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Il Bambino di cioccolato perduto nell’amore limpido – medicina sulla difensiva senza decisioni intuitive

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 26 Settembre 2010 | 2,616 letture | Stampa articolo |
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“Spesso è impossibile sostituirsi ad una famiglia. – scrive Roberto Grande in “Il Bambino di cioccolato”, (Ponte alle Grazie, Milano 2009) – Nessuno può farci niente. Ma bisogna saperlo, che molte famiglie sono ormai gusci vuoti e bucati. Bisogna aiutarli prima i bambini, ed i genitori malati. Pochi lo fanno, con coraggio, specie nei servizi pubblici. E spesso questi pochi sono soli, stretti, serrati tra l’amministratore pronto a farti le pulci per un esame che rischi di pagare tu perché sfora il budget dell’asl, e le denunce dei pazienti che vogliono essere guariti a tutti i costi. La medicina difensiva, cioè l’eccesso di esami e farmaci che i medici prescrivono solo per ripararsi da possibili cause giudiziarie, costa a tutti miliardi di euro. Che potrebbero essere meglio utilizzati per la prevenzione e per ripianare i conti della Sanità per anni. Le aziende sanitarie non sono aziende private tenute al profitto: la medicina e la salute non sono merci. Solo un servizio nazionale e serio può organizzare efficacemente la risposta alle emergenze, ma anche la prevenzione, potenziando e formando il personale delle strutture per l’età evolutiva…”
Un tempo la fiducia costituiva una guida efficace dell’azione umana, e, quando ancora la ricerca scientifica non era stata sufficientemente approfondita, sopperiva l’autorevolezza, sia pure quella del passaparola. Adesso che tendenzialmente i pazienti non sembrano fidarsi dei medici, ci sarebbe quasi da chiedere se non siano questi ultimi a proporsi con altrettante riserve alle persone che chiedono loro aiuto. Soprattutto, al giorno d’oggi, quale medico pensa di poter esercitare la professione secondo un modello ideale al quale aveva pensato di ispirarsi sin dal periodo degli studi universitari e del praticantato nella specializzazione post-laurea?
Se il pensiero del terapeuta è costretto a tener sempre conto di certe considerazioni, piuttosto che di altre, diventa difficile conciliare il modello della “medicina basata sui dati” con un meno concreto repertorio di affannosa rincorsa ai benefici. Alcuni di questi potrebbero rivelarsi, alla luce dell’esperienza, discutibili, o quanto meno poco dimostrabili, per cui spesso le decisioni da prendere in materia preventiva non possono che essere congiunte, sia dall’una sia dall’altra parte dei contraenti il contratto di perseguimento e mantenimento della salute. I dati potrebbero essere insufficienti a consigliare o sconsigliare un qualche controllo di routine. Un’eventuale profilassi potrebbe presentare risvolti collaterali maggiori dei problemi che intenderebbe risolvere, per non parlare poi di un accanimento terapeutico che prolungherebbe la sopravvivenza, danneggiando non dignitosamente la qualità della persona.

Dietro un’ansia iperdiagnostica, e l’inquietudine di una forzata medicalizzazione di ogni aspetto della vita, ritroviamo un vero e proprio affare lucrativo. In “Decisioni intuitive” (Raffaello Cortina, Milano 2009), per “iperdiagnosi”, Gerd Gigerenzer, intende: “la scoperta, attraverso degli esami, di una condizione clinica che altrimenti non sarebbe mai stata notata in tutta la vita del paziente”; ne consegue che l’aggressione pubblicitaria rivolta direttamente ai probabili “consumatori” di assistenza, non fa altro che indurre costi più alti, a fronte di un ritorno inadeguato al prezzo da pagare, e non solo in termini economici.
