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Il pranzo della festa della Specie prepotente

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 23 Dicembre 2010 | 2,410 letture | Stampa articolo |
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L’antenato comune all’uomo ed allo scimpanzé risale a sei milioni di anni fa, molto più antichi quegli ipotetici “anelli mancanti” che ci apparentano al gorilla (otto milioni di anni) o all’orangutan (tredici milioni). La separazione dallo scimpanzé è avvenuta in Africa, con la discesa dagli alberi e l’andatura eretta che lasciava libere le mani di raccogliere frutta e maneggiare rudimentali strumenti costruiti in pietra ed osso.
Il primo nostro antenato considerato appartenente al genere Homo viveva due milioni e mezzo di anni addietro e, per questa sua capacità di maneggiare le cose, è stato chiamato habilis. A questo si sarebbero susseguiti, ed anche sovrapposti, altri ominidi, dello stesso genere Homo (rudolfensis, ergaster), o del genere Australopithecus, come la celebre Lucy, oppure Australopithecus “sediba”.
Due milioni di anni fa, l’erectus cominciò ad occupare il nostro continente. Il suo cervello era aumentato di volume ed, oltre agli strumenti litici, aveva imparato ad armeggiare con il fuoco, più o meno un milione e settecentomila anni fa. Nella parte più occidentale del vecchio continente si sarebbe evoluto in “ergaster”; in quella più settentrionale, maggiormente inospitale a causa del clima rigido, l’adattamento lo avrebbe trasformato in neanderthalensis.
Trecentomila anni addietro, l’incremento di crescita del cervello si stabilizza nel sapiens, i cui crani non si distinguono granché dai nostri.
Sessantamila anni fa, partì dall’Africa orientale una grande colonizzazione che avrebbe invaso il mondo. Già undicimilacinquecento anni addietro, passando per lo stretto di Bering, sarebbe arrivata in Cile, il lembo estremo del continente più ad occidente.
Piccoli gruppi si accrescevano sino al punto consentito dalle risorse alimentari, per staccarsi in cerca di nuovi ambienti meno sfruttati. Il loro cibo era costituito da piante spontanee e dagli animali selvatici facili da catturare. Questi raccoglitori cacciatori erano in continuo movimento, all’inseguimento di prede ed alla ricerca di nuova frutta ed erba fresca. Una banda di caccia era formata da un piccolo numero di famiglie che si stabilivano laddove trovavano un buon territorio da sfruttare.
Neanderthal e floresiensis (dall’isola indonesiana Flores) avrebbero convissuto con i sapiens, fin quando una sottospecie di questi ultimi, giunta in Europa quarantaseimila anni addietro, non si dimostrò particolarmente invadente. Il sito archeologico dal quale prese il nome è Cro-Magnon.
I Neanderthal furono destinati all’estinzione, che puntualmente avvenne ventottomila anni fa, cosicché, fra i dodici mila e gli otto mila anni addietro, si era diffusa a dismisura in tutto il mondo l’economia di sussistenza della nostra specie prepotente, quella della raccolta, della caccia e della pesca.
Quando divenne indispensabile ad evitare l’esaurimento delle risorse, si cominciarono a coltivare localmente gli organismi da cui trarre nutrimento. In Medio Oriente, dapprima, poi in Cina ed in Messico nacquero l’agricoltura e la pastorizia. L’espansione, per mantenere la densità di popolazione sempre uguale, non fu più geografica, attraverso la colonizzazione di altri luoghi, o demografica, mediante la separazione dell’umanità in eccesso, bensì la pressione prodotta dalla sovrappopolazione introdusse nuove modalità di procacciamento di cibo. E l’economia agropastorale si rese in grado di incrementare le risorse alimentari in un determinato ambito, in ragione dell’aumento dei suoi abitanti. Allora non si poteva ancora prevedere che la quantità sarebbe andata a scapito della qualità e la perdita di molte varietà avrebbe, prima o poi, procurato delle spiacevoli conseguenze sulla salute.
Ovini e buoi furono gli animali allevati in Medio Oriente, bufali e galline in Cina, lama e tacchini in Sudamerica. In Medio Oriente ci si specializzò a coltivare grano ed orzo, in Cina riso, in Messico mais. E questi sarebbero divenuti gli alimenti principali e, per alcuni, a volte gli unici. Il grano selvatico originario si rintraccia in Israele, e quello esportato, già in tempi remoti, veniva selezionato in base alla facilità di raccolta ed alla minor propensione delle spighe di spargere i chicchi. L’orzo venne invece destinato per lo più alla produzione di una bevanda fermentata, del tutto voluttuaria.

