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Déjà vu: questo “strano, comune fenomeno”.

category Atri argomenti Giorgia Aloisio 17 Settembre 2010 | 10,604 letture | Stampa articolo |
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«Il déjà vu è un errore di Matrix. Succede quando loro cambiano qualcosa».  Dal Film Matrix (1999).

La memoria è la capacità di un organismo vivente di mantenere tracce della propria esperienza pregressa e di utilizzarla per entrare in relazione con il mondo: il tutto è finalizzato a favorire il processo di adattamento. Nella specie umana, questa capacità si esplica attraverso il ricordo: il non riuscire a rievocare alcuni eventi è invece definito oblio.

Della memoria sappiamo molto, eppure tutto questo non è sufficiente per svelarne i molteplici misteri: per fare un esempio, attualmente non siamo in grado di stabilire l’esatto centro neuronale in cui essa è collocata; infatti non è localizzata in precise aree cerebrali, piuttosto rappresenta il risultato dell’interazione di tutta l’attività corticale.

Un’esperienza legata alla memoria che si ripete più o meno comunemente nella vita della maggior parte delle persone è rappresentata dal fenomeno del déjà vu, letteralmente “già visto”: si tratta della sensazione che proviamo di fronte ad un avvenimento mai visto, che pure ci sembra noto e familiare. Il mondo dell’arte, in particolare la cinematografia e la letteratura, hanno utilizzato questo tipo di spunto per realizzare opere di fantascienza creative ed assai suggestive. Ma ancora prima, nell’antichità, questo fenomeno aveva colpito e condotto alla riflessione alcuni celebri filosofi che già si interrogavano sul significato e l’origine del déjà vu  (Aristotele, Pitagora, Sant’Agostino, e molti altri ancora). Inoltre, ha da sempre occupato una posizione di rilievo nella cultura popolare, nella superstizione e nel pensiero di poeti, musicisti, religiosi, scienziati.

Molteplici sono gli studiosi che si sono dedicati all’argomento, e sono tuttora in corso numerose ricerche al riguardo.

Si tratta di un tipo di esperienza sperimentata parimenti dal sesso maschile e da quello femminile, in condizioni di disagio o di benessere; è accompagnata da un intenso senso di familiarità ma anche dalla presa di coscienza che l’evento non corrisponde ad un fatto realmente già visto o vissuto. I bambini non sono quasi per nulla esposti a questo fenomeno. Di fronte all’esperienza del déjà vu ci si sente strani, quasi come se fossimo di fronte ad un evento paranormale, soprannaturale, misterioso. Questo fenomeno colpisce particolarmente i soggetti in situazioni di grave stress: è notevolmente diffuso, ad esempio, in caso di catastrofe naturale o durante un conflitto bellico.

Il déjà vu è un’esperienza che può incuriosire, affascinare, ma anche spaventare, soprattutto nel caso in cui il soggetto che lo vive abbia un carattere tendenzialmente ansioso o soffra di un franco disturbo di tipo panico.

Nei soggetti normali il déjà vu dura qualche istante; nei pazienti psichiatrici o neurologici (isterici, epilettici) può invece arrivare a prolungarsi per ore o addirittura per alcuni giorni. Questo fenomeno è correlato con diversi disturbi: la correlazione più intensa risulta quella con l’epilessia del lobo temporale (crisi dismnesiche).

Ma andiamo per ordine e seguiamo il filo che ci conduce all’origine di questo fenomeno.

Fu Émile Boirac, psicologo francese (1851-1917) a coniare questo termine, nel testo L’Avenir des sciences psychiques (“Il futuro delle scienze psichiche”).

Già Sigmund Freud, padre della psicoanalisi, riteneva si trattasse di un evento connesso con l’emergere di elementi inconsci della psiche: tale esperienza poteva essere paragonata quindi al sogno, al lapsus, alla dimenticanza, in quanto messaggera di  informazioni inconsapevoli ed ignote al soggetto. Secondo Carl Gustav Jung,  il déjà vu rappresentava uno dei punti di incontro tra psiche individuale e  collettiva, quasi una modalità inconsapevole della mente del soggetto di connettersi a quella degli altri individui suoi simili.

Secondo le stime di Alan S. Brown (2003), psicologo ricercatore alla Southern Methodist University di Dallas, il 60% della popolazione ha sperimentato questo tipo di esperienza almeno una volta nella vita. Secondo altri studiosi, la percentuale si aggirerebbe addirittura attorno al 90%.

