Homepage di Nienteansia.it

Switch to english language  Passa alla lingua italiana  
Newsletter di psicologia


archivio news

[Citazione del momento]
Ogni tipo di dipendenza è cattiva, non importa se il narcotico, l'alcool, la morfina o l'idealismo. Carl Gustav Jung
Viagra online

Gatta ci cova? Hans Asperger e le uova dei felini

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 18 Novembre 2013 | 4,797 letture | Stampa articolo |
0 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 50 votes, average: 0.00 out of 5 (voti: 0 , media: 0.00 su 5)
Devi effettuare il login per votare.
Loading ... Loading ...

La nostra civiltà sarebbe estremamente noiosa e sterile se non avessimo persone con sindrome di Asperger e non ne facessimo tesoro” è la frase conclusiva con cui lo psicoterapeuta Tony Attwood, tra i maggiori esperti della sindrome di Asperger, letterariamente chiude un suo testo accademico con “parole a effetto”, giudicate “imprudentissime” da Giorgio Gazzolo, in “Gatta ci cova? Ve lo spiega un Asperger. I modi di dire che confondono” (Erickson, Trento 2013). Semplicemente perché un soggetto Asperger non le capirebbe. Gli Asperger non utilizzano sottintesi, non fanno allusioni, tanto meno apprezzano il senso figurato del linguaggio.

Barbara Jacobs invita quanti intrattengono relazioni con questi soggetti a imparare ad aspettarsi l’inaspettato. Nel suo libro li paragona a Mr. Spock, il personaggio della serie televisiva Star Trek, dal carattere ben consolidato nella logica, senza lasciar spazio alle emozioni. Eppure, afferma che la loro tenerezza è illimitata, anche se inconsapevole, come quella d’un bambino.

In Un amour de Swann (1913), “romanzo nel romanzo” (Du côté de chez Swann), Marcel Proust ritrae il dottor Cottard come uno che non afferra il senso delle locutions e, imbarazzato, si schernisce con un “sourire conditionnel et provisoire”. Quindi un timido che non vuol passare per ingenuo, o uno sprovveduto che stenta a distinguere le facezie dai toni seri. Di certo, le sue relazioni interpersonali erano insufficienti. Ma “mener une vie de bâton de chaise” non si interpreta se non ci si riferisce alle portantine d’un tempo, che comportavano due grandi bastoni laterali sui quali adagiare  la sedia gestatoria, contenitrice, e l’umano contenuto. Bastoni costantemente manipolati, sollevati, posati, tirati per disimpegnare l’accesso, riposti, insomma in continuo movimento. Quest’attività eccessiva, a poco a poco, ha ceduto il passo all’idea d’una vita disordinata, come quella dei portatori, sempre in trasferta ad attendere il ritorno del proprietario della portantina, impegnato di preferenza in luoghi di dissolutezza, bische e bordelli, dove erano costretti a recarsi con i bastoni per non farseli rubare. Il destino degli uni (des porteurs) si legava così strettamente a quello degli altri (leurs bâtons).

Ispirandosi alla lettura del saggio di Emerson, Il trascendentalista, Herman Melville, nel 1853, sulla rivista Putnam’s Magazine, descrisse Bartleby the Scrivener, una figura “pallidamente linda, penosamente decorosa, irrimediabilmente squallida!“.

“…la formula, ‘I prefer not to’, non era né un’affermazione né una negazione. [...] ‘Preferirei niente piuttosto che qualcosa’: non una volontà di nulla, ma l’avanzare di un nulla di volontà. – commentò Gilles Deleuze -  Bartleby si è guadagnato il diritto di sopravvivere, vale a dire di starsene ritto e immobile di fronte ad un muro cieco. Essere in quanto essere e nient’altro. Si insiste perché dica di sì o di no. Ma sia che egli dica di no (collazionare, fare commissioni, …), sia che dica di sì (copiare), sarebbe subito sconfitto, giudicato inutile, non sopravviverebbe. Non può sopravvivere che muovendosi continuamente in circolo girando su se stesso, in una sospensione che tiene tutti a distanza. La sua strategia di sopravvivenza è preferire ‘non’ collazionare, ma con questo anche ‘non’ preferire copiare. Aveva bisogno di ricusarne uno per rendere impossibile l’altro. La formula è a due tempi e non smette di rigenerarsi, passando per gli stessi stadi…” (Bartleby, ou la formule, Critique et Clinique, 1993).