Gli agricoltori avevano bisogno di famiglie più numerose che potessero essere d’aiuto nel duro lavoro dei campi, per cui si diffuse rapidamente qualche forma di poligamia. Infatti, essendo trasmesso ai figli in maniera diversa per maschi (cromosoma Y) e femmine (mitocondri), il DNA indica che, in seguito all’occupazione del nostro continente, l’ottanta per cento delle donne discende dagli abitanti primitivi, cacciatori raccoglitori, e poco più della metà dei maschi dagli agricoltori. Ma forse i cacciatori, come vuole uno stereotipo, avevano poco tempo da dedicare alle loro donne.
Martin Jones, in “Il pranzo della festa” (Garzanti, Milano 2009), si chiede se, con il decremento di importanza della caccia, non fosse diminuita anche l’esigenza, da parte della comunità, di avere tanti uomini a soddisfare i bisogni di riproduzione. “Nelle società agricole di epoche molto più tarde il destino dei maschi ‘in eccesso rispetto al fabbisogno’ divenne un problema molto attuale in parecchi contesti ed in diverse fasi storiche, tanto che la migrazione dei maschi verso nuovi territori finì per svolgere una funzione di grande importanza per il popolamento del mondo moderno. L’inizio di quel processo può essere fatto risalire alle prime avvisaglie del declino della caccia grossa come mezzo di procacciamento del cibo, ed al conseguente spostamento degli equilibri nel rapporto tra lavoro svolto dalle donne e lavoro svolto dagli uomini.”
La nascita dell’agricoltura e della pastorizia produsse un primitivo sistema capitalistico. Alcuni, possessori di terra, si andavano arricchendo, altri, meno abbienti, offrivano la loro manodopera. Ottomila anni fa si formavano già agglomerati piuttosto vasti, con gerarchie interne ed assunzioni di responsabilità da parte di pochi nei confronti della collettività.
La scrittura accompagnò lo sviluppo capitalistico successivo alla nascita della proprietà terriera, allo scopo di registrare interessi economici e debiti contratti. I primi imperi risalgono a cinquemila anni fa. A quell’epoca, era stato introdotto l’uso dei metalli, del rame, e poi del bronzo; il ferro compare dopo, tremilacinquecento anni addietro. Nel Caucaso settentrionale si addomestica il cavallo, il che consente le guerre di conquista.
Gli Ittiti invasero l’Anatolia e Pitkhana di Kussara, all’incirca nel 1800 a.C., riesce a riunire alcune tribù sotto il protettorato della città di Kutelpe, fondando il primo nucleo unitario del futuro impero. Nel 1274 a.C., sulle rive del fiume Oronte, la battaglia di Kadesh vide contrapposto alla potenza dell’Egitto ramesside  l’esercito di Muwatalli II, con l’impiego di quasi cinquemila carri da combattimento trainati da cavalli. A tale avvenimento, straordinario per dispiegamento di forze, strategia militare, e documentazione pervenutaci, seguì un trattato internazionale di armistizio, nonostante i parziali resoconti diffusi in patria da Ramesse II nei bassorilievi dei templi di Abu Simbel, Luxor, Karnak e Abido.

Secondo Luigi Luca Cavalli-Sforza (”La Specie prepotente”, San Raffaele, Milano 2010), il mito dell’età dell’oro potrebbe essere nato in conseguenza del passaggio da una sussistenza basata sulla caccia, la pesca, e la raccolta di frutta ed erbe spontanee all’economia sorretta da agricoltura e pastorizia, impostata sulla proprietà e di conseguenza su gerarchie sociali e diffuso egoismo.
I rapporti sociali degli ultimi cacciatori raccoglitori, quali i pigmei africani, sono improntati invece su principi di altruismo e di una parità che evita ogni gerarchia. In queste comunità pigmee, diventa “ntuma” quel cacciatore che acquista celebrità e che proprio di questa fama si avvantaggia, ma esclusivamente per un riconoscimento di valore. Se ha ucciso una buona preda, in ragione del suo onore, può sceglierne alcune parti considerate più prelibate, ma il resto viene sempre suddiviso equamente.
