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Guardare senza vedere… vedere senza guardare – “costruzione” della realtà – aggressività “oculare” – fissità “iconica”, interazioni diffuse, riflesso visivo… “alla ricerca della felicità”

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 8 Dicembre 2009 | 9,052 letture | Stampa articolo |
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“Lo sguardo è divenuto il senso egemonico della modernità”, ha scritto David Le Breton, in “Anthropologie du corps et modernité” (1990). “Lo strumento privilegiato – aggiunge Jean-Claude Kaufmann, in “Corpi di donna, sguardi d’uomo”, (2007) – della libertà dell’individuo nelle interazioni, della presa di distanza che permette di scegliere i propri obiettivi e di non essere catturati mentre si cattura”. In un ambito dove le apparenze regnano incontrastate, l’occhio è sovrano, e, come afferma Philippe Perrot (“Le travail des apparences, ou les transformations du  corps féminin, XVIII-XIX siècle”, 1984), “tutti si spiano perché tutto fa segno”.
La visione  va considerata una modalità di conoscenza nient’affatto inferiore alla comunicazione verbale, la quale possiede il solo vantaggio forse di una maggiore concettualizzazione. La trasmissione linguistica è più diretta, esplicita e sembra poggiare su queste caratteristiche la propria efficacia, ma allo stesso tempo contiene un grosso potenziale di dissimulazione nei confronti di tutto ciò che viene omesso dal discorso, per essere lasciato alla tacita dialettica della mimica e della gestualità.
Non sembra si abbia piena consapevolezza dell’importanza del ruolo del senso della vista in un sistema di relazioni interpersonali fortemente improntato sullo scambio degli sguardi. Nonostante l’innegabile focalizzazione costante nella vita quotidiana sui sostrati materiali, si pensa che i rapporti tra gli individui si esercitino maggiormente sulla scorta di un’intelligibilità verbale, che invece, se valutata attentamente, risulta alla fin fine linguisticamente piuttosto povera e, sul versante comunicativo, abbastanza equivoca. Ci accorgiamo improvvisamente di questa carenza dialettica quando sentiamo l’esigenza di colmarla emotivamente. Il momento della verità arriva non appena si prova a sperimentare lo spazio corporeo, seguendo l’intima percezione di sensazioni “diffuse”.
“Alla base di un’interazione diffusa” Goffman (“Engagement”, 1981) situa “segni espressivi corporei”, che, pur non essendo, per lo più, intenzionali, sono accessibili a tutti. Eppure dell’infinità di immagini percepite, il livello della coscienza, annota Le Breton (“Anthropologie du corps et modernité”, 1990), è apertamente conquistato solo da una netta minoranza.
L’aspettativa visiva possiede una forza incontrollabile e minacciosa, tale da implodere in una prospettiva predefinita, dettata dalla persistenza retinica e circoscritta da una qualsiasi cornice. L’apparenza si struttura allora come il riflesso di questa fissità iconica, in cui le sequenze della vita quotidiana procedono come rappresentazioni.

