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A farci guadagnare tempo c‘è solo… l’oblio?

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 18 Settembre 2013 | 2,156 letture | Stampa articolo |
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La vita può essere capita solo all’indietro, ma va vissuta in avanti”, diceva Søren Kierkgaard, per cui, quando il rapporto con il tempo si traduce nel lasciarsi trasportare verso il futuro, a seconda di quanto ne abbiamo a disposizione, al posto del gioioso fantasticare si avrebbe un mesto rimuginare, e lo stimolo potrebbe trasformarsi in default, con la conseguenza di scatenare ansie, ossessioni, serie preoccupazioni. Applicando il criterio ex adiuvantibus, sarebbe lecito supporre, in questi casi, una franca psicopatologia della prospettiva temporale, visto che la strategia proposta dalla psicoterapia cognitivo-comportamentale prevede d’immaginare dapprima i peggiori scenari per poi scartarli e concentrarsi su quello che sembra il migliore.

Ad Kerkhof ha osservato che, nel periodo che precede immediatamente un qualche tentativo di suicidio, si eccede nel riflettere sul futuro. Si tratta di veri e propri opprimenti assilli che non incoraggiano la reazione alla lotta di fronte al pericolo, ed escludendo il piano dissociativo  d’istintiva inazione, immobilità e irrigidimento cadaverico fittizio, fanno intravedere un’unica possibile via di fuga nella reale auto soppressione. La tecnica che ha sviluppato per gli aspiranti volontari della morte è di una disarmante semplicità, perché consiste nel diminuire il tempo impiegato, e purtroppo perso, nelle apprensioni per l’avvenire.

Non mi preoccupo mai del futuro, – ironizzava Albert Einstein – arriva sempre abbastanza presto”! Una strategia, derivata dalla psicoterapia cognitivo-comportamentale, tecnicamente fa ricorso alla funzione immaginativa. Si visualizza una scatola che dovrà contenere tutte le angustie, i tormenti e le tensioni da inserire man mano che si presenteranno, confinandoli dentro, in modo che non possano uscirne, e sigillandoli con un coperchio a tenuta ermetica. Se si dovessero ripresentare, di nuovo si prendono e si rinchiudono più saldamente, ribadendo il concetto che stabilire l’apertura e affrontarli corrisponde all’eventuale decisione da prendere in merito.

Invece della scatola si possono visualizzare nuvole, che raccolgono ansie e timori, inquietudini e affanni,  dapprima indistinte, poi di un certo colore, da far vorticare, fluttuare, e infine vedere allontanare e dissolversi definitivamente. Non si tratta ovviamente di un sistema ingenuo per disfarsi dei problemi reali che pur ci sono, ma di un modo per controllarsi e stabilire quando opportunamente prenderli in considerazione.

L’istruzione di sopprimere un pensiero equivale a non liberarsene, anzi ad averlo sempre presente, come insegna il famoso esperimento “Don’t think of a white bear”. L’orso bianco è una citazione della sfida proposta da Fëdor Dostoevskij al fratello, tanto da divenire proverbiale il detto: “Non si può non pensare all’orso bianco”, proprio  per significare l’impossibilità di smettere di pensare a qualcosa finché siamo obbligati a farlo.

Ed ecco il motivo della raccomandazione di dedicare un lasso ben definito di tempo alla riflessione sul futuro, appunto preoccupandosene in maniera voluta, bensì limitata.

 

Il motivo dell’impressione che ricaviamo della distorsione del tempo è procurato dalla nostra momentanea e individuale esperienza soggettiva, frutto d’una combinazione di molteplici processi coinvolgenti attenzione, memoria, oblio ed emozioni. Se i loro rapporti non sono equilibrati, e le variazioni si presentano disarmoniche, si trasformano in fattori predisponenti a delle alterazioni mentali.

Il tempo sembra rallentare nei momenti di pericolo, siamo soliti dire che “vola”, se ci divertiamo. Queste esperienze sono attivamente prodotte dalla mente in un complicato meccanismo di strutturazione percettiva. Poiché il tempo “è” e non trascorre! Un’idea antica, comune alla religiosità orientale, ripresa nel secolo scorso dal filosofo neoidealista John Ellis Mc Taggart, tanto che il concetto della transitorietà di un presente imperfetto, ma necessario per costruire un futuro proiettato non fino all’infinito, fu un tema ricorrente nei suoi scritti, come Unreality of time (1908). La sensazione soggettiva è quella di “fluire” in uno scorrere, o quanto meno di passare senza ristagnare.

