorno come nevrosi. Nel terzo volume (“La cura di sé”) della “Storia della Sessualità”, Michel Foucault definiva la rimozione “un’ingiunzione di silenzio… l’ammissione che non ci fosse nulla da dire su certi argomenti”.  Qual è la differenza tra meccanismo di difesa inconscio, omissione, “insight”, introspezione, comune buon senso, ovvietà?
Per qualche verso, la risposta venne fornita, nel 1925, dallo stesso insigne viennese, nel saggio “Einige Nachträge Zum Ganzen Der Traumdeutung Traumlehre”. Che il contenuto dei sogni sia incestuoso, o immorale, perverso o lussurioso, ciò è pur sempre parte integrante del soggetto sognatore. Non assumersene le responsabilità rientrerebbe in una delle formule della negazione.
Se la rimozione, uscendo dal portone principale, agisce al di sotto della soglia di coscienza, facendo il suo rientro dalla finestra come nevrosi, ci saranno pure circostanze in cui la negazione si troverà ai limiti della consapevolezza, in altre situazioni si tratterà di una sorta di indifferenza, in altre ancora di vera e propria insensibilità.
Alla rappresentazione della morte nel piatto i bambini reagiscono dapprima con disgusto, per apprendere successivamente le procedure della negazione, dell’omissione, e persino dell’ indifferenza. Per sentire la propria coscienza a posto occorre ottenere quel necessario distacco dalla realtà; si opera così una negazione quale ingranaggio del meccanismo di rimozione che consenta di evitare  di affrontare l’argomento scottante.
Si ha la netta sensazione che Freud non abbia purtroppo concluso il suo peregrinare nei meandri della mente, anzi sembra proprio che, poco prima della sua dipartita, nel 1938, si stesse accingendo a sviluppare giusto questo concetto nel suo incompiuto “Compendio di Psicoanalisi”. In esso, individua quale pilastro della sua dottrina, oltre al complesso edipico ed alla sessualità infantile, appunto la teoria della rimozione.
Allo scopo di rimuovere i sentimenti suscitati, si è disposti a negare qualsiasi cosa, anche l’evidenza. A restare inconsci possono essere soltanto delle parti, come pure tutto il procedimento. Sempre il padre della Psicoanalisi giunse ad ammettere che potessero rimanere al di sotto della soglia di coscienza pure i pensieri. Ma molto più forti dei pensieri sono i sentimenti che li accompagnano e questi possono restare inconsci anche quando l’ideazione è consapevole.
Il pensiero che si associa all’atto di mangiare il corpo e la carne di un altro essere senziente è conscio, a venire rimosso è il sentimento di disgusto che ne deriverebbe. Freud non ha fondato una Psicoanalisi del gusto, del disgusto, della scelta nutritiva e del comportamento alimentare, essendo appena appena riuscito a completare il suo iniziale studio sulla rimozione. Sua figlia Anna ne ha continuato l’opera soprattutto con “The Ego and the Mechanisms of Defence” (1936), non riuscendo però a svincolarsi dalla problematica del complesso edipico e scivolando sulla questione dell’amnesia infantile.
Il piccolo della specie umana è del tutto simile al cucciolo di animale, pur vivendo in una condizione di dipendenza per un periodo più prolungato. La condizione di dipendenza suscita sentimenti che possono essere scambiati per amore, non del tutto puramente filiale o disinteressato. Il termine di “sindrome di Stoccolma”, coniato dal criminologo Nils Bejerot, dopo il furto alla “Kreditbanken” del 1973, coincide con il meccanismo di difesa dell’identificazione con l’aggressore.
Nel caso dei bambini, dopo un certo periodo di latenza, questi sentimenti possono venire rivisitati in ben altra chiave non supportata da un processo mnesico integro; l’immaginazione potrebbe mettere ordine in questa confusione proiettando “curiosità” sessuali dei piccoli sui grandi e trasferendo ad essi le intenzioni; gli interessi erotici potrebbero quindi passivamente essere scambiati per abusi subiti, e viceversa.
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I bambini apprendono a non associare il cibo che mangiano agli esseri viventi. Jeffrey Moussaieff Masson, in “Chi c’è nel tuo piatto? Tutta la verità su quello che mangi” (Cairo, Milano 2009) dice “in una sorta di trance di negazione”. Se se ne dovessero accorgere reagirebbero con una reazione di disgusto, analoga a quella che da adulti si prova comunemente verso gli atti di antropofagia, anche perché in fondo è giusto di quello che si tratta, un cannibalismo esteso ad altre specie.
