I pensieri che fanno ingrassare
La maggior parte delle persone che si mettono a dieta dimagrisce,
ma solo il 5% riesce a mantenere il peso raggiunto.
La vulnerabilità al valore sociale della magrezza come sintomo di successo
ed il tentativo frustrante di inseguire un peso ideale incompatibile
con le proprie caratteristiche biologiche e morfologiche,
espone una grande quantità di persone a sofferenza psicologica ed emotiva.
Accanto ad
anoressia e
bulimia nervosa,
negli ultimi decenni
la classe medica
descrive un’ampia
categoria di disturbi
dell’alimentazione clinicamente
significativi
che riguarda il 20-
30% dei pazienti che
richiedono un trattamento.
La gravità clinica di
tali disturbi, cosiddetti Nas (Non Altrimenti Specificati, DSM-IV-R), spesso
non raggiunge un’evidenza sintomatica pari a quella dell’anoressia o della
bulimia, per questo si presume che la maggioranza delle persone affette,
pur soffrendo psichicamente, non arrivi mai a richiedere un trattamento.
Ciò che è trasversale a tutti i disturbi dell’alimentazione è un’eccessiva valutazione
dell’alimentazione, del peso, della forma del corpo ed il loro controllo.
Questi elementi diventano criteri per valutare se stessi, il proprio valore,
la propria amabilità.
La diretta conseguenza è quella di cercare di dimagrire ad ogni costo seguendo
una dieta sbilanciata e particolarmente rigida.
In coloro che adottano un regime alimentare di questo tipo, o in chi è perennemente
a dieta, si hanno reazioni di preoccupazione per il cibo, intensa fame,
precoce o ritardato senso di pienezza, tendenza ad abbuffarsi.
Dal punto di vista psicologico insorgono depressione (per la frustrazione ed
i fallimenti dietetici), ansia (nel controllo della dieta), isolamento sociale (affrontano
con fatica situazioni che prevedono il consumo dei pasti), deficit di concentrazione
ed autocontrollo, e rallentamento della perdita di peso a causa
dell’adattamento fisiologico al deficit calorico.
Chi mostra un’eccessiva preoccupazione nel controllo dell’alimentazione,
del peso e della forma del corpo, mette in atto anche una ‘restrizione calorica
cognitiva’, caratterizzata da due modalità comportamentali: il perfezionismo
ed il pensiero ‘tutto-nulla’.
Una persona perfezionista si pone degli obiettivi straordinari e si sente insoddisfatta
ed incapace anche quando, per pochissime calorie (un biscotto,
per esempio), supera la soglia calorica prestabilita.
L’atteggiamento ‘tutto o nulla’ porta ad eliminare del tutto alcuni cibi dalla
dieta, ridurre drasticamente le porzioni, saltare i pasti (di solito colazione e
pranzo).
Il soggetto che si pone un obiettivo irrazionale, anche se riesce a mantenere
un bilancio calorico deficitario (introducendo meno calorie di quelle consumate),
quindi dimagrante, fallisce quando magari rompe una delle regole
alimentari irrazionali.
Il fatto di aver mangiato mezzo grissino può vanificare gli sforzi fatti in precedenza,
e bilancio della giornata è fallimentare: «Ho rovinato tutto, tanto
vale che mi abbuffi!» (pensiero tutto-nulla).
Questo passaggio cognitivo spiega la natura fallimentare delle diete ‘fai da
te’ affrontate con obiettivi non realistici.
Durante l’abbuffata si ha la sensazione di perdere il controllo, di non potersi
fermare. Tale comportamento va differenziato da altre forme di alimentazione
eccessiva come l’episodio bulimico soggettivo, in cui, a determinare
la sensazione di aver perso il controllo, può bastare una quantità di
cibo minima.
In seguito all’episodio bulimico le persone adottano dei comportamenti di
compenso come vomito autoindotto, dieta ferrea, uso di lassativi o esercizio
fisico compulsivo. Questi comportamenti però rassicurano solo nel breve
periodo, poiché la percezione di fallimento o di essere senza controllo
non fa altro che intensificare le privazioni patologiche.
Così si chiude a morsa la spirale viziosa che mantiene il disturbo dell’alimentazione
e ciò evidenzia l’indispensabilità di un intervento terapeutico specialistico
che affronti, oltre all’aspetto alimentare, anche il nucleo psicopatologico
del disturbo.





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