Le formule di Bartleby rientrano in uno stile negativista ed esistenzialista, mentre quelle a cui Asperger non ha accesso sono espressioni idiomatiche. Peigner la girafe, aller se faire lanlaire, avoir du boeuf sur la langue, c’est la fin des haricots, mari accomodé au safrain, prendre la clef des champs, monter sur ses grands chevaux. Anche i neurotipici trovano grosse difficoltà a cogliere il senso dei modi di dire stranieri, dovendo faticosamente trovare delle associazioni logiche tra i cavalloni e l’ira, fuga e chiave dei prati, corna e zafferano, fagioli e carestia, bue e discrezione, refrain di vecchie canzoni popolari e “quel paese”; già all’inutilità dell’atto di “pettinare le giraffe” si potrebbe arrivare…

 

L’inglese “in someone else’s shoes” è prossimo al nostro “mettersi nei panni di qualcuno”. Ed è quello di cui gli Asperger sono assolutamente incapaci, i loro circuiti neuronali non passano per gli stessi incroci delle menti altrui. Non si sintonizzano sulla stessa frequenza d’onda, non danno di gomito, non fanno piedino, né afferrano sorrisetti, occhiolini, ammiccamenti, gesti d’intesa, mancano insomma di tutto ciò che comporta un comune sense of humor, cioè quello dei neurotipici.

Le frasi idiomatiche sono quello che il colore rappresenta per la pittura, arricchendone il disegno. Rendono il discorso brillante, elegante e lieve, offrendo pure suggerimenti al gioco di parole costruito sul buon senso popolare che accomuna le culture o le caratterizza. Certo “jemandem einem Bären aufbinden” appesantisce un po’ qualsiasi cosa si voglia dire, ma rientra nella tipicità greve della lingua germanica. L’orso è di casa da quelle parti, averlo legato alla schiena un po’ meno familiare e a noi sfugge affiancarlo all’inganno, al raggiro, alle fandonie che si possono predisporre o raccontare.

Chiamandola Orsetta, John Elder Robinson ha afflitto la prima moglie; innegabile la sua intelligenza, il grande talento musicale, nei compiti scolastici e nei giochi, ma anche l’isolamento sociale in cui ha trascorso gran parte dell’esistenza; altrettanto piccola la qualità d’accattivarsi la simpatia di compagni e autorità, scoraggiati dall’inclinazione spontanea a sbottare, ed evitare gli sguardi. Da quando gli fu diagnosticata la sindrome, ha sviluppato una miriade di strategie di coping che lo aiutano a sembrare normale e a raggiungere e mantenere il successo nella vita. I consigli pratici elargiti, con genuina onestà ed eccentricità disinvolta, a quanti si sentono “diversi”, mirano a migliorarne la precaria comunicazione e quella disabilità sociale che trattengono tanta gente dal trarre pieni vantaggi dalle loro singolari, frequenti, seppur “differenti”, qualità. Tutte le persone al mondo, che siano Asperger o no, possiedono qualcosa di unico da offrire, e ognuna di loro usufruisce di qualche capacità da rinforzare, pure riguardo ai legami affettivi con familiari e amici.

Gli Asperger adulti possono prendere coscienza dei loro errori di gioventù, ricollegabili al non riuscire a percepire correttamente le sensazioni degli altri e, ragionandoci sopra, costruire una “teoria della mente”; realizzare così che ognuno pensa a qualcosa per sentire di dover agire di conseguenza.

L’incomprensione esiste comunque anche laddove la sindrome non è presente. L’incomunicabilità esistenziale mina i rapporti umani e le difficoltà incontrate nella comprensione del prossimo corrisponde alla problematicità di approfondire il proprio modo di essere e la conoscenza di noi stessi. I cattivi modelli appresi sono indubbiamente d’ostacolo, ma l’affinamento del giudizio e della critica producono piccoli, e a volte decisivi cambiamenti.

 

Il Christopher Boone di The Curious Incident of the Dog in the Night-Time (2003), il romanzo di Mark Haddon, non sopporta d’essere toccato, odia i colori giallo e marrone, ama il rosso, ma l’isolamento dalle sensazioni emotive e una naturale predisposizione lo appassionano alla matematica. Il Ben X di Nic Balthazar (Nothing Was All He Said), compensa la propria inadeguatezza parlando da solo con il fantasma della sua compagna di giochi. Nel secondo romanzo di Jonathan Safran Foer, Extremely Loud and Incredibly Close, il nipote è ossessionato dalla scritta: Black, mentre il nonno comunica mostrando alternativamente le palme delle mani per dare risposte affermative o negative. Il padre del Dear John (2006) di Nicholas Sparks conduce una vita molto monotona, da numismatico.

