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Esibizionismo, voyeurismo – corpi di donna, sguardi d’uomo – globofilia, globofobia… invidia del seno – narcisismo della seduzione – ambiguità dello scambio di occhiate

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 26 Ottobre 2009 | 5,389 letture | Stampa articolo |
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“Maternità, erotismo e narcisismo s’incontrano nello stesso giardino e si nutrono dello stesso frutto” Dominique Gros: “Le sein devoilé” (1987)
Dell’ambiguità del seno gli psicoanalisti d’antan fecero uno dei loro capisaldi. Da neonati ci si attacca, poi non si vede l’ora di carezzarlo, la stessa portatrice sana se lo rimira allo specchio, quasi non fosse suo. E’ assurto a simbolo di rapporto diadico, meta d’interessi e di curiosità inappagati, oggetto di giochi erotici, fonte di preoccupazione competitiva, e, ad una certa età, di minaccia alla salute ed all’estetica.
L’allattamento, a volte, dissimula un piacere che appartiene alla sfera sessuale ed il rifiuto di porgere il seno al pargolo nasconde ansie profonde; corsi e ricorsi di una moda che esalta magrezza e mascolinità. La piattezza ed inconsistenza delle ghiandole mammarie non sono sufficientemente giustificate da smanie ideologiche di eguaglianza e pari opportunità tra generi, che restano comunque diversi (“vive la differénce!”).
L’attrazione per le formosità, il seno grosso, appariscente (globofilia) è senza dubbio molto più diffusa dell’ipocrita estetica della “coppa di champagne”. Lo sguardo edonistico si posa sulle rotondità della sinusoide, trascurando le linee rette. I canoni della bellezza in ogni caso non saranno mai in contrasto con i risvolti erotici. Dei capezzoli turgidi e delle mammelle floride rivelano quella verità sessuale che si tende a rimuovere, e suscitando la famigerata “invidia del seno”, rappresentano una regressione all’infanzia, una minaccia di castrazione, un’inadeguatezza di identificazione nel ruolo sessuale. La globofobia viene mascherata da disgusto estetico, da malcelato tentativo di costringere la definizione delle prominenze all’interno di una normativa da curvometro, ma sostanzialmente consiste nella paura di non poterne essere all’altezza nel gioco erotico, in quello nutritivo e nella medesima dimostrazione di presenza corporea di sé.

L’esposizione delle nudità non ha lo steso significato per chi guarda e per chi è guardato, a seconda del momento, del luogo, o del contesto. Estetica e desiderio s’incontrano, ma pure qualora dovesse prevalere la bellezza e quindi la contemplazione edonistica, sotto la cenere della nonchalance e del savoir-faire arde sempre la sessualità. Un eccesso di esibizione forse potrebbe condurre a saturazione, con forme di rigetto, complicate dal fatto che a prendere il sopravvento, in questi casi, è il mito arcaico della “vagina dentata”, celato dietro il mistero dell’eterno femminino. E’ il lato oscuro della donna che occupa lo spazio immaginario che va dal trionfo selvaggio alla riduzione merceologica.
La formazione del desiderio agisce secondo un elementare meccanismo passivo. L’attesa dell’inaspettato crea tensione, lo svelamento del nascosto gratifica e tranquillizza, ma soprattutto è l’effetto “sorpresa” suscitato da una percezione inabituale a destare la maggior emozione; per la seduzione però non basta svelare ciò che non si è adusi ad ammirare. In “Lebensanschauung” (1918), Georg Simmel evidenziò l’importanza del “seminascondimento”, del vedo e non vedo, quel mostrare senza mostrare, in grado di accentuare l’attenzione. Questa forte suggestione costituisce un aspetto ludico della seduzione, che fonda la sollecitazione del desiderio sull’ambiguità. La prima reazione dell’osservatore passivo consiste nell’esitazione, per cedere successivamente il posto al rafforzamento dell’equivoco persistente in tutte le relazioni interpersonali.
