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Crepuscolo degli idoli: Nietzsche, Freud, Jung – dal Trascendimento rovesciante o Rovesciamento degli estremi all’Enantiodromia: la mistica di una psicologia orgiastica

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 16 Ottobre 2012 | 3,855 letture | Stampa articolo |
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Il perno del filosofare nietzscheano non è costituito né dal materialismo né dalla dialettica, ma da una trascrizione”, scrive Ferruccio Masini (1928-1988), nell’introduzione a “Lo scriba del Caos” (1978), in polemica con la supposta superiorità di un materialismo che si occupi di corporeità. Nell’esperimento del filosofo tedesco prende il sopravvento la tensione del trascendimento, che, quale moto interiore verso l’estremo, si costituisce nell’esatto contrario.

Masini fonda la sua interpretazione sulla tensione interna alla filosofia di Nietzsche, intesa come se fosse un esperimento dalla logica immanente, e comunque estranea alla dialettica. Questa tensione la identifica nel “rovesciamento degli estremi”, in base al quale, una volta che si sia radicalizzata una certa posizione, si ottiene il ribaltamento nel suo opposto.

Tale nichilismo “attivo” viene sfruttato nella sua “potenza” di divenire la logica stessa della decadenza. Cosicché ciò che esprime determinati valori contiene in sé la forza che li depriva di significato, svuotandoli d’ogni senso. Si tratta d’una prospettiva in cui si sviluppa il “trascendimento rovesciante”, un moto che arriva a svalutare l’esistenza fino all’amor fati o all’affermazione della “morte di Dio”.

Non essendo una sperimentazione “redenta”, mette in luce quella cifra tragica della mancata univocità del tutto, che invece si presenta “ritmico” nella moltiplicazione delle tensioni, e successive contrapposizioni, di verità e menzogne, queste appartenenti all’Apparenza, mentre l’altra subisce una sorta di fatale entropia, anticipatrice della junghiana Enantiodromia. La creazione ha plasmato l’Apparenza in cui vengono iscritti i valori quali caratteri di una scrittura che traduce il mito nelle figure dell’Inattuale. Mentre il discorso della Ragione vanta un grado di formalizzazione teoretica trasferibile in linguaggio, ossia in modalità normative discorsive e non discordanti nei suoi contenuti di verità.

La maggior parte del nostro essere ci è sconosciuto… - lascia detto ai posteri in “Die nachgelassenen Fragmente”, Aforisma 32 – abbiamo in testa una visione dell’ Io che ci determina in molti sensi. Esso deve avere una coerenza di sviluppo. E’ questa l’azione culturale privata – vogliamo creare unità (ma crediamo che si tratti solo di scoprirla)”.  E ancora: “L’Io (che non è la stessa cosa dell’economia unitaria del nostro essere!) è solo una sintesi concettuale…”.

Non credendo in un’identità singola, sostanziale ed immutabile, Nietzsche propone di considerarla semplicemente come i tanti prodotti delle proprie vicende. “Io sono ogni nome della storia”, scriverà nel celeberrimo “biglietto della follia” indirizzato a Burckhardt il 5 gennaio 1889.

In tal senso, Bruno Moroncini (2008), brillantemente considera la teoria dell’eterno ritorno “come una nuova versione della metempsicosi: non una sola anima che resta uguale nelle diverse incarnazioni, ma più anime, ciascuna diversa dall’altra, dimentica dell’altra, simulacro dell’altra, presenti tuttavia nello stesso corpo”.

La psicologia orgiastica come psicologia d’un prorompente senso di forza vitale, all’interno del quale persino il dolore agisce come uno stimolante, mi diede la chiave per capire il sentimento tragico, frainteso da Aristotele e particolarmente dai nostri pessimisti”, scriveva all’inizio dell’ultimo paragrafo del capitolo “Cosa devo agli antichi”, nel “Crepuscolo degli Idoli” (1888).

L’attraversamento del dionisiaco, che per Eraclito era stato un percorso compassato, per Nietzsche si trasforma in una tragica vertigine lacerante, ed esaltata al tempo stesso, in cui s’intersecano paradossalità e soggettività.