Nella commedia del 2005, Crazy in Love, diretta dal regista norvegese Petter Næss, si dà vita ad un rapporto romantico tra un tenero tassista dalla grande abilità con i numeri e una passione per gli uccelli e la bella Isabel amante di musica e arte. Adam è un film del 2009, di Max Mayer, in cui si racconta l’atipico e complicato rapporto tra un ingegnere, a dir poco geniale, e una scrittrice in erba. Ma gli insoliti tratti caratteriali, che, a prima vista, conferiscono una mancanza di empatia, attribuiscono al giovane trentenne un’originale forma di goffaggine sociale. In My name is Kahn (2010), di Karan Johar, l’ingenuità del protagonista lo determina a perseverare.

Pur non dimostrando alcun interesse nelle interazioni sociali, bensì una malsana attitudine all’autolesionismo, il Mattia, de La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano, esercita con successo la professione di insegnante di topologia algebrica presso un’università straniera. Non riesce comunque a superare il muro di solitudine che lo separa dal numero primo gemello, restando solitario e isolato, eppure vicinissimo, poiché attratto e accomunato dalle stesse particolarità.

 

La paremiologia ci insegna che la somma degli elementi contenuti nei modi di dire e nei proverbi spesso non corrisponde al senso figurato ch’essi ci rendono in immagini. Un’interpretazione letterale allontana, maschera, traveste, ma l’improbabilità non può essere mimata. Per non soccombere, l’Asperger potrebbe decidere di dissimulare, simulare, recitare, “fare l’indiano, lo gnorri o il nesci”, “orecchie da mercante”, “u sceccu ‘nto linzolu”, ma in effetti è più ingenuo che attore, non finge di non sentire quello che gli viene detto, o di non capire, non sapere, o non interessarsi a qualcosa per proprio comodo, non se l’annaca, insomma.

L’indiano è per antonomasia l’uomo estraneo che vien di lontano; gnorri e nesci, rispettivamente da ignorare e nescire, l’affettata ignoranza la dimostrano, il primo di fatto, “il secondo anche d’idea o d’artifizi d’avvedimento; e denotano ancora meno sincerità”, scriveva il Tommaseo nel suo Dizionario: “Affettare fuor di proposito maraviglia”.

Nella commedia cinquecentesca La pinzochera di Anton Francesco Grazzini, detto il Lasca, l’invito “fate orecchi di mercatante” è seguito dalla spiegazione: “Non odono se non le cose che fanno per loro”, cioè le cose che fanno loro comodo per i loro stessi affari.

L’esempio manzoniano, nel quarto capitolo dei Promessi sposi, quasi delinea un Asperger nella figura del commensale del padre di Lodovico (il futuro fra’ Cristoforo), un mercante che “aveva rinunziato al traffico, e s’era dato a viver da signore”, e che provava “una gran vergogna” di aver praticato quell’attività. Il convitato stuzzicato, “per corrispondere alla celia, senza la minima ombra di malizia, proprio col candore di un bambino, rispose: – eh! io fo l’orecchio del mercante –”. Quel voler ‘far finta di non capire’, evoca il tabù, facendo precipitare la situazione. Tutti gli altri invitati: “tacevano, e, in quel silenzio, lo scandolo era più manifesto”.

Scandaloso è pure un asino al posto del bambinello del presepe, che tra le lenzuola occupa la greppia, la culla, la naca, dalla quale deriva quel verbo insidioso “annacarsi”, difficile da rendere in italiano. Non è un semplice “cullarsi”, perché prevede il massimo moto con il risultato conseguente del minimo spostamento.

Giovanni Meli (1740-1815) cantava l’infatuazione di Polifemo per la ninfa Galatea: “Né chiù ci piaci, comu ci piacia,/ fari di crapi e boi lu guardianu,/ da comu un vacabunnu mariolu/ scurri e lu sceccu fa ‘ntra lu linzolu”.