Il margine tra ciò che si fa vedere e quanto si nasconde va a rappresentare il grado di civilizzazione raggiunto all’interno dell’asse disinvoltura-pudore, in cui si possono manifestare simultaneamente diverse tipologie corporee, con i relativi rimandi a delle loro funzioni: organica, simbolica, di rappresentanza di sé, esca per eventuali abboccamenti, preda per altrettanto possibili “cacciatori” (è una questione di punti di vista!). Il potenziale emotivo disinnescato dallo svelamento sarà proporzionale alla sorpresa, all’ambiguità, al desiderio, oppure alla banalità della visione. Qualsiasi sovvertimento di tale equazione difficilmente riuscirà a sminuire le capacità evocative del nudo. A volte, ad esempio, la conformazione delle ginocchia o l’interno tra le scapole arriverebbero ad esercitare maggiore reazione emotiva di quella suscitata dall’esposizione della vulva, in quanto elemento di rottura nell’ambito di quel meccanismo del desiderio dipendente innanzitutto dalla disposizione di chi guarda. Quando l’emozione si attiva in senso creativo attinge dall’ambiguità la materia prima a partire dalla quale sviluppare un conato unicamente edonistico di bellezza. In “The nude, a study of ideal art” (1956), Kenneth Clark sostiene che l’entità dell’emozione non derivi tanto dalla sua repressione, quanto da una deviazione ben più sottile dell’energia libidinale.
Alla contemplazione piacevole invita una decostruzione della banalità che lasci sorprendentemente trapelare il desiderio, sia pur nell’esercizio intonso dell’ambiguità. Una scollatura, rispettosa dell’invisibilità del seno, scopre il collo, di modo che la desiderabilità di quanto è nascosto faccia risorgere l’equivoco con ciò che viene messo in mostra, e relativo contorno di allusiva complicità. La banalità di un gesto, come quello di sollevare le braccia nell’atto di aggiustare l’acconciatura dei capelli espone alla vulnerabilità dell’indiscrezione l’incavo dell’ascella. Anche scostare di scatto la frangetta dalle sopracciglia, possiede funzione rassicurante per chi lo fa, eppure autonomamente imprime un movimento alla ricerca di piacevoli attenzioni. Se le dita che si intrufolano tra le ciocche di capelli sostano più del dovuto complicano quel passaggio di una certa dose di voluttà fino a sfiorare il narcisismo. La banalità dell’automatismo non risparmia dunque ambiguità alla carezza. Disinvoltura e spontaneità addirittura peggiorano l’equivoco dando adito ad interpretazioni ancora più audaci. Accavallare le gambe, accompagnando il gesto con lo sguardo, oppure ritoccarsi il trucco in pubblico, sono operazioni che, pur senza volerlo, richiamano un’intimità.
Chi ricerca lo sguardo lo fa per rafforzare la propria identità. Nel mettersi in mostra si accetta di ricorrere ad un artificio che può essere consentito oppure pretestuoso. Esibire la bellezza equivale comunque a non disdegnare di attirare l’attenzione. Mostrare senza mostrare si adegua civilmente a quegli ambiti in cui vige la norma del vedere senza dare l’impressione di guardare. Mentre, in altre circostanze, il divieto censorio potrebbe inquinare il campo e persino interdire i canoni estetici.
La donna che fa di tutto per rendersi attraente lo fa prima di tutto per se stessa, in quanto la percezione degli sguardi altrui risulta quasi sempre gratificante. Questa primissima fase del processo seduttivo sembra avvenire nel perfetto anonimato, non essendo indirizzato detto processo verso nessuno in particolare. Soddisfatta, però, tale esigenza di sentirsi bella perché guardata, si aggiusta il tiro per procurarsi dei bersagli tra quanti potenzialmente potrebbero rappresentare degli idonei partner ideali, e qui la seduzione diviene mirata.
La donna comincia a nutrire degli interessi appena riceve l’impressione di suscitarli. Quel che si definirebbe lo sbocciare di un sentimento altro non sarebbe che un prestare attenzione e riceverne (M. Henry: “Les nourritures imaginaires de l’amour”, 1993).
L’essere oggetto di cura rafforza la propria identità, in quanto l’incrocio degli sguardi innesta il procedimento di costruzione della personalità attraverso l’immagine di sé, la quale deve la sua natura bidimensionale proprio a quest’incontro di traiettorie di visioni, l’altrui con la propria, in una sorta di abbozzo di potenziale accoppiamento. Si tratterebbe di quella che Jean-Claude Kaufmann, in “Corpi di donna, sguardi d’uomo” (Trad. ital. Raffaello Cortina, Milano 2007), definisce come “criptoconiugalità”, in cui le distanze dei corpi vengono compensate da una non indifferente componente immaginaria indiscreta, non priva di private emozioni. Il rischio di sfociare nel disordine pulsionale viene attutito dalla sublimazione estetica oppure dalla più tranquillizzante banalità.
