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La vita sarebbe infinitamente più felice se nascessimo ad ottant'anni e ci avvicinassimo gradualmente ai diciotto. Mark Twain
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Il Destino come occasione

category Atri argomenti Raffaele Frisone e Giada Bruni 30 Novembre 2007 | 6,574 letture | Stampa articolo |
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Il tema di ricerca che abbiamo affrontato ci ha catturato in modo particolare: inizialmente abbiamo pensato che fosse un argomento decisamente stimolante, per-ché affronta un tema esistenziale profondo che evoca domande spirituali e posizioni individuali del tutto differenti, che centrano l’ essenza della modalità con la quale affrontiamo e interpretiamo l’ esistenza e tutto ciò che ne fa parte. Questa riflessione ci ha spinto ad approfondire e a ricercare un quadro di riferimento che ci aiutasse ad esplorare una delle domande fondamentali che da sempre l’ uomo si pone per dare un senso alla propria vita, tessuta anche da eventi sui quali non ha controllo.
In seguito, abbiamo riflettuto anche sul senso più personale che ci ha spinto in questa impresa per certi versi titanica, dato il tema che coinvolge aspetti mitologici, religiosi, filosofici e psicologici. Noi pensiamo che l’ interesse profondo nel cercare un senso alla propria vita, che richiama concetti come Destino, scelta individuale e responsabilità, sorga da un momento psicologico in cui si riflette sulla probabilità e ci si apre alla possibilità, in una realtà esistenziale che non sapremo mai quanto è data dal Destino già scritto o dalla capacità individuale di essersela saputa costruire. La probabilità è quindi un momento di riflessione che ci accompagna in ogni momento in cui riflettiamo sui sentieri che la nostra vita percorre, mentre la possibili-tà si pone nello svolgersi vero e proprio degli accadi-menti disseminati lungo questi sentieri, diventando momento di azione e scelta, o di non-azione e comunque scelta; una concezione che richiama la scelta sia nell’ azione che nella non-azione implica inevitabilmente il tema della responsabilità.

Il riconoscimento e l’ accettazione della responsabilità del nostro destino e delle nostre azioni ci sembra l’ unica posizione che consente di conciliare le due concezioni estreme con cui l’ uomo si rapporta al destino: una “fatalistica” che vede come unica possibilità l’ accettazione passiva degli eventi; l’ altra “illuministica” che concepisce il destino come un processo aperto in cui l’ uomo esercita un ruolo almeno parzialmente creativo. Per approfondire la moltitudine di elementi che sono coinvolti in questa ricerca siamo partiti dalla concezione più antica del Destino, che nasce dal mito e vie-ne coltivata dalla filosofia, fino a giungere ad una concezione moderna, che ci riguarda più da vicino. Nel percorrere teorie e riflessioni ci ha accompagnato certamente un’ emozione molto più personale che tocca da vicino le nostre vite, ovvero il nostro incontro, che certamente il Destino ci ha preparato, ma che noi, in qualche misura, abbiamo determinato; infatti ci siamo mossi intorno a una interpretazione soggettiva che è la motivazione principale di questo lavoro: gli accadimenti più importanti e rivoluzionari della nostra vita esistono già in potenza nel nostro Destino e noi li rendiamo reali attraverso la nostra capacità di crederli possibili. Per questo lavoriamo, soffriamo o gioiamo, e scegliamo, affinché questi avvengano, e anche quando ci colpisce un Destino avverso, crediamo che l’ uomo possa accoglierlo per il suo percorso di crescita.

Ci sono tornate in mente le parole di Paulo Coelho, in uno dei tanti libri che entrambi “casualmente” aveva-mo già letto prima di conoscerci, per dare corso a questo Destino:

Il guerriero della luce crede.
Poiché crede nei miracoli,
i miracoli cominciano ad accadere.
Poiché ha la certezza che il suo pensiero può modificare la vita,
la sua vita comincia a mutare.
Poiché è sicuro che incontrerà l’ amore,
l’ amore compare.

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Indice:

Il concetto di destino nel pensiero occidentale
Introduzione
Origini mitologiche
- Erinni e Nemesi
- Môira
- Il dáimōn
Il concetto di destino in filosofia
- La filosofia greca: Platone; gli stoici
- Oltre la filosofia greca: la tradizione latina; il neoplatonismo, la scolastica
- Il pensiero moderno: dal romanticismo all’ esistenzialismo
Conclusioni
Bibliografia
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Le origini mitologiche