Mangiare in fretta ci rende impazienti, dicono Zhong e DeVoe (2010), senza sospettare che potrebbe essere altrettanto valida la tesi opposta, di precipitarsi a terminare le pietanze perché si è eccessivamente ansiosi, e questo senza ricordare che “La gatta frettolosa fa i figli ciechi”! Ma, se si sta in fondo a una fila, si nutre la convinzione che è il tempo a venirci incontro. Visioni più sfaccettate, suddivise in retrospettiva, in medias res e in prospettiva, insomma, non concordano. Non per questo il futuro si muove, o siamo noi a spostarci lungo una linea temporale.

Il tempo di cui disponiamo ogni giorno è elastico: le passioni che proviamo lo dilatano, quelle che ispirano lo restringono, e l’abitudine lo riempie” sentenziava Marcel Proust. Mentre, per William James (1890), la vera incognita non sarebbe tanto il futuro quanto l’attualità: “Proviamo non dico a fermare, ma a notare o prestare attenzione al momento presente, vivremo un’esperienza sconcertante. Dov’è questo presente? Ci si è sciolto in mano, è fuggito prima che potessimo toccarlo, finito nell’istante di diventare”.

Attenzione, concentrazione, meditazione, nel procurarci sensazioni benefiche, prolungano la corrente vigente? E questo sentimento di benessere quanto potrebbe essere direttamente indotto dalla pienezza del qui e ora?

Incapaci come sono di preoccuparsi per dopo, non avendo ancora ricordi a lungo termine e tutti impegnati ad acquisire nozioni, ai bambini viene facile. Una totale mancanza di controllo, sia sulla memoria e sui ripensamenti, che su pianificazione e previsione, produce una tendenza all’acquisizione, con maggiore attenzione alla contemporaneità.

Rivolgere la mente al futuro emotivamente coinvolge di più che riferirsi a ricordi, per cui psicologicamente il possesso di una prospettiva dovrebbe essere molto meno dispendioso di rimuginare su elementi nostalgici.

Mihaly Csikszentmihalyi ha però descritto la condizione mentale di quello che lui, come era solito illustrare il prof. Bernardino Del Boca nel teorizzare sulla sua Psicotematica, chiama “flusso” (Flow), quale totale assorbimento, che non consentendo distrazioni, disperde pure qualsiasi cognizione cronologica. Questa completa immersione, pur richiedendo soltanto un’appena sufficiente concentrazione e scopi precisi e controllabili, non può che essere del tutto indipendente dal risultato, in quanto assolutamente svincolata dalla preoccupazione per l’esito finale. Concentrarsi sul processo creativo in sé, senza dare spazio ad alcun tipo di preoccupazione per la conclusione, accentuerebbe quindi il potenziale inventivo, mantenendo saldamente ancorati al presente.

The Time Paradox, a cui accennano Philip Zimbardo e John Boyd, sarebbe il prodotto di un oblio mnemonico, ovvero quasi una sensazione di scomparsa, della scansione cronologica che il “flusso” sembra procurare. Se il tempo scorre senza che ci si renda conto di ciò, allora, si sta vivendo nel flusso, in un qui e ora che va apprezzato per quello che è (appunto, hic et nunc), e la percezione della velocità diverrebbe un problema di impostazione e stile esistenziale, meno rilevante certo dell’accresciuto benessere nel frattempo ricevutone in cambio.

 

L’unica ragione del tempo è che, in questo modo, le cose non capitano tutte insieme” spiegava scherzosamente Einstein. Gli accadimenti segnano la cronaca per poi assumere forse un’aura di storicità. Ma a scandire periodi quotidiani sono ritmi circadiani, in sincrono con l’andamento stagionale della durata del giorno e del buio ed è l’esposizione alla luce solare a determinare nel nostro organismo la funzionalità di una sorta di orologio biologico. Eppure esistono popolazioni che non concepiscono il calendario, pur facendo riferimento alla successione degli eventi. Ormai molto ridotti di numero, gli animisti dell’Amazzonia, Amondawa, per distinguere le varie fasi della vita di un individuo, dalla fanciullezza alla vecchiaia, si limitano semplicemente a una catalogazione onomastica che comporta il cambiamento del nome della persona a ogni rito di passaggio.

Il tempo svolge una funzione sociale e la sua accurata organizzazione risulta essenziale persino agli stessi rapporti umani, oltre che alla comunicazione, all’informazione, e all’immagazzinamento dei dati. Non si tratta quindi soltanto del coordinamento delle attività, ma anche di comprensione del linguaggio. La differenza tra i suoni delle parole prevede, sia pur minimi, anticipazioni e ritardi, nell’attacco, a cui segue un nucleo e una coda. La sillaba su cui cade l’accento, o sulla quale deve essere appoggiata la voce per una corretta pronuncia (tonica) caratterizza lo stesso lemma; la protonica la precede. Se, fin dall’età della lallazione, non si osservasse la giusta tempistica, troppo breve o eccessivamente lunga, non si riuscirebbe a distinguere le consonanti occlusive bilabiali, e così il pa dal ba.