Prendiamo ad esempio la costosa tomografia computerizzata “total body”. Schwartz L.M., Woloshin S. ed altri, sul  “Journal of the American Medical Association” del 2004 (“Enthusiasm for cancer screening in the United States”), definiscono “ottimisti” quanti dichiarano di sentirsi rassicurati dall’esecuzione di questo esame, sia perché non ci sono “prove” che una TC eseguita su tutto il corpo non sia assolutamente esente da rischi, sia perché un risultato “normale” non può essere considerato definitivamente certo, e, producendo tranquillizzanti illusioni, non nascondere dell’altro da cui eventualmente doversi guardare. Un’identificazione corretta di rischio è sempre subordinata alla statistica e ci sarà quindi una certa percentuale di soggetti ingannati ed una percentuale ancora maggiore di falsi allarmi.
Nel 2002, Lee T.H. e Brennan T. A., sul “New England Journal of Medicine” (“Direct-to-consumer marketing of high-technology screening tests”), indicavano, in più della metà dei casi di persone sane sottoposte ad esami, dei risultati sospetti, tali da indurre preoccupazioni inutili a gente che non avrebbe dovuto nutrirne affatto, costretta  da quel momento in poi a vivere nel terrore di una qualche malattia inesistente.
E che dire poi della sgradevolissima colonscopia, i cui risultati vengono considerati ancora insufficienti, proposta di routine con maggior frequenza del meno complicato, più economico e, soprattutto, non invasivo esame del sangue occulto nelle feci?

“Molti sistemi sanitari occidentali permettono ai pazienti di farsi visitare da una successione di specialisti, ma non forniscono a questi ultimi una retroazione sistemica riguardo all’efficacia delle loro terapie; -  aggiunge Gerd Gigerenzer in “Decisioni intuitive” (Raffaello Cortina, Milano 2009) – inoltre i medici possono venire facilmente denunciati per aver ignorato un disturbo ma non per eccesso di terapia o di medicinali, il che favorisce in loro l’autoprotezione a scapito della protezione dei pazienti, ed alimenta l’autoinganno”.
Verrebbe da chiedersi quanti medici si sottopongano a quegli stessi esami ed alle stesse terapie che prescrivono ai loro pazienti, oppure se ricevano cure migliori rispetto agli altri professionisti. Sembra che le dottoresse, ad esempio, non si sottopongano tanto spesso allo screening mammografico, o che i loro bambini, come i figli dei temuti avvocati, vengano avviati di rado alla tonsillectomia. Se ne potrebbe allora dedurre forse che “meno” equivalga a “meglio”?
Perché poi, l’isterectomia è una pratica chirurgica a cui vengono sottoposte molto spesso soltanto le donne meno colte?
Il più delle volte, quando si pretende una risposta sincera, ai medici si chiede cosa farebbero loro se si trattasse della loro moglie, o dei loro figli. In tal caso il punto di vista viene nettamente scalzato dalla posizione rigidamente “difensiva”, verso la quale si convogliano tutte quelle pressioni esterne che alla lunga divengono paralizzanti. Del resto, una relazione medico paziente non può non essere sempre stracarica di emotività e di responsabilità decisionali che vanno equamente suddivise tra le parti.

In un mondo, come il nostro, in continua ed altrettanto rapida evoluzione, diventa assolutamente indispensabile, specie in medicina, un aggiornamento ed un’educazione permanente. Ma i seminari di studio sono finanziati dalle industrie farmaceutiche per cui le asserzioni propagandate non possono non essere partigiane. Gli effetti collaterali di propri farmaci si tende a minimizzarli, ed a prolungare la durata di tempo durante la quale farli assumere.
Altre volte una cura potrebbe venire condizionata da consuetudini circoscritte ad una determinata zona geografica, come dal curriculum del singolo operatore. Un urologo magari consiglia la chirurgia radicale, mentre il radio-oncologo preferisce la terapia radioattiva. Queste constatazioni hanno fatto concludere agli autori del Dartmouth Atlas of Helth Care (Wennberg J. e Wennberg D., 1999) che il “sistema” sanitario fa acqua dappertutto, perché appare come “una pioggia di risorse in gran parte non pianificata ed irrazionale, non disciplinata dalle leggi della domanda e dell’offerta”.
