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L'ottimista pensa che questo sia il migliore dei mondi possibili; e il pessimista sa che è vero. Robert Oppenheimer
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Automobilista, non spari!

category Atri argomenti Sabrina Costantini 15 Marzo 2011 | 1,856 letture | Stampa articolo |
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Quante volte ci è capitato, di incontrare sulla nostra strada, un’automobilista furioso, che impreca, sbraita, strombazza, offende, al punto da sembrare sul punto di perdere le staffe, fino ad arrivare alle mani. Sempre più persone, imbracciano il volante, circolando con questa modalità di guida e di relazione, sparando a destra e a manca.

Le strade dunque, sembrano tornate ad essere campi di battaglia, esattamente come succedeva secoli e secoli fa. Ed incontrare individui così furiosi, parabrezza a parabrezza, specchietto a specchietto, ci fa solo sperare e pregare che “non spari”: sentenze, parole, gesti o qualunque altra cosa si possa sputare addosso!

Se non bastasse, per quanto questa, sembri la descrizione perfetta di un automobilista uomo, in realtà non è proprio così. Sempre più donne, pari ai colleghi uomini, seguono questo modello di “guida aggressiva”. Sempre più membri del così detto “gentil sesso”, si accaniscono e incaniscono contro il primo mal capitato.

Questa condotta dunque, è sempre più frequente e generalizzata, al di là del sesso del guidatore, dell’età e della condizione socio-economica.

Si ha fretta, si deve correre, essere efficienti e veloci, non si tollerano lumache, dimenticanze, false manovre, imbranataggini e quant’altro può emergere nel corso del percorso, non si parli poi del dare la precedenza a chi in effetti non ce l’ha! E’ una gara a chi scatta più veloce al semaforo, chi si immette prima negli incroci, chi sorpassa più prontamente, ecc.

Quale sia il premio mi sfugge, ma non credo sia niente di buono. Eppure non se ne può fare a meno!

Non solo, vediamo sempre più spesso questi individui frenetici sulle nostre strade, ma sempre di più, anche nei nostri studi terapeutici. E’ interessante notare che questo comportamento, frequentemente emerge alla domanda: “Ma dove va a finire la sua rabbia?”. Allora, dopo vari “non so, non saprei, da nessuna parte, …..”, quasi per caso si fa riferimento alla propria intolleranza, al posto di guida.

Guarda caso, si tratta spesso di persone che nella vita di tutti giorni appaiono molto pacifiche, tranquille, educate, disponibili, sorridenti e accomodanti. Le ritroviamo ovunque, a svolgere vari tipi di lavoro e mansioni: in banca, a scuola, in ospedale, negli uffici, ecc. Per lo più, si tratta di persone efficienti e controllate. Ma poi, all’interno del proprio veicolo esplodono in una furia malsana, incontrollata, quasi “omicida”.

L’auto diventa una sorta di guscio protettivo, un ovetto, una casa a propria dimensione, che proprio in visione di ciò, permette il libero sfogo di tutto quel bagaglio emotivo, represso fino a quel momento.

Si tratta dello stesso meccanismo, in cui si verifica la violenza familiare. Persone, ineccepibili a livello sociale e lavorativo, educate, gentili e pacifiche, esplodono all’interno delle mura domestiche. E’ l’ambiente noto, “familiare”, che dà il permesso all’esplosione, di una rabbia ormai diventata incontenibile. In quest’ambiente accettante, ci si può permettere di essere sé stessi, senza temere il rifiuto o l’abbandono, senza temere di perdere la faccia.

L’auto parimenti, costituisce un luogo protetto, rispetto all’espressione ed esplosione, di quanto circola nel mondo interno. Parimenti, costituisce uno scudo protettivo rispetto all’esterno e rispetto a sé stessi, dove si ha il permesso di far uscire, di esplodere, senza che succeda realmente niente di catastrofico. In più, non sussiste il rischio, di subire ritorsioni o contro aggressioni dall’esterno.

Ma, cosa ci fa arrivare ad accumulare una tale rabbia, al punto da sentirla così pericolosa ed ingestibile? Cosa, le impedisce di emergere in un contesto “non protettivo”? E, quest’ovetto protegge dagli altri o da sé stessi?