Netta è la separazione tra i sessi, con altrettanto precisa suddivisione di compiti ed occupazioni. Nessuno comanda ma tutti si consultano, fino ad arrivare ad un accordo. La proprietà dei cacciatori corrisponde al territorio in cui vivono le prede, un bene comune ereditato nel lignaggio, che si può ampliare acquisendo il diritto di accedere ai territori portati in dote dalle mogli, scelte pertanto il più lontano possibile, in modo da incrementare i contatti sociali ed allargare la vastità del terreno di caccia. Questi matrimoni recano inoltre il vantaggio genetico di evitare la consanguineità.
Vestigia dell’età dell’oro potrebbero essere individuate in passioni, preferenze e passatempi attuali, quali le passeggiate nei campi, la raccolta di funghi nei boschi, e nei, difficilmente condivisibili al giorno d’oggi, hobbies di caccia e pesca. Già il giardinaggio sarebbe un’amabile passatempo posteriore, introdotto dall’economia agraria, che andrebbe identificata forse come l’arcadica età dell’argento. La pastorizia avrebbe probabilmente indotto la preferenza per cani e cavalli. Ma al degrado nella preziosità dei metalli delle ere successive andrebbe imputato lo sviluppo di ben altri desideri: di ricchezza, potere, conquista, popolarità, successo.
Nell’opera esiodea viene presentata una successione di divinità, in cui Cronos avrebbe regnato sull’età (preagricola) dell’oro. Gli uomini non avrebbero avuto necessità di lavorare e non invecchiavano; quando furono più maturi (era – agricola – dell’argento) divennero presuntuosi, invidiosi e litigiosi (è forse il caso di Caino e Abele, agricoltore l’uno pastore l’altro) e perciò furono rimpiazzati con altri, uomini dell’età del bronzo, i quali andarono incontro ad un’autodistruzione violenta. Nacquero allora gli eroi della mitologia e con essi gli albori della civiltà greca.
Nelle Georgiche (I, 125), Virgilio definisce “labor improbus” quello dei campi, mentre prima (nell’era precedente, preagricola) non c’era bisogno di coltivarli: “ante Jovem nulli subigebant arva coloni”. Nel dialogo “Politico”, Platone descrive il regno di Cronos come fondato sulla pace, la giustizia, l’assenza di gerarchia. E la mancanza di gerarchia e del senso di superiorità ed inferiorità, sostengono i “laudatores temporis acti”, indubbiamente rende tutti molto meno infelici .
Il giardino dell’Eden biblico potrebbe essere individuato in una zona troppo vasta, ben più delimitato è il paradiso terrestre dei sumeri, che viene facilmente localizzato nella Persia sud occidentale, un’area abbastanza vicina a quella di partenza dei primi raccoglitori cacciatori, da dove era bandito l’egoismo.

L’albero evolutivo costruito sulla base dei caratteri antropometrici dimostra che i confronti fra le popolazioni verrebbero influenzati dalla latitudine, ad esempio la vicinanza all’equatore, poiché quasi tutti i caratteri misurati sono sensibili al clima, mentre man mano che l’albero evolutivo dell’umanità si costruisce coi geni si evidenzia chiaramente che la prima separazione della nostra specie è partita dall’Africa. La cosiddetta “Eva africana” sarebbe vissuta tra 120 e 250 mila anni addietro, perché l’analisi del DNA purificato estratto dai mitocondri ha condotto all’individuazione di un comune antenato femmina che avrebbe assicurato la propria discendenza, a fronte di tutte le altre donne i cui mitocondri sarebbero irrimediabilmente andati perduti.
Queste piccole particelle, responsabili della produzione di energia a partire dagli zuccheri, sono presenti a centinaia di migliaia in tutte le cellule e vengono trasmesse soltanto in linea materna. Il piccolo segmento trasmesso invece in maniera patrilineare appartiene al cromosoma Y, quello sessuale in grado di essere determinante sulla genealogia maschile. Anche in questo caso il capostipite non può che essere africano. Il primo ramo divide la vecchia popolazione dei khoi-san (boscimani e ottentotti), mentre il secondo ramo separa la seconda popolazione in ordine di antichità, quella dei pigmei, ancora cacciatori e raccoglitori.
I dati dell’Human Genome Diversity Panel segnalano una conseguenza dell’espansione della specie nella fase di caccia e raccolta di frutta ed erbe spontanee, fino cioè a diecimila anni fa, con sorprendentemente regolare diminuzione della diversità genetica fra gli individui di ogni popolazione: diversità massima in Africa per discendere in modo lineare con l’allontanamento dal punto di origine, dove la tribù primordiale cominciò a “crescere e moltiplicarsi”.
