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La saggezza delle persone istruite a metà è più dannosa per la scienza dell'ottusità degli ignoranti. Anonimo
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I pensieri che fanno ingrassare

category Atri argomenti Camilla Cristina Scalco 16 Ottobre 2011 | 5,180 letture | Stampa articolo |
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La maggior parte delle persone che si mettono a dieta dimagrisce,

ma solo il 5% riesce a mantenere il peso raggiunto.

La vulnerabilità al valore sociale della magrezza come sintomo di successo

ed il tentativo frustrante di inseguire un peso ideale incompatibile

con le proprie caratteristiche biologiche e morfologiche,

espone una grande quantità di persone a sofferenza psicologica ed emotiva.

Accanto ad

anoressia e

bulimia nervosa,

negli ultimi decenni

la classe medica

descrive un’ampia

categoria di disturbi

dell’alimentazione clinicamente

significativi

che riguarda il 20-

30% dei pazienti che

richiedono un trattamento.

La gravità clinica di

tali disturbi, cosiddetti Nas (Non Altrimenti Specificati, DSM-IV-R), spesso

non raggiunge un’evidenza sintomatica pari a quella dell’anoressia o della

bulimia, per questo si presume che la maggioranza delle persone affette,

pur soffrendo psichicamente, non arrivi mai a richiedere un trattamento.

Ciò che è trasversale a tutti i disturbi dell’alimentazione è un’eccessiva valutazione

dell’alimentazione, del peso, della forma del corpo ed il loro controllo.

Questi elementi diventano criteri per valutare se stessi, il proprio valore,

la propria amabilità.

La diretta conseguenza è quella di cercare di dimagrire ad ogni costo seguendo

una dieta sbilanciata e particolarmente rigida.

In coloro che adottano un regime alimentare di questo tipo, o in chi è perennemente

a dieta, si hanno reazioni di preoccupazione per il cibo, intensa fame,

precoce o ritardato senso di pienezza, tendenza ad abbuffarsi.

Dal punto di vista psicologico insorgono depressione (per la frustrazione ed

i fallimenti dietetici), ansia (nel controllo della dieta), isolamento sociale (affrontano

con fatica situazioni che prevedono il consumo dei pasti), deficit di concentrazione

ed autocontrollo, e rallentamento della perdita di peso a causa

dell’adattamento fisiologico al deficit calorico.

Chi mostra un’eccessiva preoccupazione nel controllo dell’alimentazione,

del peso e della forma del corpo, mette in atto anche una ‘restrizione calorica

cognitiva’, caratterizzata da due modalità comportamentali: il perfezionismo

ed il pensiero ‘tutto-nulla’.

Una persona perfezionista si pone degli obiettivi straordinari e si sente insoddisfatta

ed incapace anche quando, per pochissime calorie (un biscotto,

per esempio), supera la soglia calorica prestabilita.

L’atteggiamento ‘tutto o nulla’ porta ad eliminare del tutto alcuni cibi dalla

dieta, ridurre drasticamente le porzioni, saltare i pasti (di solito colazione e

pranzo).

Il soggetto che si pone un obiettivo irrazionale, anche se riesce a mantenere

un bilancio calorico deficitario (introducendo meno calorie di quelle consumate),

quindi dimagrante, fallisce quando magari rompe una delle regole

alimentari irrazionali.

Il fatto di aver mangiato mezzo grissino può vanificare gli sforzi fatti in precedenza,

e bilancio della giornata è fallimentare: «Ho rovinato tutto, tanto

vale che mi abbuffi!» (pensiero tutto-nulla).

Questo passaggio cognitivo spiega la natura fallimentare delle diete ‘fai da

te’ affrontate con obiettivi non realistici.

Durante l’abbuffata si ha la sensazione di perdere il controllo, di non potersi

fermare. Tale comportamento va differenziato da altre forme di alimentazione

eccessiva come l’episodio bulimico soggettivo, in cui, a determinare

la sensazione di aver perso il controllo, può bastare una quantità di

cibo minima.

In seguito all’episodio bulimico le persone adottano dei comportamenti di

compenso come vomito autoindotto, dieta ferrea, uso di lassativi o esercizio

fisico compulsivo. Questi comportamenti però rassicurano solo nel breve

periodo, poiché la percezione di fallimento o di essere senza controllo

non fa altro che intensificare le privazioni patologiche.

Così si chiude a morsa la spirale viziosa che mantiene il disturbo dell’alimentazione

e ciò evidenzia l’indispensabilità di un intervento terapeutico specialistico

che affronti, oltre all’aspetto alimentare, anche il nucleo psicopatologico

del disturbo.







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