Nel corso della nostra ricerca abbiamo ben presto rilevato come l’ età antica presenti già un quadro sufficientemente esauriente della problematica generale dell’ idea di Destino; è infatti nel mito e nel pensiero dei greci che sono venuti formandosi i punti di vista fondamentali di questa idea, coltivati dalla filosofia e ripresi poi in gran parte dalla teologia cristiana e dalla psicologia. Il concetto di Destino nella mitologia greca è sostenuto da una visione di tipo “Pessimistico” e “Tragico”, dove l’ essere umano risulta sottomesso alla fatalità degli eventi; l’ idea di ineluttabilità viene rappresentata da precise figure mitologiche, infatti nel pensiero pre-filosofico il Destino assume le caratteristiche dell’ esperienza che l’ uomo fa di tutto quanto non dipende da lui, e perciò si incarna in figure che via via rappresentano sfumature diverse assumendo i significati di punizione, vendetta, morte, maledizione, ai quali gli Dei stessi sono sottoposti. Erinni e Nemesi Le Erinni sono le più antiche divinità elleniche che evocano il concetto di Destino, infatti sono figure che non hanno altra legge se non loro stesse e a cui anche gli Dei devono obbedire. Nella mitologia greca, a partire dal XV secolo a. c. , Erinni (il cui numero dapprima è indeterminato e in seguito si riassume in un’ unica figura) è una Dea che ha la funzione di vendicare il crimine che turba l’ ordine sociale; in questo senso assume la funzione di proteggere l’ ordine del mondo contro le forze anarchiche e di conseguenza ricordare all’ uomo la sua condizione mortale e subordinata. Il legame della figura di Erinni con l’ idea di Destino consiste essenzialmente nel carattere fatale ed inevitabile della punizione, alla quale non è possibile sfuggire neppure attraverso il favore degli Dei. Le Erinni vengono raffigurate come creature alate con i capelli intrecciati di serpenti, tengono in mano torce o fruste, la loro dimora è l’ oscurità degli inferi e quando si impadroniscono di una vittima la fanno impazzire torturandola: questa rappresentazione sottolinea senz’ altro l’ aspetto feroce e implacabile del Destino. Inoltre il loro numero indeterminato rimanda da una parte ad un aspetto di ambiguità del Destino, dall’ altra alla molteplicità degli eventi attraverso i quali si esprime. La successiva figura mitologica collegata al Destino è, in ordine di tempo, Nemesi che come le Erinni punisce il crimine, ma più precisamente personifica la Vendetta divina (dal greco némesis vendetta) contro ogni eccesso umano e quindi si occupa di ridimensionare tutto ciò che si innalza al di sopra della sua condizione, sia in bene che in male. Con Nemesi il concetto di Destino subisce una prima evoluzione, in quanto manifesta chiaramente uno tra i principi fondanti della cultura el lenica, per cui ogni singolo essere del mondo è parte dell’ ordine totale. Per mantenere quest’ ordine universale è dunque necessario che ogni individuo rimanga relegato alla posizione che gli è stata assegnata nel mondo, ovvero che come ingranaggio dell’ ordine totale assolva la funzione per cui è stato creato. Il concetto di Destino comincia così ad assumere una sfumatura meno arbitraria e maggiormente necessitante, dato che Nemesi, controllando l’ individuo come parte del tutto, risponde all’ esigenza di mantenere l’ equilibrio dell’ universo. Moira Il nome più usato di frequente, a partire dall’ VIII secolo a. c. , nella cultura greca arcaica per designare la divinità del destino è Môira, che in greco significa “parte” o “porzione”. Questa constatazione semantica ci riporta a una nozione di Destino come “parte” e “ruolo” che una società gerarchicamente organizzata stabilisce per ognuno dei suoi membri, assumendo così un significato anche sociologico. Dunque il Destino sarebbe stato un sostantivo dal significato profano (“la parte”), e solo in seguito sarebbe andato man mano personificandosi nella figura di una Dea distributrice delle parti, la Moira appunto. Ancor prima però le Moire erano un gruppo di più dee; l’ immagine più nota e più frequente nei Lirici e nei Tragici è infatti quella delle tre Moire, e anche se questa struttura ternaria si riscontra per le divinità da noi considerate in precedenza (come le Erinni), qui si definisce in modo più netto attraverso i nomi delle tre sorelle Cloto, Lachesi e Atropo. Esse, per ogni mortale, regolavano la durata della vita dalla nascita alla morte, con l’ aiuto di un filo che una filava, la seconda avvolgeva e la terza tagliava, allorché la vita corrispondente era terminata. Da qui il concetto di “parte” assume anche il significato di “porzione”, cosicché in principio ogni essere umano ha una parte, di vita, di felicità, di sfortuna, ecc. Inoltre il simbolismo del filo e della tessitura rappresenta uno dei modi più belli e più profondi con cui l’ uomo, nella mitologia, ha cercato di rappresentare il concetto di Destino, che, con le Moire, assume un carattere intermedio tra religione e filosofia. Le figure omologhe alle Moire, nella cultura latina, sono le Parche, divinità del Destino che nella religione romana sono i demoni della nascita, chiamate le tre Fate, assimilate poi nel Dio del destino Fatum, una specie di demone personale che simboleggiava il Destino individuale. Questo aspetto individualizzato e soggettivo che incontriamo con il demone è, in Grecia, alla radice del concetto di dáimōn, che sposta l’ idea di Destino verso una concezione di tipo filosofico. Il dáimōn. L’etimologia del dáimōn, che significa demone, non è del tutto chiara, ma sembra in relazione con il verbo dáiō, che vuol dire “distribuisco”; in questo senso rimanda al tema della “distribuzione delle parti” proprio della môira. In ogni caso, dáimōn, è senz’ altro una figura mitologica del destino, però in una maniera del tutto particolare. Un demone infatti non gestisce il destino nel senso della totalità di una vicenda umana o di un processo naturale: il suo manifestarsi è un intervento istantaneo, saltuario, non necessariamente determinante, ma comunque incisivo e soprattutto imponderabile, per esempio un improvviso colpo di fortuna o una disgrazia, che però si colloca alla base di un contesto significativo di fatti. Queste sono le forme attraverso le quali il demone dà la sua impronta al destino di un individuo e introduce, nella visione antica, una concezione che abbiamo definito di tipo “illuministico” dove si esprime il ruolo parzialmente determinante dell’ uomo sul corso degli eventi. Esiodo dice che i demoni sono i guardiani delle azioni buone o cattive degli uomini; il demone però non punisce e non consiglia le azioni bensì le guida e in ciò comincia ad emergere, con la filosofia di Eraclito, il principio per cui il Destino e il Dio non stanno fuori, ma dentro l’ uomo, rappresentano cioè il carattere stesso dell’ individuo, perché il carattere che l’ uomo si trova a possedere è per lui un Destino, è il suo demone.

