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Alimentazione, cultura e società – “entierro de la sardina” – medicalizzazione e de-medicalizzazione del sovrappeso e dell’obesità – prescrizioni, proscrizioni, restrizioni.

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 13 Agosto 2009 | 5,490 letture | Stampa articolo |
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Le persone in sovrappeso sono vittime di manifestazioni di riprovazione nelle società avanzate nelle quali l’obesità, anche se abbastanza riconosciuta come patologia dalle molteplici cause, viene mal tollerata in quanto indicativa di uno stile di vita. Quel fattore genetico che prima veniva ritenuto preponderante, viene adesso considerato meno determinante dei fattori ambientali e comportamentali.
Negli ultimi trent’anni il ritmo di crescita e diffusione dell’obesità ha inserito tale patologia tra quelle più rilevanti dal punto di vista epidemiologico, quasi a livello di un’epidemia globale. Mentre la maggioranza degli studiosi si sono posti il problema del controllo del comportamento alimentare, imponendo delle rigide restrizioni a tavola, altri hanno notato che lo stigma nei confronti dell’obesità possa provenire dalla constatazione della sua differente distribuzione nella scala socioeconomica. Gli ecologi si chiedono semmai quali trasformazioni nell’organizzazione della filiera alimentare, o nelle abitudini di consumo, potrebbero render conto del fenomeno.
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L’epidemiologia sociale (sociology in medicine) si interessa ai problemi sociali quali cause, o fattori di rischio, di una certa malattia. Questo filone ha evidenziato l’effetto terapeutico delle forme di integrazione sociale e quello profilattico del sostegno sociale (teoria delle reti sociali).
L’altra branca, la sociology of medicine, si occupa invece delle relazioni sociali in campo nutrizionale, dei ruoli sociali e delle loro trasformazioni per effetto delle malattie. Si è così accertato che esistono delle chiare relazioni tra le variabili fisiche e sociali, tali da porre in rapporto l’obesità con lo stato socio-economico, la famiglia, e perfino il tipo di matrimonio.
L’epidemiologia sociale (sociology in medicine) ha esaminato le abitudini alimentari inadeguate, giungendo alla conclusione che praticamente, per quasi tutti i settori della patologia, il sospetto che l’alimentazione svolga un ruolo, più o meno diretto, è certamente ben fondato.
La socio-antropologia si occupa del discorso nutrizionale, della sua elaborazione e dei suoi rapporti con le norme sociali, partendo dall’aspetto cognitivo della questione, in particolare dalle modalità di “dichiarazione” nutritiva, commestibilità e distinzione dei cibi, a seconda del grado di riprovazione di cui sono oggetto in determinati contesti sociali. Assumendo come oggetto, in quanto tali, le conoscenze nel campo alimentare, si perviene all’influenza delle rappresentazioni sociali sulla loro formazione ed informazione. La socio-antropologia dell’alimentazione, insomma, si prefigge di “capire ciò che vuol dire mangiare” (Mead M. e Guthe C.E.: “Manuel for the Study of Food Habits”, 1945).
La sociologia della conoscenza considera l’acquisizione scientifica alla stregua di una costruzione sociale, in quanto, la produzione di dati e di risultati proviene da tutta una serie di interazioni tra diversi ambienti sociali, da un lato quello della ricerca, dall’altro quello dei diversi gruppi di pressione economica.
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Sulla crescita e diffusione dell’obesità hanno influito le trasformazioni delle abitudini alimentari, e questo è un primo dato accertato, ma, esistendo dei rapporti tra peso e stato socio-economico, nelle società moderne, si esprimono di conseguenza delle forme di riprovazione.
Lo stato socio-economico determina l’obesità oppure ne è la conseguenza. Se ne è la causa, ruoli sociali e relativi modi di vita esercitano la loro influenza sull’accesso al cibo, inteso come nutriente, sulle sue rappresentazioni simboliche, sulle abitudini alimentari, come pure sull’esercizio fisico, sul tabagismo, o sul bere. Se ne è la conseguenza, la responsabilità maggiore va attribuita allo stigma ed alla discriminazione nei percorsi sociali.
