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Il Kitsch

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 7 Febbraio 2015 | 1,262 letture | Stampa articolo |
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L’anancasmo del giudizio si esprime nell’ossessività per i valori, per il rispetto d’una gerarchia prestabilita, la cristallizzata conservazione, l’ordine immoto e la discriminazione netta, la divaricazione tra il tutto e il contrario di tutto: buono cattivo, bello brutto, culturale sottoculturale.

Al buon gusto si contrappone quanto si considera dozzinale, kitsch, mentre allo scarto si risponde con il riciclaggio per cui, a seconda dell’atteggiamento, della predisposizione, del periodo storico, della cultura imperante, del punto di vista, o della classe sociale, ci sarà una forma d’arte intesa a nobilitare i rifiuti, e tutto ciò che viene definito trash, e un’indisponibilità ad accettare e/o convivere con le rimanenze, rendendo addirittura improponibile e impensabile quello che era il rito dell’asàrotos oikos, con cui, nell’antichità, si offriva alle entità ultramondane ciò che era rimasto dopo la fruizione del pasto d’una giornata di festa.

Asàrotos oikos

Gli antenati sono sempre assurti allo stato di divinità protettive, dotate di immensi poteri e soprattutto in grado di procurare benefici. Sono essi a ricevere un culto costante all’interno delle case. Perché quanto si trova tra le mura domestiche costituisce un ambiente autonomo, il cui ingresso, a sua volta divinizzato (ianua), doveva scongiurare i malefici provenienti dall’esterno. Ogni oggetto della sfera domestica, per i latini, era ricettacolo di un numen: Deuerra era deputata alla pulizia della casa, Arculus proteggeva la madia, Lateranus i mattoni del focolare, Vesta il vestibulum

In origine questo culto doveva essere stato, prima che urbano, prettamente rurale, rivolto a particolari divinità appartenenti a un Pantheon dai caratteri agresti. L’usanza più arcaica che testimonia il perdurare di questo culto domestico consisteva nel lasciare, alla fine del pasto comune della famiglia, avanzi di cibarie destinati ai Penates. Si tratta d’un memoriale residuale del primitivo rito del banchetto, a cui avrebbero dovuto partecipare i defunti, per i quali si lasciava qualcosa da mangiare o si gettava parte delle portate nel focolare, che un tempo costituiva realmente la tomba degli antenati della casa. Soprattutto durante i giorni di festa un tale cerimoniale rivestiva valore altamente propiziatorio.

Persino nell’iconografia musiva della pavimentazione delle sale dei banchetti, si rappresentavano, in modo decorativo e permanente, i resti del pasto lasciati in terra, quale offerta ai defunti, reinterpretando così emblematicamente quel rito, tanto profondamente sentito nel mondo classico, di invitare i morti al proprio desco, attraverso il cerimoniale della “stanza da pranzo non spazzata” (appunto asàrotos oikos), dove oikos vuol dire inequivocabilmente, e allo stesso tempo, anche stirpe, casa, tomba e tempio.

A Tunisi, nel Museo nazionale del Bardo, che espone la più bella collezione di mosaici di tutta l’Africa settentrionale, accanto al celebre Trionfo di Bacco, Nettuno, e delle Muse, al mosaico di Virgilio e al cosiddetto “mare pescoso”, compare l’originale tema dello stato in cui veniva lasciato il pavimento dopo un convivio, con bucce, gusci d’uova, lische di pesce e altri avanzi sparsi disordinatamente qua e là.

Kitsch e Trash

Ma, oggi, a proposito di kitsch e di trash, complessità e confusione si sovrappongono fino a sovradimensionare ogni stima equilibrata.

Accogliere come elementi di gusto la serialità, l’apparenza, l’esteriorità, sino all’ostentata sollecitazione emotiva è piuttosto improbabile. Più propriamente, sembra essere l’armonia, l’equilibrio, la misura a caratterizzare il buon gusto; “caratterizzare” appunto perché in fondo il “gusto” è una sorta di dimostrazione di “carattere” .

Proporzioni di forme e di volumi, o accostamenti di colori si dispiegano su di un gradiente di gradevolezza che si appiana sul cattivo gusto per allontanarsene man mano, in seguito all’attribuzione di sobrietà, eleganza, raffinatezza, sino a giungere a toccare note di delicatezza e di stile.

