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Calofilia, calofobia: Oggetti di desiderio, oggetti di rappresentanza – candaulesimo – La Giustizia di Afrodite

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 29 Ottobre 2009 | 4,755 letture | Stampa articolo |
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“La psicologia esplora il cuore umano ignorando che il desiderio essenziale del cuore non è solo quello dell’amore, ma anche quello della bellezza” James Hillman: “La Giustizia di Afrodite” (La Conchiglia, Capri 2008)
La bellezza non si limita a manifestare un’estetica esteriore, ma rappresenta pure un’etica intrinseca, in quanto avvalora l’esistenza dell’armonia e dell’amore. Georg Simmel, in “Lebensanschauung” (1918), suppone vi sia una consistente differenza tra i due sessi in questa concettualizzazione dell’”essere-al-mondo” secondo il modello dell’opera d’arte. L’equilibrio maschile si acquista con la maturità e l’uomo dimostra così di essere “ciò che diventa”, mentre la donna parte già per “quello che è”. La bellezza femminile ha sempre continuato ad occupare il posto che le spetta, costituendo un centro d’attenzione intorno al quale far gravitare gli interessi maschili.
Da un certo qual punto di vista, la bellezza femminile assume il ruolo di bene acquistabile, laddove il matrimonio si fonda su di un contratto di scambio di capitali. Sulle bancarelle di questo mercato F. De Singly (“Les manouevres de séduction”, 1984) intravede un’economia fatta di doti patrimoniali e beltà elogiate. Sul versante più propriamente seduttivo gli “oggetti di desiderio” maschile sembrano avere il predominio su quelli di “rappresentanza”, che scaturiscono da un calcolo più lungimirante e meno impulsivo.
Esporre le nudità comporta un’occasione per rivelare ciò che abitualmente potrebbe essere solo intravisto o immaginato. Svelare una qualche parte del corpo, che siano le gambe, le spalle, il seno, equivale a puntare su quel fascino parziale, reso feticcio di sé, in base all’idea che ci si è fatti della propria capacità di attirare attenzione. Chi espone con disinvoltura, in toto o in parte, questi aspetti non trascurabili del proprio essere “oggetto”, ricerca gli sguardi attenti, purché siano discreti, onde viverli con un buon dosaggio di gratificazione. Una soddisfazione questa condivisibile dal partner che ha puntato sul valore di rappresentanza dell’oggetto. Il “cuckoldismo” (da cuculo), o meglio candaulesimo (commistione di voyeurismo ed esibizionismo indiretto per identificazione con l’anima gemella), in fondo, verrebbe esplicitato su questo tavolo da gioco. La rappresentanza predomina sul desiderio e l’oggetto viene spostato sul medesimo desiderio di chi viene sedotto (Ernest Borneman: “Lexicon der Liebe”,1984).
“La percezione dello sguardo su di sé senza alcun fine, solo per la sensazione dell’istante, – dice Jean-Claude Kaufmann, in “Corpi di donna, sguardi d’uomo”, (Trad. ital. Raffaello Cortina, Milano 2007) – dà un po’ di intensità alla vita, fa esistere un po’ di più”.
Lo sguardo degli altri è come uno specchio; ci si riflette per vedere se stessi e valutarsi per come si è osservati. Ma la sensazione di essere nella traiettoria dell’interesse di qualcuno non è poi così impalpabile come sembrerebbe, ci riferisce Marc-Alain Descamps , in “Le langage du corps et la communication corporelle”(1989), in primis perché psicologicamente determina un aumento di attenzione reattiva, ed in contemporanea, fisicamente, produce un rafforzamento dell’energia interiore, avvertita in un’accelerazione del ritmo cardiaco. La reazione emotiva è immediata, eppure ha una azione ben più duratura sul più lento processo identitario, il quale, diradando le nebbie di qualche eventuale dubbio relativo alla capacità di attrazione, fornisce maggior spessore alla propria vita interiore.
La dialettica del corpo nasce dall’amore e si nutre di esso. In assenza di sentimenti, senza un adeguato apprezzamento della propria estetica, sfocerà inevitabilmente in risultati psichicamente problematici, per quanto concerne la stima di sé. L’esibizione aiuta a dileguare dubbi, ad ottenere rassicurazione sul proprio aspetto, riscontrando persino gratificazioni di attenzione. La prova del nove verrà fornita dalla ricerca di visibilità, equivalente ad esistere davvero, e non solo per se stessi, e soprattutto a non vegetare nell’angoscia dell’indifferenza.
Se la donna attrae per l’estetica, l’uomo se ne serve per sublimare l’energia libidica e gestirne la crudezza. Il linguaggio della bellezza certo allontana dalla volgarità del sesso esplicito e mantiene le dovute distanze dal disgusto dell’oscenità. Il corpo oggetto di desiderio, attraverso la grammatica esteriore dell’estetica, esprime uno stile entro il quale contenerne la selvaggia animalità. Lo spostamento che, dimenticando la sessualità, non ha occhi se non per la bellezza e che si consuma semanticamente, avviene con modalità altrettanto subdole nel mondo delle idee.
L’idea del bello viene affiancata dalla norma della legittimità. E’ forse questa la giustizia di Afrodite? Ciò che è consentito corrisponde a ciò che è esteticamente attraente, altrimenti l’ammirazione, la contemplazione, verrebbe inquinata dalla discriminazione critica. Il criterio della qualità verrà quantificato, legittimando opportunamente la normalità. Il rilievo del giudizio qualitativo sarà così proporzionale alla critica suscitata dalla quantità di opinioni in merito.
Man mano che la normalità viene meno, aumenteranno i limiti di autorizzazione, le critiche, il rischio di modificazione dello sguardo che da estetico potrà trasformarsi in etico, con i conseguenti inevitabili risvolti di apprezzamenti infelici di carattere sboccatamente sessuale.