Questa, come altre condotte, rappresenta una delle vie d’uscita ad un’emozione, che spesso viene repressa nella vita quotidiana. Si tratta per altro, di un comportamento che emerge quasi per caso, come se la persona lo vivesse in modo naturale, come se fosse adeguato. Sembra giusto, pretendere che sulla strada ci si attenga ad un codice, scritto e non, che ci si adegui ad una certa velocità, prontezza e capacità. Le frasi tipiche sono “Chi ti ha dato la patente?” “Se non sai guidare, stai a casa!” “Ti dovrebbero togliere la patente!”, ecc.

Spesso, non ci sfiora minimamente il dubbio, che sia la propria condotta a mancare di serenità e sanità. Esattamente, come accade per l’uso-abuso della TV, di internet, del cellulare, l’ingestione irregolare e inappropriata di cibo, l’abuso di sesso, palestra, farmaci, ecc.

Freud l’avrebbe inserite, nel capitolo “psicopatologia della vita quotidiana”.

In effetti, non si tratta di una vera e propria patologia, ma di una di quelle condotte quotidiane, che esprimono però un rapporto perverso, con sé stessi ed i propri equilibri psico-emotivi.

Chi dice che dobbiamo correre, essere perfetti, non indugiare, non sbagliare, essere svelti e non perdere tempo? E perché mai, tutto ciò ci risulta così intollerabile? Cosa trasferiamo in questa condotta e in tanta intolleranza?

Sicuramente emerge l’incapacità di stare, di stare fermi, di aspettare, di avere pazienza. Stare …………… Stare fermi ……………

Ma cosa comporta ciò? Comporta stare in relazione con sé, ascoltarsi, sentirsi, fondamentalmente. Rispettare le proprie esigenze.

Pensiamo al fatto che neanche l’influenza stagionale, riesce a fermaci. Continuiamo ad andare a lavoro, alle cene, ai vari impegni, tossendo, starnutendo, ecc. Andando avanti ad antiinfiammatori, antiinfluenzali, antidolorifici, astringenti, ecc.

In fin dei conti, le malattie e l’influenza prima fra queste, arriva proprio per fermarci, per isolarci dal nostro ambiente, ci obbliga, o meglio ci obbligherebbe a star fermi, a guardare delle cose di noi, che nel movimento quotidiano, non riusciamo a percepire. L’influenza, ci impone di isolarci dal nostro contesto abituale, di depurarci dagli stimoli circostanti, per riportarci a nudo con noi stessi.

Ma noi no, non riusciamo a fermarci e tiriamo avanti. Ci nascondiamo dietro mille scuse, dietro il fatto che la vita va avanti, i figli necessitano di certe cose, al lavoro non saprebbero come fare, la produzione si bloccherebbe, i colleghi si troverebbero nei guai e via dicendo. Di fatto non ci fermiamo e non ci ascoltiamo. Ci imbottiamo di farmaci e inghiottiamo bocconi amari.

Per incrementare la dose, ci imponiamo si essere al passo con la moda, di essere fisicamente piacevoli, in linea, ben vestiti, alla moda appunto, di conoscere le novità tecnologie, stare al passo coi tempi, essere aggiornati di tutto ciò che succede nel mondo della politica (con pettegolezzi annessi e connessi), della finanza con le sue previsioni per il futuro, di psicologia, di spettacoli, di teatro e musica (che non guasta mai nella conversazione) e poi giù con gli sport, la palestra e tutte le possibili forme di intrattenimento personale e familiare (prime fra tutte le feste di compleanno).

Poi, ci sono quegli impegni inderogabili quali il tenere i contatti su internet, SMS, ma soprattutto face book ora più che mai, rappresenta un elemento di importanza vitale, si devono mantenere i contatti con tutti, sapere cosa succede, andare subito a vedere le nuove e gli aggiornamenti dei nostri “amici”, ma soprattutto collezionare più contatti possibili, vecchi, nuovi, fittizi. Che importa? Importante è parlare, parlare, guardare, navigare…..

Importante è sapere, indagare, spiare, dedurre cosa fanno gli altri, in base ai loro contatti, alle foto, agli indizi. E’ un impegno serio!

Ma che fatica!!!

