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Il ritorno del Guerin… contro i rigurgiti di meschintà!

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 20 Agosto 2013 | 1,678 letture | Stampa articolo |
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Nietzsche aveva diagnosticato la svalutazione di tutti i valori nel nichilismo.  Ma c’è da interrogarsi allora se una coscienza di veglia, che sia razionale, logica, possa costituire la vetta scientifica dell’evoluzione umana. Sempre che sia la coscienza l’ultimo anello di una lunga catena che ci ha condotto sin qui. In tal caso, saremmo anche autorizzati a immaginare che in futuro ci attenda un “giro di boa” tale da riportarci un po’ indietro, giusto per ripassare lezioni appena dimenticate.

Luca Negri (Il ritorno del Guerin Meschino, Lindau, Torino 2013) si chiede se la ciclicità della storia ci restituisca identità, insieme con un allontanamento dall’oscurantismo, o meglio, per dirla con Kant, quando descrive l’Illuminismo, “da uno stato di minorità”, che l’uomo deve imputare solo a se stesso.

Il giullare Andrea de’ Mengabotti di Jacopo da Barberino, traduttore di epiche chansons  de geste francesi, nonché autore di I Reali di Francia, Aspromonte, Storie nerbonesi, Storia di Ajolfo del Barbicone e di altri valorosi cavalieri, nel suo più celebre poema del 1473, canta il freudiano “romanzo familiare” di un infante, sottratto all’affetto dei genitori, rapito e reso schiavo alla corte di Costantinopoli, dove s’innamora della figlia del suo padrone, alla cui mano non è degno di aspirare, almeno fin quando non scopra chi sia veramente, e da quale progenie provenga.

Voi, donne et cavallier, d’arm’et d’amore/ Se mai vi dilettò legiadra impresa,/ Invito ad ascoltar con tutt’el core/ E d’ardente disio con l’alma accesa,/  Ch’io spero col poetico furore/ Farvi una occulta hystoria hoggi palesa..

Chi ignora le proprie radici è un Meschino, anche se riesce a diventare prode cavaliere Guerrino, in grado di sconfiggere le forze del Caos. Dopo aver affrontato mostri e giganti, draghi e grifoni, raggiunge i due Alberi cosmici del Sole e della Luna, poli opposti, ma complementari, che reggono l’universo, ma neanche questo basta a pervenire alla verità su di sé. E’ in quel momento che torna sui suoi passi!

Si fa pellegrino e, in cammino verso la Terrasanta, incontra il Prete Gianni, o il guénoniano “Re del Mondo” e un eremita che lo rimanda in Uropia, sui Monti della Sibilla appenninica, dove sarà se-dotto ed e-dotto, e infine con-dotto in Irlanda. Ma qui, nel pozzo di san Patrizio, è come se la saga si sdoppiasse o si ricongiungesse ad altra storia. L’esperienza infera dell’antro sibillino, diviene celestiale, una volta varcata, e in profondità, la soglia del paradiso.

Nell’edizione del 1567, conosciuta come la seconda in Venetia, il titolo dell’opera, al libro VI, diventa Il Purgatorio di San Patrizio. L’edizione del 1785, conosciuta come quella pubblicata a Venezia con licenza dei superiori, e quindi censurata, sostituisce il termine Sibilla, usato nell’originale almeno una cinquantina di volte, con dispregiativi a cui in realtà l’autore non ha mai fatto ricorso: Ammaliatrice, Incantatrice, Fata, Fatalcina, Alcina, che sembra piuttosto riprendere il nome d’un personaggio dell’Orlando Furioso. Si perdono inoltre tutti i riferimenti relativi ai sentimenti umani più genuini e alle cognizioni astronomiche coeve.

La Sibilla marchigiana agisce un po’ da ninfa Calypso, un po’ da maga Circe, con il nostro Odisseo albanese, che, nell’antro appenninico, incarna Tannhäuser dentro il Venusberg, od Oggero il danese ammaliato da Morgana; nella discesa agli inferi, Orfeo ed Enea; nella continua ricerca, Parsifal che rincorre il Graal, e, nell’onirismo perenne, quello stato di messa in sonno di Federico Barbarossa sotto i monti di Kyffhäuser, in Turingia, nell’attesa d’un risveglio che metterà in ordine il caos che viviamo.