Tutto ciò che risulta privo di carattere, che non si pone su di una linea di continuità, contiguità, analogia e, a volte di contrasto, rientrerebbe nella dimensione del cattivo gusto.

Il termine tedesco kitsch comprende però anche l’intenzionalità con cui il singolo individuo si rivolge all’oggetto di cattivo gusto, comprende le emozioni che attraversano un tale individuo, i bisogni di appagamento di cui necessita.

Spesso si tratta forse semplicemente di manifesta indifferenza nei confronti dell’altrui giudizio e delle critiche personali, di una mancata adesione alla realtà circostante, insomma d’una sorta di “disadattamento” che si esprime accentuando la distanza dai valori condivisi.

O forse è solamente il frutto immaturo di un non ancora consapevole moto di transizione: da un’epoca all’altra, da un territorio all’altro, da un gruppo a un altro, da una cultura a un’altra.

Perdita dell’universo simbolico

Si tratterebbe comunque di una perdita, la perdita dell’universo simbolico, associata all’irresponsabilità verso il prossimo, o verso quella parte di se stessi che, in qualche modo, questo prossimo rappresenta, un vissuto interiore che si proietta all’esterno senza sentimento, senz’anima. Le introiezioni personali, ciascuno di noi le restituisce al di fuori in una sintesi che risente d’un’elaborazione del tutto incontrollata. L’alchimia di tale trasformazione affida ad altri l’ingrato compito metamorfotico e il “feticcio” viene frettolosamente “evacuato” prima ancora della sua opportuna metabolizzazione. E’ a questo punto d’una certa ecologia di sistema che il kitsch potrebbe sovrapporsi al trash, come una speranza di redenzione, con l’augurio che dell’inutile scarto  possa farsi buon uso, e che il genio di qualcun altro possa elevare il prodotto d’una fisiologica deiezione a “merda d’artista” [Piero Manzoni (1933-1963)].

Individuazione

Si dice che negli escrementi si annidi il demonio. E chi usa gli occhi per guardare al macrocosmo, come la religione, perde di vista il diavolo che invece si nasconde nei dettagli.

La Psicoanalisi, come la Gnosi, che pone nel giusto rilievo l’importanza dei particolari, forse s’avvicina di più alla demonologia. L’individuazione potrebbe riconoscersi in questo tentativo di messa a fuoco, uno sforzo che partendo dai grandi sogni e simboli universali ci accompagni fino ai piccoli gesti d’ogni giorno, agli sparsi frammenti della nostra vita.

L’attenzione si va restringendo sino alle cose minuscole, il luogo più particolareggiato, la forma più sottile; e la dimensione microscopica acquisisce tutt’un’altra misura, e ci spinge a rivolgere l’interesse e lo sguardo dentro, a guardarci con altri occhi, quelli interiori.

 

Il contagio delle idee

Grazie a un contagio del trash da parte del kitsch, la trasgressione dell’immagine la si può far rientrare in una sorta di conservatorismo spirituale, se l’intervento mediatico banalizzante (populista e pseudodemocratico) non ponesse sullo stesso piano ogni commento di levatura diversa espresso su un qualsiasi argomento.

Il trash – puntualizza Andrea Mecacci (“Il Kitsch”, il Mulino, Bologna 2014) – ha sempre il coraggio di dire le cose come stanno (‘dire le cose in faccia’, in completa opposizione all’assunto camp di godere delle ‘cose-che-sono-come-sono’), assolutizzando i propri principi o in una ricerca tautologica dell’oggettivo (se una ragazza è bella vuol dire che è bella) o in un estremo relativismo soggettivistico (conta solo se quella ragazza piace a me e il resto dei giudizi non conta)”.

Quest’estetica della prima impressione, dell’immediatezza, che valuta l’apparenza, o una valenza percettiva, trova espressione linguistica in formulazioni epidermiche (“a pelle”) o viscerali (“di pancia”), esemplificatrici di un’estetica dell’appariscenza (trash), che “colpisce” sensazioni, e memoria, senza “lusingare” sentimentalmente (kitsch). Perché il trash si disinteressa della complessità e non si relaziona mai alla cultura alta, semmai recuperandola in negativo. La parodia della critica cinematografica eseguita dal Fantozzi-Villaggio a proposito de “La corazzata Potëmkin”, storpiata in Kotiomkin, ne costituisce un illuminante esemplificazione in quanto avrebbe accantonato nella memoria collettiva il nome di Ejzenštejn, valutando assolutamente noioso e troppo lungo un film muto nella realtà di durata addirittura ridotta. Ciò che risalta e rimane, in questo caso, è l’esplosione massificatrice della mediocrità e rivoluzionaria dell’evidenza nel denunziare una “nudità del re”.