“…In tutte le azioni c’è molta intenzionalità inconscia…” è un commento da “Die nachgelassenen Fragmente”. Perciò “Lo psicologo deve, in genere, prescindere da se stesso, per poter vedere“, aggiunge in “Frasi e frecce” nel “Crepuscolo degli idoli (aforisma 35). Mentre al filosofo fa dire: l’essenza di tutte le arti risiede nell’inconscio: la più chiara è la voce della musica… Nel mondo dell’inconscio non esiste l’intenzione: la creazione artistica è una creazione istintiva”. Si palesa, aggiungeremmo, come già aveva intuito Pierre Klossowski, quale manifestazione di “potenza” tesa a operare una trasvalutazione dell’esistenza, o piuttosto una sperimentazione di nuovi stili di vita, non meno che di tendenze e maniere artistiche o scuole ed espressioni filosofiche.

Negli ultimi due aforismi di “La gaya scienza” (Die fröhliche Wissenschaft, 1882), parla di “grande salute” e “grande serietà”, grandi almeno quanto la forza d’animo che dimostra nell’azzardarsi a far vibrare certe corde che raggiungono e rimescolano i contenuti dell’Inconscio, l’Ombra propria, l’Inferno dell’umanità, in grado di atterrire chiunque.

“Noi prematuri di un futuro ancora non dimostrato – abbiamo bisogno, per un nuovo fine, anche di un nuovo mezzo, una nuova salute, più forte, più scaltra, più tenace, più ardita, più impavida di quanto non lo siano  state sinora tutte le saluti… una grande salute” .

Nietzsche ha dimostrato il coraggio di mettere in discussione tutti i valori fino ad allora imperanti. Il suo nichilismo si deve considerare “attivo” poiché non mira alla sola distruzione, bensì si candida a energia propulsiva per la ricerca di un’altra astrazione, completamente “nuova”, per la realizzazione della quale non può che imporsi come indispensabile, appunto, “grande serietà”.

“Un ideale con il quale il destino dell’anima ha la sua svolta, la lancetta si muove, ha inizio la tragedia…”. La tragedia dell’apparenza, dell’assurdo, dell’inconsistenza, dell’irrealtà, della menzogna. Questa scoperta imprime un particolare ritmo a dettare le fatidiche parole di cui lui non è che solitario profeta inascoltato e, come tale, imperterrito, continua a far risuonare la sua voce in un deserto in cui è destinato a perdersi. Tant’è che, nell’aforisma 350 de “la Gaya scienza ammonisce: “Ogni tanto, occorre sapersi perdere, se si vuole imparare qualcosa dalle cose che non siamo noi”.

 

Certe caratteristiche strutturali della mistica dello Zarathustra si ritrovano in Meister Eckhart, almeno per quanto riguarda quella nozione del divino che si cela nell’inconoscibile, quale muto “deserto”, in cui si dispiega costantemente lo spiazzamento del “detto”.

La formalizzazione discorsiva diviene paradossale nell’ossimoro flaubertiano: “Io sono un mistico e non credo a niente”.

J’aime le vin; – aveva scritto Gustave a Louise Colet, la notte tra l’8 e il 9 maggio 1852 – je ne bois pas. Je suis joueur et je n’ai jamais touché une carte. La débauche me plaît et je vis comme un moine. Je suis mystique au fond et je ne crois à rien”. Nietzsche, col titolo “Storia di un errore”, la ripropone autoironica nell’affermarsi coincidente con la verità: ‘Io, Platone, sono la verità’.

Sembra quasi che, nel capitoletto “Come il ‘mondo vero’ finì per diventare favola” del “Crepuscolo degli Idoli”, recuperasse l’elaborazione, non più autoreferenziale, del “paradosso del mentitore”, nella versione di Jean Buridan, in cui Socrate sostiene “Platone dice il falso” e Platone insiste “Socrate dice il vero”, risolvendola nell’”Interpretazione della tesi ‘Io, Platone, sono la verità’”.

Nel dialogo “Teaìtetos”, in cui Platone nega che siano i sensi a determinare la conoscenza, alla quale per lui si perviene mediante la ragione discorsiva, Socrate prende le difese del sofista Protagora non più tra i vivi: “Io sostengo che la verità è proprio come io ho scritto… mai nessuno fece in modo che chi avesse opinioni false poi venisse a concepire opinioni vere. Non è possibile infatti che si abbiano opinioni su cose che non esistono…”.