Più esplicito è il senso che Platone ha dato al demone. Nel mito di Er (X libro della Repubblica) il filosofo spiega che l’ anima, prima di incarnarsi, sceglie un percorso di vita che dovrà compiere e riceve un dáimōn come compagno, incaricato di determinare le circostanze oggettive e le azioni fatalmente conseguenti a tale scelta. Il dáimōn quindi in un certo senso governa la vita di ogni uomo, ma le sue azioni sono la conseguenza di una scelta dell’ individuo stesso e perciò esso rappresenta una realtà psicologica e morale, l’ interiorità, che è la parte migliore di noi, il nostro vero e più profondo io. Ci sono stati tramandati numerosi nomi e funzioni di dáimōnes, esseri immanenti non solo ad un individuo, ma anche ad ogni cosa o funzione: per esempio esistono dáimōnes di città, luoghi, dispensatori di fecondità nella coppia, e altri, che ritroviamo anche nella figura del genio per i romani. Tuttavia, a differenza di Môira e Némesis, dáimōn non è mai diventato un nome proprio; a nostro parere questo rappresenta l’ evoluzione del concetto di Destino e di come l’ uomo ci si rapporta. Infatti da un’ iniziale proiezione antropomorfa di un determinismo fatale, rappresentata da una figura definita ed esterna da sé, propria delle prime rappresentazioni mitologiche, troviamo qui un tentativo di riappropriarsi della propria responsabilità e libertà, che è alla radice della contettualizzazione filosofica che tratteremo nella seconda parte di questo lavoro. Per quasi un millennio dunque il concetto di Destino è stato patrimonio della mitologia, attraverso la quale l’ uomo ha concettualizzato la sua esperienza del Destino vissuto come inevitabile, rappre sentandolo con figure feroci, capricciose, e del tutto implacabili. Vivere il proprio Destino era pertanto un fatto totalmente passivo, dominato da una forza oscura e pericolosa, inafferrabile e ambigua; peraltro per i greci anche il ricorso agli dei non aiutava a cambiare la propria sorte, dal momento che gli dei stessi contribuiscono al suo compimento: si può comprare il loro favore, con imprese e sacrifici, ma non abbiamo testimonianza, nella mitologia come anche nella letteratura, di interventi divini che possano mutare il corso degli eventi, o che rendano ragione della cecità con cui il Destino si abbatte. Questa ambiguità divina è un elemento centrale che esprime la visione pessimistica della cultura mitologica pre-platonica. E’ celebre un passo dell’ Iliade in cui Zeus si trova davanti alla possibilità di soccorrere Ettore e sottrarlo al massacro di Achille; ebbene qui si esprime chiaramente quanto abbiamo detto: il Dio si interroga sulla possibilità di cambiare il corso della battaglia, ma finisce per accettare che l’ ordine del mondo non può essere sovvertito, neanche da lui, anche se potrebbe. E’ solo successivamente, con il dáimōn, che si cerca una risposta diversa, dove il rapporto tra uomo e Dio è più diretto, personale, e dove il Destino diventa un’ esperienza più individuale e meno sociale. Questo porta a sfumare i contenuti mitologici per far posto a un pensiero più filosofico che, come abbiamo detto, introduce il concetto di libertà e responsabilità, in una visione morale. Gli dei non agiscono più solo come intermediari spettatori del Destino umano ma, come nella filosofia platonica, operano sempre per il bene dell’ uomo, nella misura in cui le difficoltà che esso incontra rispondono a una scelta pregressa fatta in nome dell’ evoluzione spirituale, alla quale gli dei non possono opporsi. L’ intervento divino, o il mancato intervento, non è più quindi in risposta all’ impossibilità di mutare l’ ordine del mondo, ma è necessario al compimento del cammino che l’ anima stessa ha già scelto prima di incarnarsi. La responsabilità che l’ uomo deve sostenere in questa nuova concezione è espressione di un cambiamento sociale e culturale che pone l’ uomo in una posizione riflessiva e meno esemplificativa, maggiormente spinta alla ricerca di principi in grado di spiegare una causalità degli eventi che costituiscono il suo destino.

