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Il Minotauro e la Fisica della Malinconia

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 28 Dicembre 2013 | 2,163 letture | Stampa articolo |
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Un bambino sta seduto in grembo alla mamma. Lei lo sostiene con la mano sinistra, probabilmente ha appena finito di allattarlo e sta in attesa del ruttino. Il bambino è nudo. La scena è una classica icona, infinitamente nota e ripetuta in tutte le raffigurazioni dopo la nascita del Bambino Gesù. C’è però una differenza che rende l’immagine davvero unica. Il bambino ha una testa di toro. Piccole corna, orecchie allungate, occhi disposti lateralmente, muso. Testa di vitello. Pasifae col Minotauro bambino. Secoli prima della Madonna.”

In Fizika na tăgata, tradotto da Giuseppe Dell’Agata e pubblicato da Voland (Roma 2013) con il titolo Fisica della Malinconia, Georgi Gospodinov commenta così l’imprecazione paterna (“Come minotauri ci rintaniamo in questi scantinati, per… fottere il ‘Dipartimento per l’edilizia popolare’ e i suoi elenchi…”), penetrando nel labirinto dei miti della Grecia antica; “e non ricordo d’esserne mai uscito. Lui era io… Sono stato in lui e conosco tutta la storia. C’è alla base un grande peccato e una calunnia, una straordinaria ingiustizia. Io sono il Minotauro e non sono assetato di sangue… non so perché sono rinchiuso, non ho alcuna colpa… E ho una paura bestiale del buio”.

Uno dei più famosi giovani scrittori bulgari avverte che le “storie” non suonino troppo lievi. Che si leggano piuttosto con maggiore attenzione, per scoprire che si tratta eventualmente d’una “lievità estenuante”, dalla quale traspaiono inevitabili dolori profondi, e cicatrici non sempre visibili e di cui lo stesso narratore potrebbe non essere consapevole. Per esempio, a proposito della mancanza di prodotti nei negozi, in epoca comunista, si racconta come, in famiglia, anche i bambini si mettessero tutti in fila e si dovessero comportare come se non conoscessero gli altri componenti del nucleo d’appartenenza, e questo allo scopo di aumentare le possibilità di ricevere qualche cosa, visto che ogni famiglia aveva diritto solo a una. Era un’occasione ai limiti dell’assurdo, dettata dalla necessità, una finzione e una recita, una menzogna e un’estraniazione: non riconoscere i propri parenti, partecipare a una cospirazione. Le sensazioni che si provano in queste circostanze (che soprattutto prova un bambino) sono legate alla paura di essere scoperto, alla vergogna di mentire, alla confusione perché sono gli stessi genitori a richiedere la bugia e la dissimulazione, oppure all’aspetto ludico e teatrale, e a quella cupa soddisfazione di partecipare a un complotto e, come diceva suo padre riguardo agli scantinati, di… ingannare il sistema. È in questo che Gospodinov ammette d’aver trovato il senso della sua narrazione.

Gli elenchi del ‘Dipartimento per l’edilizia popolare’ rientrano in un meccanismo estremamente controllato, di pianificazione d’un futuro altamente prevedibile, per cui, persino il più piccolo e autentico evento, come rintanarsi alla stregua di ‘minotauri’, è certamente un intralcio.

Un imprevisto possiede una fortissima carica sovversiva e costituisce una minaccia per l’ordine della monotonia. Un’interruzione di energia, un taglio alla regola, stranamente intervenuto un po’ in tutti i paesi dell’Est: ’56, ’68, ’80. Mentre in Bulgaria non è successo nulla. Un “caso” (?) che costituisce un’eccezione. A differenza d’Ungheria, Cecoslovacchia, Polonia, non si annoverano “avvenimenti” bulgari. La peculiarità bulgara è così diventata l’assenza. Ciò che manca nella vita di una società, in questo caso e in certo senso, ha acquisito più importanza di quello che sarebbe potuto ma non è successo. Il non accaduto ha conquistato il ruolo e la funzione del non detto, non fatto, per continuare a prolungare il sentimento delle conseguenze della sua mancanza. L’evento che non si è verificato riveste una straordinarietà proprio per la sua inesistenza, su un piano negativo, una singolarità: quella “tăgà” della Fizika na tăgata.