In Italia, questa scrittura misticheggiante, spersonalizzante, ipersintetica, aforistica, è stata ripresa da Guido Ceronetti, Elemire Zolla, Giorgio Colli (1917-
1979). Proprio il filologo torinese individua l’originario motivo agonale della dialettica in “Filosofia dell’espressione” (1969) e “Dopo Nietzsche” (1974).

Nel “Crepuscolo degli idoli”, senza falsa modestia, l’aforista rivela: “… La sentenza, in cui per primo sono maestro tra i Tedeschi, sono le forme dell’eternità; la mia ambizione è dire in dieci frasi quello  che chiunque altro dice in un libro, – quello che chiunque altro non dice in un libro…“.

L’aforisma contiene in sé una metafora intellettuale assoluta che prova a ricongiungere, in maniera indiretta, sponde lontane. La comunicazione ricompone cocci da mettere insieme con l’apporto della fantasia. Strumentale insomma al collegamento, al varco, grazie al quale procedere “oltre”, verso “Il traguardo della corsa”, titolo di una lirica di Edoardo Cacciatore (1912-1996).

E la cagna che ora ad incitarsi si è morsa/ Di sangue non bagna il traguardo della corsa”, declama, nel postumo “Il discorso a meraviglia”, il poeta palermitano, il cui mondo Alfredo Giuliani (1924-2007) descrive come “il luogo dell’eccesso” (“Le droghe di Marsiglia”, 1977), e dove l’insulso si orna di effimera vanità.

“Precedi gli altri nella corsa? Lo fai come pastore? O come eccezione? Un terzo caso sarebbe: come un evaso… Primo problema di coscienza” (Aforisma 38, capitolo Frasi e frecce del “Crepuscolo degli idoli”).

Pertanto la scrittura di Nietzsche, anti-logocentrica e anti-ideologica, risulta, alla fin fine, “discentrata” nella sua molteplicità e frammentazione, “danzante” perfino, al ritmo di tale dionisiaca varietà.

In “Différence et répétition (1968), Gilles Deleuze afferma che sia questa la “differenza”, il momento, sia pur non risolutivo, di una tragedia dell’estremizzazione e della lacerazione. Il “discentramento” consiste nell’affermazione ludica di una lotta, in cui elementi diversi finiscono per convergere.

La paradossalità nietzschiana supera, in  trascendenza, l’Existenzphilosophie kierkegaardiana, poiché, attraverso Martin Heidegger, infatti, riesce a raccordarsi sia con gli strutturalisti che con la psicoanalisi.

Per Gianni Vattimo (“Il Soggetto e la Maschera”, 1974), la “liberazione del simbolico” lo avvicinerebbe addirittura al radicalismo libertario. Mentre la positività di Nietzsche è assolutamente “poetica”, con chiaro valore di significante in una concezione appunto esageratamente paradossale.

Nell’Aforisma 185 di “Menschliches, Allzumenschliches I”, ammonisce ammiccante: “I cosiddetti paradossi dell’autore, di cui un lettore si scandalizza, spesso non stanno per niente nel libro dell’autore, ma nella testa del lettore”.

Nietzsche era perfettamente consapevole di aver istigato una reattiva diffamazione, ma anche del fatto che i suoi detrattori non fossero veramente interessati alle idee espresse, ma al suo autore. La critica di un’opera si sarebbe trasformata così in giudizio sull’uomo, invece che in analisi della validità del suo pensiero. E mediante una supponente e approssimativa spiegazione di quella genesi, si sarebbe arrivati a sostenere di aver ottenuto un’attendibile sospetto sulla stessa ispirazione e una ferma condanna dell’intenzione, insieme capaci di demolirne persino lo spirito geniale.

Secondo il mio modesto parere, – espresso da Carl Gustav Jung, nella Prefazione al “Die psychoanalyse; psychoanalytische psychologie” (1930) di Wolfgang Müller Kranefeldt – lo spirito creativo dell’uomo non è affatto la sua personalità, ma un segno o un sintomo di una corrente spirituale contemporanea. La sua persona ha soltanto il significato di testimonianza di una convinzione impostagli da un sostrato collettivo inconscio, che lo priva della libertà e lo costringe a errori, sacrifici di sé e sviste che egli criticherebbe spietatamente in chiunque altro. Freud è trasportato da una particolare corrente spirituale che a ritroso si può risalire fino all’epoca della Riforma, e che si libera attualmente poco a poco da veli e travestimenti innumerevoli e sta per diventare quella psicologia che Nietzsche ha profetizzato con acutezza di veggente”.