Nelle sue Metamorfosi, Apuleio descrive l’avventuroso viaggio, e le peripezie del protagonista, trasformato in asino che deve superare svariate prove per giungere alla riconquista di se stesso e trasmutarsi, con l’aiuto della Sapienza, in un essere felice e “aureo”. Una mutazione gnostico-alchemica dell’embrione “minerale” in Natura spiritualizzata.

Il dipinto ottocentesco di Filippo Balbi (1806-1890), conservato nel corridoio della farmacia cistercense della Certosa di Trisulti a Collepardo (FR), reca inferiormente, il palindromo del Sator. Il personaggio, raffigurato con orecchie d’asino, ha l’aspetto d’un vecchio barbuto, il cui busto poggia su un piedistallo a forma di cubo (simbolo evidente della Pietra Squadrata e Levigata). Nella parte più bassa, l’esplicativa frase: “Ma il cambiar di natura è impresa troppo dura”. Sator, il seminatore, l’Artista, il Filosofo, l’uomo che sappia stare sul proprio carro (Arepo), e guidare le operazioni, è padrone (Tenet) del Fuoco, attraverso cui la Natura (la materia prima, Opera) muta (Rotas), cambia, si divinizza (Pietra filosofale), diventa Spirito (Elisir), si trasforma in Asino d’Oro.

Nascosto sotto una spoglia celeste, il dio-pesce dei Caldei, Oannes, diviene il sole. Ed è questa l’origine di tutte le pelli mitizzate, dal Toson d’oro fino a Pelle d’Asino, di tutte le maschere totemiche, di tutti i travestimenti, abbigliamenti, vesti, scarpe, cappelli, gioielli rituali.

 

Il riferimento impersonale e femminile suggerito da modi di dire del tipo: Dio ce la mandi buona, darla buca, darsela a gambe, cavarsela, avercela con qualcuno, me la pagherai (usata dalle donne) te la faccio vedere (dalle donne opportunamente evitata) inducono, soprattutto quest’ultima frase, a rievocare l’antico rito misterico dell’anasyrma, dal quale potrebbe derivare.

L’originale della canzoncina di Louis (Loulou) Gasté (1908-1995) suona “Mademoiselle a laissé quelque chose au Chili…”(1947) e non si capisce perché, in italiano, il Cile diventa Perù e la signorina è già sposata (“la signora ha lasciato qualcosa in Perù…”), soprattutto in quanto, se abbiamo capito bene, è proprio quel “qualcosa” d’irrimediabilmente perso, tipo la scarpetta di Cenerentola, per Bruno Bettelheim, che l’ha costretta al matrimonio riparatore.

Piove come Dio la manda, in inglese suona “it’s raining cats and dogs”, accostandosi più che a delle previsioni meteorologiche a un insulto di massa, dove sono i suini a sostituire i felini. Il gatta ci cova, in Francia fa “il y a anguille sous roche”, forse perché “il y a quelque chose de dissimulé dont on soupçonne l’existence”, e il teleosteo tende a “se faufiler”. Ma, tra gli scogli, si trova, per lo più, una murena. Mentre in alcune regioni italiane alla femmina si dà il nome maschile di capitone. I tedeschi tornano al mondo dei pesci dicendo “die Sache hateinen Haken”. E noi ci sentiamo legittimati a supporre che “la cosa che ha un amo” potrebbe forse essere la stessa che, per altro, da noi, si dubita possieda i denti…

L’inganno “s’intrufola” dappertutto e dovunque può nascondersi una trappola, o un’arma a doppio taglio. Diffidenza, sospetto e complotto vanno di pari passo e, se non si subodora l’intrigo, è poi inutile piangere sul latte versato. E qui andiamo d’accordo con inglesi e tedeschi quasi alla lettera: “it’s no use crying over spilt milk”, “über verschüttete Milch weinen”. Per i francesi, invece il latte è répandu, sparso.

A piangere può essere il cuore, nel caso della miseria, il verbo è riflessivo, e poi c’è pianto e pianto, del vitello, del coccodrillo, le cui lacrime non sono “amare”, bensì “digestive”.  La zoologia diventa colorata e fantasiosa, in italiano,  per i sorci ed elefanti in francese, rispettivamente verdi e “roses”. Per l’éléphant rose, la fantasia allucinatoria è stupefacente, in tutti i sensi, e proviene dal romanzo autobiografico di  Jack London, John Barleycorn (1913), in cui narra del suo delirium tremens.