Per lo più, si rimane sospesi nell’equivoco in cui l’ambiguità delle occhiate riflette il messaggio prodotto dall’esposizione. La bellezza rende visibile ed esalta l’oggetto di desiderio; lo sguardo si indirizza sul corpo per carpirne l’erotismo e soltanto la banalità permette che il tutto rimanga ad un livello di semplice scambio occasionale senza secondi fini. Quello a cui si dà forma è un vero e proprio turbinio di indecisioni, esitazioni, rimorsi, perché il rapporto, sia pur immaginario, tra i sessi non è lineare, ma costituito da alternanze che restano misconosciute, in quei piccoli avanzamenti ed arretramenti che si susseguono senza sosta.
I messaggi corporei, secondo David Le Breton (“La sociologie du corps”, 1992), verrebbero decifrati soltanto per le loro interazioni, che non rispondono esattamente ad una ipotetica grammatica gestuale. La realtà che si nasconde risulta altrettanto contraddittoria. La procedura di determinazione della verità, come il giudizio estetico sulla bellezza, rimane di assoluta pertinenza dell’occhio che guarda senza vedere?
Di fronte all’enorme quantità di impulsi percettivi ricevuti, per Gregory Bateson (“Communication”, 1981), si è costretti ad isolare soprattutto le immagini di quegli elementi che restano più facilmente identificabili, con i quali formare modelli interpretativi, ripetitivi, seppur rudimentali, allo scopo di semplificare quanto più possibile un dominio altrimenti prerogativa delle complessità e delle incertezze. Lo scontro con la realtà è quindi inevitabile, poiché il carattere dell’interazione sposta di continuo, secondo quanto afferma Anselm Strauss in “Mirrors and Masks” (1959), i confini delle mete acquisite. Il dinamismo della complessità della vita straripa dai limiti che gli si vogliono imporre, ci avverte Ralph Linton (“The Tree of Cultur”, 1955), obbligando la civilizzazione a gestirne i conflitti alla meno peggio.

I possibili ruoli che si possono ricoprire andrebbero assunti uno per volta, ordinatamente. Cosicché la banalità non susciterà emozione, la bellezza sarà ammirata per quello che è, la sessualità verrà esiliata nell’alcova dell’immaginario. Questa successione di ruoli implica però un rinvio ad altrettante percezioni diverse, non necessariamente in sintonia con la complessità delle situazioni. Solamente la concentrazione su di una immagine interpretata in un senso predeterminato e semplificato, per essere reso inequivocabile, in una schematizzazione momentanea della comunicazione, rimanderà l’ambiguità ad altre circostanze di significati, in cui l’oscillazione tra banale, attraente e sensuale regola la durata dello sguardo che si sofferma e che potrà confermarsi tanto sofisticato quanto volgare alla percezione di chi lo riceve.
Dal punto di vista più strettamente razionale varrà l’unicità del senso, o l’uno o l’altro, o l’altro ancora. Ma, per gli aspetti della personalità che restano in ombra, l’autonomia della percezione si ritrova compatibile con la coesistenza simultanea dei “codici multipli”, di cui parlava Gregory Bateson, i quali fanno riferimento alla compresenza di ruoli, le cui sfaccettature non si riesce a mettere in rilievo che singolarmente. Se la banalità non svela l’invisibile e non si accorge dell’evidente, non vede il “re nudo”, l’io edonista ammira tacitamente ciò che merita d’essere osservato, mentre l’io più intimo e segreto coltiva recondite fantasie erotiche più spinte.
Una successione di immagini diverse stimola l’elaborazione di varie ipotesi interpretative in un sistema di “insiemi” in grado di trasformare il semplice in complesso e viceversa. La tranquillità di quella che non può essere se non una continuità identitaria orienta la bussola dei significati in una confusione magmatica delle tensioni e dei dubbi. Il passaggio da un ruolo ad un altro, senza soluzione di continuità, paga lo scotto della contraddittorietà degli “io parziali”, agenti nella penombra. E’ una variabile persistenza a sopraffare l’identità più profonda in questa oscillazione delle percezioni tra gli estremi dell’esercizio dell’individualità e la rappresentazione sociale.

L’ansiogena complessità del reale e l’agitazione procurata dal variare dei significati necessita di rassicuranti “soterie”, fornite abilmente da un apporto di coerenze difensive, issate sulle barricate della semplicità esteriore.