Un tempo esisteva un rapporto diverso tra obesità e stato socio-economico, negativo per le donne e positivo per gli uomini, nel senso che un uomo d’affari poteva mostrarsi panciuto, mentre nel contempo una rappresentante della borghesia benestante si manteneva in linea. Ancora adesso nelle società avanzate, per quanto riguarda le signore, permane questa stretta relazione inversa tra peso e stato socio economico, trovandosi più diretta, e ampiamente diffusa, nelle categorie sociali popolari. La questione maschile si presenta più complicata da una distribuzione bimodale, grazie alla compresenza di due, diciamo per comodità, “ tipi” di obesità, uno legato al grado sociale elevato, l’altro all’opposto.
Nelle società in via di sviluppo, sia per quanto riguarda gli adulti, sia per quanto riguarda bambini ed adolescenti, l’obesità è presente soltanto in cima alla scala sociale. Mentre, nelle società avanzate la distribuzione tra bambini ed adolescenti non sembra collegata alla posizione sociale. Si presenta un profilo significativo di rapporto inverso solamente per il sesso femminile in età puberale, nel quale l’appesantimento delle forme è più appropriato agli ultimi gradini della scala sociale. Facile è dedurre che nelle società in via di sviluppo la magrezza delle classi popolari non è nient’affatto ricercata, bensì sia una diretta conseguenza della scarsa disponibilità di cibo, associata a lavori onerosi che richiedono una forte spesa energetica. L’obesità, in questo contesto, riceve una valorizzazione quale segno distintivo di salute e di abbondanza, oltre che di appartenenza ad un ceto elevato.
Per quanto riguarda la civiltà del benessere, la crescita dell’obesità viene spiegata dalla diminuzione del consumo calorico determinata dal decremento dell’attività fisica, sino alla sedentarietà, quasi imposta dallo sviluppo dei mezzi di trasporto e dall’ubiquitaria meccanizzazione dei compiti professionali, senza contare l’effetto contenitivo sulla spesa energetica del riscaldamento nelle abitazioni e negli ambienti di lavoro. Ma c’è di più, e ben altro, da focalizzare, qualcosa di “mentale”, perché il nostro cervello non si trova al passo coi tempi, adeguato cioè alla relativa agiatezza della vita moderna, e continua a funzionare come se dovesse costantemente provvedere ad una risicata sussistenza.
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Il consumo alimentare avrebbe parallelamente ricevuto una netta diversificazione. Fra gli strati superiori ed intermedi della popolazione sarebbe andato diminuendo in maniera più marcata che non tra le classi più basse.
Alcuni sottolineano con enfasi l’aspetto della differenziazione sociale dei gusti che presso le classi popolari equivale ad una valorizzazione di ciò che viene avvertito in maniera più forte, più piccante, più salato, più dolce. La faccenda del mangiare si ridurrebbe ad un problema di spazi sociali di pratiche alimentari, di gusti distintivi, e di stili di vita.
L’atto di nutrirsi concorre grandemente a formare l’identità culturale. Assaggi e degustazioni creano un immaginario che si associa facilmente ai differenti tipi di consumo ed influenza le percezioni delle qualità; ne deriva una ricostruzione quanto meno ideale delle forme degli alimenti e delle modalità di consumarli. La disponibilità di buona quantità di informazioni in tema di nutrizione avrebbero certamente un ascendente minore di quello dell’immaginario.
L’ottica fenomenologica proporrebbe una interpretazione che rimanda ad una sorta di rivalsa. Per chi ha maggiormente sofferto la fame, la condizione di abbondanza viene vissuta ed afferrata come occasione di rivincita.