Francamente, io non so come facciano le persone a trovare l’energia, per stare anche su face book! Soprattutto, dopo aver già lavorato al PC, navigato su internet per motivi vari, giocato alla play station, smessaggiato, ecc. Io non so, come facciano a trovare il tempo, per tutto questo dopo aver lavorato, essersi occupati dei figli, delle questioni concrete (spesa, casa, banca, posta, inps, inail, ecc.), essersi relazionati con chi ci circonda, ecc.

Io non ce l’ho! Per trovarlo, dovrei sottrarlo ad aspetti troppo importanti della vita.

Non parliamo poi, del grande sforzo di essere sempre adeguati alla situazione, di frenare vere emozioni e frustrazioni. Si sorride, si scambiano esperienze, frasi di circostanza, si saluta, si abbraccia, si chiacchiera, si chiacchiera …

Ma, non si può certo pensare, di essere sempre disponibili e di avere sempre voglia di dare un ascolto, una parola gentile o un sorriso, a tutti coloro con cui entriamo più o meno in relazione.

Per non metterci poi, il mondo del lavoro. Chi osa oggi come oggi, lamentarsi delle ore di straordinario, della cassa integrazione, delle ferie forzate, dei diritti negati, delle ritorsioni, degli atteggiamenti offensivi? Chi osa mai, lamentarsi del proprio lavoro?

E’ già una gran fortuna, avere un lavoro! Non si può certo pensare di lamentarsene, tanto meno credere di poterlo cambiare. Non si può scegliere, ormai ad una certa età, le cose sono fatte! A dire il vero, ci si deve accontentare del primo posto che ti offrono, qualunque sia l’età e la professionalità.

Non si può più, coltivare i propri sogni! I sogni sono un lusso che nessuno più si può concedere, sono un ambito ormai lontano e sfuggente.

Infatti, questa astringenza ci impedisce di dedicarsi a noi stessi, alle nostre passioni, agli interessi, agli hobbies e ai nostri stessi figli. Quanti genitori, quante madri, sono costretti a lasciare i propri figli a baby sitter o nonni, anche nei momenti di maggiore bisogno, come durante le malattie infantili, per non doversi ritrovare in difficoltà con il datore di lavoro, con i colleghi, con la produzione, con i propri impegni economici, ecc. Arriviamo quindi, a sentirci in colpa anche del fatto di andare a lavorare. Non ci sentiamo bravi genitori e siamo totalmente frustrati.

Quali diritti ci rimangono?

Per i ragazzi, non va certo meglio. Pieni di impegni con la scuola, il doposcuola, le lezioni di musica, la danza, il karate, la palestra, la piscina, le lingue straniere e quant’altro ci può essere dentro. Poi, il fine settimana ci sono tutta una serie di feste di compleanni o appuntamenti vari (il carnevale, le gare dello sport prediletto, i saggi di musica, ecc.). Anche qua, non mancano gli appuntamenti giornalieri e serali con il PC, facebook, twitter, MSN, i vari giochi interattivi, gli sms ed i cellulari, la play station, la TV, i compiti e non so cosa potrebbe ancora entrarci. Ma di fatto, anche loro hanno una vita frenetica e super impegnata.

Certo che anche i nostri ragazzi, non hanno grande libertà. Quanto tempo hanno a disposizione e quanto riescono ad usufruire di uno spazio, libero da impegni?

E poi, che libertà hanno di imparare, che libertà hanno di scegliere la propria vita, gli studi e lo sbocco professionale? Quale libertà, è concessa loro? Che libertà hanno, di vivere?

Insomma, sta di fatto che quando ci ritroviamo in auto, si scatena l’ira funesta di tutto ciò che emerge, di quanto è stato sepolto nell’inconscio. Non a caso, sono proprio due gli atteggiamenti maggiormente evidenti nel “guidatore nevrotico”.

Da una parte, si riscontra la pretesa del rispetto serrato delle regole stradali e non si tollerano errori o sconfinamenti. Quest’insofferenza, rappresenta proprio la proiezione del proprio vissuto, dell’esperienza frustrante di tutti i giorni, in cui ci chiediamo un rispetto ferreo delle regole, il conseguimento di un ritmo forzato, pena lo sconfinamento e la rottura di un equilibrio assai precario.

Nella vita quotidiana cioè, accettiamo tutta una serie di compromessi che non ci vanno giù, che giustifichiamo e tolleriamo sulla base di una serie di premesse che facciamo a noi stessi. Nel momento in cui cominciamo a mettere in dubbio anche uno di questi elementi, si corre il serio rischio di far sgretolare il castello di carte creatoci e di dover fare i conti con una realtà che non ci piace affatto. Il rispetto delle regole quindi, ci impedisce di andare a vedere oltre e di scoperchiare le falle sottostanti.