Grazie all’estremizzazione è tra i pochi ad avere il coraggio di inoltrarsi nel Caos, arrivando persino laddove Freud si è fermato. Pur avvertendo, in “Menschliches, Allzumenschliches II”(1, 223), il rischio che facilmente si scambi “chi pesca nel torbido per uno che attinge dal profondo”.

Nel necrologio compilato per il vecchio e contestato Maestro, Jung si mostrò drastico nel suo pungente giudizio: “Freud fu uno specialista dei nervi… e tale è sempre rimasto…  Egli non fu psichiatra, né psicologo, né filosofo… il suo punto di partenza è sempre la psiche degenerata per nevrosi… L’interpretazione dei sogni resta l’opera più significativa di Freud… Egli fu un grande distruttore. Il volgere del secolo offriva infinite occasioni di sovvertimento, e a realizzare il compito non bastò neppure un Nietzsche. A ciò che restava da fare pensò un Freud, e con grande impegno…”.

Ancora, nella “Psicologia dell’inconscio” (Wandlungen und Symbole der Libido, 1912), dichiara apertamente il suo debito teorico: “Io ho avuto, rispetto a Freud e ad Adler, il grande vantaggio di non essere cresciuto nell’ambito della psicologia delle nevrosi con tutta la sua unilateralità. Io provengo invece dalla psichiatria, e la conoscenza di Nietzsche mi ha ben preparato ai fini della psicologia moderna…”; e, chiaramente concedendo superiorità al filosofo rispetto alla parzialità della teoria pulsionale freudiana, ribadisce il concetto che “non esiste soltanto una pulsione di conservazione della specie ma anche la pulsione di autoconservazione. Nietzsche parla esplicitamente di questa seconda pulsione, cioè della volontà di potenza”.

 

Nunberg e Federn (1962) minimizzano l’influenza di Nietzsche sul padre della psicoanalisi, che descrivono “soffocato da un eccesso di interessi”, e ribaltano il problema nell’ammettere che  il primo abbia “anticipato intuitivamente certe idee di Freud“.

In “Morgenröte. Gedanken über die
moralischen Vorurteile”, elaborata tra il 1879 e il
1881, Nietzsche aveva individuato che “tutta la nostra cosiddetta coscienza è un più o meno fantastico commento di un testo inconscio, forse inconoscibile, e tuttavia sentito …”.

 

Nel dicembre del 1922, dopo aver adottato a sua volta la stessa denominazione dell’inconscio (Das Ich und das Es), Freud scrisse all’autore del Das Buch vom Es, il medico Georg Groddeck, quasi rinfacciandogli: “Io credo che l’Es (in senso letterario, non associativo) Lei l’abbia preso da Nietzsche”. E, già quattordici anni prima, nel 1908, la Società Psicoanalitica di Vienna aveva dedicato all’Ecce homo e al suo autore due delle discussioni periodiche del mercoledì sera.

Nell’aforisma 128 di “Morgenröthe. Gedanken über die moralischen Vorurtheile“ (1881), Nietzsche avvertiva, ben diciotto anni prima della pubblicazione di “Die Traumdeutung: “Niente vi è così proprio, più dei vostri sogni! Niente è più opera vostra! Materia, forma, durata, attori, spettatori, -  in queste commedie siete tutto voi stessi!”.

In “Freud et Nietzsche” (1998), Paul Laurent Assoun tratta i due grandi pensatori come una “accreditata congiunzione”, avvertendo “risonanze da un’opera, e da una dottrina, all’altra“. Ma ipotizza che, seppure il padre della psicoanalisi possa essere “stato tentato di eludere l’unicità di Nietzsche, altri si sono incaricati di additargliela“.