Il concetto di destino in filosofia

Sia il mito che la filosofia si pongono come un’ interpretazione dell’ esperienza. Il mito la esprime attraverso figure articolate in un racconto e perciò essa è sempre nella sua essenza a-temporale, e in quanto tale più paradigmatica. La riflessione filosofica invece si serve di concetti o simboli allo scopo di elaborare una teoria che spieghi l’ esperienza nel suo farsi, giustificandola sulla base di determinati principi; questi simboli possono venire attinti anche dalla sfera mitologica, però la tendenza generale del processo riflessivo, è quella di trovare le ragioni dell’ esperienza attraverso l’ esperienza stessa. La riflessione filosofica sul destino si snoda, lungo la storia, prevalentemente intorno ai concetti di necessità, provvidenza, determinismo, causalità e responsabilità, partendo dalle prime dissertazioni platoniche e parmenidee, ancora immerse nell’ aura mitologica, passando per la riflessione stoica e neoplatonica, per l’ eredità della scolastica e del romanticismo, fino alle più vicine trattazioni esistenziali. La complessità, l’ importanza e la diffusione delle teorie riguardanti il Destino sono legate al fatto che ogni filosofia che ammetta un ordine necessario del mondo se ne è occupata; per limitare la nostra esposizione e rimanere connessi allo scopo del nostro lavoro, ci siamo attenuti prevalentemente agli autori o alle correnti che esplicitamente designano questo ordine con il termine in questione. La filosofia greca: Platone; gli stoici. La riflessione greca arcaica era sorta, come si è detto, dall’ esigenza di giungere ad una spiegazione omnicomprensiva del mondo, della vita, e tale spiegazione era stata individuata nel concetto di “necessità” finemente rappresentato nella mitologia. Tale prospettiva continua ad essere centrale anche nella cultura successiva, seppur con il significativo spostamento d’ accento che abbiamo delineato. Che il confine tra mito e filosofia in Platone, come nella cultura greca a lui contemporanea, sia molto sfumato ci appare chiaramente dal fatto che la sua opera si snoda attraverso il racconto e il commento a numerosi miti. La ragione di questa sfumatura, che in Platone assume un carattere di peculiarità, la ritroviamo nel fatto che il filosofo ha usato il mito prevalentemente in forma di allegoria concettuale più che simbolica, stimolando con i suoi celebri passi un ordine di riflessioni come quelle citate sopra a proposito del mito di Er. Er è il nome di un uomo che, gravemente ferito in battaglia e creduto morto, riprende conoscenza durante il suo funerale e racconta il suo breve viaggio nell’ aldilà. Il tema centrale del suo racconto è quello già caro a precedenti dottrine, quella orfica e quella pitagorica, che avevano parlato della “discesa delle anime”.