Il richiamo etimologico al fato, per una Parca, che deve essere abbandonata, significa anche superamento dei propri limiti e di quelli imposti dal destino; la Sibilla l’ha se-dotto, e deliziato nelle gioie dell’amore fisico, e l’ha e-dotto e istruito sulla natura elementare, planetaria, zodiacale e astrale. Guerino deriva il suo nome dalla capacità di sanare guérir (werian, veria, rispettivamente per sassoni e scandinavi; guerènza è guarigione).

Lohengrin, figlio di Parzival, inviato dalla terra degli Iperborei dove si conserva la tradizione polare, primordiale, non sarebbe che un “alter ego” di altri eroi trovadorici, in quanto la grafia adottata da von Eschenbach non lascia adito a dubbi nell’identificare il cavaliere del cigno della tradizione germanica con Garin le Loherain, protagonista d’una delle cinque chansons de geste dei Lorenesi; gli altri sono Hervis de Metz, Girbers (Gerbert) de Metz, Von e Ansis (Anseïs de Metz), figlio di Girbert.

Ne Li Romans de Garin le Loherain, Jean de Flagy ce lo presenta come figlio del duca di Lorena, a cui sarebbe destinata in sposa la principessa Blanchefleur, impalmata invece dal carolingio re Pipino il breve, di cui Garin, seguendo Paulin Paris,  rimane fedele servitore nella lotta contro il merovingio duca d’Aquitania, Waifar, della rivale famiglia di Bordeaux.

 

Tutti coloro che si sentono senza identità, o senza nome proprio, “spossessati dal trono della creazione” (dice Luca Negri), sono altrettanti meschini, “rapiti da pirati”, per i quali la lotta va combattuta su più fronti, contro il male in genere, e in particolare contro quegli “infedeli” che in noi non ripongono alcuna fiducia, tutti “nemici interiori”, di guerre, quando più grandi, quando un po’ più piccole.

Il passaggio che consente l’acquisizione del nome di Guerino, accantonando l’appellativo di meschino, in termini sia psicologici che iniziatici, verrebbe definito “reintegrazione”. Kant parlava di uno “stato di minorità” dal quale uscire, ricorrendo, “senza la guida d’un altro”, all’intelletto. A questo generico termine Dante avrebbe aggiunto la specificazione: “d’amore”.

La resa dei conti, il giudizio finale, vengono preannunciati, non privi della purificazione ignea, per “il mondo come lo conosciamo” da tutti i profeti biblici come pure testimoniati dalle pagane Sibille: “Dies Irae, dies illa/ solvet saeclum in favilla:/ teste David cum Sybilla”.

L’archetipo del femminino ha la forza di rimandare a tutto ciò che è rimosso, e non solo in senso “simbolico”, aggettivo con cui quant’è sibillino condivide l’etimo (da syn ballo).

Giunti ormai a “l’ultima Età della profezia cumana”, “il gran ciclo dei secoli” riconduceva all’originaria aurea era di Saturno, grazie alla comparsa di un “parve puer”. La IV egloga virgiliana era probabilmente una poetica formula di congratulazioni per chi aveva appena assaporato la gioia della paternità, ma il cristianesimo interpretò altrimenti, in un contesto apocalittico, ossia di rivelazione, preveggenza e comprensione spirituale. Una comprensione quindi che comprenda l’intero ciclo dei tempi e non soltanto quella che si intende come fine in se stessa, ma piuttosto come termine di paragone, o persino, in senso teleologico, come mero scopo.

Armaggedon potrebbe pure identificarsi con un luogo in cui si radunano “tre spiriti immondi, simili a rane”, ed essere allo stesso tempo quel vuoto che distanzia dalle cose “ultime”, proprio per non affrontare in solitudine l’angoscia della morte. Heidegger l’avrebbe individuato nella retorica del chiacchierare (schwätzen), un “fatto” comunicativo, privo di riflessione e risonanza interiore. Un “vuoto” riempito dalla missione apostolica di annunciarne il riempimento mediante l’incarnazione del principio primo che trasforma, seguendo l’autorevole parere di Pio Filippani-Ronconi (“Zarathustra e il Mazdeismo”, Irradiazioni, Roma 2007), il mito iranico e la profezia semitica in sangue, o vino, e viceversa.