Lo status sociale si impone anche nelle logiche del tempo libero trascorso nella pratica di sport ed esercizi ginnici, particolarmente valorizzata per inseguire un modello estetico di magrezza. Il sovrappeso viene sottoposto ad una uniforme e generalizzata disapprovazione sociale, nella nostra società, secondo un processo di discredito ed un percorso di esclusione che ricalca quelli di anormalità e devianze. L’auto-svalutazione parte dall’alterazione dell’immagine che l’obeso si forma accettando acriticamente tali pregiudizi discriminatori. Se E. Goffman non ha inserito l’obesità nel suo inventario delle forme di disapprovazione sociale (“Stigma: notes on the management of Spoiled Identity”, 1963), ci ha pensato poco dopo (1968) W.J. Cahnman a parlare di sgradevolezza collegata “a quanto viene avvertito come una deformazione fisica ed un’aberrazione comportamentale” (“The Stigma of Obesity”).
L’umiliazione viene imposta come marginalizzazione, svalorizzazione, censura estetica. Questi atteggiamenti negativi possono trasformare la discriminazione in un percorso obbligato sino all’handicap sociale. Dall’atteggiamento discriminatorio non è affatto esente la classe medica, che, permeabile al dominante valore dell’ideale di magrezza, tende ad attribuire all’obesità l’eziologia di tutti i mali e presentare contemporaneamente come panacea il binomio dieta ed attività fisica. Partecipando alla svalorizzazione del sovrappeso, l’ideologia sanitaria offre il suo contributo ad apporvi un’etichetta di censura e di devianza. A sua volta la riprovazione ha conseguenze sulla mobilità sociale, i cui effetti spiegherebbero il passaggio da una distribuzione dell’obesità aleatoria per i bambini a quella forte differenziazione tra gli adulti, e per le donne in particolare. Nel confrontare la posizione di uno stesso individuo in momenti diversi della sua vita (mobilità intragenerazionale) ci si accorge del ritardo procurato dall’obesità, che aumenta la frequenza della mobilità intergenerazionale discendente (posizione sociale di un figlio nei confronti di quella del padre). L’influenza del livello di educazione ed dell’attività professionale viene esercitato maggiormente sul peso dei maschi, mentre su quello delle femmine è molto più forte l’azione del matrimonio, poiché, sotto l’influsso del modello estetico dominante della magrezza, il matrimonio si costituisce quale fattore di selezione che fa rientrare le donne magre verso uno status superiore e le più in carne le relegherebbe verso un ceto meno raffinato. Sempre a causa delle pregiudiziali valutazioni negative, che rafforzano tutti i fattori di differenziazione e stigmatizzazione, gli obesi hanno minori possibilità di andare incontro a successi in campo professionale.
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C’è una spiegazione evoluzionista della diffusione del fenomeno “aumento ponderale” che riguarda la possibilità di produrre una selezione genetica all’interno delle società in cui il cibo scarseggia. La capacità biologica di immagazzinare energia sotto forma di tessuto adiposo avrebbe favorito l’adattamento ad ambienti ostili. Nelle società avanzate la crescita dell’obesità proviene dalla trasformazione del contesto economico, secondo il modello della “transizione epidemiologica”. Il passaggio da uno stadio ad un altro successivo lascia spazio per una tappa intermedia (la fase di transizione, appunto). Il primo stadio presenta una marcata diffusione di carestie ed epidemie, di malattie infettive e parassitarie e da carenza. Durante la fase di transizione queste patologie regrediscono per lasciare incrementare le malattie degenerative della terza fase. C’è da considerare la possibilità di una quarta fase di assestamento delle malattie croniche con reazioni profilattiche di cambiamento nello stile di vita. Una quinta fase aprirebbe alle “sociopatie” che si compongono di aspetti dovuti alle classiche epidemie, ad esempio l’AIDS, che per il meccanismo della diffusione minano “uno dei dispositivi cruciali della socialità: l’incontro sessuale”. Quando le altre patologie si stabilizzano, la parte sociale delle malattie si rende più visibile, favorendo lo sviluppo di processi deleteri.
Alla base della transizione epidemiologica si situerebbero i progressi agronomici che, nelle società avanzate, hanno assicurato un’alimentazione sufficiente un po’ per tutti, quali l’organizzazione della filiera alimentare, grazie allo sviluppo dei trasporti e del commercio, la ridistribuzione del cibo ed il contenimento delle crisi produttive.