 

Già Nabokov aveva notato come le lingue occidentali non rendano affatto bene, né in modo aggraziato, certe sfumature della malinconia slava. Analogo ragionamento varrebbe però sia per la portoghese “saudade” che per l’araba “altahmam”. Tra le parole più difficili da tradurre, ci sono poi la tshiluba (congolese) “ilunga” (esser disposti a perdonare sì, ma fino a un certo punto), l’yiddish “shlimazi” (sfortunato), la polacca “radioukacz” (telegrafista per la resistenza), la giapponese “naa” (accordo circoscritto), l’olandese “gezellig” (accogliente), la tâmil “selathirupavar” (assenza non autorizzata), la russa “pochemuchka” (chi fa troppe domande), l’albanese “klloshar” (perdente)… Nello specifico, Nabokov si riferiva al termine russo “toska“, più simile a un vago languore, di cui non si riesce ad afferrare l’origine, insomma quel desiderio intenso di qualcosa che non esiste. Alla stessa maniera, la bulgara “tăgà” sarebbe difficilissima da trasporre: “prossime per significato – dice Gospodinov – sono parole come ‘tormento’ e ‘malinconia’, ma non si tratta proprio della stessa cosa. È la sensazione incombente di irrealizzabilità, di qualcosa di mancato per sempre e non verificatosi. La parola ha una pronuncia gutturale, come se dovessi inghiottire qualcosa: tă-gà… Il suo stato fisico è la liquidità”. E proprio liquida si pensava fosse, anticamente, la melancolia, pseudoscientificamente identificata con la “bile nera” e fredda che, nella sua “fisica” degli stati dell’essere, Gospodinov trasforma in gassosa, quindi, con un colore e un odore variabile, a seconda della persona che suscita, o per cui si prova, la tăgà.

Il centro del libro è dedicato proprio a questa maniera in cui è stato vissuto il tramonto del comunismo da parte d’un bambino nascosto in un seminterrato, dal quale ascoltare il clandestino rumore d’una lontana radio libera, mentre il mondo esterno non veniva mai inquadrato nel suo vero volto, bensì nella metà inferiore del Minotauro, le sole gambe. Da qui la rapsodica riflessione sul mito di Pasifae e di quel figlio descritto come un bimbo emarginato, a cui finalmente un tragicomico monologo dona una parola, per altro sempre negatagli dalla letteratura classica.

Friedrich Dürrenmatt (1921-1990), con Minotauro, una ballata, nel 1985, aveva provato a dar voce all’inconsapevole, totale animalità d’un essere costretto a non esistere, se non in una commovente vicenda di reclusione, nel corso della quale un’infinità di specchi riflettevano continue illusioni di relazionarsi, fin quando l’unico rapporto che troverà con gli umani sarà l’inganno della sorella Arianna e la morte per mano straniera. Il carattere di straniamento, solitudine, isolamento, riflessività e utopia viene accentuato dalla presenza degli specchi. Un ibrido, per sua stessa natura, e per costrizione sospeso, da solo e soltanto in un “non-luogo”, rimarca quell’instabilità del confronto con l’altro, soprattutto nel terreno postmoderno d’una totale e assoluta interpretabilità.

Non mancano altri riferimenti letterari recenti, a partire dai racconti La casa de Asterión (El Aleph, 1949) e Abenjacán el Bojarí, muerto en su laberinto (aggiunto all’edizione del 1952, sempre di El Aleph), per i quali Jorge Luis Borges (1899-1986) si è rispettivamente ispirato a una tela di George Frederic Watts del 1896 e a Dante Alighieri (Inferno, Canto XII, vv. 11-13): “e ‘n su la punta de la rotta lacca/ l’infamïa di Creti era distesa/ che fu concetta ne la falsa vacca”.

La “discesa agli inferi” viene ritenuta necessaria in campo analitico, come scriveva Paul Diel (1893- 1972), quale “lotta spirituale contro la rimozione” (Le Symbolisme dans la Mythologie grecque, 1952). Attraverso di essa, diventa più facile liberarsi da quel “labirinto” costruito dalla ragione nell’inconscio. È questa la lettura che de “Il Minotauro” dà la rivista di Psicologia del Profondo fondata da Francesco Paolo Ranzato nel 1973 e adesso diretta da Luca Valerio Fabj, per il Gruppo Persiani Editore.