“La fondazione di una nuova tribù nelle vicinanze della colonia materna – scrive Luigi Luca Cavalli-Sforza, in ”La Specie prepotente” (San Raffaele, Milano 2010) – veniva probabilmente operata da una o poche bande di caccia andate a qualche distanza, e questo causava un forte ‘effetto fondatore’, cioè deriva genetica dovuta alla creazione della nuova colonia da parte di un piccolo gruppo, per di più formato da persone piuttosto strettamente imparentate.”
Così, man mano che ci si allontanava dalla zona d’origine, la diversità genetica veniva frenata dalla consanguineità e dalla ristrettezza del gruppo dei fondatori delle nuove comunità. La prosecuzione espansionistica avrebbe pertanto procurato un accumulo di effetti destinato ad accrescersi ad ogni nuovo insediamento. Una conseguenza di deriva genetica è l’effetto di fondazione seriale: riduzione di diversità genetica all’aumentare della distanza di una popolazione dall’Africa.
Quando l’agricoltura ha permesso un incremento demografico ed una permanenza stanziale in prossimità delle terre coltivate, l’iniziale diversità genetica ha subìto come una sorta di stallo.

Più della mutazione genetica, può rappresentare motivo di cambiamento ereditario l’innovazione. Se la mortalità nel corso del primo anno di vita di un bambino, nonostante i progressi della medicina, costituisce ancora un motivo di preoccupazione, di sicuro meno rischioso è diventato il parto preservato dalle contaminazioni batteriche, grazie ad abitudini igieniche ed all’uso di disinfettanti.
Quando i sapiens giunsero in Mongolia, trentamila anni fa, non potevano aspettare che ricrescessero loro i peli e per difendersi dal freddo fecero ricorso alle pellicce animali; quelli che si spinsero sino al lembo più settentrionale delle Americhe costruirono gli igloo che gli esquimesi avrebbero continuato ad abitare per secoli.
Mentre la diffusione di un’invenzione è molto più repentina, anche se pure l’evoluzione culturale non si sottrarrà ad una certa selezione naturale, una mutazione insorta in qualcuno potrebbe trasmettersi soltanto a pochi individui della generazione successiva ed una eventuale distribuzione nell’intera popolazione richiederebbe centinaia di generazioni; per esempio, nel caso dei cinquanta geni che concorrono a determinare il colore della pelle sarebbero occorsi più di diecimila anni.
Fino all’invenzione della pastorizia, dopo lo svezzamento, il mammifero umano che smetteva di bere latte perdeva la facoltà di digerirlo grazie all’enzima lattasi che scinde il lattosio in glucosio e galattosio, diretti produttori di energia. Il ripristino di questa attività enzimatica sarebbe avvenuto per mutazione in grado di sopprimere, allo svezzamento, il meccanismo di interruzione della produzione di lattasi. Tra i pastori di renne degli Urali, la selezione naturale avrebbe così favorito la tolleranza al lattosio. Basta la mutazione di un solo nucleotide in una piccola regione, vicina al gene della lattasi, per inibirne la scomparsa dopo lo svezzamento.
La statura media è andata aumentando negli ultimi due secoli, salvo qualche eccezione, molto verosimilmente per un fatto culturale direttamente legato alla migliore illuminazione del nostro ambiente di vita ed ad un’alimentazione più ricca in vitamine, in particolare la D. La genetica applicata all’antropologia fisica ci insegna che, a determinare la statura, dev’esserci un minimo di almeno quattro geni, oltre quelli responsabili delle deviazioni estreme di nanismo e gigantismo.
Una mutazione biologica è sempre casuale e non è detto che sia comunque vantaggiosa sul piano adattativo, mentre l’invenzione mira a risolvere un problema percepito come tale. La trasmissione culturale poi ricomincia con ciascun individuo ad ogni generazione, ma può arrivare a tutti per imitazione o insegnamento, e la diffusione è resa più facile dall’apprezzamento dei suoi meriti. In alcune circostanze però sembra esserci uno scotto di imprevedibilità, per cui l’influenza della pressione sociale può contribuire a mantenere troppo a lungo tradizioni della cui vera motivazione si è definitivamente perduta  la memoria.