Questa situazione di transizione alimentare presupporrebbe un miglioramento delle razioni nutritive, mentre invece, a fronte della quantità totale di cibo disponibile e causa della crescita della popolazione, si riscontra un impoverimento qualitativo per i singoli individui. La trasformazione delle modalità produttive da poli-colturali di sussistenza a mono-colturali ha decisamente determinato una impronta nuova negli stili più popolari di nutrizione. Tale relativa monocoltura ha imposto una progressiva semplificazione delle categorie del commestibile, orientando il consumo verso quei pochi prodotti basilari, di solito cereali, più che legumi, dettando di conseguenza una sorta di mono-alimentazione forzata, contemporaneamente effetto e causa della riduzione della biodiversità e del conseguente impoverimento qualitativo delle pietanze maggiormente disponibili. Nel presumere uno stretto legame tra alimentazione e spinta demografica, M. Livi Bacci (“Popolazione e alimentazione. Saggio sulla storia demografica europea”, Il Mulino, Bologna, 1987), ha distinto un breve termine, nel quale la causalità funzionerebbe così come descritto, ed un lungo termine in cui i fattori alimentare e demografico sembrano del tutto autonomi.
Nel differenziare necessità nutrizionali energetiche da quelle qualitative, nei termini di proporzioni tra i vari macronutrienti (protidi, lipidi e glucidi), ci si accorge che la monocoltura cerealicola, con l’aumento della disponibilità energetica, ha nettamente favorito l’ascesa demografica, determinando così la priorità di questo tipo, quantitativo, di produzione. La riduzione della biodiversità alimentare ha aumentato gli squilibri qualitativi nell’apporto di macronutrienti, senza esercitare alcuna influenza sulla crescita demografica.
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In un contesto di abbondanza, l’estetica privilegia le forme longilinee nel corpo femminile; la magrezza viene elevata a segno distintivo di status sociale anche per i maschi, con il tragico epilogo dell’ invasione, nel mondo contemporaneo, di una pervasiva “apparenza”, di una glaciazione dei sentimenti e della cultura in generale, con la conseguenza anche di una caduta di gusto e d’un minor estro in cucina.
Lo sviluppo e la diffusione delle conoscenze nutrizioniste han contribuito al cosiddetto “addomesticamento delle malattie degenerative”. Ad esempio, il riconoscimento dell’importanza di calcio, fosforo e vitamina D è stato di decisivo incremento per la funzione profilattica del cibo nei confronti dell’osteoporosi femminile. Anche l’ipotesi del ruolo delle fibre nella prevenzione del cancro del colon ha rafforzato quella che può essere definita come una “medicalizzazione” dei pasti quotidiani. In quest’ottica l’obesità appartiene a quella fase che è stata definita “sociopatica”, in quanto aperta conseguenza di tutta una serie di trasformazioni delle abitudini a mangiare, nonché dell’ambiente sociale legato ai vari aspetti della nutrizione.
C. Fischler, già nel 1979, ha coniato il termine piuttosto evocativo di “gastroanomia”, per indicare l’indebolimento di quell’insieme di norme sociali che avrebbe provocato l’odierna diffusione di obesità e sovrappeso. “E’ probabile che l’inquadramento sociale delle condotte alimentari vada attenuato” (“L’Onnivoro”, Mondadori, Milano, 1992), per andare a cercare una qualche condizione supplementare, non appartenente ai modelli della cultura di massa, che giustifichi i disturbi del comportamento alimentare. Bulimia, anoressia, compulsione a mangiare, angosce alimentari, obesità rientrano a pieno titolo nella categoria delle sociopatie da ineguaglianza nutritiva. Alle quali andrebbe associato in appendice il dépistage condizionato da quelle malattie da carenza riconducibili alle trasformazioni del cibo nei vari trattamenti agroindustriali, nonché l’avvento di una nuova povertà in contraddizione con una piena fase consumistica di pletora di alimenti.