 

L’immagine è unica. È stata trovata nei dintorni dell’antica città etrusca di Vulci, nell’odierno Lazio. Si può vedere tra le collezioni della Biblioteca Nazionale di Parigi. Qualcuno ha avuto il coraggio di ricordare quello che è evidente e che il mito dimentica con facilità. Si tratta di un neonato. Tenuto in grembo e partorito da una donna. Si tratta di un lattante, non di una belva. Un piccolo che sarà presto relegato in un sotterraneo. Probabilmente c’è voluto del tempo, mesi, forse uno o due anni, prima che Minosse decidesse di nascondere agli occhi del mondo un bambino marcato a quel modo. Se osserviamo attentamente le espressioni della mamma e del figlio, scopriremo che entrambi ne sono già consapevoli” (Georgi Gospodinov Fisica della Malinconia, 2013).

I re magi dell’epifania di questo sfortunato bambino furono i terribili giudici dell’Ade, Radamante, Eaco e Trittolemo. In quanto padre adottivo, Minosse si sarà astenuto! (o rintanato in uno scantinato).

L’archetipo del Puer Aeternus, al femminile, corrisponde alla Kore, colei che risveglia, sorgente d’energia vitale e di freschezza primaverile. Horus, Eros, Hermes, Dioniso… il briccone, l’innocente… fanciulli, differiscono nel simbolismo per molte sfumature interpretative, delle contraddizioni e coni d’ombra, che nel piccolo Minotauro divengono evidenti e inquietanti, anche perché poi fanno quadrato e si completano con il polare opposto del junghiano Senex, del Saturno-Cronos, il profeta, il mentore, signore del tempo e soprattutto del karma. Ma, al piccolo Minotauro, la maturità, la perfezione, del Senex è negata, il suo volto è destinato a rimanere il muso d’un vitello.

L’assenza dei sentimenti, l’incapacità d’amare, l’impossibilità di vivere la dimensione affettiva dell’esistenza, la mancata integrazione con il femminile, traspaiono da questa raffigurazione di ‘Madonna’ perplessa di fronte all’annuncio del numinoso. La prospettiva del Minotauro è bifronte, in una relazione di reciprocità e contrapposizione, come avviene in tutte le mitiche creature, metà uomini e metà bestie, centauri, satiri… Ganesha, Horus, Anubi potrebbero essergli affini. Anubi proviene dal mondo infero, come il Minotauro viene rinchiuso nel labirinto, ma, a differenza degli eroi ritualmente iniziati (Orfeo, Ercole, Ulisse ed Enea, discesi all’Ade da vivi), a cui viene rivelato il significato, telos, lo scopo, il senso, “ciò nel cui interesse” si viene in-viati (in) e avviati (a), lui, figlio della colpa e della follia di Pasifae, è costretto a vagare in eterno in quei meandri dove il suo pathos sarà per sempre inchiodato da Teseo.

Nel “poema in prosa”: Prolegomeni all’uccisione del Minotauro (1972), l’indimenticato Giorgio Ruggero Celli (1935-2011) rifletteva: “ricostruire la leggibilità di un mito significa negare quella totalità mistificante che ci nasconde la lontananza insondabile del mondo; significa, al contempo, costruire una più comprensiva mistificazione del reale. Questa è, forse, la disperazione della letteratura: dover distruggere la chance magica della parola ritrovandola alla fine della propria nuova parabola“.

Puer e Senex contrassegnano gli estremi della vita psicologica e narrativa, in quanto: “L’infanzia e la giovinezza sono piene di verbi. Non puoi mai startene fermo… Poi i verbi si mutano gradualmente con i sostantivi della mezza età. Figli, macchine, lavoro, famiglia… L’invecchiamento è aggettivale” (Georgi Gospodinov Fisica della Malinconia, 2013).

Il tempo è percepito solo grazie agli aggettivi, per cui anziano equivale a lento, freddo, indeterminato, nebuloso. La malinconia migra come un gas, l’invecchiamento si compone di “quanti”… In questa fisica, i più vetusti smettono di crescere, e diminuiscono, mentre i giovani semplicemente diventano. A cambiare sono le proporzioni!

In questa destrutturazione, la nuova trinità è rappresentata da un dio sotto forma di formica e da un bambino, negli scambi di metamorfosi, innalzati entrambi allo stesso livello di ipostasi. Quando s’invecchia, questa trinità subirà un’ulteriore disarticolazione. E l’immortalità dell’uomo verrà così ridimensionata soltanto alle infinite possibilità dell’infanzia. Attraverso la fisica, si tenterà continuamente di ritornare indietro o di andare incontro a una qualche primavera dell’umanità.