Jeter sa langue au chien“, paragonando il discorso ai rifiuti alimentari, lo svalorizza. Da quando però al gatto è stata attribuita la funzione di confidente intimo (“Il gatto di Montaigne”), custode dei segreti, guardiano della soglia del mistero, “donner sa langue au chat“, in effetti, riconsidera la questione, concedendole validità di responso. Chi ha tendenza a elaborare grandi storie, partendo da non grandi cose, come “du lait”, necessità di una certa abilità da “maître”: “en faire tout un fromage”.

 

Il procedimento attraverso il quale chi parla tenta di rimotivare un segno, altrimenti oscuro per la sua competenza linguistica, viene definito paretimologia, ma sarebbe più corretto Volksetymologie, etimologia popolare. Se invece viene prodotta dalle convinzioni personali, sia pure errate, d’un “erudito”, sarà forzata l’interpretazione, senza alterazione alcuna della forma, assumendo un carattere pseudolinguistico prescientifico, che concepisce il linguaggio come entità atemporale, immutabile e portatore di simbologie al limite dell’oracolare. Nella leggenda della fondazione di una città da parte di un eroe eponimo, in realtà, è il nome di quest’ultimo a derivare dall’altro.

Paretimologie scherzose sono quelle di Bianca Pitzorno, nel suo libro Parlare a vanvera, in cui ogni racconto “svelerebbe” l’etimo di un modo di dire. L’espressione “a bizzeffe” non deriva dal latino  bis f (“due volte effe”), bensì dall’arabo bizzāf, “molto”. “Idem con patate” non ha nulla da spartire con la citazione da  Sallustio (De coniuratione Catilinae: XX, 4):  “Idem velle atque idem nolle, ea demum firma amicitia est”; non c’entra con l’affiatamento, piuttosto con la ripetitività della “solita minestra”, o il ben più dotto “niente di nuovo sotto il sole”, visto che “Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà” (Ecclesiaste I, 9). Si possono intessere molte narrazioni quali probabili retroletture (paretimologiche) d’una storpiatura, a volte popolare, altre volte canzonatoria. La locuzione latina, in questo caso “Idem comparate (ad)“, avente il significato di “come sopra, applicato (a)”, in uso nei trattati, è rientrata nella lista dei menù di Kartoffelesser.

Per fornire spiegazione a sigle la cui origine non è immediatamente chiara,  si ricorre ad acronimi inversi (in inglese, backronym). Ne sono esempi: SOS, erroneamente associato a “Save Our Souls” o “Save our Ship” e IHS, interpretato “Iesus Hominum Salvator“, mentre in alfabeto greco ΙΗΣ compare già tra le abbreviazioni chiamate oggi Nomina sacra. Nei manoscritti greci del III secolo, indicava il nome di Gesù a caratteri maiuscoli, per cui la lettera H stava per eta. Utilizzando le prime due lettere e l’ultima del nome si ottiene pure XPS per “Christos“; le due sigle infatti sono costruite in modo analogo, perché la S è l’ultima lettera per entrambe.

Ut turpiter atrum desinat in piscem mulier formosa superne” dell’Arte poetica (vv. 3-4) di Orazio significa che un’opera richiede armonia e unità in tutte le sue parti e obliquamente allude a promesse o intenzioni deluse. Balzac, nel 1833, ha aggiornato  l’espressione in “Ferragus, chef des dévorants” : “Quelques rues (de Paris), ainsi que la rue Montmartre, ont une belle tête et finissent en queue de poisson“.

La fila indiana, uno dietro l’altro, si dice “à la queue leu leu”, contraendo “c’est à la queue d’un leu qu’on trouve un autre leu“, dove “leu est l’ancien nom du loup”. “Quand on parle du loup, on en voit la queue” corrisponde a “Lupus in fabula”, parla del diavolo e spuntano le corna, ma quando si sente dire “avoir la queue entre les jambes”, ci s’immagina il cane, a cui, in italiano, si può tirare la “coda” quando si ha fame, “che ti da pane e salame”, un’allusione volgare, analoga a quando si ha sete: “tira il cordone al prete”, “ho sonno! Tira la coda al nonno”… Forse però, come nel caso degli “antichi che mangiavano le bucce e buttavano i fichi,” abbiamo una sarcastica esasperazione in risposta a richieste di ovvietà.