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Nell’accusare dell’aumento dell’obesità le trasformazioni avvenute nelle società industriali, ci si riferisce generalmente al fenomeno della destrutturazione alimentare, nella misura della semplificazione e della omogenea composizione dei pasti, contro un incremento di rilevanza degli spuntini fuori orario, di colazioni, pranzi o cene saltati, del consumo di prodotti zuccherati e salati, solitamente compresi nei cosiddetti “junk food”.
Tra le norme sociali, ciò che si considera un vero e proprio pasto, e le abitudini consolidate nei singoli individui esiste un netto divario. La valutazione dell’apporto nutritivo in un sistema di restrizione cognitiva deve tener conto della variabile psicologica della dissimulazione e negazione/spostamento degli “ingesta”. Se da un lato la semplificazione dei pasti equivale alla soppressione degli elementi secondari, ad esempio le entrées ed i contorni a base di verdure, dall’altro la riduzione degli apporti vegetali apre l’accesso agli spuntini fuori orario rappresentati da barrette ai cereali, però arricchite di zuccheri, biscotti dolci, cracker salati. Queste nuove abitudini degradate di un primitivo “ordine” alimentare non sono però solo e semplicemente il frutto di decisioni individuali, bensì il risultato di costrizioni dettate da certe situazioni ambientali.
La contraddizione tra attaccamento a schemi normativi tradizionali, la “trinità” consacrata dei pasti quotidiani, e l’incapacità di ottenere un equilibrio entro la terna di ingestione, peso ed attività fisica, rivela un conflitto ansiogeno, produttore di quel circolo vizioso a cui contribuiscono in larga misura informazione nutrizionista e diffidenza verso tutto ciò che potrebbe essere di qualche conforto. Le prescrizioni di recuperare le buone abitudini e di rieducare a mangiare per come si “parla”, più che su fondamenta scientifiche, riposano sul buon senso comune, sulla conoscenza della storia dell’alimentazione e sul recupero dei valori etnici, alla stregua di quelli linguistici. “Mangia/parla per come ti hanno insegnato i genitori!”.
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Oltre che nella semplificazione dei pasti e nel frazionamento dell’assunzione di alimenti fuori orario, gli squilibri qualitativi dell’alimentazione odierna andrebbero ricercati adeguatamente nella natura stessa delle cibarie e nelle modalità di mettersi a tavola.
Nel contesto familiare non si esprimono decisioni riguardo alle pietanze da scegliere, mentre lo straordinario sviluppo del sistema di offerte diversificate allarga lo spazio decisionale fino all’inquietudine ed all’insicurezza procurati dall’individuazione e dalla mancata condivisione. Ogni spazio, diciamo, di libertà, seppure ricercato, si trasforma in un ambito conflittuale che ingenera ansia.
“E’ nella breccia dell’anomia che proliferano le pressioni molteplici e contraddittorie che si esercitano sul consumatore alimentare moderno: pubblicità, suggestioni e prescrizioni diverse e, soprattutto,sempre di più, raccomandazioni mediche. La libertà anomica è anche un conflitto ansioso e questa ansietà sovradetermina a sua volta le condizioni alimentari aberranti” (C. Fischler: “La nourriture. Pour une anthropologie bioculturelle de l’alimentation”, 1979).
Altri studiosi hanno sottolineato l’azione collettiva su quelle che dovrebbero essere le regole del gioco da realizzare a tavola, con la perdita della legittimità delle norme, nel quadro di una reinterpretazione di quella che abbiamo visto poter chiamare gastroanomia. Il moltiplicarsi delle informazioni igieniste, estetiche, identitarie ha provocato un’inflazione di ingiunzioni contraddittorie, mettendo definitivamente in crisi l’apparato normativo.
Da un certo punto di vista, l’obesità viene avvertita come problema reale, di salute fisica, per i rischi che presenta di morbilità e mortalità, come pure una questione di igiene mentale per la stigmatizzazione sociale che ne deriva; d’altro canto la disapprovazione trova spazio in conseguenza della definizione di anormalità e devianza unanimemente condivisa a più livelli.