Tali disfunzioni potrebbero dipendere molto probabilmente dalla pluri-direzionalità degli interventi sanitari, e venire quindi migliorate, innanzitutto, da una prassi orientata immancabilmente verso ciò che si ritiene il “meglio” per i pazienti, in secondo luogo, da un accordo tra gli esperti su determinati protocolli da mettere in corso d’opera, più che da una comprovata efficacia delle strategie impiegate “in loco”, o dalla trasparenza delle tecniche “difensive” dei medici.

Nel corso di una schietta relazione medico-paziente, entrambi gli interessati devono partecipare attivamente alla decisione clinica e condividerla appieno. La scelta da fare prenderà in considerazione le varie alternative praticabili, valutandone attentamente l’utilità e tenendo però anche conto delle probabili conseguenze. Alla fin fine, si converrà per il maggior benefico ed il minor rischio.
Eppure, non sempre è percorribile la strada del calcolo dell’utilità prevista, secondo la “teoria della decisione clinica”, anzi questa arida formula matematica potrebbe non produrre, con le sue somme, sottrazioni e moltiplicazioni, quella che dovrebbe rivelarsi come la scelta migliore.
Su The Lancet del 2001, Elwyn G.J., Edwards A., Eccles M. e Rovner D., con “Decision analysis in patient Care”, sottolineano come solitamente si rimanga insoddisfatti delle proprie scelte, qualora queste scaturiscano da un sofferto contrasto tra ragionamento sistematico e decisioni intuitive. Anche leggendo l’articolo pubblicato da Hoffrage U., Lindsey S., Hertwig R. e Gigenzer G. , nel 2000, su Science, dal titolo “Communicating statistical information”, si deduce che una prossima frontiera della clinica non potrà non osservare regole valide sia per i medici sia per i pazienti, in base ad euristiche tanto rapide quanto economiche.

Nella loro antologia: “Professional Judgment . A Reader in Clinical Decision Making” (1988), Dowie J. ed Elstein A.S., a proposito della scelta di una cura, propongono di prendere in considerazione un complicato ausilio statistico che potrebbe assicurare dei risultati da ritenere quanto più possibile attendibili.
In molti presidi ospedalieri, dove vige un atteggiamento impostato sulla difensiva, il ricovero in unità coronarica di coloro che accusano forti dolori al torace viene subordinato, quasi naturalmente, ai fattori di rischio a lungo termine di arteriopatia coronarica, comprendenti, l’anamnesi familiare, il sesso maschile, l’età avanzata, il fumo, il diabete mellito, l’ipercolesterolemia, e l’ipertensione arteriosa, e questo stando ad “A Predictive instrument to improve coronary-care-unit admission practices in acute ischemic heart disease” di Pozen M.W., D’Agostino R.B., Selker H.P., Sytkowski P.A., e Hood W.B., apparso sul “New England Journal of Medicine” del 1984. Ciò comporta non solo un certo sovraffollamento dei reparti specialistici, con incremento delle spese e conseguente compromissione della qualità delle prestazioni, ma pure un prevedibile aumento di rischio di infezioni, particolarmente diffuse in rianimazione. Un controllo di qualità di questo modello decisionale, per quanto riguarda l’infarto miocardico, ha evidenziato  una sconvolgente sovrapposizione con la pura casualità, nel senso che in reparto specialistico vengono destinati con la stessa frequenza sia quei soggetti effettivamente bisognevoli di ricovero sia quelli che se lo sarebbero potuto risparmiare.
Green L. A. e Yates F.J., sull’Annual of Emergency Medicine del 1995 (“Influence of pseudodiagnostic information on the evaluation of ischemic heart disease”) scoprirono così come l’eccesso di attenzione nei confronti dei fattori di rischio a lungo termine avrebbe fatto perdere quella sufficiente pertinenza, utile a discriminare tra i soggetti con e senza sofferenza cardiaca ischemica acuta, dimostrandosi spesso fuorviante ed inducendo a trascurare la natura stessa dei sintomi dei pazienti, la loro posizione, e persino gli aspetti chiave dell’elettrocardiogramma.