Ba e bo e ba e be e bi e bo e bu/ e bo e ba e be e bi e bo e bu” erano il testo del paroliere Riccardo Morbelli, cantato dal Quartetto Cetra sulle note di Luigi Astore… ma senza il ritmo, certo, la musica non sarebbe affatto  la stessa cosa!

Un doppiaggio cinematografico che non segua il sincronismo tra il suono e il movimento dell’immagine viene avvertito come una fastidiosa disarmonia procurata da difformità, discordanza e incoerenza. Uno scarto infinitesimale delude le aspettative, rendendo evidente la discrepanza. Verrebbero meno ritmo, ordine, accordo, come pure la coordinazione dei movimenti, e la medesima capacità decisionale nella scelta d’un percorso da seguire. Per esempio, ricorrere al tapis roulant potrebbe addirittura rallentare il transito di chi invece possiede un’andatura che non si concilia con quella degli altri fruitori del marciapiede mobile.

I presupposti che il cervello possiede sono in grado di non farci accorgere di scarti minimi, ma davvero molto piccoli, correggendoli in funzione della previsione, in un continuo tentativo di dare senso alle impressioni. Il fisiologo Sigmund Exner, noto per i suoi esperimenti in psicologia della percezione, impiegò una ruota dentata di Savart per stabilire l’intervallo minimo ancora utile per udire schiocchi separati, anziché un rumore continuo. L’orecchio umano coglie le distanze molto di più di quanto non riesca a fare l’occhio, ma è davvero una questione di senso, ed, è il caso di ribadirlo, in entrambe le accezioni, sia in quella della facoltà sia in quella della conoscenza.

Edmund Husserl, nei suoi studi sulla fenomenologia della coscienza interna del tempo, aveva notato che della musica ascoltiamo una nota per volta, ed è il significato a ricucire poi quella che precede con quella che segue, in una sorta di trattenimento della memoria del passato e di anticipazione del futuro, al fine di rendere dai vari suoni sparsi un’unica canzone al presente.

 

A proposito dell’arte di viaggiare (The Art of Travel), Alain de Botton, afferma che ad appesantirla  inesorabilmente è il fatto che, in ogni caso, ci portiamo sempre dietro noi stessi, con degli ingombranti bagagli di ricordi personali, domestici, sedentari, come di altri viaggi, e forse pure con un piccolo, ma scomodo, fagotto relativo al futuro, a cui non smettiamo di pensare pure per programmare prossime gite turistiche ed esperienze d’altro genere, da confrontare con quelle che ci siamo lasciate alle spalle.

L’alternativa ad arrendersi al fluire della vita è quella stessa consapevolezza (mindfulness) tradizionalmente esercitata all’interno delle pratiche spirituali. Prolungare attenzione, concentrazione, controllo (gli equivalenti a Pranayama, Pratyahara, Dharana, Dhyana dell’Ashtanga Yoga) frena le divagazioni mentali indotte dalle oscillazioni dell’umore e dal nervosismo. Mark Williams e Danny Penman la Minfulness la prescrivono in funzione antidepressiva, soprattutto per quei pazienti per i quali il disturbo disforico va assumendo caratteristiche difficili da trattare.

Potrebbe rivelarsi incoraggiante però incominciare, ovunque ci si trovi, a piantar bene per terra i piedi (meglio se scalzi), come fanno i lottatori di sumo, rimanendo immobili a sentire questa diretta e stretta connessione dell’epidermide della piota, o pianta, con il suolo. La medesima denominazione dell’anatomia dell’estremità distale degli arti inferiori rimanda alle origini, a radici, a zolle, per cui la visualizzazione successiva che ne consegue ci indirizza propriamente al tronco d’albero, o alla montagna, in ogni caso, a qualcosa di stabile, forte e ampio.

La focalizzazione passa in rassegna la respirazione e le altre sensazioni corporee. Alternativamente inspirazione ed espirazione, contemporaneamente e adeguatamente ai passi, in ragione della giusta corrispondenza ottimale alla propria velocità. La coordinazione respirazione e andatura favorisce l’interiorizzazione dell’ambiente, prestare attenzione a ciò che si vede per meglio guardarlo,  scegliere gli elementi del paesaggio, o gli oggetti dell’ambiente, a cui dedicare il nostro tempo prezioso. Se comunque, nel fare tutto questo, si riesce a non aggrottare la fronte e a sorridere si riceve un ulteriore guadagno utile ad affrontare qualsiasi tipo di giornata.