Er racconta come le anime si presentano al centro dell’ universo dove Anánkē tiene sulle ginocchia il grande fuso del destino e, girandolo, guida il corso delle sfere celesti; qui troviamo le Moire, e alla loro presenza ogni anima deve scegliere la forma della sua futura vita terrena. Platone prende le distanze dalle precedenti formulazioni che vedevano tale scelta come risultante di una colpevolezza, con un senso di espiazione, o legata alla memoria storica dell’ eterno ritorno, e rileva piuttosto che questa scelta non riguarda tanto l’ incarnazione come tale, o la qualità della vita che viene scelta, quanto il modo in cui l’ anima dovrà vivere durante l’ unione con il corpo, e in questo Platone esprime la sua visione moralistica: tutto ciò che l’ uomo è e rappresenta, all’ interno del ciclo delle nascite, non dipende dal Destino, né dalla volontà di un Dio, ma unicamente dalla scelta che ha operato; l’ anima è sola in questo momento di scelta, non c’ è costrizione a scegliere in un modo piuttosto che in un altro, è libera al cospetto di queste divinità che, nel rispetto di questa autonomia, rimangono fredde amministratrici del suo progetto. Le Moire assegnano poi all’ anima un demone, che l’ accompagnerà sempre e farà sì che tutti gli eventi, graditi o sgraditi, siano in conformità al tipo di vita da lei voluta. Quando nella vita osserviamo che, seppur incidentalmente, alcuni eventi sembrano essere profondamente connessi con un enigmatico nesso alle scelte e al carattere di una persona, ci troviamo di fronte alla necessità di capire se è la nostra personalità ad influenzare misteriosamente il corso degli eventi, o se è il Destino che forma dentro di noi un carattere, e fuori di noi una sorte, confacente al suo disegno già prestabilito. Per Platone l’ uomo si è dato sia il carattere che il demone del suo destino scegliendo, prima della sua nascita, la propria vita; noi vorremmo, ora come allora, prove convincenti, ma questa idea platonica non può risultare da una coerente argomentazione, quanto rappresentare una straordinaria audacia del pensiero, un’ intuizione, e di questo mistero si nutre la filosofia che ha cercato risposte al tema profondamente umano del destino. La tradizione stoica, che parte da autori come Zenone e Crisippo, riconosce nel destino la “causa necessaria” di tutto, la “ragione” dalla quale il mondo è retto; seppur in questo giustamente erede della cultura ellenica dominante del tempo, lo stoicismo presenta però per la prima volta il determinismo nel vero e proprio senso del termine: la dottrina secondo cui tutta la realtà è posta in essere da un destino inteso come catena di rapporti causa-effetto. Malgrado anche Aristotele attribuisse il principio di causalità agli eventi nella sua filosofia della natura, negli stoici questo rapporto è concatenato: non esistono eventi che non siano in relazione gli uni agli altri, bensì essi sono collegati e, ancor più, compresi in un intreccio universale predeterminato. Questo nega nel modo più assoluto l’ esistenza del caso e in questo senso non esiste per l’ uomo altro ruolo se non quello di vivere in accordo con il lógos, la ragione, la coscienza morale, possibile solo prendendo atto della forza supe riore che pervade tutta la natura. Per gli stoici quindi la virtù consiste nell’ uniformare coerentemente le proprie azioni alla grande legge fatale del cosmo, il vivere “secondo natura”; in questo l’ uomo è felice e libero. Tale posizione non coincide peraltro con una tacita rassegnazione agli eventi dettati dalla legge naturale del divenire, quanto piuttosto al vivere gli eventi del destino come una sfida che, opponendo degli ostacoli alla ragione, ne esaltano il valore combattivo. Lo stoico in sostanza non si piega alla sorte, alla necessità determinante, ma la assume come impegno morale di realizzazione: la vita e la via del saggio sono un impegno e una gara attraverso cui esso si esprime e si realizza, visione che ci fa vedere i personaggi storici legati allo stoicismo, come coraggiosi uomini d’ azione, rappresentanti di un profondo atto di fiducia nella capacità dell’ uomo di superare le avversità, nella certezza di avere un’ azione morale da compiere. Questa è la parte che l’ uomo può fare per realizzare l’ ordine del destino e la volontà di Dio.

Un ultimo rilievo va notato a questo riguardo circa la necessità di ravvisare questo piano divino; il saggio deve saper cogliere, nella natura degli eventi e nel loro significato, il senso di ciò che accade e trovarvi il suo posto: l’ impresa stoica di confronto con il destino non può essere solo una resistenza attiva agli eventi, ma anche profondamente una comprensione di ciò che apparentemente è pura necessità; inserirsi positivamente in questo corso e trovare una soluzione costruttiva al conflitto che lo oppone al mondo interiore non meno che a quello esteriore, è il compito più alto per l’ uomo, compito che non si realizza sfuggendo alla realtà quanto capendo cosa essa è dal punto di vista del destino. Oltre la filosofia greca: la tradizione latina; il neoplatonismo; la scolastica. L’ eredità stoica trova in Seneca uno dei massimi rappresentanti nella cultura romana; la sua opera, pur non presentando elementi di innovazione teoretica, è infatti una delle più alte espressioni dell’ etica stoica espressa dalla latinità. Egli concepisce la filosofia come ricerca della virtù e pratica della libertà, tradotte in obbedienza a Dio e nel riconoscimento dell’ universo come ordine compenetrato dalla sua azione provvidenziale. Le avversità che la provvidenza destina al saggio sono in tal senso uno strumento educativo e di esercizio per la sua volontà. A Seneca si deve il superamento del materialismo in nome sia di una più marcata spiritualità che di una riflessione sulla coscienza come forza morale fondamentale nell’ uomo: coscienza è consapevolezza del bene e del male, originaria ed ineliminabile; in questo egli si fa interprete di una visione dai toni marcatamente psicologici e umanistici che enfatizza il ruolo della volontà nel condurre le proprie azioni e restituisce per questo all’ uomo la possibilità di sbagliare, di agire anche nel peccato, e di sentirsi alla pari con i suoi simili. Il destino, il fato, non sono altro che forze della manifestazione divina dell’ ordine universale, rispetto al quale l’ uomo risponde in virtù della sua capacità di reagire e anche di sbagliare, non dimenticando mai però la sua responsabilità morale e la sorte che lo unisce alla natura intera.