“La competenza sociale dell’occhio è enorme”, aveva dichiarato Erving Goffman in “Les moments et leurs hommes” (1988). L’interazione verbale acquista senso quando il dialogo si svolge in un “vis à vis” che faccia rientrare nel contesto relazionale i movimenti del corpo e, perché no, gli sguardi, allo scopo di ampliare il sistema comunicativo. “Senza questi scambi silenziosi, la parola sarebbe muta” (Kaufmann: “Corpi di donna, sguardi d’uomo”, 2007). In questo senso, per come si è espresso Birdwhistell (“Entretien”, 1981), il gesto non si iscrive solo e semplicemente su di una sorta di “orizzonte mobile” che porrebbe l’accento sulle parole.
Tendenzialmente l’occhio è sempre in attività ed accumula informazioni continuamente. La modalità visiva è fluttuante, fugace … “fuggitivi” sono gli occhi perfino nella poesia di Leopardi. Questa mobilità, scrive Anne Sauvageot, in “Voirs et savoirs. Esquisse d’une sociologie du regard” (1994), non lascia approfondire alcunché, ma scivola via su di una superficie impermeabile.
Eppure l’impressione che descrisse Gregory Bateson (“Communication”, 1981), quando fece ricorso al verbo “mordere” per attribuire questa “facoltà” agli occhi, acquisisce la vista all’aggressività orale. Cosicché, in questa oralità dello sguardo, riscontreremmo azioni tipiche della lingua, come lambire, delle labbra, come succhiare, del palato, come gustare…
La fissità dello sguardo non nasconde l’intenzione di assimilare con voracità le scene più forti per meglio imprimerle nella memoria. Nell’operare una tale selezione, non è che venga interrotta la consueta fluidità dello sguardo, ma dalla generale vaghezza viene estratto esclusivamente quanto vuole registrarsi in dettaglio. Per Boris Cyrulnik , in “Les nourritures affectives” (1993), questa cattura di significati conferisce alla visione una sorta di imprimatur da “alta definizione” e da elevata specificità di indagine: la vista, dunque, il senso più preciso!
E’ innegabile che l’esercizio della sua funzione procuri grande soddisfazione. Si tratta d’una gratificazione prossima all’attività onirica, in cui le immagini provenienti dall’esterno si mescolano con quelle interiori, alle quali si sarebbe voluto assistere, la contemplazione del paesaggio con gli sguardi furtivi, le impressioni rubate con lo spettacolo intenzionale. Ed il tutto lasciato lievitare in un sogno di piacere.

L’occhio può essere uno spettatore passivo, abbandonato nel vortice di impressioni che trascinano nella voluttà, rapito dalla bellezza e sorpreso dalla sensualità, oppure attardarsi volutamente su quelli che gli appaiono come i punti salienti di una situazione intrigante.
Quanto viene incamerato giorno dopo giorno contribuisce a confermare e rinsaldare l’edificio personale della realtà. Anche attraverso la proiezione di schemi di riferimento precedentemente strutturati, si dipinge il quadro delle circostanze, aggiungendoci qualcosa di interpretativo, fosse solo una cornice.
La tendenza di ciascun individuo è quella di imporre una propria visione della verità su quella percepita al momento. Ma è pur sempre uno sguardo più accorto a limitare questa creatività, con quel “colpo d’occhio” definitivo, che dal sogno riporta con “i piedi per terra”.
Col suo vagare, lo sguardo accumula scene di vita ordinaria, passando dall’una all’altra, e si sofferma a trattenere l’essenziale di quanto offre a pretesto la propria visibilità. In “Interaction Ritual: Essays on Face-to-Face Behavior” (1967), Goffman sentenzia come sia la gestualità apparentemente vuota a possedere maggior ricchezza di sfumature.
“Il fondamento della verità è dato dalla norma imposta dal movimento corporeo di una società”, in questi termini si esprime Kaufmann (“Corpi di donna, sguardi d’uomo”, 2007). Qualora ci siano combinazioni in cui a designare la normalità accorra la gestualità esplicita e ritualizzata, come nell’occidente medievale descritto da Jean-Claude Schmitt, in “La raison des gestes dans l’Occident médiéval” (1987), verrebbe “iconizzata” una verità in quel codice simbolico per tutti valido. Qualora invece la norma divenisse invisibile ed implicita ai contesti, ad attirare l’attenzione saranno comportamenti marginali.
La costruzione della realtà a partire dall’osservazione ha solamente bisogno di confermare quegli schemi interiorizzati e trasposti nella memoria del corpo come automatismi ed abitudini. L’aggiustamento, dice Goffman (“The Presentation of Self in Everyday Life”, 1959) interviene per correggere un eventuale scarto tra ciò che è stato osservato e quanto si reputa costituire la norma.
Sullo sfondo di questa costruzione della realtà campeggiano quelle “figure” che si colgono quali segni di visibilità, seguendo ovviamente una gradazione di rottura del ritmo dell’osservazione spontanea, variabile dal debole dettaglio che attira furtivamente l’attenzione alla vera e propria cattura dell’occhio, che rimane fissato, da parte di una qualche scena irresistibile, alla quale, si sostiene, non si possa fare a meno di assistere. Tale gradualità si riflette sulla banalità o sulla visibilità dell’immagine, sulla normalità o meno d’una morfologia che si possa o no far comprendere nella prestabilita norma sociale.
Gli estremi giustificano lo spontaneo cambiamento di registro della tipologia di sguardo. Soltanto lo sbarramento delle palpebre è intenzionale e decisamente voluto, altrimenti è l’occhio a pretendere “la sua parte”, dettando le regole della banalizzazione oppure rispettando la legge dell’invisibilità.