Qualcuno ha individuato nell’epidemia dell’ossessione maniacale per le diete il punto di non ritorno dal giudizio relativamente positivo, o indifferente, alla sentenza di condanna sociale, da parte di una stessa cultura in cui una minoranza sproloquiante è riuscita ad imporre alla maggioranza silenziosa una differente normativa in tema di taglie da valorizzare. In questa prospettiva, il problema dell’obesità va considerato alla stessa stregua di una costruzione sociale. La primitiva lettura moralizzatrice della golosità e del discontrollo dell’appetito rende il grasso sorprendentemente “volgare”. La successiva medicalizzazione dell’argomento peso, o circonferenza vita, ha allarmato per i rischi alla salute, contribuendo a legittimare la disapprovazione, senza per altro rispondere chiaramente alla pressante richiesta di discriminazione tra condizione/stato o vera e propria malattia, devianza , anormalità o incapacità di allineamento e condivisione di un’utopia delle forme.
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Chi ha provato a rispondere al legittimo quesito ha ricordato che le più antiche sculture raffiguranti un esemplare donna sono le cosiddette “Veneri” di Willendorf, Lespugue, Dolni Vestonice… . Tutte le cosiddette “veneri” paleolitiche hanno in comune la caratteristica di rappresentare corpi statici, nudi, con parti anatomiche esagerate, quali il seno, l’addome, la pelvi, le cosce. Si tratta quindi della rappresentazione di donne palesemente obese, ma forse, se non proprio belle, di certo accettabili per i canoni estetici del loro tempo. Questa rimembranza fornisce il senso dell’adattabilità bio-culturale degli uomini approdati all’ideale di una leggerezza, per altro spesso insostenibile, a partire dalla pesantezza di un corpo concreto. Esistono esempi di civiltà in cui la concezione della bellezza è ricondotta alla pinguedine, così come per altri un Buddha panciuto è segno distintivo di saggezza fino all’esclamazione estrema: “Dio è grasso!”.
L’ideale di bellezza femminile richiede un aspetto formoso (“a carni sup’all’ossa, meri”, si suol dire in dialetto calabrese, cioè a dire: la carne si addice alle ossa), ben lontano dalla magrezza, per se stessa “informe e vuota”; un ideale istintivamente descritto come “bene in carne”, a riprova del fatto che la capacità di immagazzinare adipe corrisponda ad un’intrinseca vitalità.
Lo stadio dello specchio, per la donna, ha fatto coincidere le rotondità con le belle forme. L’avvenuto distacco dalle necessità prosaiche attesta invece il raggiungimento di una posizione sociale agiata. Il modello di magrezza s’impone alla metà del secolo scorso allorquando si comincia a vivere nell’abbondanza ed ad assumere coscienza politica anticapitalistica. Il grasso, come il capitale, si accumula. Il sovrappeso diventa antiestetico, almeno quanto lo sfruttamento della classe operaia o del terzo mondo è da considerare politicamente scorretto ed immorale. Chi mangia più di quello che gli spetta, o che gli occorre, non rientra in nessuna etica, tanto meno nella logica di equa distribuzione e redistribuzione delle risorse, ma in quella della scorrettezza, dell’egoismo, della perdita di autocontrollo.
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Forse si potrebbe azzardare la considerazione che si sia abbassata la soglia socialmente definita dell’obesità. Del resto, non tutti gli uomini possono rientrare in una medesima struttura fisica. L’utopia dell’uomo medio, “caucasico”, non tiene conto delle molte variabili antropologiche.
Facendo riferimento esclusivamente all’indice di massa corporea, si scopre che la mortalità aumenta ai due estremi di magrezza (IMC basso) e di sovrappeso (IMC alto). Questo dato, però, non è sufficiente ad annullare quei fattori di confusione, di difficilissima esclusione, quali sedentarietà, tabagismo, alcolismo…, i quali agiscono contemporaneamente al peso. Senza citare la precarietà di accesso alle cure da parte di individui che si ritrovano emarginati perché obesi e viceversa. Il dimagrimento avrebbe effetti solo su patologie associate all’obesità, come il diabete, non sulla probabilità di morte. La restrizione cognitiva operata dall’informazione dietetica, se riporta un successo relativo a breve termine, non lo conferma in seguito. A lungo termine, infatti, i risultati dei trattamenti sulle rotondità sono piuttosto deludenti e l’idea di dimagrimento si trasforma in un’ossessione, una paranoia quasi, se non una disgraziata follia.