Un problema tanto intricato, più che di una strategia adeguata a tale complessità, necessita di regole diagnostiche trasparenti, da tutti comprensibili e condivisibili. Martignon l., Vitouch O., Takezawa M. e Forster M. R., con il loro contributo al “Thinking: Psychological Perspectives on Reasoning, Judgment and Decision Making” (a cura di Hardman D. e Macchi l., 2003), dal titolo: “Naïve and yet enlightened: From natural frequencies to fast and frugal decision trees”, suggeriscono di ricorrere ad un processo di univocità, basato su di una sola ragione per volta, in modo da sbrogliare il bandolo della matassa su di un albero decisionale veloce e scarno, composto da poche domande che richiedano risposte nette, affermative o negative, in grado di orientare meglio la decisione finale. Per cui, in presenza di una certa anomalia dell’elettrocardiogramma (segmento ST), si ricovera senz’altro indugio nell’unità coronarica. Di fronte al secondo indizio (dolori al torace), invece, si richiede la compresenza di un altro fattore di rischio.
Un algoritmo di questo tipo si suddivide in un riconoscimento di fattori, in considerazione del loro ordine d’importanza (regola di ricerca), nel potersi fermare, qualora il fattore individuato lo consenta (regola di arresto), e nella conseguente classificazione di quanto trovato (regola di decisione). Questo metodo piuttosto snello, nonostante la sua semplicità,  si dimostra più preciso nel prevedere gli infarti effettivi, nell’evitare mancati ricoveri e nel ridurre falsi allarmi.
Laddove le procedure complesse rischiano un fraintendimento, schematismi attenti ai dati empirici riducono la variabilità nelle scelte, con il risultato comunque di migliorare la qualità delle cure e di ridurre il fastidioso e controproducente sovraffollamento nei reparti intensivi. E questo anche perché un’assistenza sanitaria che si voglia rivelare effettivamente efficiente non può non concentrare tutti i suoi sforzi su quanto si suppone più urgente ed importante, senza però contemporaneamente trascurare del tutto quel che rimane in second’ordine, sullo sfondo, quasi in disparte.

Esiste una ben strana relazione tra la concessione della fiducia e la trasparenza della sincerità, per cui assurdamente si potrebbe essere portati a dar fiducia a chi ci folgora con  il fascino sfocato dell’elusività. “So che Lei crede di capire quello che secondo Lei avrei detto, ma non sono sicuro che Lei si renda conto che quello che ha sentito non è ciò che intendevo”. Ed Alan Greenspan aveva fatto proprio il linguaggio oracolare per cui: “Se le sembro eccessivamente chiaro, deve aver frainteso quello che ho detto”. L’atteggiamento misticheggiante degli economisti non si addice al processo decisionale in medicina, il quale dev’essere quanto più accessibile a tutti gli interessati. Ovviamente, esiste quasi sempre una plausibile “regione d’incertezza”,  rispondente molto presumibilmente alla vera realtà, molto più di una sfrontata sicurezza destinata poi a tradursi in mera illusione.
Eppure, per cogliere quegli indizi che potrebbero rendersi sufficienti ad inferire in merito alla fiducia, basterebbe osservare con maggiore attenzione l’espressione facciale del nostro prossimo. Ute Frevert, in “Vertrauen. Historische Annäherungen” (2003) sostiene che la fiducia non sia stata se non di rado fenomeno sociale cementante, anzi la storia della cultura propenderebbe per un vistoso guardingo riserbo, spesso ai confini della diffidenza e della sospettosità. In genere, si tendeva a fidarsi, a volte a torto, dei familiari, forse anche dei congiunti, fin quando, con la crescita della mobilità degli agglomerati urbani, e la suddivisione del lavoro su larga scala, il controllo che poteva esercitarsi in seno ai piccoli gruppi non è venuto meno. I membri delle comunità primitive possono ancora comportarsi con circospezione, in maniera paranoica, ma, nell’incertezza del mondo attuale che deve strutturarsi sulla più ampia collaborazione, è quasi impossibile non affidare qualcosa a dei perfetti estranei. Nonostante la spada di Damocle di una possibile devastante distruzione, insieme materiale, per via di una sottrazione, e psicologica, nel caso del tradimento, possa incombere in ogni momento.