Come spiegare il déjà vu? Si tratta di un fenomeno complesso da studiare, anche perché non è riproducibile in laboratorio. Gli attuali studi psicologici e neuropsicologici sembrano concordare sul fatto che si tratti di una “anomalia” della memoria, un ricordo errato o impreciso, detto anche paramnesia. “Il déjà vu è uno stimolo elettrico anomalo”: queste le parole di C. Caltagirone, docente di Neurologia all’Università Tor Vergata di Roma. Su questo sembra concorde anche A. Oliverio, psicobiologo de La Sapienza (Roma), che dice: “Sotto l’aspetto fisiologico è una sorta di imprecisione della memoria, gli stimoli attivano un aspetto del ricordo e questo può essere associato a memorie del passato”.

Secondo altri autori, questo evento sarebbe connesso con la teoria della reincarnazione (specie secondo la corrente buddista); secondo altri ancora, invece, l’impressione del “già visto” sarebbe scatenata da luoghi visitati durante il sonno. Alcuni lo associano alle prodigiose e sconosciute possibilità della mente umana di funzionare, possibilità che come sappiamo, al momento attuale conosciamo bene solo parzialmente. Altri ancora lo connettono con la comunicazione con entità extraterrestri o ultraterrene. Come possiamo notare, le spiegazioni di questo evento sono diverse e spesso in netta contrapposizione tra di loro. Cerchiamo di fare chiarezza, classificando le varie teorie in alcune grandi categorie.

L’esperienza del déjà vu viene anche detta “falso riconoscimento”, definizione che conduce ad una delle possibili spiegazioni di questo comune fenomeno: un’errata generalizzazione di esperienze passate applicata ad una situazione presente (causata da una apparente somiglianza).

Sempre seguendo la corrente che vede il déjà vu un “errore della memoria”, secondo Susumu Tonegawa, biologo premio Nobel per la medicina (1987), si tratterebbe di un errore della memoria episodica, cioè una temporanea impossibilità del giro dentato ippocampale (area encefalica che funge da “scrigno dei ricordi”) di svolgere il proprio compito di riconoscimento di luoghi. Questa ipotesi è anche nota come “ipotesi neurologica”. Quando ci troviamo di fronte ad un luogo non conosciuto, un gruppo di neuroni – chiamati ‘place cells’ – genera una mappa neurale che ci permette di riconoscere quel luogo ogni volta che ci troviamo lì. Questa scarica neuronale fa in modo che le caratteristiche spaziali del luogo vengano memorizzate, rendendo quest’ultimo noto e familiare. Se però ci imbattiamo in un luogo molto somigliante a quello già in precedenza visitato, avviene una sorta di sovrapposizione di mappe che porta ad uno stato di confusione tra le due, quasi come se non ci fossero distinzioni tra i due luoghi. Ed è in questo momento che, secondo il ricercatore giapponese, avverrebbe il fenomeno del déjà vu.

Sempre secondo i teorici dell’area neurologica, il déjà vu potrebbe essere generato da un breve attacco epilettico (Hegren, 1978) o da un rallentamento dell’attività neuronale.

Qualche anno dopo gli studi di Tonegawa, nel 1990 Pierre Gloor portò a termine alcuni esperimenti grazie ai quali trasse importanti conclusioni relative al fenomeno del déjà vu: secondo questo studioso, la memoria attivava due diversi sistemi neuronali, il primo deputato al recupero del ricordo, il secondo dedicato alla sensazione di “familiarità”: nelle rare occasioni in cui quest’ultimo sistema si attiva e quello del recupero mnestico resta inattivo, si verificherebbe il déjà vu. È questa la cosiddetta “teoria del processamento duale”.

Secondo altri teorici (teoria mnestica), il dé-jà vu sarebbe il risultato di un “effetto eco” causato da una asincronia tra i due emisferi cerebrali: la sensazione di familiarità deriverebbe dal fatto che una metà dell’encefalo ha già percepito l’evento, che verrebbe perciò rivissuto attraverso l’altra porzione del cervello. Una ipotesi similare teorizza un ritardo nella comunicazione tra organi sensoriali e strutture cerebrali superiori.

Esiste un’altra ipotesi, quella riferita alla teoria attenzionale e nota come “teoria della doppia percezione”, in base alla quale alcune informazioni verrebbero incamerate in maniera non consapevole (o in modalità subliminale); in un secondo momento, gli stessi dati verrebbero processati consapevolmente, dando quindi al soggetto l’impressione di essere di fronte ad una scena “già vista”.