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Nella logica della differenziazione sociale sarebbe avvenuto un certo cambiamento in quel processo di distinzione dell’élite. E’ la tesi esposta da P. Bourdieu in “La distinzione: critica sociale del gusto”, Il Mulino, Bologna, 1983). Dopo la perdita di prestigio delle istituzioni morali tradizionali, l’individuazione del sovrappeso in quanto “patologia” (anormalità, devianza), con una conseguente medicalizzazione (stigmatizzazione, riprovazione), si propone come un nuovo metodo di controllo sociale.
Eppure far dimagrire le persone in sovrappeso non ne aumenta le probabilità di sopravvivenza. Le motivazioni addotte dalle donne affinché si segua un regime alimentare di controllo ponderale provengono direttamente dall’immagine corporea, sono cioè di ordine estetico, di sex appeal, oppure da una generica idea di benessere associata a raccomandazioni restrittive, le quali soddisfano una masochistica esigenza di tener desti sentimenti di colpa connessi alle tentazioni dei peccati di gola.
Osservare una dieta dimostra una raggiunta maturità e consapevolezza e rientra nello statuto della “normalità”, senza sospettare che una restrizione non dovuta causa problemi di salute certamente superiori a quelli che potrebbe prevenire. Le conseguenti compensazioni divengono fonti di ulteriore, eventuale sovrappeso. Accanto alla crescita ed alla diffusione dell’obesità si registra un eccessivo (morboso, forse) interesse per le diete. Favorire questo ciclo di restrizioni, compensazioni, e ripresa di peso, presenta maggiori rischi per la salute dello stesso eccesso ponderale. Gli inconvenienti dei tentativi dietetici sbagliati possono essere peggiori della condizione che si prefiggono di trattare o di prevenire. Cosicché la prudenza sembra essere la più ragionevole delle prescrizioni.
“La maggioranza delle persone che hanno fatto ricorso alle cure per l’obesità non è obesa e la maggioranza di coloro che manifestano un’obesità patologica non è ritenuta tale. Esistono dunque una sovra ed una sottomedicalizzazione insieme: si passa dalla cosmetica alla non assistenza. In realtà, la prevenzione dell’obesità va demedicalizzata” Arnaud Basdevant (1998), citato da Jean-Pierre Poulain in “Alimentazione, cultura e società”, Il Mulino, Bologna, 2008.
La prevenzione dipende da fattori molteplici, dalla promozione della salute in generale alla formazione ed educazione dei consumatori. Ebbene, considerando che le conoscenze relative alla nutrizione assomigliano più a dei “work in progress”, che l’ambiente sociale non si dimostra stabile a lungo, mentre individualmente la tendenza sembra quella di perseverare nei comportamenti sbagliati, piuttosto che prefiggersi di “cambiare il mondo”, e con esso la pratica alimentare, ci si dovrebbe chiedere quale sia la vera sostanza del comportamento a tavola, in un dato momento storico, in un determinato contesto sociale, per quel singolo individuo.
Le decisioni in campo nutritivo non sono individuali, almeno quanto non sembrano essere neppure razionali. Nonostante la trasformazione delle forme di socializzazione, neanche l’atto di cibarsi può essere individuale. E dopo tutto le conoscenze in tema di nutrizione non contribuiscono a modificare le abitudini.
Se la cultura nutrizionista non ha impedito la diffusione del sovrappeso, nella nostra società, più che preoccuparsi del bagaglio di conoscenze razionali, in relazione a ciò che si mangia, occorrerebbe creare le condizioni per un apprendimento del piacere di stare a tavola ed una formazione del gusto.