José Ortega y Gasset (1883-1955) avrebbe spiegato che “l’anima volgare, riconoscendosi volgare, ha l’audacia di affermare il diritto della volgarità e lo impone ovunque” (La rebeliόn de las masas, 1930).

“Junk culture”

Il trash e il suo equivalente tedesco Schund possiede accezioni antropologiche, poetiche, artistiche, ed estetiche, in una dimensione avanguardistica comprendente New Dada, Arte Povera, Pop Art che configura quella che Lawrence Alloway (1926-1990), in occasione della mostra “The Art of Assemblage“, tenutasi al Museum of Modern Art di New York, nel 1961, definì “junk culture”, perché del riciclo di materiali di scarto, avanzi e rifiuti, fa il perno della propria poetica.

In “The Philosophy of Andy Warhol (From A to B & Back Again)”, lo stesso Andy Warhol (1928-1987) sottolinea l’aspetto ludico e metalinguistico della volgarità, servita in salsa camp, in un ventaglio di elaborazione delle rimanenze (leftover) che le renda meno brutte, “o almeno interessanti”.

Kitsch, Trash e Camp

Il camp potrebbe identificarsi in una consapevolezza del cattivo gusto, nel “kitsch redento” di Gillo Dorfles, o “sublimato” di Fabio Cleto, cioè nell’ossimorico “buon gusto del cattivo gusto”, in quanto nella messa in scena ci mette ironia e intenzione al fine di manipolarne i risultati.

Susan Sontag (1933-2004), nel saggio “Notes on ‘Camp’”, apparso per la prima volta nel 1964, sulla  “Partisan Review”, affronta l’argomento riconoscendo che il Camp sia “una forma particolare di estetismo. È il modo di vedere il mondo come fenomeno estetico. Questo modo, il modo di Camp, non si misura sulla bellezza ma sul grado di artificio e di stilizzazione”.

Art Nouveau

Il “cifrario privato” che ha improntato questo stile virgolettato (perché pone “ogni cosa tra virgolette”), lo imparenta all’art nouveau, in una deliberata ambiguità che preferisce “le cose-che-sono-come-non-sono”.

Travestitismo sessuale

Manifestazione tipica quindi il travestimento, in una ricostruzione della soggettività, e nell’androgina sospensione di genere, il fanatismo per i divi, il culto del personaggio più che quello per la persona. E difatti, di questa non interessa il suo sviluppo esistenziale, e neppure le sue espressioni intime, bensì l’impostazione iconica, la forma, la maschera, il gesto, la moda a cui abbia dato avvio nell’imaginario dei suoi fans. Il modello incarnato d’una certa idea di femminilità sottintende, e pretende, quel vittorioso artificio sull’identità sessuale, il make up marginalizzante e fascinoso, il trucco trasformista.

I travestiti sono archivi ambulanti della femminilità ideale… Ce ne vuole per sembrare l’opposto di come ti ha fatto madre natura, per diventare l’imitazione di quello che era la fantasia della donna che ti eri fatto all’inizio” (The Philosophy of Andy Warhol (From A to B & Back Again), 1975).

Teatralizzazione dell’esperienza

La questione della distinzione tra kitsch e camp è riposta nell’estetica della bellezza a cui il primo si appella nell’attivare dei parametri di immedesimazione, comprensibilità, sentimentalismo, tecnica. Mentre il camp non si interessa a questa differenza e la supera nell’indifferenza verso ogni gerarchia di valori del bello e del brutto. Paradigmatiche: la distanza che si realizza nel “classico” nesso “tra l’intenzione e l’esecuzione”, la tendenza “espressiva” dell’inquietudine e dell’alienazione, quale frammentaria trasgressione del gesto irrisolto nell’oscurità esistenziale delle avanguardie, e infine la “teatralizzazione dell’esperienza”, “nel rischio di identificarsi completamente con stati sentimentali estremi”.