Il fisiologo Paneth (1857-1890), allievo di Freud, “l’amico Josef” di “Die
Traumdeutung” (1900), conobbe personalmente il filosofo riferendolo al padre della psicoanalisi, come alla fidanzata, a cui in una lettera del 26 dicembre 1883, descrive il suo incontro: “Parlammo molto della Sicilia e dell’Italia. Poi del suo modo di lavorare, dove fummo d’accordo che la vita inconscia di ciascuno di noi è infinitamente più ricca e significativa della vita conscia”.

Come filosofo, l’uno si considerava “medico della civiltà“, come psichiatra, l’altro di questa aveva individuato il disagio.

Ma il primo riconosce da subito (Aforisma  35 di “Menschliches, Allzumenschliches): “Che …  l’osservazione  psicologica faccia parte dei mezzi grazie ai quali ci si può alleviare il peso della vita; che l’esercizio di quest’arte conferisca presenza di spirito in situazioni difficili… tutto questo, nei secoli passati, si credeva, si sapeva“.

La sua arte, la filosofia, è vita vissuta; ogni aforisma è frutto di esperienza personale; la sua psicologia si limita ad approfondire un unico caso clinico, lui stesso, facendo di questa indagine una spietata autoanalisi che il filosofo tedesco ha condotto per tutto il corso di un’esistenza sfortunata.

 

L’intera opera del Nostro si proiettò a favore di una polisemia semantica interpretabile a più livelli. Sforzandosi di decostruire la logica binaria e ogni prospettiva di significazione univoca e definitiva.

Io, parlando per enigmi, come mio padre sono già morto, come mia madre, vivo e ancora invecchio … sono decandent e inizio al tempo stesso, conosco l’una e l’altra cosa, sono l’una e l’altra cosa”, confidava in “Ecce Homo” (1888). Da questa dichiarazione si potrebbe formulare un’interpretazione del peculiare rapporto di Nietzsche con il “femminile”, fatto di quell’ambivalenza odio e amore, con la madre come con la sorella, oppure con Cosima Wagner, o Lou Salomé.

Le sue relazioni affettive sembrano sempre caratterizzate dalla triangolazione con l’Altro (sia il marito, l’amante, vero o presunto, il padre, vivo o morto) che complica il rimpiazzo dell’Edipo. “Nietzsche non vuole sostituirsi né a Wagner né a Rée, piuttosto a Cosima e a Lou, vuole in realtà diventare come loro”, ipotizza Moroncini. La vera identificazione la desidera fortemente con quel simbolo della potenza della creatività, della quale la donna, appunto, sarebbe archetipo e che potrebbe fargli finalmente strappare alla vita il suo segreto, alla cui rivelazione aspira tutta la metafisica.

Un crepuscolare, come Guido Gozzano (1883-1916), la “triangolazione” l’avrebbe instaurata con la malattia (la poesia, la finzione…) e la possibilità di poterne guarire: “’Piange?’ E tentai di sollevarti il viso/ inutilmente. Poi colto un fuscello,/ ti vellicai l’orecchio, il collo snello…/ Già tutta luminosa nel sorriso/ ti sollevasti vinta d’improvviso,/ trillando un trillo gaio di fringuello./ donna: mistero senza fine bello!… Ah! Con te, forse, piccola consorte/ vivace, trasparente come l’aria,/ rinnegherei la fede letteraria/ che fa la vita simile alla morte… M’apparisti così come in un cantico/ del Prati, lacrimante l’abbandono/ per l’isole perdute nell’Atlantico;/ ed io fui l’uomo d’altri tempi, un buono/ sentimentale giovine romantico…/ Quello che fingo d’essere e non sono!” (La Signorina Felicita ovvero la Felicità, da “I Colloqui”, 1911).

 

Freud apprezzò, ci riferisce Paul Laurent Assoun “Il grado di introspezione raggiunto da Nietzsche”, asserendo che “non è stato raggiunto da nessuno prima di lui e non sarà mai più raggiunto“.

Nietzsche era consapevole di aver affrontato un materiale talmente in fermento da poter divenire esplosivo, e per questo le sue le definiva “Scorribande di un inattuale”. “Il prodotto del filosofo è la sua vita…la sua opera d’arte“. La filosofia di un autore, diceva “è un’involontaria biografia dell’anima” e i suoi pensieri “un’appassionata storia” di queste anime, nell’insinuante sospetto  “…che tutta la nostra cosiddetta coscienza è un commento più o meno  fantastico ad un testo inconscio, forse inconoscibile, e tuttavia  avvertito?” (Aforisma 119 di “Morgenröthe. Gedanken über die moralischen Vorurtheile“, 1881).