La forza trainante dell’evoluzione culturale è certamente il linguaggio, sorto all’incirca sei milioni di anni fa. Eppure si tratta di un veicolo di idee, spesso foriero di fraintendimenti, altre volte volutamente ambiguo. A fronte di un novero illimitato di concetti, il ridotto numero di parole rende difficile che lo stesso termine possa essere interpretato sempre in maniera univoca.
La responsabilità dello sviluppo linguistico andrebbe attribuita all’evoluzione di un gene recente (FoxP2), le cui mutazioni provocano gravi danni all’uso della parola.
A differenza degli altri primati, in crani di Homo habilis databili al paleolitico profondo, la metà relativa all’emisfero cerebrale sinistro, sede dei centri nervosi coinvolti nell’organizzazione del linguaggio (area di Broca), è più ampia della controlaterale. Nelle scimmie non v’è differenza di lato.
Per capire e farsi capire, con la mimica ed altre comunicazioni gestuali, non occorre lo sviluppo della laringe che invece è indispensabile alla modulazione della voce.
I più antichi tra gli uomini moderni appartengono all’etnia khoi-san, pastori gli uni (Ottentotti), cacciatori-raccoglitori i Boscimani, che parlano dei dialetti accomunati da tipiche consonanti dal suono di “click”, come nel nome del “mancala” della Namibia: Hus.
I linguaggi delle popolazioni più primitive possiedono più o meno analogo numero di vocaboli, e simili suoni, tranne appunto i boscimani che presentano dei caratteristici schiocchi (click), ciascuno con un proprio significato, i quali possono essere appresi molto precocemente e poi non più. Perché perdiamo la capacità di imparare spontaneamente a parlare bene e rapidamente già intorno ai quattro anni; successivamente ci limitiamo ad arricchire il nostro bagaglio di vocaboli. La maggioranza delle persone si abitua ad usarne circa duemila, anche quando le lingue più povere  ne contano non meno di cinquemila. L’italiano ne possiede centomila; l’inglese, la lingua più ricca di tutte, arriva a cinquecentomila.
Importanza particolare ai fini della comprensione di una qualsiasi lingua va attribuita alla successione delle parole all’interno della frase. I pappagalli sanno ripetere frasi brevi, ma non costruirle, ed agli scimpanzé si riesce ad insegnare tante cose, ma non la sintassi . Nel linguaggio, insomma, l’ordine da dare ai vari termini si sarebbe evoluto meno, magari perché, dal punto di vista sintattico, le differenze tra le varie lingue sono inferiori alle differenze di vocabolario o a quelle a livello di suoni. Forse a causa di fisiologici fattori orali, con l’adolescenza, si perde la capacità di pronunciare bene un vocabolo non familiare.
La grande espansione di cacciatori raccoglitori cominciò da un piccolo gruppo, il quale parlava un unico linguaggio che si sarebbe andato rapidamente evolvendo, almeno quanto la lingua latina s’è trasformata nell’italiano, eppure la struttura generale s’è sempre conservata, e le sofisticatezze della sintassi hanno subìto minori variazioni dei suoni e dei significati dei vocaboli.

Darwin, nell’”Origine delle specie”, ammetteva che se si approfondisse lo studio dell’evoluzione delle lingue, si scoprirebbe ch’essa è sovrapponibile a quella dell’umanità. Il glottologo Alfredo Trombetti, ne “L’unità di origine del linguaggio”, sostenne un’identica tesi. Quasi tutti gli umani, tranne quei piccoli gruppi di cacciatori africani differenziatisi prima, hanno avuto origine da un’unica piccola colonia, una prima tribù ancestrale i cui componenti avevano sviluppato organi vocali tali da permettere loro di comunicare a voce.
Se si considera che il nome delle popolazioni e quello dei relativi linguaggi corrispondono, la semplice loro lista potrebbe costituire una buona base di partenza per comprendere la distribuzione geografica. Ma, nell’affrontare il tema della possibile classificazione linguistica, Luigi Luca Cavalli-Sforza (”La Specie prepotente” San Raffaele, Milano 2010), ritiene si debba tener conto pure dell’attitudine psicologica analitico/sintetica di chi, nell’accingersi a farlo, tende in alternativa a suddividere, scindere, spartire (splitter) o ad aggregare, riunire, sommare (lumper).