L’incoerenza, in francese è, come da noi, “sans queue ni tête”. “Beauté du diable”, in italiano è la bellezza dell’asino; e “qui casca…”. “Un diavolo per capello” non significa però averli tutti in testa, eterogenei come sono, quello del ponte, dell’ampolla, della Versiera, quello in un canneto, nel catino …, o magari in ordine alfabetico: Aaman, Alichino, Azazel, Barbariccia, Behemoth, Cagnazzo, Calcabrina, Ciriatto, Draghignazzo, Empusa, Farfarello, Foras, Graffiacane, Libicocco, Rubicante, Yosuzume, Zumberabo. “Tirare le orecchie al Diavolo” espone alle male tentazioni. “Tirer le diable par la queue” fa riferimento a un’illustrazione di Bruegel il Vecchio.

Altre volte il diavolo la coda ce la mette!  Poi c’è la coda di paglia ed è tutto un sottinteso, e la coda e la paglia. La coda non ha bisogno di ulteriori approfondimenti, se non di “metterci il sale sopra”; la paglia si pone in relazione al fuoco (di), all’uomo (di), all’ago… “Tirer à la courte paille, ou à la bûchette” è un’estrazione a sorte citata in “Il était un petit navire”.

Etwas zwischen dem Morgenkaffee und der Morgenkacke erledigen”, letteralmente è un riferimento scatologico, peggio della ciofeca, qualcosa di sbrigativo, però, per noi “fatto alla carlona”,  ”alla buona”, “senza pretese”, e quindi “senza cura”. Il “Carlone” dei poemi cavallereschi, in realtà Carlo Magno, anche dopo l’incoronazione, non rinunciò mai alle sue abitudini un po’ troppo grossolane.

 

Gli Asperger hanno buona memoria per i dettagli, ma trascurano ciò che per gli altri è più importante. Il loro meccanismo mentale attratto dalle bizzarrie non nasconde secondi fini, non aspira ad avvantaggiarsene in senso personale, non riduce la verità “ad usum delphini”.

Per loro, i “neurotipici” sono troppo superficiali, non approfondiscono, dando tutto per scontato, senza riflettere, anzi si nutrono di ambiguità ed equivoci. Tendono a criticare la pagliuzza nell’occhio degli altri e non s’accorgono della trave che li appesantisce e li immobilizza. Le frasi idiomatiche sembrano loro congeniali, studiate apposta per fuorviare, fornendo un’immagine non pertinente per indicare qualcosa che sta all’opposto.

Due soggetti Asperger potrebbero vivere in una specialissima simbiosi tutta impostata sulla reciproca incomprensione. Le parole ingannano, ma pure rumori, odori e gli altri sensi. Solitamente, non amano il contatto degli sguardi né quello fisico. E, come aggiunge Isabelle Hénault, esperta sessuologa, sono pure d’hygiène douteuse.

Certo non arrivano a “puzzare come una capra”, animale che non gode di grande reputazione, visto che essere una capra significa non capire niente. Eppure si può anche salvare capra e cavoli, onde evitare danni collaterali. Il capro espiatorio lo si sacrifica per il bene di altri, anche per non perdersi in questioni di lana caprina.

Come un maiale, o come un porco, non è mai un complimento: essere, sembrare, mangiare, comportarsi come un maiale o un porco… non è affatto elegante. L’indistinzione corrisponde all’unione di cani e porci, presente anche nel Vangelo di Matteo (7, 6), con altro intendimento: “Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci…”.

Fare i propri porci comodi è difficile da tradurre. E anche in italiano l’analisi non è del tutto chiara. “Porci come soggetto, più il suo aggettivo indicante il fatto che le grasse creature hanno a disposizione qualcosa (divano o poltrona) che fornisce loro una sensazione di agio. – commenta Giorgio Gazzolo, in “Gatta ci cova? Ve lo spiega un Asperger. I modi di dire che confondono” (Erickson, Trento 2013) – Non così piana grammatica nel modo di dire! Il vocabolo comodi prende valore di sostantivo e viceversa i porci non sono più tali, ma si piegano a qualificare negativamente i comodi stessi, assumendo la funzione di aggettivo”.