Un’ altra figura di spicco nel panorama della Roma imperiale è senz’ altro Plotino, il quale fondò nella città una scuola di pensiero neoplatonico dove, esponendo la sua sintesi del filosofo greco, diede in realtà vita ad una grandiosa sintesi culturale dell’ intero pensiero antico. Nella sua visione il cosmo nasce in maniera assolutamente immediata come propagazione dall’ Uno al molteplice; in effetti non esiste nulla che non tenda a un fine, ma questo fine non può a sua volta essere qualcosa che rimandi a un ulteriore scopo oltre se stesso, ed è quindi l’ unità suprema da cui tutto deriva, come una fonte di calore non può, per definizione, non propagare calore intorno a sé. Ne deriva che la provvidenza, e quindi il destino stesso, non presupponga un calcolo, una intenzionalità diretta, avendo la sua radice nell’ Assoluto, nell’ Uno. Non esistono dunque bontà o cattiveria divine, ma un mondo sensibile in cui l’ Assoluto si rispecchia, un mondo dunque imperfetto, ma non al punto da essere abbandonato al caso dato che in questo riflesso l’ Uno promana un ordine, una logica. Con una metafora Plotino vede la terra su cui viviamo come un enorme palcoscenico su cui le anime sono gli attori; esse entrano via via in scena, recitano la loro parte e se ne vanno per poi riapparire di nuovo, dopo essersi cambiate il costume. E’ questa la vita e il suo gioco, ma non un gioco insignificante a cui abbandonarsi o sottrarsene irresponsabilmente, ma un gioco tragico ed inevitabile di cui bisogna accettare le regole e non arrabbiarsi. Questa realtà prevede parti buone e cattive, il bene e il male, ruoli da eroe e altri da traditore, o da violento; il bello è nella trama, nell’ intreccio. Ognuno dunque fa la sua parte, e in questo realizza il proprio destino; e nel gioco delle parti, nell’ intreccio del destino sta il piano universale della provvidenza. Ma in cosa consiste la relativa autonomia che sottrae l’ uomo all’ essere un’ inerte fantoccio del copione assegnatogli? Plotino usa ancora la metafora, stavolta quella dell’ interpretazione: in una rappresentazione teatrale non sono i ruoli, principali o secondari, migliori o peggiori, a far riconoscere un bravo attore, bensì il modo in cui vengono interpretati; un bravo attore non è quello cui viene assegnata la parte dell’ eroe, ma quello che sa interpretare bene tanto quel ruolo quanto quello del personaggio più spregevole, così come un cattivo attore è quello che rovina con una brutta esecuzione anche i ruoli più belli. E’ questo il punto di vista della coscienza: conoscere questa realtà di per sé non aggiunge nulla all’ essere, ma è libera facoltà di interpretare l’ essere; il genio di Plotino è proprio aver colto e sintetizzato il pensiero antico del circolo inesorabile del destino e quello, strettamente connesso, della libertà ermeneutica, che è la sola possibile per noi. Sprecare una sorte favorevole con una vita mediocre distante dal ruolo assegnato è non meno grave che assecondare un destino negativo abbandonando se stessi al fatalismo, alla negatività, alla violenza. Il destino non cambia, ma il diverso atteggiamento non è irrilevante. Plotino infine non nega neanche una possibilità a questo cambiamento: vivere il proprio destino, anche avverso, in un modo

migliore, si traduce in fatti, quindi in azioni, e quindi ancora in eventi che non appartengono più soltanto alla coscienza, ma incidono e determinano l’ essere. In questo si coglie un’ apertura ad una certa elasticità del piano fatale, capace (o capaci noi) di qualche piccolo spostamento, capace di trarre il bene anche dal male. Plotino si interroga quindi sul concetto di provvidenza decretandola non distinguibile dal concetto di destino: nelle cose inferiori, quando ci rapportiamo con la finitezza dell’ essere materiale, parliamo di Destino, nelle cose superiori la chiamiamo provvidenza. Lo stesso pensiero viene ripreso da Boezio, quando afferma che destino e provvidenza si distinguono solo perché la provvidenza è l’ ordine del mondo visto dall’ intelligenza divina, il Destino è quest’ ordine dispiegato nel tempo; con la Consolazione della filosofia, egli espone questi temi e li tramanda al pensiero scolastico che nella provvidenza vede, esattamente come la tradizione latina classica, l’ ordine divino delle cose. Ovviamente quello che cambia è il Dio, che per gli scolastici, essendo i teologi e scienziati di tutta la tradizione medievale, è il Dio cristiano. Secondo Tommaso, massimo esponente della filosofia scolastica, alla provvidenza e al destino il libero arbitrio umano si sottrae perché le azioni ad esso connesse rientrano, nella loro libertà, nell’ ordine del destino. E’ una formula di accettazione del volere divino che contraddistingue il pensiero medievale, a cui non si sottrae, seppur in un visione laica, neanche Leibniz, vissuto cinque secoli dopo. Peraltro il concetto di destino, almeno con questo nome, viene praticamente eluso dalla filosofia medievale e rinascimentale, considerato un termine troppo fantastico o mistico per spiegare una necessità che assume i toni, anche in Shopenhauer ed Hegel, di una necessità puramente razionale. Il pensiero moderno:dal romanticismo all’ esistenzialismo La filosofia del romanticismo nasce dal tentativo di superare limiti delle correnti razionalistiche e illuministiche, che da Cartesio a Kant dominano il pensiero del XVII e XVIII secolo. Il principio dominante è quello dell’ autocoscienza, ovvero dell’ infinità della coscienza che nel mondo è tutto e fa tutto; questo infinito è un principio spirituale creativo che è sì da una parte attività razionale, ma comprende anche un’ attività libera, priva di determinazioni rigorose, dove la sola ragione non basta alla coscienza. La filosofia di Schopenhauer, in pieno ‘ 800, si pone all’ intersezione di questi diversi influssi culturali; la sua visone del mondo interseca i concetti di Volontà e Rappresentazione: la Volontà non è intesa come principio razionale dell’ azione che spinge al divenire, bensì un cieco, irresistibile impeto che si riconosce nella natura inorganica e vegetale non meno che nell’ uomo. La Rappresentazione è intesa come l’ insieme di tutti gli atti o manifestazioni conoscitive, e definita quindi come il rapporto che esiste tra il soggetto e l’ oggetto dell’ atto di conoscere. In questo senso la rappresenta zione è al di là del tempo e dello spazio, che sono essi stessi un prodotto di una rappresentazione; l’ unica verità che possiamo quindi affermare a priori è che il mondo è una nostra rappresentazione. Questa sua famosa affermazione esprime la forma di ogni esperienza possibile e immaginabile per la nostra coscienza e dunque solo all’ interno della rappresentazione si danno concetti come spazio, tempo e causalità.