 

La metastoria chiarisce quella fondamentale alternativa tra il vivere nella materia, secondo la carne, oppure asceticamente, secondo lo spirito. In questa visione “parallela”, è sempre possibile che si affianchi alla Babilonia di Caino, una Gerusalemme celeste, o Civitas Dei, come preferiva Agostino d’Ippona. Fino alla fine, le due città saranno costrette alla convivenza forzata, e gli abitanti dell’una e dell’altra dovranno separarle di volta in volta, aiutati in questa scelta, soltanto dal libero arbitrio.

In Memorie del sottosuolo, o Ricordi dal sottosuolo (Zapiski iz podpol’ja), Dostoevskij, poco più che quarantenne, nel 1864, confessa che “vivere più di quarant’anni non sta bene, è di cattivo gusto, è immorale”. Impegnato in un’alchemica “opera al nero”, putrefazione interiore, cattiveria, bruttezza, superstizione, e, convinto che “qualsiasi forma di coscienza sia una malattia”, si dimostra paradossalmente contemplativo, superiore ai cosiddetti “uomini d’azione”, indaffarati a prendere “le cause più vicine, e secondarie, per cause prime”. Egocentrico antieroe, s’è precluso l’incontro salvifico con l’archetipo femminile che si redime da sé, e, perduta questa grande occasione, s’è condannato all’abisso.

Noi non abbiamo la possibilità di realizzare questo o quello – scriveva Oswald Spengler  – ma la libertà di fare ciò che è necessario o nulla; e un compito che la necessità della storia ha posto verrà realizzato con il singolo o contro di esso. Ducunt fata volentem, nolentem trahunt” (Untergang des Abendlandes, II).

Ispirato dal pensiero greco, come da Goethe, Nietzsche e Dilthey, il filosofo tedesco di Blankenburg am Harz influenza a sua volta Ernst Jűnger, alla ricerca delle tracce di sacro in un mondo ormai desacralizzato. Ma questi lo critica, accusandolo di non aver operato una seria indagine sul senso. In An der Zeitmauer (1959), coglie i sintomi eccezionali della trasformazione dello stato di coscienza, un cambiamento epocale, in cui “si ode bussare dal profondo”.

I punti di rottura sono luoghi di ritrovamento” di un “influsso cosmico”, e “forze rimaste a lungo sopite” si rianimano per sviluppare una “sotterranea corrente gnostica”. Il nichilista “cade insieme a quel che abbatte”, ma “lo spirito opera sul divenire del mondo in quanto nuova e diretta manifestazione della divinità”. L’Età dell’Acquario è allora quell’Età dello Spirito preconizzata dal calabrese Gioacchino da Fiore, come complemento metastorico del dualismo agostiniano.

L’Illuminismo ha esaurito la propria funzione” per farci precipitare ancora una volta “nel cuore notturno della storia”, in cui nella piena oscurità solo i sogni si movimentano.

 

Anche per Pavel Aleksandrovič Florenskij, “le epoche culturali vivono prevalentemente di una coscienza diurna o una coscienza notturna”. “Nella fase notturna prevalgono il principio mistico, la volontà noumenale, la sensibilità, la femminilità. Nella fase diurna l’azione superficiale, la volontà fenomenale, maschile”. In essa avviene la separazione dell’uomo dalla natura, mentre nell’epoca notturna “la mistica non sarà più considerata psicopatia”.

Il dualismo anima e materia sottomette quest’ultima a leggi meccaniche che escludono un’azione superiore e più sottile, mentre l’involucro di carne riflette una realtà spirituale, poiché “il limite del corpo si trova al di là del corpo fisico”. Da questo punto di vista, le icone slave permettono di “penetrare nelle profondità dell’essere”, elevando al livello dell’archetipo. Questa tecnica artistica infrange le leggi della prospettiva e si guarda bene da una mera imitazione della natura. Apre “una finestra su un altro mondo”, non provocatoria, né sperimentale e neppure futurista.