A conflitti ed ambiguità si risponde innalzando barriere strutturanti apparenze, grazie a ritualismi del tutto formali, che rasentano le coazioni a ripetere. Si tratta generalmente di comportamenti “ipercodificati”, ma con la funzione di passepartout buoni a tutti gli usi, ed in qualsiasi momento.
Nel definire con la massima precisione l’ammissibilità di un atto, lo si riconduce istantaneamente ad una specifica regola di interazione tesa a trarre rassicurante ordine dal caos delle interpretazioni. A ricadere per prima sotto il controllo “iperselettivo” dell’organizzazione ritualistica sarà proprio quell’attività più privilegiata delle altre perché consente di cogliere a distanza informazioni ed emozioni (“inforemozioni”), in una sorta di visione dell’intuibile.
Lo sguardo potrebbe arrivare a compromettersi dissimulando, ovvero riuscire ad irretire senza partecipare. L’occhio è in grado di accumulare, rispetto agli altri organi di senso più arcaici (da questo punto di vista: è il caso di dire!), un maggiore, certo, e più raffinato novero di sensazioni nei loro dettagli, nei loro contesti, nelle loro parziali successioni, quasi fossero dei fotogrammi rallentati, distinguendo nettamente le figure marcate da uno sfondo indistinto, e spesso indistinguibile, e riconducendo le informazioni raccolte per immagini in raffigurazioni mentali, idee preconcette, vaghe supposizioni. Anne Sauvageot , in “Voirs et savoirs. Esquisse d’une sociologie du regard” (1994), ribadisce come il sapere derivante dalla visione non sia soltanto un gioco di parole perpetrato nella lingua francese, bensì una procedura dell’intelletto (oido: so perché ho visto), della memoria (eoraka: ho visto e ne rendo testimonianza) e dell’estetica (theasthai: vedo e contemplo) nella costruzione della personalità (blepo: vedo e riconosco).
Memoria visiva e sapienza proveniente dall’esperienza, dal paragone e dall’imitazione rappresentano la quasi totalità della nostra cultura non nozionistica, in quanto l’elemento visivo può restare separato nella strutturazione del reale, senza perdere la sua verità, al contrario della componente semantica più complessa ed ambigua che non si regge in assenza degli opportuni riferimenti, delucidazioni, suggestioni.
Erving Goffman, in “Frame analysis: An essay on the organization of experience” (1974), definì il contesto quale “cornice spazio-temporale ben precisa” all’interno della quale le regole del gioco devono essere adattate caso per caso, in modo da superare l’imbarazzante empasse dell’insolito, dell’inusuale, del non consentito, o dell’assolutamente proibito.
Il camice bianco del ginecologo, con in mano degli strumenti tecnici, sulle labbra un linguaggio specialistico “stereotipizzano” una relazione altrimenti intima e forse irripetibile. Un’eventuale esitazione annullerebbe però la sospensione del divieto e dell’imbarazzo. La carezza del parrucchiere non contiene lo stesso potenziale sensuale di una mano che si insinua tra i capelli in un altro momento. Il sarto alla moda può soffermarsi su seni, vita e fianchi con l’unico modesto alibi di prendere le fatidiche misure. La modella può posare completamente nuda nel perdurare di uno sforzo di auto-convincimento circa la propria professionalità.
I significati nascosti delle interazioni ambigue non pervengono quasi mai a quegli aspetti emozionali distruttivi della conflittualità, molto probabilmente in virtù del contributo semantico banalizzante, della tecnicità del gesto, della ripetitività del rituale, della peculiarità del contesto.
Giuseppe M. S. IERACE

Bibliografia essenziale:
Goffman E.: “Frame analysis: An essay on the organization of experience”, N. U. P., Boston 1974
Gros D. : “Le sein devoilé”, Stock/Laurence Pernoud, Paris 1987
Ierace G.M.S.: “Magia Sessuale”, Armenia, Milano 1982
Kaufmann J.-C.: “Corpi di donna, sguardi d’uomo”, (Trad. ital.) Raffaello Cortina, Milano 2007
Le Breton D. : “La sociologie du corps”, PUF, Paris 1992
Linton R. : “The Tree of Cultur”, Random House, London 1955
Sauvageot A.: “Voirs et savoirs. Esquisse d’une sociologie du regard”, PUF, Paris 1994
Strauss A. : “Mirrors and Masks”, Free Press, Glencoe 1959.

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