I mattatoi sono lontani dalle nostre case, proprio per non essere dirimpetto alle nostre coscienze. Mentre la “vecchia” fattoria degli animali è un luogo idilliaco per il quale si cantano filastrocche propedeutiche, fin quando non si scoprono le vere finalità della sua esistenza, lo sfruttamento e l’uccisione dei suoi occupanti. Per sminuire il senso di colpa ricorriamo ad una dissonanza cognitiva e ci comportiamo come la volpe con l’uva della fiaba di Esopo.
“L’uomo non è forse un animale sorprendente? Uccide le creature selvatiche (uccelli, canguri, cervi e felini d’ogni tipo, coyote, castori, marmotte, topi, volpi e dingo) a milioni, per proteggere i suoi animali domestici ed i loro pascoli. Poi uccide gli  animali domestici a milioni, e ne mangia la carne. Questo a sua volta causa la morte di milioni di esseri umani, perché mangiare tutti quegli animali porta a degenerazioni (fatali) della salute, come infarto, disfunzioni renali e cancro: così l’uomo tortura milioni di altri animali per trovare una cura a queste malattie. E altrove nel mondo, milioni di altri esseri umani vengono uccisi dalla fame e dalla malnutrizione, perché il cibo che potrebbero mangiare è impiegato per ingrassare gli animali domestici”. C. David Coats ha così pittorescamente descritto il vortice di questa fiera delle vanità umane consumate nella fattoria degli animali, dove vige l’assioma di orwelliana memoria che ammonisce quale animale sia più uguale degli altri.
Se ci rifiutiamo di assistere a quanto gli animali sono costretti a sopportare, la ragione sta nel perché non riusciremmo a tollerarlo emotivamente, se non si è macellai incalliti o franchi psicopatici. Se si vieta la mattanza all’interno dei confini cittadini, almeno in parte, è quindi per via di questo atteggiamento NIMBY che qualifica un politicamente corretto “Non In My Back Yard” (Non nel mio cortile), certo più elegante della molto più colorita espressione nostrana.
Minimizzazione, disinteresse, disattenzione, o spostamento, razionalizzazione, dissociazione. L’altrui sofferenza ci fa allontanare e nel piatto le pietanze non riproducono mai l’aspetto dell’essere vivente dal quale provengono.
Un’altra classica difesa psicologica consiste nella scissione. Si suddivide per categorie manichee e si separa il buono dal cattivo. Questo meccanismo ci invita a schierarci automaticamente dalla parte del bene; si sostengono quegli allevamenti “buoni”, la vecchia fattoria della canzoncina, dove gli animali vengono trattati bene, con “animalità”, e si dimentica (si nega) che comunque la loro fine è sempre un po’ prematura o quanto meno non troppo ben accetta.
L’inversione fa sì che a considerarsi sofferenti siano quelli che maltrattano e torturano, che si risponda con ingiustificata irritabilità alle preoccupazioni legittime, più spesso ancora con la derisione. Più che a sfuggire al senso di colpa, il sadismo serve in fondo a gestire meglio la paura del proprio dolore.
La dissociazione concede di non riconoscere l’individuo animale nella carne che viene servita a tavola. Il coniglio o il caprettino condotti al macello andranno in paradiso, o a vivere in un’altra casa accolti da altrettanto affetto, o ancor peggio si son proditoriamente allontanati dall’amore su di loro riversato, per stare per i fatti loro, liberi e selvaggi, senza dimostrare alcuna riconoscenza per coloro i quali li avevano accuditi.
Anche questi meccanismi potrebbero essere tanto inconsci quanto preconsci, oppure rientrare nella consapevolezza del camuffamento delle confezioni: il rost beaf non è un quadrupede e gli involtini non assomigliano neppure lontanamente a dei mammiferi. Questo camuffamento prosegue l’accorgimento linguistico che al maiale sostituisce salsicce, pancetta e prosciutto, alla mucca la bistecca, ed a tutti gli animali selvatici una più ragionevole e sintetica cacciagione. Il camuffamento può arrivare a prospettare la macellazione come una provvidenziale e misericordiosa eutanasia. Questo perché i sentimenti e la volontà degli altri si trovano laddove la nostra comprensione evita di arrivare, per tenerle fuori dalla portata della nostra empatia. Il sofisma arzigogolato potrebbe giungere ad ammettere magari il dolore e forse pure la sofferenza, ma mai la capacità di riflessione  che l’uomo ha su di essi. Alla ricerca di attenuanti generiche e parziali, si tenta di porre su piani differenti di importanza memoria e coscienza di sé, contemplazione e rimuginamento, sopportazione e rassegnazione, riconoscendo superiori solo quelle facoltà provate, e non quelle procurate, dall’uomo, affinché l’erba del vicino non appaia più verde del necessario.
Giuseppe M. S. Ierace

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