La vista contiene in se stessa delle proprie modalità estetiche, riconoscendone le estremizzazioni dalle quali farsi attrarre. David Le Breton, in “La sociologie du corps” (1992) assicura di come la bruttezza, l’handicap, il freak attragga almeno quanto la bellezza, la formosità, l’eleganza, la sensualità.
L’attrazione visiva mette in movimento l’intero corpo dell’osservatore in un atto significativo da non confondere nella massa convulsa della gestualità di contorno. Va da sé come l’anormalità che non conferma lo schema abituale, nel rimettere in discussione le basi medesime della sistematizzazione della realtà, richieda un’elaborazione attentiva maggiore, affinché si possa compiere lo sforzo di alloggiare o ricollocare la stranezza all’interno di una categoria “senza precedenti”, oppure andare incontro ad una modifica della medesima stabilità della questione, in quanto ci si deve aspettare che il futuro visivo potrebbe riservare molte altre sorprese.
Esistono parti anatomiche che attirano per la loro bellezza, quelle che al contrario si fanno notare per la mostruosità, altre suscitano interesse per la nudità, nel senso che indipendentemente da ogni criterio estetico, attraggono per la semplice condizione di essere messe in esposizione, altre ancora poi costituiscono degli “oggetti” davvero complessi.
“Il nostro sistema di percezione visiva, contrariamente a quanto avviene negli altri animali, è attivato unicamente da quello che è abituato a vedere. In altre parole, vediamo ciò che ci aspettiamo di vedere… La maggior parte delle persone, a differenza degli autistici e degli animali non umani, non vede i dettagli; è interessata unicamente all’insieme, allo schema o all’idea che ha delle cose…”, scrive Eduardo Punset in “Alla ricerca della felicità” (Fazi, Roma 2009). “Quando il dito indica la luna” c’è chi “guarda il dito”, e c’è chi vede la luna. Entrambi i comportamenti potrebbero reputarsi proficui, ma certamente in momenti e per scopi diversi!
In un approfondimento dell’analisi del sistema degli sguardi, ci si potrebbe spingere a dichiarare come sia giusto il guardare e l’essere guardati a calamitare la funzione visiva verso una determinata direzione. Gli occhi percepiscono il panorama che si offre loro di fronte, scivolando dolcemente sulla superficie dell’informe massa del consueto, rispettoso delle aspettative, per cogliere piuttosto quanto si discosta da esse talmente tanto da risvegliare la coscienza, innescando il meccanismo pensante, onde addivenire ad una più corretta regolazione di concentrazione, durata e modalità di perpetuare l’osservazione delle figure che si stagliano sullo sfondo, deciderne eventualmente una repentina interruzione cosciente, oppure proseguirla in maniera trasognata, ovvero spostare intenzionalmente l’attenzione altrove.