Il primo nucleo che si separa entro il gruppo dei sei africani è quello dei “san”, molto verosimilmente il ramo più antico e tuttora vivente nella vallata del Rift. Vicini subito dopo sono i pigmei. Gli altri gruppi africani appaiono molto simili tra loro perché si sono differenziati per ultimi. L’altro ramo, che include tutti i non africani, si suddivide in popolazioni dell’Oceania  e del Sud-est asiatico, da una parte, e la superfamiglia delle lingue cosiddette “nostratiche”, dalla quale deriva il ramo dell’Asia centro-settentrionale e delle Americhe, e quello corrispondente approssimativamente all’indoeuropeo. I dati linguistici riconoscono invece le due superfamiglie euroasiatica ed austrica.
A parte le marcate differenze  che rendono sardi e baschi “deviazione estrema” (outliers) in Europa, delle somiglianze genetiche si rintracciano tra tutte le genti, che siano medio-orientali o asiatici di sudovest, parlanti lingue cosiddette indoeuropee.
L’indoeuropeistica fu oggetto d’interesse da parte del filologo orientalista Sir William Jones, ma molto tempo prima anche Filippo Sassetti aveva notato similitudini tra alcune parole sanscrite ed italiane, ad esempio: deva/dio, sarpa/serpe, sapta/sette, ashta/otto, nava/nove. Giovanni Semerano (“La favola dell’indoeuropeo”, Bruno Mondadori, Milano 2005)  obietta però che una risposta la si sarebbe dovuta leggere nella domanda retorica di Seneca (“Consolazione alla madre Elvia”): “Come mai gli Indi ed i Persiani parlano macedone?… Incessante è il peregrinare dell’uomo… e che sono questi spostamenti se non esili di massa?”.
“Han cambiato sede genti e popolazioni intere. Che significano le città greche sorte in mezzo a paesi barbari? E la lingua macedone tra i Persi e gli Indi? La Scizia e tutta quella regione abitata da popolazioni selvagge e indomite mostra città greche fondate sui lidi del Ponto; né il rigore del lungo inverno, né l’indole degli abitanti, aspra come il loro clima, hanno scoraggiato quanti trasferivano li le loro dimore. L’Asia è piena di Ateniesi; Mileto ha popolato settantacinque città sparse un po’ dappertutto; tutta questa costa dell’Italia bagnata dal Mare Inferiore divenne Magna Grecia. L’Asia si attribuisce gli Etruschi, i Tiri abitano l’Africa, i Cartaginesi la Spagna, i Greci si sono introdotti in Gallia e i Galli in Grecia, i Pirenei non hanno ostacolato il passaggio dei Germani. La volubilità umana si è riversata su vie impraticabili e ignote. Si portano dietro i figli, le mogli, i genitori appesantiti dalla vecchiaia. Alcuni, dopo un lungo errare, non si scelsero deliberatamente una sede, ma per la stanchezza occuparono quella più prossima; altri, con le armi, si conquistarono il diritto di una terra straniera. Alcune popolazioni, avventurandosi verso terre sconosciute, furono inghiottite dal mare, altre si stabilirono là dove la mancanza di tutto le aveva fatte fermare. Non tutti hanno avuto gli stessi motivi per abbandonare la loro patria e cercarne un’altra: alcuni, sfuggiti alla distruzione delle loro città e alle armi nemiche e spogliati dei loro beni, si volsero ai territori altrui; altri furono cacciati da lotte intestine; altri furono costretti ad emigrare per alleggerire il peso di un’eccessiva densità di popolazione; altri ancora sono stati cacciati dalla pestilenza o dai frequenti terremoti o da altri intollerabili flagelli di una terra infelice, altri, infine, si sono lasciati attirare dalla notizia di una terra fertile e fin troppo decantata. Ognuno ha lasciato la sua casa per una ragione o per l’altra. Questo, però, è certo: che nessuno è rimasto nel luogo dove è nato. Incessante è il peregrinare dell’uomo. In un mondo così grande ogni giorno qualcosa cambia: si gettano le fondamenta di nuove città, nascono popolazioni con nuovi nomi,via via che si estinguono quelle che c’erano prima o si incorporano con altre più forti. Ma tutti questi spostamenti di popoli che cosa sono se non esili in massa?”
“Come mai gli Indi ed i Persiani parlano macedone?” Alessandro Magno lo diffuse con l’esibizione delle medie elleniche ed i suffissi etnici. Ma il macedone da dove viene se non da fonti mesopotamiche: sumera, accadica, assira, babilonese?