Il costo emotivo di tutta questa costrizione, lo ritroviamo poi in auto, quando continuiamo ad essere ligi alle regole, non per rispetto della nostra e altrui vita, ma per proseguire con quest’atteggiamento di rigore, quasi obbligati inconsapevolmente, da una scelta adattiva inevitabile. E così, pretendiamo non solo da noi stessi, ma anche da gli altri un’osservanza rigida e indiscutibile. La trasgressione scatena una rabbia furibonda, perché va a scardinare un ordine che rischia di far innescare, la prima pedina del domino. Tutto andrebbe in pezzi, crollerebbe inesorabilmente.

Il secondo atteggiamento, consiste nel sentirsi mortalmente offesi. Nel momento in cui, un altro automobilista trasgredisce, ci sentiamo feriti in prima persona, come se stesse facendo un torto a noi, proprio a noi! Anche qua, in realtà l’altro paga la proiezione di un nostro vissuto. Ci sentiamo intimamente maltrattati e deprivati dal mondo, perché senza esserne consapevoli, non facciamo ciò che vorremmo e non lo facciamo come lo vorremmo, nei termini e nei modi che riteniamo più opportuni.

Per inciso, non a caso acquistiamo auto sempre più veloci, capienti, ma soprattutto auto più sicure e rassicuranti!

Ma non sapendo con chi e come ciò avviene, anzi non rendendoci neanche conto di quanto siamo frustrati e di cosa ci manca, siamo compressi come pentole a pressione e alla prima occasione siamo pronti ad esplodere, gettando in faccia agli altri, tutto il nostro risentimento ed il nostro senso di maltrattamento.

E’ un circolo vizioso, si è sempre più arrabbiati, frenetici ed esprimiamo questa frenesia, questa fretta, quest’aggressività in auto, incrementando la dose, sentendoci ancora più oppressi e pressati. D’altra parte, la trasgressione degli altri, ci fan arrabbiare ulteriormente, avvertendo un’irrispettosa inosservanza delle regole e un attacco personale, a noi specifici individui e indirettamente alla nostra scelta di vita.

Senza capire che troppo spesso, non si sono critiche personali, non ci vediamo neanche, ci ignoriamo l’un l’altro, siamo solo una serie di palline impazzite, che cozzano l’una contro l’altra, a causa di questo movimento inconsulto e perverso.

Non a caso, in auto durante la guida, spesso si aggiungono una serie di condotte attuate in modo quasi ossessivo e smodato, come fumare, telefonare, ascoltare musica, parlare da soli, ecc. Come se non bastasse, mettere in atto un azione per volta. Si fa e si strafà, ancora per mantenere in piedi un andamento che non si può fermare, pena la cesura con il ritmo stesso.

Grazie a questo, siamo sempre più attaccati ad oggetti e cose, a rituali, abitudini, come se avessimo bisogno di tutto ciò, per poter vivere, per essere felici, soddisfatti e sereni. Siamo pieni di oggetti di ogni tipo, di ogni tipo di confort immaginabile, di ogni forma di tecnologia e di comunicazione, ogni novità alimentare, ogni tipo di vitamina, sali, medicinali e quanto ancora l’industria riesce a mettere sul mercato. Siamo pieni ed oberati, di oggetti a più non posso! Acquistiamo e gettiamo via in continuazione e indiscriminatamente. Siamo Obesi di tutto e di più!

Giorni fa, mi sono imbattuta in considerazioni sullo smoking feticism e mi sono sorpresa, di quanto non ci sorprendiamo abbastanza. Sì, persino le perversioni hanno accresciuto enormemente gli oggetti di proiezione, della propria fissazione. Ne nascono sempre di nuove, particolari, articolate, abnormi. Del resto, in linea con l’andamento dei tempi.

E francamente mi sono detta che forse un professionista della salute, rischia di non stare dietro a tutte le nuove forme di patologia, che vengono fuori inaspettatamente, velocissimamente ma inevitabilmente.

Tutto ciò, per rimarcare che veramente l’andamento della nostra vita è veloce, troppo veloce, pieno di cose e poco rispettoso dei propri tempi e modi.