Infatti, il “pregiudizio sull’impatto” (impact bias) incide fortemente sulle previsioni dei sentimenti futuri e sulla possibilità di controllarne le emozioni. Daniel T. Gilbert propone però di trascurare, in questo caso, l’immaginazione personale per affidarsi nelle mani d’un esperto degno di quest’assegnamento, in modo tale da ridurre gli effetti derivanti dall’individuale tendenza peggiorativa o fin troppo rosea, poiché ogni processo decisionale non può basarsi soltanto su nervi saldi e fiducia in se stessi, ma va corretto sulla scorta di dati ben fondati.

 

Ci sono delle convenzioni sociali che influisco in certo qual modo sul nostro giudizio. Eviatar Zerubavel segnala come le aspettative cambino a seconda dell’attività, per cui uno stesso periodo potrebbe essere insufficiente oppure trascinarsi inutilmente. Se ci viene fornito un orario valido per le occasioni pubbliche, occorre molto probabilmente essere puntuali, altrimenti, in privato, ci si aspetta verosimilmente maggiore elasticità, giammai però un anticipo sul previsto. Ogni cultura condivide concezioni appropriate alla tempificazione, a partire dall’opportunità di certe proposte all’intrattenimento degli amici. Tanto che se ne può verificare l’attendibilità rivolgendosi alla paremiologia. L’ospite così diventa “come il pesce, dopo tre giorni puzza”! Le cose lunghe diventano serpi, le ore del mattino han l’oro in bocca, la neve marzolina dura dalla sera alla mattina, la vite che germoglia in aprile mette poco vino nel barile, le grandi pulizie in casa si fanno a Pasqua… gutta cavat lapidem non vi, sed saepe cadendo (Lucrezio), levius fit patientia quidquid corrigere est nefas (Orazio), non est vivere, sed valere, vita (Marziale), longum iter est per praecepta, brève et efficax per exempla (Seneca), laudamus veteres, sed nostris utimur annis (Ovidio), ecc..

Proverbi, modi di dire, frasi fatte, consuetudini… Le abitudini offrono sicurezza e una loro interruzione scatena un senso di panico, di spaesamento, insomma disorienta, perché gli schemi temporali si adattano alle nostre aspettative ed esse a loro. Incontrare qualcuno nel momento sbagliato potrebbe produrre un mancato riconoscimento della sua identità, pur in assenza di prosopoagnosia o autismo, proprio sul versante opposto dell’illusione del sosia, sindrome di Capgras o di Fregoli.

L’abbandono di certi modelli divenuti obsoleti non comporta nessun intoppo, altre  pianificazioni seguono l’andamento stagionale, o vengono meglio definiti dalla natura (paesaggio, temperatura, fioritura, luminosità…), altri ancora dalla cultura (traffico, indumenti, attività, memoria…).

John R. Sharp evidenzia come il ricordo del timore di riprendere a frequentare le scuole continui a influenzare l’umore settembrino, tanto da ispirare canzoni melanconiche, come quella di Bruno Martino: “il sole che di giorno/ ci scaldava/ che splendidi tramonti dipingeva/ adesso brucia solo con furor…/ tornera’ un’altro inverno…”. Mentre i tassi più alti dei suicidi si avrebbero in primavera, in concomitanza delle mancate promesse legate all’arrivo della bella stagione, che non fanno che accrescere la disperazione.

Piuttosto che della variabilità stagionale, Robert V. Levine si è posto il problema dell’influenza geografica, confrontando il ritmo di vita di alcuni paesi attraverso la misurazione dell’andatura dei passanti all’ora di punta, dell’efficienza nello svolgimento di un compito, della precisione degli orologi a muro in luoghi pubblici. I ritmi sembrano essere influenzati soltanto dall’economia, in ossequio al vecchio adagio ricordato da Benjamin Franklin che vuole il tempo equivalente al denaro (“Remember that time is money”, da Advice to Young Tradesman, 1748). Velocità ed energia stimolano gli affari, ma questo incremento mostra di avere un limite oltre il quale la fretta diventa “una cattiva consigliera”, soprattutto se non si sta al passo con l’andamento del mercato o della domanda e dell’offerta.

Nei voli verso ovest, il giorno di viaggio non si allunga e nei voli verso est non si “perde del tempo”, per delle formali modificazioni sulla tabella di marcia. L’ora legale è un altro trucco dell’orologio, che non ci fornisce affatto più tempo da dedicare a noi stessi; eppure dimenticare questa razionale consapevolezza ci illude circa un guadagno in effetti inesistente. Il ripetersi d’una consuetudine continua a sorprenderci, ma non siamo mai noi umani a ingannare un tempo, di per sé mistificatore (?), piuttosto ci illudiamo di farlo, inseguendo quelle “notti bianche” (Belye noči) del Sentimental’ny roman di Fëdor Michajlovič Dostoevskij, in cui “un intero attimo di beatitudine! È forse poco, anche se resta il solo in tutta la vita di un uomo?”.

 

Giuseppe M. S. Ierace

 

 

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