Pop-camp

Lo stile camp non è privo di altri illustri antecedenti in Bosch, Sade, o Rimbaud, ma trova, nel trattare “il frivolo con serietà e il serio con frivolezza”, una diretta filiazione nel dandysmo wildiano, ormai irreggimentato però in un quadro più ampio di cultura di massa (il Popcamp di Fabio Cleto) che non esibisce più il rifiuto della volgarità. Anzi, ironizzare su di essa è divenuto motivo fondante e costitutivo, di un gusto inclusivo, inaccessibile al kitsch.

Il kitsch farebbe del sentimento il suo messaggio, ma questo orientamento su parametri di serietà e di gusto poi lo tradisce. Il trash attiva il proprio compiacimento sull’eccesso di trasgressione, sul piacere di eludere delle norme codificate alle quali vorrebbe restare fedele il kitsch. Sembra che voglia perpetuare le fasi più arcaiche dello sviluppo psicologico, nelle categorie freudiane, legate strettamente alla fisicità: sessualità, cibo, escrementi, violenza. Da qui il turpiloquio per contrastare buone maniere ed educazione, la derisione nei confronti della religione e del matrimonio, lo scherno per scuola, stato e famiglia, nel totale rifiuto dei capisaldi culturali della civilizzazione.

Se nel “postmoderno”, tematizzato da Venturi, Scott Brown e Izenour, in “Learning from Las Vegas” (1972),  Fredric Jameson, noto per le sue analisi critiche delle correnti culturali contemporanee, ravvedeva del “populismo estetico”, nel trash si ritrova della prepotente retorica, ibrida d’una metaestetica ri-categorizzante della contaminazione e incongruità della libertà d’espressione, della riduzione della complessità in favore del fallimento emulativo, della massificazione di ciò che resta dei processi culturali. Ma, come cantava a sua discolpa Paul McCartney, accusato di produrre solo superflua musica di sottofondo (canzoncine insomma, muzak): “Some people wanna fill the world with silly love songs, and what’s wrong with that?” (Se c’è qualcuno che vuole riempire il mondo con stupide canzoni d’amore, che c’è di sbagliato in questo?).

Per comprendere il cattivo gusto – scrive, in “Shock Value” (1981), John Waters, di cui è famoso il tono dissacrante e provocatorio – bisogna avere molto buon gusto. Il buon cattivo gusto può essere creativamente nauseante ma deve, allo stesso tempo, appellarsi a quel senso dell’umorismo particolarmente contorto che è tutt’altro che universale”.

Anche se particolari fenomenologie ed eccentricità non andassero commentate in alcun modo, il linguaggio, sia pur della volgarità, necessiterebbe pur sempre d’una caratterizzazione antropologica, che lo possa declinare all’interno d’una specifica cultura.

 

Giuseppe M. S. Ierace

 

 

Bibliografia essenziale:

Cleto F. Popcamp, Marcos y Marcos, Milano 2008

Dorfles G. Nuovi riti, nuovi miti, Einaudi, Torino 1979

Ierace G. M. S. Una casa senza porte, Calabria Sconosciuta, XXI, 77, 35-36, Gennaio-marzo 1998

Ierace G. M. S. Travestitismo femminile: il culto bizantino delle sante “che si fanno maschi”, Calabria Sconosciuta, XXIV, 89-90, 55-58, Gennaio- giugno 2001

Koenig G. K. Il design è un pipistrello mezzo topo mezzo uccello, Ponte alle Grazie, Firenze 1995

Mecacci A. Il Kitsch, il Mulino, Bologna 2014

Ortega y Gasset J. La rebeliόn de las masas, Ediciones de la Rivista de Ocidente, Madrid 1930

Sontag S. Against Interpretation and Other Essays, Farrar, Straus & Giroux, New York 1966

Venturi R., Scott Brown D. and Izenour S. Learning from Las Vegas. The Forgotten Symbolism of Architectural Form, The MIT press, Cambridge (Mass.) 1972

Warhol A. The Philosophy of Andy Warhol (From A to B & Back Again), Harcourt Brace Jovanovich, New York 1975

Waters J. Shock Value, Delta, New York 1981

 







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