Ogni pretesa abusiva per escludere la stigmatizzazione si costruisce attorno a delle barriere di banalità, sulle quali issare, a sistema di difesa, l’idea della bellezza. Il criterio estetico del giudizio non sarà allora creativo, ma confinato a strumento di classificazione gerarchizzata su opposizioni binarie, tipo piccolo-grande, alto-basso… Ne deriverà una definizione drastica che esclude le tonalità intermedie di grigio e distinguerà esclusivamente tra bello e brutto, rifiutando l’attribuzione di materia prima di un immaginario disinteressato ad un punto di partenza verso l’espressione artistica che trovi eleganza nell’osceno, verità nel volgare, armonia nella crudezza.
Far ricorso a categorie semplicistiche è proprio del ruolo psico-sociale, piuttosto che culturale ed estetico, del bello, riconosciuto quale principio organizzativo della rappresentazione. L’evidenza dei dati sensibili viene interiorizzata quale schema implicito ed autoreferenziale: è bello ciò che è bello!
Entrare nel dettaglio moltiplicherebbe i criteri di valutazione che non potranno più essere quelli semplici della dimensione o dell’altezza. La dimensione del seno, ad esempio, comporta una più decisa peculiarità circa la visibilità e di conseguenza agisce sulla capacità attrattiva (globofilia), con quella componente di ambiguità (invidia del seno), che mina il giudizio estetico.
All’altezza si ricollega il criterio principale che potremmo individuare nella fermezza. Una mammella floscia e molle rientra nei canoni della secchezza, vecchiezza, bruttezza, perché flaccida, cascante, penzoloni. La fermezza comporta immobilità, compattezza, giovinezza: bella soda, non ballonzola. Il turgore evoca l’erezione, perché il seno, per entrambi i sessi, da sempre, equivale ad un simbolo fallico. Non si può neanche negare che la funzione principale del reggiseno sia quella di sostenere, venendo incontro ad una concezione altimetrica della bellezza delle forme, la quale avrebbe soppiantato, non si sa bene fino a che punto, la componente sensuale della flessuosità.
La riduzione dei criteri di giudizio sulla bellezza non rende giustizia alla diversità delle morfologie che amplificano la variabilità dei seni, equiparandola a quella dei volti, come testimonia Dominique Gros, in “Le sein devoilé” (1987), per cui affettività, emozioni e memoria non sarebbero esclusiva pertinenza di prosopognosia e di riconoscimento dell’ovale del viso familiare. Al processo di costruzione del rapporto diadico participa anche una certa tipologia mammaria, areola compresa.
V’è poi un apprezzamento del tutto personale che può arrivare a mettere in secondo piano il valore visivo, quale la tanto lodata altezza-fermezza, a favore di una preferenza circa la consistenza tattile.
A dar credito a Philippe Perrot (“Le travail des apparences. Le corps féminin, XVIII-XIX siècle”, 1984), ogni epoca avrebbe prediletto un proprio canone estetico: seno muscoloso (nella Grecia antica), piccolo (nel medioevo), esuberante (nell’India di quello stesso periodo storico), generoso (durante il Rinascimento), molle (nel Secondo Impero), di nuovo piatto (negli anni venti del secolo scorso), ancora opulento (nel secondo dopoguerra), decisamente alto (negli anni ’90).
Eppure, se ci si allontana dall’astrazione ideale, gli strumenti di classificazione estetica stridono con le costanti di fluidità e vaghezza della categoria del bello, lasciando spazio ad un gusto più individuale per dei sottomodelli di superlativi relativi: questo più di quello, oppure di contraddittoria normalità altrimenti indefinibile, perchè passata inosservata. Quanto non è visibile, non troppo piccolo, nè troppo grosso…, in buona sostanza, non attrae. Ciò che non eccede non fa spettacolo di sè. La bellezza della normalità è una concezione, a dir poco, molto equivoca.
Allorquando, nel giudizio estetico si insinua il desiderio sessuale ad essere ricercata non sarà la banalità, perchè l’invisibilità non risponderà all’atttrazione. La conflittualità della definizione di normale bellezza non proverrà dalla mancanza di argomentazioni di giudizi su di una caratteristica poco netta ed appariscente, bensì da una strategica scelta difensiva, idonea ad evitare di andare troppo a fondo nelle proprie intime percezioni; si tratterebbe di una forma esemplare di razionalizzazione e di dissonanza cognitiva, quasi una manovra distorsiva da fiaba di Esopo, quale la volpe e l’uva, forse per non perdere la faccia nell’indistinzione, poichè ognuno vorrebbe essere unico ed irripetibile, e soprattutto accettato per come è.