Lo stigma certo non è di nessun aiuto ad alcuno, anzi rafforza quella catena che imprigiona la stragrande maggioranza delle persone in sovrappeso: condanna, isolamento, perdita di autostima, assunzione compensativa, ulteriore incremento ponderale.
Concludendo, l’atto alimentare ed i gusti risentono di pressanti condizionamenti sociali e le modalità cognitive di determinazione delle scelte possono essere razionali per quanto concerne fini e valori, come sono più frequentemente simboliche per altri versi, poiché, in fondo, anche in cucina mettiamo in scena una rappresentazione sociale. E comunque, in ogni caso, come si suol dire dalle mie parti: l’ingordo non conosce il digiuno.

GIUSEPPE M. S. IERACE – neurologo psichiatra psicoterapeuta – contatto email: gmsierace [@] gmail [.] com

Bibliografia essenziale:
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Ierace G.M.S.: “Yoga e Alimentazione”, su Yoga per una rinascita universale, pag 8-10, I, 1, gennaio marzo 1980
,, ,,”Contro la Caccia”, su Yoga per una rinascita universale, pag 30-32, I, 2-3, aprile settembre 1980
,, ,, “Agricoltura naturale alimentazione salutare”, su Yoga per una rinascita universale, pag 37-39, III, 7, gennaio aprile 1982
,, ,, : Presentazione a “Lo Yoga del Nutrimento” di Jack Santa Maria, Siad, Milano, 1983
,, ,, :”Yoga e Alimentazione”, su Yoga & Ayurveda, pag 19-25, n° 21, marzo 1987
,, ,, :”Esoterismo e dieta alimentare”, su Riv. It. di Teosofia, pag 21-25, XLV, 1, gennaio 1989
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,, ,, :”Alla scoperta del pensiero animale”, su Riv. It. di Teosofia, pag 78-84, XLIX, 3, marzo 1993
,, ,, : “Fra diavolo rosso ardente”, su “Calabria Sconosciuta”, pag. 15-16, XXI, 80, ott.-dic. 1998
,, ,, : “Il colore del cibo”, su “Calabria Sconosciuta”, pag. 15-20, XXIII, 88, ott.-dic. 2000
,, ,, :”Pietà verso gli Animali”, su Sixtrum, pag 15-17, II, 1, 2001
,, : “Gastrosofia”, in corso di stampa
L’Ecologist italiano: “Agricoltura è disegnare il cielo”, LEF, Firenze, 2007
Lee Allen S.: “Nel Giardino del Diavolo”, Feltrinelli, Milano, 2005
Marcus G.: “Kluge, l’ingegneria approssimativa della mente umana”, Codice, Torino, 2008
Nabhan G. P.: “A qualcuno piace piccante”, Codice, Torino, 2005
Poulain J.-P.: “Alimentazione, cultura e società”, Il Mulino, Bologna, 2008
Vestita C.: “Le Spezie della Salute”, Sperling & Kupfer, Milano, 2008







1 Commento a “Alimentazione, cultura e società – “entierro de la sardina” – medicalizzazione e de-medicalizzazione del sovrappeso e dell’obesità – prescrizioni, proscrizioni, restrizioni.”

  1. psicoterapia

    Lei: “Ma te, mi preferisci grassa e felice o magra e depressa ?”.
    Lui: “E’ che sei grassa e depressa !”
    Fa ridere ma è pur sempre, come al solito, una battuta che si riferisce alla realtà.
    Possibile che non ci siano vie di mezzo?
    Inoltre:
    Più ingrassi, più ti instupidisci anche; questa la triste realtà emersa da uno studio condotto in Francia, da cui appare che c’è un collegamento tra l’obesità e il declino della funzione cognitiva.
    Quoziente di intelligenza e grassezza sarebbero inversamente proporzionali. Il grasso, dunque, oltre ad aumentare la pressione arteriosa, a diminuire la durata della vita …..ad i grassi fanno male al cervello .
    Lo sostiene una ricerca condotta da alcuni scienziati francesi e pubblicata dalla rivista inglese Neurology.

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