In “Not by Genes Alone: How Culture Transformed Human Evolution” (2005) Richerson P.J. e Boyd R. indicano nei contesti ristretti di un’umanità da poco dedita all’agricoltura il momento di formazione dell’istinto familiare e di quello comunitario.
La fiducia cieca comunque non risolve l’incertezza sociale ed a lungo andare sortirebbe gli spiacevoli effetti del mendacio, dell’imbroglio, della truffa. Ecco perché, nel corso della sua evoluzione, la mente umana ha sviluppato quei meccanismi che la rendono in grado di proteggere le relazioni interpersonali, a cominciare da quella forma automatica di attenzione nei confronti delle situazioni a rischio. L’ipotesi è comune sia a Cosmides L. e Tooby J. (“Cognitive adaptations for social Exchange”), che la riportano nell’opera collettiva, a cura di Barkow J. H., Cosmides L. e Tooby J.: “The adapted mind: Evolutionary psychology and the Generation of Culture” (1992), sia a Gigerenzer G. e Hug K. “Domain –specific reasoning: Social contract, cheating, and perspective change” (in Cognition, 1992). Sembra proprio che abbiano avuto questo avvio, attraverso la capacità di riconoscimento dei volti e delle voci, nonché di alcuni meccanismi emotivi, quali i sensi di colpa, la strutturazione dell’istinto familiare e la nascita del processo di identificazione con i membri del gruppo. Senza la maturazione di queste facoltà non sarebbe potuto comparire alcun comportamento altruistico e meno che mai un’etica di condotta civile.

La natura arcaicamente egoista dell’uomo ci spingerebbe a formulare un’onnipresente domanda: “E che me ne cale?”. Cosicché, di fronte al sacrifico dei propri interessi, allo scopo di dimostrarsi d’aiuto, la teoria dell’egoismo individuale intravvede “guadagni secondari”, pure se questi dovessero ridursi soltanto ad una mera soddisfazione psicologica. Il più delle volte, entrerebbero in gioco motivazioni diverse, e perché no, anche quelle di natura egoistica. Per cui l’egoismo vero e proprio invece di trovarsi in conflitto, si coniugherebbe con gli istinti di base, della famiglia, la propria (e quale se no!) o della comunità di appartenenza. E qui l’egoismo si trasformerebbe in patriottismo, nepotismo, partigianeria.
I consanguinei sono come un’estensione di se stessi ed il gruppo tribale sollecita una pulsione di tipo identitario, quella dell’appartenenza ad una famiglia più grande, rinsaldata da forti collanti simbolici. Gli insetti sociali, come le formiche, ci appaiono come dei modelli di condivisione ai limiti della comprensibilità umana, per quanto riguarda reciprocità, devozione, cura, rinuncia, sacrificio. Esisterebbe quindi un principio darwiniano di selezione naturale della consanguineità, che supera l’egoismo individuale nella disposizione a porsi al servizio degli altri, appunto quei consanguinei con cui si condividono i geni. In “The Ant and the Peacock. Altruism and Sexual Selection from Darwin to Today” (1991), Helena Cronin afferma che, se un nostro fratello possiede metà dei nostri geni, due nostri fratelli li possiedono per intero, e tre fratelli ne possiedono in proporzione ancora di più, per cui già la vita di due fratelli vale quanto la nostra, non parliamo poi di quella di tre fratelli.