Kaufmann  (“Corpi di donna, sguardi d’uomo”, 2007) sembra  convinto che l’attrazione per le nudità non sia “un’invariante antropologica”, ma che anzi si ritrovi costituzionalmente ben radicata nel comportamento maschile, col risultato di suscitare un “riflesso”, quello di un quasi involontario sguardo reattivo. Questo “involontario sguardo riflesso” subisce comunque tutti i mutamenti delle sovrastrutture culturali, per cui se la nudità, o la bellezza, rientra nel contesto dell’abitudine, la banalizzazione che ne deriva la rende invisibile o la normalizza sullo sfondo del paesaggio, riducendola a dettaglio di costume.
Per durata  ed intensità del legittimo “riflesso visivo” connaturato nel sesso maschile, si giunge allo sguardo volontario, a volte proibito, la cui lunghezza  viene attentamente misurata dalla persona osservata e l’intenzionalità valutata in base alla fissità della concentrazione, come anche alla capacità di distrarsi. Descamps (“Le langage du corps et la communication corporelle”, 1989) classifica la maniera di guardare con una particolare ricchezza di aggettivazioni descrittive di una altrettanta varietà espressiva: curiosa, indiscreta, insistente, aggressiva, provocante, maliziosa, ammirativa, ironica, beffarda, turbata, malinconica, affettuosa, ingenua ed innocente, glaciale o calorosa …
Per Pierre Bourdieu (“La distinction. Critique sociale du Jugement”, 1979), la modalità dello sguardo comunica sempre qualcosa, trasmette messaggi ed emozioni, poiché l’esercizio della funzione visiva contiene costanti significati, persino quello che apparentemente potrebbe sembrare uno sguardo neutro, quello che “non ci dice nulla”, privo di senso per gli altri, quello lanciato così per se stesso, quello disinteressato, distaccato e puro. Per superare infatti l’attrazione riflessa nel raggiungimento di una spontanea disinvoltura si ricorre pur sempre alla dissimulazione di “vedere senza guardare”, come se si stesse osservando altrove, o proprio lì, ma qualcos’altro. In tal caso lo sguardo non perde il suo significato, ma ne acquisisce uno che potremmo considerare “doppio”. Gli occhi guardano distrattamente, in maniera distaccata, eppure la figura percepita è nitida, sufficientemente impressa da sollecitare il pensiero, mentre lo sguardo privo d’espressione cela l’intenzione di procedere per proprio conto sul versante di un continuum immaginario.
“Cosa ne facciamo dei desideri che non riusciamo a tollerare, i desideri che noi, o la società in cui viviamo, ci sforziamo di soffocare o controllare, che siano insoliti o comuni come la voglia di un nuovo amante che può trasformare un matrimonio altrimenti felice in un compromesso penoso quanto una prigione? – si interroga Daniel Bergner , in “Il lato oscuro del desiderio, i sentieri deviati dell’attrazione sessuale” (Einaudi,Torino 2009) – E che rapporto c’è tra fisicità e trascendenza, tra le superfici dei corpi ed il desiderio di dissolvere i confini dell’io, tra le forze della libidine ed il nostro anelito di amare ed essere amati?”
La risposta, suggerisce James Hillman, in “La Giustizia di Afrodite” (La Conchiglia, Capri 2008), sta, con buona approssimazione, nell’impossibilità di “separare l’amore o la bellezza dall’eccesso”, i piaceri dalle frustrazioni. Da tanta confusione forse provengono quelle misteriose manifestazioni di compulsione che spingono verso alcune specifiche forme sensuali.