L’esercizio intellettuale è gratuito per antonomasia, mentre qui si tratta di guadagnare la realtà spirituale. Il pensatore di Yevlax riconosceva “l’aspirazione a riorganizzare il mondo” da parte della “dittatura del proletariato”, ma, già nel 1921, puntualizzava: “Oggi il materialismo storico è una faccenda che riguarda il passato. Al suo posto è sopraggiunta la teoria del sacro”. Elémire Zolla gli attribuì “la più nitida riscoperta e riformulazione dell’idea, eternamente perseguita e rinascente, dell’intelletto d’amore” (Uscite dal mondo, 1992).

Un analogo concetto ritmico della storia, in cui epoche organiche succedono ad altre critiche, l’esprime Nikolaj Aleksandrovič Berdajaev.

A noi è stato dato di vivere, storicamente, in un tempo di transizione”. “Che la luce falsa e menzognera si ritiri”, è la sua personale invocazione di una notte in grado di rigenerare lo spirito, “più metafisica, più ontologica del giorno”. Nell’oscurità, le stelle sono ancor più luminose, e nel sonno “si hanno rivelazioni che il giorno ignora”, tra le più impercettibili e inaspettate, perché inconsce.

La notte è femmina, come “l’anima del mondo”, come le forze primordiali ed elementari. La stessa speranza di resurrezione la si ripone nell’eterno femminino; dalla donna si nasce, in essa si rinasce.

Tutto l’effimero è solo un Simbolo./ L’Inattuabile si compie qua./ Qui l’Ineffabile è Realtà./ Ci trae, superno verso l’Empireo Femineo eterno”, aveva proclamato Goethe, nel ‘Chorus mysticus’ del Faust.

I popoli che oggi sono alla bancarotta” devono limitare le cupidigie, la procreazione e soprattutto fermare l’ aumento dei bisogni, giustificato soltanto da uno sfrenato consumismo. Il “sistema dell’azione diretta rovescerà la vecchia politica”, l’autorità diventerà popolare e demotica, non più democratica. “Tutti gli aspetti della vita andranno a collocarsi sotto il segno della lotta religiosa”, fenomeno collettivo e non più privato, intimo. All’epoca in cui scrive Berdajaev, lo stesso comunismo esige “una società sacrale”.

Pierre Drieu La Rochelle ritorna “alla più  comprensiva filosofia delle stagioni”, l’antica concezione sferica, o ciclica, del tempo. E interpreta l’arte europea, all’inizio,  in maldestri tentativi di distacco dall’oriente bizantino, per poi affrancarsi nel riuscire a glorificare “il corpo concreto”, persino nel rappresentare la sofferenza dei crocefissi.

Negri riprende il pensiero evoliano di “Età del Centro” nell’asserire che proprio durante il medioevo la cristianità abbia incontrato la tradizione primordiale. E a questo proposito (quando si dice nomina sunt omina!), Régine Pernoud ricorda come le Regine fossero incoronate come paredre, controparti necessarie, compagne cosmiche in grado di controbilanciare, in quanto Premières Dames, la marzialità guerresca dei cavalieri. E, per i poeti cortesi, la donna, in ogni caso, è incontrastata sovrana, suzeraine. In occidente, la favorita compare successivamente, nel XVII secolo, quando si comincia ad attribuire alla moglie il cognome del marito.

In Pour en finir avec le Moyen Age (1979), meno pregiudizialmente, la storica di Château-Chinon preferirebbe parlare di civiltà cristiana-romano-barbarica, in seno alla quale c’erano quei troubadours che inventavano, scoprivano, letteralmente, insomma, “trovavano” ciò che cercavano.

Il modo migliore per assimilare una cultura è crescere al suo interno”, scrive Alex Ross in Il resto è rumore (Bompiani, Milano 2009). “Tre grandi ‘realisti’ della musica del XX secolo – Janáček, Bartók e Ravel – erano nati in villaggi o remote cittadine delle loro rispettive patrie: Hukvaldy in Moravia, Nagyszentmiklós in Ungheria e Ciboure nella contea basca francese. Anche se studiarono in città, e rimasero ad abitarvi per gran parte della loro vita, questi compositori non persero mai la consapevolezza di provenire da un altro luogo”. Nella consapevolezza d’una grandiosa realtà, e nello sforzo d’esprimere i sentimenti più elevati, non trascurarono il pensiero di György Lukács circa il ritrovamento dell’essenza nella forma: “superare le opposizioni, creare coerenza da ogni forza centrifuga, da tutte le cose che sono state profondamente ed eternamente estranee l’una all’altra davanti e al di fuori di questa forma. La creazione della forma è il giudizio finale, un giudizio finale che redime tutto ciò che può essere redento, che impone a tutto la salvezza con divina potenza”.