Dietro questa Rappresentazione esiste però un mondo, ed è il mondo determinato non a priori dalla nostra rappresentazione, ma dalla nostra volontà, che come già detto è azione pura, e costituisce quindi una conoscenza del mondo più pragmatica, più immediata, a posteriori rispetto alla rappresentazione. L’ implicazione a livello di nessi causali nella vita di una persona è quindi, per tornare a noi, che il suo stesso destino è l’ azione determinante della Volontà di vita nella sua natura; il mondo è ciò che ci rappresentiamo e diventa ciò che vogliamo, in osservanza a una rappresentazione determinata, o meglio pre-determina-ta, che ne abbiamo. Il Destino è quindi per Shopenhauer una dialettica tra una Rappresentazione del mondo e la sua realizzazione in termini di Volontà e in questo egli scorge la responsabilità che possiamo attribuirci come esseri umani. Questo concetto di volizione ci aiuta a collegarci alla filosofia di Nietzsche; quando la parola Destino torna a ripresentarsi, proprio nella sua opera, essa ha però un nuovo significato, esprimendo l’ accettazione e la volizione della necessità: l’ amor fati. Per il filosofo tedesco questa espressione sintetizza una visione dell’ essere destinata a ripercuotersi in tutta la filosofia esistenziale: Amor Fati è non voler nulla di diverso da ciò che è, non nel futuro, non nel passato, non per l’ eternità. Non solo questo significa sopportare o accettare ciò che è necessario (e tutto ciò che accade è in sostanza necessario) ma significa amarlo. E’ questo un concetto che troviamo nella filosofia dell’ ultimo Nietzsche, ancora così dibattuta e per certi versi oscura, che si fonda sulla teoria dell’ eterno ritorno. Quasi un secolo prima delle scoperte della fisica che gli avrebbero dato ragione, egli sostiene che il tempo non è lineare, ovvero non scorre in una struttura articolata tra passato, presente e futuro come momenti irripetibili secondo una visione “storica”; sostiene infatti che questo corso storico non tende a un fine ultimo trascendendo i singoli momenti che lo compongono, quanto piuttosto che ogni momento del tempo, e quindi ogni esistenza singola in ogni suo attimo, ha il suo senso in sé. E’ questa prospettiva che ci costringe ad una accettazione integrale e perfino entusiastica della vita in tutti i suoi aspetti, anche in quelli più sconcertanti, tristi e crudeli. Nietzsche interpreta la necessità del divenire cosmico, e quindi il destino e la necessità dell’ essere, come volontà di riaffermazione: da sempre il mondo accetta e vuole se stesso, per questo eternamente si ripete. In questa ineluttabilità però l’ uomo può elevarsi alle più alte vette di grandezza, concedendosi la benedizione di sé e l’ affermazione di sé; è la volontà di potenza, con cui ogni essere può volere per sé, guardandosi indietro, tutto ciò che è accaduto e guardando avanti tutto ciò che accadrà.