Questa, che, qualora cosciente, potremmo definire come “arte” di “vedere senza guardare”, andrebbe distinta dall’attitudine non intenzionale di “guardare senza vedere”,  anche perché appartiene al contraddittorio rapporto intercorrente tra le regole ufficiali del gioco  di sguardi, valide ad esempio nei luoghi pubblici, ed il rispetto della privacy negli spazi relegati ad un’intimità inviolabile. Jean-Claude Bologne, in “Histoire de la pudeur” (1986) sostiene come, con l’affermarsi del sentimento di vergogna nel processo di civilizzazione rinascimentale, l’abiezione per gli escrementi, divenuta ormai coprofobia, avesse categoricamente escluso dagli ambiti domiciliari quei pur necessari luoghi preposti alla defecazione, con la conseguenza di costringere quanti avessero dovuto espletare tale funzione a compiere quell’atto che richiede particolare riservatezza, senza una sufficiente discrezione, in spazi pubblici. Per gestirne  la contraddizione un’”Ethique galante” raccomandava, nel 1731, di non salutare chi si fosse impegnato ad alleggerire il suo peso, facendo appunto finta di non vederlo.
L’esercizio di quest’”arte” abbisogna del massimo controllo dei movimenti e del dominio della fissità. Così l’interdizione nei confronti dello sguardo insistente sarà opportunamente sospesa purché quello venga rivolto verso prospettive neutre, come la linea dell’orizzonte, ma ciò varrebbe anche qualora restasse aperta la possibilità di carpire immagini clandestine con la coda dell’occhio? Questa specie di sguardo laterale, trasversale od obliquo fin quando rimarrà accettabile?
Nel tentativo di cercare risposte plausibili, ci viene, in un certo senso, incontro “The Presentation of Self in Everyday Life” (1959) di Goffman. Se la fissità concede un qualche, diciamo così, ristoro agli occhi, è la mobilità di questi ultimi, con la loro vaghezza, a permettere di catturare le maggiori informazioni. Di solito, lo sguardo si rivolge in tutte le direzioni, evitando che gli occhi si adagino su qualche particolare; e ciò avviene con un movimento circolare del capo, senza per questo doversi girare con un movimento finalizzato.
L’attitudine di vagare dello sguardo è un’attività cosciente, non certo riflessa ed involontaria. Sono gli occhi fissi ed (in-)espressivi a costituire un serio problema, come lo sguardo mascherato del voyeur, il quale, anche se con la coda dell’occhio, coglie il flusso delle immagini per scendere nei particolari, secondo una tattica di cattura mimetica, improntata su di un raffinato “doppio gioco”, che cerca di far passare per tollerabile un’attitudine per altri spregevole.
Impercettibili movimenti del volto, e del busto, tradiscono sia la maldestra copertura, sia un sentimento di vergogna. L’incrocio degli sguardi, in tali frangenti, sfiora il sacrilegio, perché lo scambio appartiene a ben altra modalità comunicativa, evocando ambiguamente l’avvio del costruirsi di una relazione in cui le occhiate arrivano concretamente “a toccarsi”. In questo caso lo sguardo penetra in profondità e sconfina nel messaggio romantico dell’amore “a prima vista”.
Giuseppe M. S. IERACE
Bibliografia essenziale:
Bateson G.: “Communication”, in Winkin Y.: “La nouvelle communication”, Seuil, Paris 1981
Bergner D.: “Il lato oscuro del desiderio, i sentieri deviati dell’attrazione sessuale”, Einaudi,Torino 2009
Birdwhistell R.: “Entretien”, in Winkin Y.: “La nouvelle communication”, Seuil, Paris 1981
Bologne J.-C.: “Histoire de la pudeur”, Olivier Orban, Paris 1986
Bourdieu P.: “La distinction. Critique sociale du Jugement”, Minuit, Paris, 1979
Cyrulnik B.: “Les nourritures affectives”, Odile Jacob, Paris 1993
Descamps M.-A.: “Le langage du corps et la communication corporelle”, PUF, Paris 1989
Goffman E.:  “The Presentation of Self in Everyday Life”, Anchor, New York 1959
,,         ,,  : “Interaction Ritual: Essays on Face-to-Face Behavior”, Doubleday, Garden City 1967
,,        ,,  :  “Engagement”, in Winkin Y.: “La nouvelle communication”, Seuil, Paris 1981
,,         ,,   : “Les moments et leurs hommes”, Seuil, Paris 1988
Hillman J.: “La Giustizia di Afrodite”,La Conchiglia, Capri 2008
Ierace G.M.S.: “Magia Sessuale”, Armenia, Milano 1982
,,            ,,     : “Contro le immagini – iconoclastia, iconofobia…”, su www.nienteansia.it
Kaufmann J.-C.: “Corpi di donna, sguardi d’uomo”, (Trad. ital.) Raffaello Cortina, Milano 2007
Le Breton D.: “Anthropologie du corps et modernité”, PUF, Paris 1990
,,      ,,       : “La sociologie du corps” PUF, Paris 1992
Perrot P.: “Le travail des apparences, ou les transformations du corps féminin, XVIII-XIX siècle”, Seuil, Paris 1984
Punset E.: “Alla ricerca della felicità”, Fazi, Roma 2009
Sauvageot A.: “Voirs et savoirs. Esquisse d’une sociologie du regard”, PUF, Paris 1994
Schmitt J.-C. : “La raison des gestes dans l’Occident médiéval”, Gallimard, Paris 1987
Winkin Y.: “La nouvelle communication”, Seuil, Paris 1981







1 Commento a “Guardare senza vedere… vedere senza guardare – “costruzione” della realtà – aggressività “oculare” – fissità “iconica”, interazioni diffuse, riflesso visivo… “alla ricerca della felicità””

  1. patrizia

    un po’ difficile ma interessante

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