“…Chi per la patria muor/ vissuto è assai;/ la fronda dell’allor/ non muore mai./ Piuttosto che languir/ per lunghi affanni,/ è meglio di morir/ sul fior degli anni…”. L’aria dell’opera “Donna Contea” (atto I, scena 9a) sembra quasi risuonare nel testo di Charles Darwin: “The descent of Man and Selection in relation to Sex” (1871): “Una tribù composta di molti membri, che possedendo in alta misura lo spirito del patriottismo, della fedeltà, dell’obbedienza, del coraggio, della solidarietà, fossero sempre pronti ad aiutarsi l’un l’altro e sacrificarsi per il bene comune, sarebbe vittoriosa sulla maggioranza delle altre; e questa sarebbe selezione naturale”.

In ambito politico, l’archetipo dell’istinto familiare corrisponde al governo monarchico, in cui i delfini detengono privilegi di sangue; in questa classificazione di obblighi tradizionali, subito dopo viene il nepotismo. Ma in una progressione del significato simbolico verso un’utopica fratellanza universale, ci si imbatte nell’identificazione con un gruppo sempre più allargato, dal clan alla nazione, ed il conseguente attaccamento emotivo ad un fattore d’identità.
Sober E. e Wilson D.S., con “Unto Others: The Evolution and Psychology of Unselfish Behavior” (1998),  confermano che la stragrande maggioranza delle culture umane tradizionali segue sì rigide regole tese a ridurre i conflitti interni, ma contemporaneamente sostiene anche norme che premiano la lealtà e la generosità, quanto meno all’interno stesso della comunità. Il conformismo in questo caso assicura la collaborazione, mentre la devianza viene circoscritta da una sprezzante mancanza di rispetto. Si tratta di un canone di condotta interiorizzato, al quale ci si adegua senza che minimamente venga imposto. Ciò avviene con l’entrata in vigore del duplice meccanismo dell’identificazione e della competizione, di fronte ad un’eventuale rivalità ed alla possibilità di distinguere gli avversari, magari dal colore della pelle, oppure dal dialetto, dai simboli sacri, dal vessillo sbandierato, dal modo di vestirsi, e persino dal taglio dei capelli.
L’interesse per il modo in cui si formano le identità di gruppo ha spinto Henri Tajfel a progettare il noto esperimento Klee-Kandinskji, suddividendo in “gruppi minimali” gente a caso, tipo appunto la predilezione estetica per i dipinti del pittore tedesco piuttosto che per quelli dell’astrattista russo. Nonostante la sfacciata arbitrarietà nella costituzione di questi gruppi minimali, i soggetti assegnati ai due diversi schieramenti cominciavano ad auto-percepirsi differenti ed antagonisti. Il manifesto atteggiamento discriminatorio veniva perfino giustificato con uno sforzo cervellotico di argomentazioni vagamente razionali, impostate su presunte antipatie ed immoralità degli “estranei”. Trovarsi dalla parte sbagliata, al momento meno opportuno, facilmente produce le conseguenze disastrose della xenofobia, del razzismo, dell’antisemitismo, del genocidio.

Estrapolato dalla biologia, il concetto di altruismo reciproco è stato riproposto nella teoria dei giochi, quale efficace strategia di ritorsione equivalente: “Tit for tat”, da “Tip for tap”, ovvero “colpetto per colpetto”. Il contratto sociale, basato sulla combinazione di fiducia e reciprocità, sollecita ad interagire con una anticipatoria dimostrazione di fiducia affinché essa venga al più presto ricambiata.
Ricordando la fiaba di Psiche, inserita nel romanzo di Apuleio, Roberto Grande in “Il Bambino di cioccolato”, (Ponte alle Grazie, Milano 2009), afferma che: “Quando l’amore incontra l’anima, inizia la consapevolezza di sé… Basta restare semplici e curiosi… Basterebbe innamorarsi e seguire il divino che è in noi, la parte migliore”.
Nell’affrontare le profondità dell’inconscio, il viaggio agli inferi, dapprima si incontrerà Plutone, signore dell’Ade, ma pure dispensatore di ricchezze; se si offre una focaccia al tricefalo Cerbero, è probabile che si acquieti e non aggredisca; accaparrandosi poi il favore di Proserpina, si riuscirà finalmente ad emergere (“proserpere”) da ogni torbidità.