Michelle Dawson evidenzia come l’assimilazione degli Asperger sia così onnivora da non filtrare, né rispettare una qualsiasi ortodossa tassonomia. Eppure riescono a riutilizzare ogni cosa in una sorta di ruminazione mentale. L’Asperger sta sulle sue, combattuto tra l’invadente mormorio che gli proviene insistentemente da dentro e le aspettative del prossimo. Perché non ha un codice di riferimento, una gerarchia che valorizzi le sue scelte, in base all’ordine d’importanza. Questa disarmonica polifonia può sovvertirlo fino a farlo debordare, o “monter comme une soupe au lait”, che si dice d’una persona il cui umore cambia così repentinamente “très brutalement, aussi vite que le lait redescend dès qu’on le sort du feu”. Eppure potrebbe dissertare a lungo sull’opportunità di mantenere la temperatura dell’acqua per il tè sopra gli 80° C, evitando di farla bollire, altrimenti l’infuso si scurisce, diventa amarognolo e troppo caldo per berlo.

I percorsi delle circonvoluzioni cerebrali Asperger non sono solo labirintici, ma imprevedibili. Perciò è preferibile parlargli in termini positivi; non capirebbe espressioni come “t’amo da morire!”, “né carne né pesce”; in un caso si preoccuperebbe per la vostra salute, nell’altro prenoterebbe in un ristorante vegetariano.

È sempre difficile prendere decisioni che coinvolgano altri; come nel fare i regali, non si sa mai in anticipo quale sarà il grado appunto di gradimento. Per capire le intenzioni altrui occorrerebbe esercitare un legittimo dubbio. L’Asperger non è sospettoso perché presume che nessuno menta. Lui non lo fa, quindi che senso avrebbe mettergli “pulci nell’orecchio”?

 

“Un pugno nell’occhio” non è affatto uguale alla minaccia: ti faccio un occhio nero… E le marionette sono ben diverse dai burattini da piantare assieme alla baracca.

Non si tratta di quella tetratricotomia, che ricalca il termine di Umberto Eco, tetrapiloctomia, anche se il primo termine sembra più adeguato a una precisa collocazione integrata all’interno della lingua greca, in quanto sostituisce il latino pilus con trikós, ottenendo una sintesi linguistica maggiore nella descrizione dell’arte di “tagliare un capello in quattro”, che non equivale affatto alla “gatta da pelare”, e neppure a spiumare i polletti, “Hühnchen rupfen”, della seriosità germanica, sinonimo di dissotterrare l’ascia di guerra, “das Kriegsbeil ausgraben”, o adire le vie legali, “Gericht gehen”.

La patafisica è la “scienza delle soluzioni immaginarie, che accorda simbolicamente ai lineamenti le proprietà degli oggetti descritti per la loro virtualità” (libro II, Elementi di Patafisica, par. VIII), definizione tratta da Gestes & Opinions du Docteur Faustroll pataphysicien, roman néo-scientifique (1907) di Alfred Jarry (1873-1907), l’autore di Onénisme ou les Tribulations de Priou (1888) e Ubu Roi (1896), testi sul tema dell’assurdità dell’esistenza intrisi di grottesco fraintendimento.

Dopo la sua proposta di “scientificizzare” la storia (Une histoire modèle), Raymond Queneau tenta d’introdurre un po’ d’ordine e un po’ di logica in un mondo che ne è totalmente privo. Un’uscita dalla storia è l’unica soluzione possibile e rappresenta il nucleo de Les fleurs bleues. “I due modi di considerare il disegno della storia, nella prospettiva del futuro o in quella del passato, si incrociano e si sovrappongono – scrisse Italo Calvino nell’Introduzione all’edizione italiana di Les fleurs bleues – “Queneau si prende gioco della storia negandone il divenire per ridurla alla sostanza del vissuto quotidiano“. L’ispirazione d’un’opera letteraria, dicono i fondatori (François Le Lionnais, Raymond Queneau, Jacques Bens, Claude Berge, Jacques Ducheteau, Jean Lescure e Jean Queval) dell’Ouvroir de Littérature Potentielle, va adattata a tutta  una serie di procedure e costrizioni, grammaticali, lessicali, di struttura, rispondenti a prefissate contraintes, come antistrofe, acrostico, lipogramma, palindromo, olorima, per non parlare dei jeux d’esprit.