Non a caso, se guardiamo la forma delle influenze stagionali, comprendiamo anche il nostro stato emotivo ed il nostro bisogno.

Sempre più si delineano le forme stagionali gastro-intestinali, come a ricordarci che ne abbiamo abbastanza, che abbiamo la nausea di tutto questo, lo rifiutiamo sia da “sopra” che da “sotto”. Ermete Trismegisto saggiamente diceva “come sopra, così sotto”.

Rifiutiamo di digerire delle cose e le sputiamo violentemente, le vomitiamo all’esterno, perché intollerabili. Contemporaneamente da sotto, facciamo uscire tutta la “cacca”, gli escrementi presenti nel nostro corpo. Quest’influenza, sembra una forma di rifiuto, il tentativo di ripulirsi e di depurarsi di quanto ingoiamo a tutti i costi.

L’altra forma influenzale invece, riguarda principalmente le vie aeree ed è arrivata ai massimi livelli, creando sempre maggiori difficoltà respiratorie. Ci manca l’aria, i nostri polmoni sono irrigiditi, induriti e congestionati da “umori”, che non riescono ad uscire. Anche qua, si ha l’espressione di un ingorgo, di un inceppamento e del tentativo forzato di riprendere fiato, di respirare più liberamente, finalmente!

Non solo, pensate alla tosse, al suo significato aggressivo, rappresentato dallo sputar fuori forzatamente quegli umori che congestionano, dallo sputarli violentemente e irreprensibilmente in faccia agli altri!

Potremmo quindi dire, non solo “come sopra, così sotto”, ma anche “come dentro, così fuori”, per esprimere il parallelismo fra quanto succede dentro di noi (emozioni, conflitti, pensieri, ecc.) e fuori (inteso come corpo e le sue malattie, esternalizzazione di uno stato interno, ma anche come condotta esterna che si dispiega nel mondo, quale ad esempio la guida del nostro veicolo a quattro o due ruote).

Se cogliamo quindi, il messaggio che tutto ciò ci vuol trasmettere, partendo dalle malattie stagionali che tentano di fermarci (talvolta si arriva a patologie più strutturate e consistenti), continuando con tutta la serie di condotte “perverse”, che denunciano un equilibrio malsano, allora dovremmo rallentare un po’ e riflettere.

Prima di tutto, mi sembra che dovremmo smettere di sputare addosso agli altri la nostra rabbia repressa, dovremmo smettere di sparare insulti addosso agli automobilisti distratti, lenti o poco capaci, riappropriandoci della nostra aggressività e della nostra insoddisfazione. Questo è il primo passo per capire dove siamo, cosa siamo e cosa stiamo facendo e se tutto questo è realmente ciò che ci interessa, ciò che ci soddisfa, ciò che ci fa sentire bene sia a casa che nel mondo.

Forse, potremmo riprendere un po’ di genuina gentilezza verso noi stessi e gli altri, un po’ di attenzione e d’ascolto per ciò che ci capita, per ciò che ci circonda e per le persone a cui vogliamo bene, con cui intessiamo delle relazioni emotive. Stando, possiamo re-imparare il senso della pazienza, dell’attesa, dell’accettazione e dell’accoglimento.

Allora viaggiare, può riprendere il suo naturale significato, può assumere l’importante valore della mobilità e della crescita, non più una lotta fra pistoleri armati, disposti  a qualsiasi cosa per sopravvivere.

Non è vero che non ci sono alternative. C’è sempre una via d’uscita! Basta volerla trovare, basta pensare che non dobbiamo girare a tutti i costi con una giostra che non ci appartiene. Possiamo cominciare a stare, ad aspettare, a pazientare, a tollerare, ad accettare e a cambiare noi stessi, nella direzione che più ci aggrada.

Attacchiamo il nostro cartello “WANTED”, non per prendere la taglia di qualche trasgressore stradale, ma per cercare sé stessi, per “volere” sé stessi, ciò che siamo nel rispetto della nostra natura.

Fermiamoci e riprendiamo a desiderare, a sognare, a viaggiare …..

 

 

Autore: Sabrina Costantini

Psicologa Psicoterapeuta

sabrina [.] costantini1 [@] tin [.] it

sabrinacostantinipsicologia.over-blog.it







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