“La limpidezza – sostengono  Giorgio Piccinino G. e Dianora Natoli Casalegno, in “Amore limpido” (Erickson, Trento 2010) -  è la prima condizione per l’accettazione, l’accoglienza e la condivisione dell’altro tutto intero…”
Pietra angolare dell’etica sociale rimane allora l’assioma di Pittaco: “Non fare al prossimo tuo quello che ti offenderebbe se fatto da lui”, perché l’istinto comunitario si basa proprio sulla reciprocità. Il baratto costituisce la rete sociale, qualora si tratti di denaro, o di merci, ma a supportare la relazione interpersonale, che si traduca in approvazione morale od in sostegno psicologico, non può essere se non lo scambio affettivo.
Giuseppe M. S. IERACE
Bibliografia essenziale:
Barkow J. H., Cosmides L., Tooby J. (a cura di): “The adapted mind: Evolutionary psychology and the Generation of Culture”, Oxford University Press, New York 1992
Cronin H.: “The Ant and the Peacock. Altruism and Sexual Selection from Darwin to Today”, Cambridge University Press, Cambridge 1991
Dowie J. ed Elstein A.S.: “Professional Judgment . A Reader in Clinical Decision Making”, Cambridge University Press, Cambridge 1988
Elwyn G.J., Edwards A., Eccles M., Rovner D.: “Decision analysis in patient Care”, The Lancet, 358, pp.571-574, 2001
Frevert U.: “Vertrauen. Historische Annäherungen”, Vandenhoeck & Ruprecht, Göttingen 2003
Gigerenzer G. e Hug K.: “Domain –specific reasoning: Social contract, cheating, and perspective change” in Cognition, 43, pp. 127-171, 1992
Gigerenzer G.: “Decisioni intuitive”, (trad. it.), Raffaello Cortina, Milano 2009
Grande R..: “Il Bambino di cioccolato”, Ponte alle Grazie, Milano 2009
Green L. A. e Yates F.J.: “Influence of pseudodiagnostic information on the evaluation of ischemic heart disease”, in Annual of Emergency Medicine, 25, pp. 451-457, 1995
Hardman D. e Macchi l. “Thinking: Psychological Perspectives on Reasoning, Judgment and Decision Making”, Wiley, Chichester 2003
Hoffrage U., Lindsey S., Hertwig R. e Gigenzer G.: “Communicating statistical information”, in Science, 290, pp. 2261-2262, 2000
Ierace G.M.S.: “xenofilia, xenofobia, razzismo…”, su www.nienteansia.it
,,          ,,        “Il disagio nella civiltà”, su www.nienteansia.it
Lee T.H. e Brennan T. A.: “Direct-to-consumer marketing of high-technology screening tests”, in “New England Journal of Medicine”, 346, pp. 529-531, 2002
Piccinino G. (e Natoli Casalegno D.): “Amore limpido”, Erickson, Trento 2010
Pozen M.W., D’Agostino R.B., Selker H.P., Sytkowski P.A., HoodW.B.: “A Predictive instrument to improve coronary-care-unit admission practices in acute ischemic heart disease”, in “New England Journal of Medicine”, 310, pp. 1273-1278, 1984.
Richerson P.J. e Boyd R. “Not by Genes Alone: How Culture Transformed Human Evolution” University of Chicago Press, Chicago 2005
Salza A.: “Bambini perduti”, Sperling & Kupfer, Milano 2010
Schwartz L.M., Woloshin S., Fowler Jr. F.J., Welch H.G.: “Enthusiasm for cancer screening in the United States”, in “Journal of the American Medical Association”, 291, pp. 71-78, 2004
Sober E. e Wilson D.S.: “Unto Others: The Evolution and Psychology of Unselfish Behavior”, Harvard University Press, Cambridge (Ma) 1998
Tajfel H.: “Human group and social categories. Studies in Social Psychology”, Cambridge University Press, Cambridge 1981
Wennberg J. e Wennberg D.: “Dartmouth Atlas of Helth Care”, AHA press, Chicago, 1999







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