 

Per l’Asperger si usa l’ossimoro idiot savant, imbecille erudito. Ma, per intendere certe parole occorre innanzitutto inquadrarle come convenzioni. I significati che attribuiamo loro disegnano delle immagini comuni e divengono quindi patrimonio culturale contingente alla società. Nel corso del tempo hanno subito innumerevoli deformazioni, modificate da altrettante accezioni. Quelle che hanno  concentrato in sé per lo più il senso dispregiativo assumono caratteristiche umane di “deficienza”,  e sono simbolo di mancanza, sinonimo d’ignoranza e superstizione, d’un certo limite intellettuale. Lo stupido per esempio è colui che non utilizza al meglio la propria intelligenza, implicitamente, seppure in diverse misure, un portatore di handicap e, nella lingua corrente, ha via via perso il legame col concetto di insensibilità, indotta da meraviglia, sorpresa, stupore, accostandosi sempre più a ben altro: tonto. E magari non più a sciocchino, dal tono più premuroso, o ingenuo, mai necessariamente offensivo.

Le distinzioni valgono anche per quei termini che possono rientrare nell’elogio, l’adulazione o il sarcasmo. Il saccente che ostenta una sapienza superiore a quella realmente posseduta e fa mostra di ciò che sa in maniera petulante è più vicino al presuntuoso. L’erudito, allora, possiede molte nozioni, che nel loro insieme non costituiscono cultura. Perché il colto ha acquisito conoscenze nei più svariati campi; il dotto si prodiga per insegnarla; il sapiente sa mettere in pratica le proprie conoscenze. In ogni caso, certe nozioni meglio averle in dotazione, pur inconsapevole, piuttosto che andarle ad analizzare.

 

Giuseppe M. S. Ierace

 

 

Bibliografia essenziale:

Attwood T. Asperger’s Syndrome: A Guide for Parents and Professionals, Jessica Kingsley Pub, London 1998

Attwood T. The Complete Guide to Asperger’s Syndrome, Jessica Kingsley Pub, London 2006

Attwood T. Exploring Feelings for Young Children with High-Functioning Autism or Asperger’s Disorder, Future Horizons Inc., Arlington 2004

Attwood T. From Like to Love for Young People with Asperger’s Syndrome (Autism Spectrum Disorder): Learning How to Express and Enjoy Affection with Family and Friends, Jessica Kingsley Pub, London 2013

Bettelheim B. The Use of Enchantment: The Meaning and Importance of Fairy Tales, Knopf, New York 1976

Dawson M. The misbehavior of behaviourists, Ethical Challenges to the Autism-ABA Industry, Montreal 2004

Deleuze G. Bartleby, ou la formule, Critique et Clinique, 89-114, Paradoxe, Minuit, Paris 1993

Frampton S. Il gatto di Montaigne, Guanda, Parma 2012

Gazzolo G. Gatta ci cova? Ve lo spiega un Asperger. I modi di dire che confondono, Erickson, Trento 2013

Henault I. Asperger’s Syndrome And Sexuality: From Adolescence Through Adulthood, Jessica Kingsley Pub , London2005

Ierace G.M.S. Il senso e il suo contesto…, http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/atri-argomenti/il-senso-ed-il-suo-contesto-%E2%80%93-il-formaggio-con-le-pere-ed-altre-misticanze-ma-io-chi-sono-per-non-sapere-%E2%80%93-comunicazione-pleonastica-e-primato-epistemologico-del-buongusto/807/

Ierace G.M.S. La sindrome del savantismo, http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/disturbi-e-patologie/la-sindrome-del-%E2%80%9Csavant%E2%80%9D-savantismo-e-l%E2%80%99arte-di-ricordare-tutto/1611/

Ierace G.M.S. Interpretare il linguaggio del corpo, http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/atri-argomenti/interpretare-il-linguaggio-del-corpo-e-gli-%e2%80%9cscherzi-della-natura%e2%80%9d-mose-e-le-pieta-senili-il-gatto-di-montaigne-%e2%80%93-traduttoretraditore-paremiologia-antigone-di-sofocle/2797/

Ierace G.M.S. … Verre Verde Ihttp://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/atri-argomenti/psicosocioantropologia-di-un-colore-verde-ii/3093/

Jacobs B. Loving Mr. Spock: Understanding a Lover with Asperger’s Syndrome, Future Horizons, Arlington 2004

Jones-Davies M. T. (ed.) La satire au temps de la Renaissance, Touzot, Paris 1986.

Melville H. Bartleby, the Scrivener: A Story of Wall Street , Pennsylvania State University, Electronic Classics Series, Hazleton 2002

Robison J. E. Look Me in the Eye: My Life with Asperger’s, Crown, New York City 2007

Robison J. E. Be Different: My Adventures with Asperger’s and My Advice for Fellow Aspergians, Misfits, Families, and Teachers, Broadway Books, Portland 2012

 







Lascia un Commento

*