 

Potrebbe essere anche il momento della separazione? La sua mano sinistra già non lo abbraccia più, si distacca e si agita lievemente da dietro il dorso del bambino per dargli l’addio. In seguito il mito avrebbe tramutato questo bambino in un mostro, per giustificare il peccato della sua reclusione, un peccato estensibile a tutti i futuri bambini che saranno abbandonati” (Georgi Gospodinov Fisica della Malinconia, 2013).

Una speciale “empatia patologica” verso tutte le esistenze, comprese quelle animali, vegetali e minerali, e gli spazi, tenta di surrogare il contatto smarrito col tempo e con gli altri, attraverso il collezionismo: “Ricordo ancora la grande Glaciazione e la fine della Guerra Fredda (…) Mi ricordo di esser nato come rovo di rosa canina, pernice, ginkgo biloba, lumaca, nuvola di giugno…”.

Per Gospodinov, l’elencazione si traduce in una forma particolarmente privilegiata del narrare, in quanto anti-apocalittica. E pure “antidiluviana”, perché, quando Noè deve abbandonare la terra (promessa), menziona tutti gli animali, puri e impuri, come quando ci si trova sull’orlo d’un precipizio, o si sta per morire, oppure si deve partire, lasciando ogni cosa. La sensazione della fine è una ricognizione nella personale collezione, come un raccogliere. Persefone viene rapita dalla morte mentre coglieva fiori in un prato. Sono gli ultimi i momenti in cui vengono in mente le proprie essenzialità, ciò che si rivela di maggiore importanza e che si vorrebbe possedere per sempre. La “Roba mia, vientene con me!” del contadino Mazzarò, nelle Novelle rusticane (1883) di Verga, per lo scrittore bulgaro si trasforma nelle “storie” che ci portiamo dietro, un posto dopo l’altro.

Una mania emblematica, l’anancastica del collezionista, tipica dello stato in cui si sfaldano le vicende, e prorompe una malinconia benjaminiana (quella de “il compito del traduttore”, Die Aufgabe des Übersetzers, 1923), intesa non come categoria intimistica, ma come moderno tòpos ove consumare la tragedia della perdita d’ogni sensibilità. “La malinconia, come i gas e i vapori, non possiede una consistenza e una forma propria, ma assume la forma e la consistenza del recipiente o dello spazio che occupa”. Lo sforzo di conservare l’abilità più effimera, o puramente immaginaria, si concretizza in una fisica quantistica (“le cose che mi interessano non hanno peso. Il passato, la malinconia e la letteratura”), in un montaggio di frammenti, di motivi alternati, quasi fosse l’epica d’un sistema di rime, come dichiara il fantomatico e proteiforme personaggio di Gaustìn: “il romanzo non è ariano”, e può contenere qualsiasi cosa, sempre che sia “romanzo” quel genere che di continuo si riformula per non ridursi a stereotipo.

Chi ha decretato cinicamente che “non si può essere un grande poeta bulgaro” (Montale nel 1963, riprendendo il direttore del Corriere della Sera, negli anni ’50, Mario Missiroli), forse, altrettanto cinicamente, è stato smentito.

 

Giuseppe M. S. Ierace

 

 

Bibliografia essenziale:

Benjamin W. Charles Baudelaire, Tableaux Parisiens. Deutsche Übertragung mit einem Vorwort über die Aufgabe des Übersetzers, Verlag von Richard Weißbach, Heidelberg 1923

Celli G. R. Prolegomeni all’uccisione del Minotauro, Feltrinelli, Milano 1972

Diel P. Le Symbolisme dans la Mythologie grecque. Étude psychanalytique, Payot, Paris 1952

Gospodinov G. Fisica della Malinconia, Voland, Roma 2013

Ierace G. M. S. Lacune, http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/atri-argomenti/lacune-imparare-a-vivere-da-%E2%80%9Cvuoti-a-perdere%E2%80%9D-nostalgie/2176/

Ierace G. M. S. Interpretare…, http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/atri-argomenti/interpretare-il-linguaggio-del-corpo-e-gli-%E2%80%9Cscherzi-della-natura%E2%80%9D-mose-e-le-pieta-senili-il-gatto-di-montaigne-%E2%80%93-traduttoretraditore-paremiologia-antigone-di-sofocle/2797/

 







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