Esistono altri fenomeni simili a quello poco sopra descritto:

-       Déjà vecu: l’impressione di aver già “vissuto” una particolare esperienza

-       Jamais vu: la sensazione di non ricordare di aver visto un luogo o una persona che invece sono stati già visti in passato

-       Presque vu: il ricordare qualcosa ad eccezione di un piccolo particolare (che sperimentiamo quando esclamiamo “Ce l’ho sulla punta della lingua…”)

-        Déjà eprouvé: letteralmente “già provato a fare”.

Attualmente, in conclusione, il fenomeno del déjà vu e, più in generale, il funzionamento della memoria, rappresentano campi del sapere ancora da esplorare: molto deve essere ancora studiato affinché si possa rispondere ai numerosi interrogativi di fronte ai quali la mente umana ci pone.

Ciò non toglie che il misterioso meccanismo della psiche e quello della memoria nello specifico rappresentino fenomeni in grado di stupirci ed affascinarci ancora oggi.







4 Commenti a “Déjà vu: questo “strano, comune fenomeno”.”

  1. paolo

    Interessante lettura che fanno capire quanto poco sappiamo di noi stessi

  2. gibbone

    E’ finalmente uscito un libro che fa comprendere chiaramente cosa sia li dejà vu e lo spiega come una richiesta da parte della nostra anima a non produrre energia-tempo attraverso i nostri pensieri.

    Il fenomeno del déjà vu chiarisce come lo spazio-tempo sia un concetto avulso dall’anima, la quale vive una condizione di continuum dove il tempo lineare come noi lo concepiamo non esiste, ciò inoltre spiega i sogni profetici proprio perché l’anima è a conoscenza del futuro a cui andiamo incontro, ed essendo noi parte di lei, è ben lieta di aiutarci quando ne ha la possibilità, cioè quando dispone dell’energia necessaria, ecco perché chi fa meditazione vive situazioni di dejà vu che sono indice di energia da parte della nostra anima.

    L’anima è quella intelligenza che presiede contemporaneamente a tutte le attività involontarie del nostro organismo come il battito cardiaco o il respiro e durante il sonno svolge un lavoro rigenerativo attraverso il quale elimina delle energie mentali che abbiamo prodotto durante la giornata, ma siccome quando noi pensiamo lo facciamo sempre al futuro o al passato l’energia pensiero-tempo emette delle vibrazioni inquinanti della nostra anima che come ci dimostra nel dejà vu non conosce il tempo.

    L’anima ci parla di questa sua condizione attraverso i sogni che non sono altro che una richiesta a non produrre energia tempo proprio come il dejà vu e ci descrivono gli effetti che l’energia mentale ha sul nostro organismo (corpo/anima).

    Per chi volesse maggiori informazioni consiglio la lettura del libro che si intitola: Il vero significato dei sogni, scritto da Giancarlo Gattesco, Aldenia edizioni.

  3. Paolo

    Vorrei capire come mai a me è successa una cosa molto strana,quando ero adolescente frequentavo come tutti i miei coetanei una villa privata del mio quartiere.Quartiere che ancora era da costruire,privo di strade e palazzi ed ovviamente pieno di prati.In quel periodo sognavo frequentemente di passare per una via asfaltata e piena di palazzi,e ricordavo molto distintamente la loro forma e colore,con una motocicletta di una marca allora sconosciuta,guidata da un’altra persona,con me dietro.Poi per un periodo non ho fatto più questo sogno.Un bel giorno sono passato con un mio amico in una via da poco costruita nel parco di questa villa,con tutti i palazzi che nel frattempo erano stati costruiti,in quel preciso istante ho rivisto tutta la scena dei miei sogni,ed ho avuto come l’impressione di riviverla al rallentatore.Sapete spiegarmelo?

  4. Giorgia Aloisio

    Salve Paolo, quello che scrive è molto interessante e desta una certa curiosità. Se fosse interessato ad approfondire questo argomento e, più in generale, avere una maggiore conoscenza di sé, può sempre farlo attraverso una psicoterapia. Non dimentichiamo che dallo Psicologo si va non solo perché si soffre psichicamente: ci si può rivolgere ad uno specialista anche per entrare maggiormente in contatto con le parti di Sé meno conosciute, immerse nel magma dell’inconscio. I libri, per quanto possano aprirci nuove finestre mentali, non possono raccontarci la nostra storia, e non esiste il vocabolario del sogno … se non per fare una lettura gradevole, estemporanea. Buona vita.

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