Luigi Luca Cavalli-Sforza, in ”La Specie prepotente” (San Raffaele, Milano 2010), ricorda come, nell’affrontare lo studio della deriva genetica, nel corso dell’evoluzione dell’uomo, si sia accorto di un regolare accrescimento della lontananza genetica tra le comunità dei vari villaggi, parallelamente all’aumento della loro distanza geografica. Se, da una parte, il piccolo numero di abitanti aumenta la variazione genetica fra le loro popolazioni, dall’altra, sia le migrazioni sia gli scambi matrimoniali all’esterno della comunità, tendono a diminuirla, contribuendo quindi a mantenere un certo equilibrio. La variazione genetica che sembrava insignificante in pianura, diveniva massima in montagna, ed intermedia in collina, in accordo con le dimensioni degli agglomerati urbani e con l’attesa variazione genetica dovuta alla deriva (drift), ridimensionata dalle migrazioni.
La mutazione dovuta alla selezione naturale, con molta probabilità, si attesta attorno al 10% dell’insieme delle cause di evoluzione.
Nel processo evolutivo, succede che una popolazione originaria si divida in gruppi più piccoli per occupare ambiti diversi, entro i quali evolversi autonomamente dagli altri, sempre più differenziandosene. La prima scissione dell’albero evolutivo umano sarebbe avvenuta in Africa a cominciare da centomila anni addietro, con le prime separazioni rimaste nel territorio di quel continente, poi, circa sessantamila anni fa, si sarebbe distribuita dappertutto nel mondo.
Quella umana è una specie “prepotente”, perché è stata capace di un adattamento tale da consentirle il predominio su tutte le altre specie, sulla natura e persino di singoli uomini su altri individui. Le nuove strategie di sopravvivenza si dimostrarono presto più appropriate, come più elaborati furono i manufatti. Neanderthal occupava alcune aree nordafricane, dell’adiacente Asia occidentale e dell’Europa, era più adatto al clima più freddo dell’ultima glaciazione, tra ottantamila e sessantamila anni fa. Il suo sistema osseo lo rendeva più tarchiato e pesante, il suo cranio era più grande per accogliere un cervello più voluminoso, ma aveva fronte e mento sfuggenti, seppelliva i morti e forse conosceva la musica, essendo stato trovato un flauto che sarebbe potuto essere suo. Quando, cinquantamila anni fa, i sapiens, giunti in Europa, incontrarono i Neanderthal con loro condivisero lo stesso habitat per ventimila anni, spingendoli però sempre più verso occidente e verso nord, nei territori più inospitali degli altipiani.
Svante Pääbo e collaboratori avrebbero scoperto un incrocio tra tardivi discendenti euroasiatici delle due specie, Neanderthal e sapiens, quali amerindi ed oceanici. Un incrocio ritenuto improbabile che avrebbe lasciato una presenza di poche unità percentuali di DNA neandertaliano nell’uomo moderno fuoriuscito dall’Africa. Un reperto discusso, soprattutto per rappresentare un’eccezione alla regola che non possa esserci prole fertile tra specie diverse. Finora la si sarebbe osservata soltanto nell’incrocio tra il maschio di una specie di Drosofila e la femmina di un’altra.
La frazione della variabilità genetica dell’intera specie umana è la più piccola accertata nei mammiferi: non supera l’11%. Ebbene, sono davvero insufficienti le discontinuità riscontrate nelle variazioni, genetica e linguistica, da non consentire di applicare alle mutazioni umane il concetto di razza.
Giuseppe M. S. IERACE

Bibliografia essenziale:
Cavalli-Sforza L.L.: ”La Specie prepotente”, San Raffaele, Milano 2010
Ierace G.M.S.: “l’osceno è sacro…”, su www.nienteansia.it
,,                   “i balbettamenti del pappagallo”,  su www.nienteansia.it
,,                   “la scelta di Ulisse”, su www.nienteansia.it
,,                   “xenofobia filoxenia”, su www.nienteansia.it
Jones M.: “Il pranzo della festa”, Garzanti, Milano 2009
Pääbo S. et al.: “A Draft Sequence of the Neanderthal Genome”, Science, 328 (5979): 710–722, 2010
Semerano G.: “La favola dell’indoeuropeo”, Bruno Mondadori, Milano 2005
Trampus A.: “Il diritto alla felicità”, Laterza, Bari 2008
Trombetti A.: “L’unità di origine del linguaggio”, Treves, Bologna 1905







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