E’ quanto afferma anche Heiddeger quando parla del destino come della decisione autentica dell’ uomo. In questo senso il destino è storicità pura, autentica, e consiste nello scegliere ciò che è già stato scelto, progettare ciò che è gia stato progettato: è in altri termini volontà della ripetizione, riconoscimento e accettazione della necessità dell’ Essere. Questo passaggio segna una svolta decisiva nel pensiero filosofico sul destino, svolta di cui l’ esistenzialismo si fa pienamente carico: nel pensiero antico questa nozione implicava o un ordine totale, divino, che agisce sull’ uomo il quale, per quanto consapevole, vede la sua sorte determinata (si ricordi la posizione della mitologia), oppure il singolo non si rende conto né dell’ ordine totale né della sua forza, e di qui la nozione del destino che è cieco. La filosofia moderna supera entrambe queste concezioni visto che da una parte la determinazione del destino non risponde a un ordine necessitante bensì a una situazione: quella della ripetizione; in secondo luogo il Destino non è cieco in quanto esso è il riconoscimento e l’ accettazione che l’ uomo opera in modo deliberato. Questa deliberata accettazione sottintende peraltro una risposta cui l’ uomo è chiamato: l’ esistenzialismo individua questa risposta in termini di responsabilità. Per Sarte, uno dei filosofi più rappresentativi della corrente esistenziale, la coscienza dell’ essere umano è coscienza di esserci, di essere qui, in questo preciso momento, e non in uno dei possibili infiniti modi di esserci, ma proprio in questo modo che attualmente viviamo: il senso di questo istante si esaurisce così, non c’ è nulla che esista oltre questo. Il Destino, che in questo senso coincide con la vita stessa nel suo svolgersi di momento in momento, non può che coglierci nella necessità di questo presente di cui noi siamo continuamente artefici; non dobbiamo cercare qualcosa che è al-di-là, e che in qualche modo lo giustifichi, bensì cogliere in esso la sua stessa essenza. Che io agisca o meno, opero continuamente una scelta, semplicemente con il mio esistere, con il mio Esserci. In questo stato di apparente ineluttabilità l’ esistenzialismo coglie una profonda responsabilità per l’ uomo, dato che sposta la sua attenzione dall’ uomo in generale a questo-uomo-qui, collocato storicamente e portatore di un destino unico ed irripetibile: la libertà di questo uomo è proprio nel rischio concreto di determinare in che modo questa libertà si attua e, attraverso questo processo definire la sua esistenza, il suo Destino.

Conclusioni

Da sempre l’uomo si interroga sul tema del destino. Nel nostro percorso di ricerca, che ci ha permesso di compiere un viaggio nel pensiero dell’essere umano su uno dei temi più ignoti dell’esistenza, abbiamo avuto modo di esplorare le teorie che si sono strutturate per cercare un senso alla propria vita e a quegli accadimenti “fatali” che ne fanno parte. Indagando concetti come “responsabilità”, “necessità”, “provvidenza”, “determinismo” e “causalità”, che si snodano lungo tutto il percorso di ricerca, abbiamo cercato di esplorare le diverse posizioni con le quali interpretiamo gli accadimenti della nostra vita e affrontiamo l’esistenza. Presentando questo lavoro abbiamo voluto ripercorrere insieme queste tappe, che ci hanno consentito, oltre che di ricostruire la storia del pensiero collegato al concetto di Destino, anche di elaborarne una personale visione, integrata con la nostra formazione e visione psicologica. Il modo in cui ognuno di noi interpreta gli eventi della vita, positivi e negativi, è fortemente collegato con la qualità della vita stessa, e con il senso che gli attribuiamo, finendo così per essere determinante per il nostro benessere psicologico ed emotivo. Siamo convinti che in questo senso la possibilità di “determinare” il nostro destino non sia tanto da vedersi come una forma di onnipotente controllo sul corso degli eventi, quanto come la nostra capacità di sentirci responsabili di ciò che ci accade; questo è vero nella misura in cui gli eventi sono indispensabili al nostro percorso di crescita, e che quindi ce li procuriamo o (per dirla con Platone) li abbiamo scelti, in modo che possano servirci a progredire. Pensando ad avvenimenti molto drammatici ed improvvisi è difficile abbracciare questa visione, eppure siamo certi che proprio davanti alla potenza di alcune circostanze così forti, peraltro spesso anche positive, si apra una grande possibilità, quella che noi abbiamo voluto chiamare occasione. E’ l’occasione per sentirsi parte di un grande disegno dove possiamo essere protagonisti, ognuno con la propria esistenza, solo quando accettiamo la sua superiorità, la sua imprevedibilità, ma con questo anche la sua magia, che può portarci a pensare che quel che ci accade è quel che permettiamo che accada, quello di cui abbiamo assoluto bisogno, per incontrare noi stessi sempre un gradino oltre il punto dove siamo, e in questo modo evolverci. La nostra responsabilità non è quindi intesa nel senso di essere noi la causa di certi eventi, avendo il potere di determinarli a-priori, ma la possibilità di riappropriarci in modo costruttivo del nostro destino anziché arrenderci alla sua ineluttabilità e, in questo senso, sapere che il modo in cui ce ne appropriamo ne modifica la valenza, permettendoci di essere autori, o almeno co-autori, della storia della nostra vita.

Bibliografia
Abbagnano N. , Dizionario di filosofia. Torino, UTET, 1998
Adorno F. ,Gregory T. ,Verra V. , Storia della filosofia, Vol. 1-2-3, Bari, Laterza, 1973
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Magris A. , L’idea di destino nel pensiero antico, Vol. 1-2. Udine, Del Bianco Editore, 1984
Hillman J. , Il codice dell’anima. Milano, Adelphi, 1997
Reale G. , Antiseri D. , Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi Vol. 1-2-3. Brescia, La scuola, 1983







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