Si ricorre all’estetica per giustificare il voyeurismo. Se si ammira la bellezza non si appare psicopatici, ossessionati dal sesso. Quello dell’arte è un’alibi valido anche nei confronti della pornografia. Un tale discorso di copertura viene accettato pure nella convenzione sociale della presentazione di sè, la quale, nell’esagerare la valenza estetica dello sguardo conferisce un tono altisonante e pretestuoso a quello che pur rimane un intimo vissuto torbido, che può sfociare come pretesto in una fissazione anancastica. La dissimulazione e le deformazioni contribuiscono a sublimare questa tendenza verso l’estasi per la nudità. Alla stessa stregua di come la percezione artistica verrebbe supportata dall’energia pulsionale deviata in senso forzato.
La nudità sensuale cede il passo al gusto estetico e l’attrazione diviene attenzione per ciò che è bello in quanto tale. La componente sessuale certo rimane, ma il desiderio assume le sembianze della percezione artistica; la nudità si sottopone ad un giudizio che frena l’emozione. A liberare le pulsioni e ad esercitare attrazione sarà un ben strano “ideale” corporeo.
La confusione linguistica derivante da questa multiforme commistione tra arte ed erotismo, giudizio e nudità, etica e sessualità, riuscirà a designare con termini appropriati, ad un più elevato livello, gli istinti più rozzi di quell’altro. La bellezza così potrà ritrovarsi ad una certa distanza dalla grazia, e sarà un modo come un altro per continuare ad evocare il potere tenebroso del sesso. La terminologia comunque ingannerà la descrizione di un’operazione categoriale che maschera tutt’altro interesse.
“L’uomo dice di guardare la bellezza per non usare un linguaggio esplicitamente sessuale, – conclude Jean-Claude Kaufmann, in “Corpi di donna, sguardi d’uomo”, (Trad. ital. Raffaello Cortina, Milano 2007) – la donna non dice nulla pur pensando soprattutto alla propria bellezza: sembra, dunque, che l’uomo parli al suo posto”. La donna che guarda quindi fa dei paragoni per quanto attiene forma e compattezza, ma lo fa per valutare se stessa, ed il suo proprio corpo. Esplicitare però la propria bellezza resta un peccato inconfessabile, almeno quanto il desiderio di attrarre con la propria esibizione. Anzi l’accentuazione di questo aspetto incrementa l’equivoco strumentale che persegue il desiderio. Tra estetica ed erotismo rimane allora sospesa un’indefettibile ambiguità.
Giuseppe M. S. IERACE

Bibliografia essenziale:
Descamps M. A.: “Le langage du corps et la communication corporelle”, PUF, Paris 1989
Gros D. : “Le sein devoilé”, Stock/Laurence Pernoud, Paris 1987
Hillman J.: “La Giustizia di Afrodite”,La Conchiglia, Capri 2008
Ierace G.M.S.: “Magia Sessuale”, Armenia, Milano 1982
Kaufmann J.-C.: “Corpi di donna, sguardi d’uomo”, (Trad. ital.) Raffaello Cortina, Milano 2007
Perrot Ph.: “Le travail des apparences. Le corps féminin, XVIII-XIX siècle”, Points- Seuil, Paris 1984
De Singly F.: “Les manouevres de séduction”, Revue française de Sociologie, 25, 4, 1984







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