L’arte completava la creazione ed esprimeva il sacro.  Eppure esistevano ben quattro livelli di lettura, dal letterale, allegorico, morale, all’anagogico. La solidarietà nasceva dall’ospitalità e la consuetudine veniva intesa quale “dinamica della tradizione”.

L’Uomo Universale era cristico “nell’espressione del suo corpo mistico”, per cui il ruolo ricoperto, secondo  Ernst H. Kantorowicz (The King’s Two Bodies, 1957), non coincideva con la personalità o con la corruttibilità dell’individuo, bensì con un invisibile quid che trasmigrava da predecessore a successore, garantendo la sua ineffabile presenza. Il vero cavaliere iniziato, ancor prima di dedicarsi a una guerra “santa”, combatte un’interiore psicomachia, con armi che si rivelano giustizia e verità invece, rispettivamente, di spada e lancia.

L’uomo moderno è simile a un viandante che non ricorda più il nome della sua meta e deve ritornare nel punto da cui proviene per scoprire dove è diretto”. In The New Jerusalem (1920), Gilbert Keith Chesterton, centra in pieno uno dei punti focali della sostanza stessa del viaggio, del gioco, dell’arte, della poesia, della rappresentazione, dell’esistenza e dunque della ricerca.

 

Giuseppe M. S. Ierace

 

 

Bibliografia essenziale:

Catà Cesare, L’idea di “anima stellata” nel Quattrocento fiorentino. Andrea da Barberino e la teoria psico-astrologica in Marsilio Ficino, in “Bruniana & Campanelliana”, XVI, 2 (2010), pp. 629–639

Catà C., Il retroterra “celtico” di Andrea da Barberino. Significati storico-filosofici del mitema dell’incontro tra il Cavaliere e la Fata-Sibilla, in S. Papetti (a cura di), Corrado Giaquinto tra Fortunato Duranti e la Sibilla, Atti del Convegno di
Montefortino (18-24 settembre 2009), Montefortino, 2010, pp. 63–81.

Corallo G. Aspettando che Zarathustra discenda dalla montagna e si rechi alla città, Aracne, Roma 2013.

Filippani-Ronconi P. Zarathustra e il Mazdeismo, Irradiazioni, Roma 2007.

Ierace G. M. S. Auriga Augure sul Carro: da una ‘Cresmologia‘ Sibillina alla ‘Iatromantica‘,  http://www.letarot.it/page.aspx?id=360

Ierace G. M. S. Medioevo simbolico, contrassegno e identità…, http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/atri-argomenti/medioevo-simbolico-contrassegno-e-identita-nella-nascita-delle-arme-psicosociologia-dei-colori-e-del-riconoscimento-di-gruppo-funzione-magica-della-maschera/756/

Ierace G. M. S. Hexakosioihexekontahexaphobia, http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/atri-argomenti/hexakosioihexekontahexaphobia-alle-origini-della-profezia-maya-aritmomania-triskaidekamania-triskaidekaphobia-paraskevidekatriaphobia-eptacaidecafobia-tetraphobia/2423/

Ierace G. M. S. La fine del mondo, http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/atri-argomenti/la-fine-del-mondo-il-possibile-e-il-reale-weltuntergangserlebnis/2665/

Kantorowicz E. H. The King’s Two Bodies: A Study in Mediaeval Political Theology, Princeton University Press, Princeton (New Jersey) 1997

Negri L. Il ritorno del Guerin Meschino, Lindau, Torino 2013.

Paris P. (ed.) Garin le Loherain: chanson de geste composée au XIIe siècle / par Jean de Flagy, Claye, Paris 1833.

Pernoud R. Pour en finir avec le Moyen Age, Points Histoire, Éditions du Seuil, La Flèche 1979.

Ross A. Il resto è rumore, Bompiani, Milano 2009.

Zolla E. Uscite dal mondo, Adelphi, Milano 1992.

 







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