Ancora in “Menschliches, Allzumenschliches – Ein Buch für freie Geister“ (1878–1880), confessava che: “L’immediata osservazione di sé non basta affatto a conoscere se stessi: ci occorre la storia, poiché il passato continua a fluire in noi in cento onde; noi stessi anzi non siamo nulla se non quello che istante per istante percepiamo di questo fluire… così conoscenza di sé diviene conoscenza di tutto in rapporto a tutto il passato: così come, dopo un’altra serie di osservazioni, che qui accenniamo soltanto, negli spiriti più liberi e più lungimiranti autodeterminazione e autoeducazione potrebbero diventare un giorno determinazione del tutto in rapporto a tutta l’umanità futura”.

 

Nietzsche si adopera principalmente per la dissoluzione del linguaggio imposto dal vincolo morale del “Tu devi” kantiano, per cui si colloca all’interno di quel fenomeno palingenetico rappresentato dalla decadenza della borghesia.

In  “Die Zerstörung der Vernunft” (1954), György Lukàcs (1885-1971), tenendo conto del contesto in cui prendeva forma il pensiero del Filosofo e Poeta di Röcken, lo pone in relazione con la situazione storica di quel tempo, soffermandosi in particolare sulla configurazione mitica, utilizzata da Nietzsche, quale campione di un monopolio imperialistico. Ma, ciò esprimendosi attraverso la consapevole assunzione di una cattiva coscienza, se ne addossa in pieno la critica di valore.

Si può accettare che ogni epoca “detti” le sue direttive a quei pochi che fungono da antenne riceventi, e che le captano per codificarle. Poeti e filosofi le intuiscono prima di chiunque altro. O, forse, il Nostro si è limitato a mettere in ordine quelle novità del suo tempo che già Schopenhauer, Dostoevskij, o Hartmann avevano anticipato nei loro scritti?

Nella Prefazione al “Die psychoanalyse; psychoanalytische psychologie” (1930) di Wolfgang Müller Kranefeldt, Jung risolve questo problematico quesito confermando: “Le idee che conquistano, le idee cosiddette vere, hanno in sé un che di particolare, sorgono da una regione atemporale, da un essere-sempre-esistite… le idee provengono da un qualcosa che è più grande della persona singola. Non siamo noi a produrre le idee che formano noi“.

Alla base di tutto, dietro ogni manifestazione c’è la possibilità di intravedere una forza invisibile che crea e che distrugge, che pulsa in tutti i viventi, che danza sotto ogni aspetto, ed è ciò che distingue l’essenza dall’apparenza.

Il Superuomo nasce là dove finisce l’uomo”, dice Masini. L’essenza dell’Übermensch è riposta nella sua assenza. Maurice Blanchot (1907- 2003) avrebbe detto “nella sua stessa sparizione”, perché Oltre/Super-Uomo è quello che si dissolve e non è più, quindi neanche connotabile. Gli Iperborei, Senzapatria sono una metafora, un’umanità “in divenire”, naufraghi insomma.

Per poter attraversare il guado sono svaniti, ovvero sono diventati “altro”: super, oltre, altro. Un’immagine poetica adagiata sul postulato della negatività. Soltanto una volta immersi nel flusso del divenire, super-ata la totale consumazione della decadenza, si acquisisce la differenza. Il “diverso” che ne scaturisce ha esaurito le scorte dell’ultimo uomo, per sperimentare l’esperienza di Altro ancora.

Un “esperimento di crocifissione”, allora, che travalica la “morte di Dio”, per inserirsi nel ciclo dell’Eterno Ritorno. Pensiero distruttivo certo, ma liberatorio, in un’estatica ottica di redimente eccesso.

 

Giuseppe M. S. Ierace

 

 

Bibliografia essenziale:

Assoun P.-L.: “Freud et Nietzsche”, PUF, Paris 1980

Colli G.: “Filosofia dell’espressione”, Adelphi, Milano 1969

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