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Niente è più pericoloso di un'idea quando si ha un'idea sola e non si vuole cambiarla. Émile Auguste Chartier
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“Il taccuino del Naturalista” (prima parte)

category Atri argomenti Giuseppe Maria Silvio Ierace 22 Febbraio 2013 | 2,388 letture | Stampa articolo |
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Quando il normale livello d’attenzione si altera, per esempio nel corso d’un attacco di panico, s’avverte come un senso d’irrealtà e di dissociazione, la concentrazione va fuori controllo ed è come se una vetrina ci dividesse dall’ambiente circostante. Richard Mabey, l’autore de “Il taccuino del Naturalista: esplorare la natura coi cinque sensi” (Ponte alle grazie, Milano 2012), paragona questa condizione psicopatologica allo sfarfallio che la lente d’ingrandimento provoca alla percezione spontanea, trasformandola in acuita consapevolezza.

Il binocolo del birdwatcher finisce però per far maggiormente apprezzare quella che indica come un’estetica di superficie: il lucente blu del dorso delle rondini, il marmorizzato piumaggio della canapiglia (Anas strepera), il bagliore irideo dello sparviero. Il dettaglio ingrandito occupa per intero il campo visivo, restringendo il rimanente contesto al minimo sfondo. Avviene così l’estrapolazione che annulla ogni insita interazione.

I ritratti eseguiti da John Gould (1804-1881) e collaboratori, tra cui Joseph Wolf,  per The Birds of Great Britain (1862-1873, in 5 volumi e con 367 tavole litografate e colorate a mano), fanno risaltare una brillantezza eccitante che non ricompare nel momento in cui il cammino  dell’osservatore sul sentiero s’incrocia con la rotta d’un migratore per rendere comprensibile, sia pur in un brevissimo istante, l’integrale interezza dell’afflato vitale dell’universo.

Sembra quasi una metafora la similitudine procurata dallo strumento ottico settecentesco, chiamato specchio nero, o Claude glass, dal pittore francese Claude Lorrain (1600-1682). Uno specchio nero leggermente convesso forniva selettivamente l’immagine riflessa di certe panoramiche a cui ovviamente si volgevano le spalle. Nell’indietreggiare per migliorare la visione del paesaggio, il poeta Thomas Grey (1716-1771) precipitò fatalmente. Il luogo dov’era analogamente caduto Charles Gough (1784-1805), sul monte Helvellyn, divenne pellegrinaggio, nei confronti di un martire del romanticismo,  per William Wordsworth (1770-1850), che vi condusse Sir Walter Scott (1771-1832) e Humphry Davy (1778-1829). L’autore di The Prelude immortalò l’immagine della cagnetta sopravvissuta al padrone nella poesia Fidelity, il romanziere scozzese in un poema che accompagnò l’esposizione della tela “Attachment” di Edwin Henry Landseer (1802-1873). Il romanticismo non celebrava soltanto l’eroismo della ricerca estetica, ma anche il trionfo della natura sull’arte, in anticipo di quasi centocinquanta anni sulla successiva affermazione dell’ambientalismo sull’eccessiva spavalderia della scienza.

Lo specchio di Lorrain proveniva dall’esigenza del movimento “pittoresco” di voler apprezzare  panorami o scene, alla stessa guisa di quadri d’un’esposizione, cercando allo stesso tempo, attraverso lo studio più attento dei paesaggi, di raggiungere la perfezione estetica nell’arte. Un’autoreferenzialità che difficilmente consente di accettare la natura così com’è, volendola spesso, intenzionalmente, ridimensionare a modelli improbabili. La visione prospettica, in cui chi contempla diviene il punto focale, condiziona adesso il modo di guardare la natura sia nell’angolazione e nella profondità che nello sfondo e nella successione di piani.

Il panorama dalla cima di una collina può però arrendersi all’immaginazione, nella letteratura e nella poesia: “Sempre caro mi fu quest’ermo colle,/ E questa siepe, che da tanta parte/ Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude./ Ma sedendo e mirando, interminati/ Spazi di là da quella, e sovrumani/ Silenzi, e profondissima quiete Io nel pensier mi fingo; ove per poco/ Il cor non si spaura. E come il vento/ Odo stormir tra queste piante, io quello/ Infinito silenzio a questa voce/ Vo comparando…”.

All’apparizione iniziale si oppone l’idea di ciò che non si vede, e la similitudine dettata da un allarme panico sposta dall’occhio all’orecchio e a conativa l’attenzione spontanea di partenza.

All’opposto di Leopardi, Clare ha l’abitudine di “lasciarsi cadere a terra” per scrutare più da vicino il suolo, immedesimandosi con i volatili che di consueto abitano le paludi e a cui le canne appaiono gigantesche sequoie. “L’immensa fitta foresta di iris che circonda la tua tana… – così si rivolge al beccaccino, in “To the Snipe” – ben si addice alla tua natura”.

La volta della foresta pluviale da canopea, nella quale vivono più della metà di tutte le specie animali e vegetali del pianeta, diventa immagine speculare della palude di Clare; se la si esplora abbattendone gli alberi, automaticamente, scompare, perché la maggior parte delle piante crescono grazie alla luce e all’acqua piovana e ovunque tutti gli organismi vivono in simbiosi.

I licheni sembrano ornamenti esterni di alberi e rocce, ma ingrandendoli un centinaio di volte, si rivelano strutture labirintiche, in cui il processo vitale è supportato dalla convivenza di un fungo con un’alga autotrofa. All’interno del micete, piccole uova di un microscopico insetto che bruca e sul micelio spuntano altri funghi ancora più minuscoli, come un frattale che ripete un intero ecosistema.

Elogio dell’ambientalismo romantico

La comprensione delle cose del mondo passa attraverso dei cambiamenti di prospettiva. Ma l’ottica a cui si fa riferimento non coincide solo con un nuovo punto di vista rilevato dal semplice sguardo, bensì dall’insieme delle componenti delle nostre sensazioni.

Un’immagine piacevole trasferita sulla pagina/ Nel suo carattere vivo e la sua parola spirante/ Diviene un paesaggio udito e sentito e visto/ Sole e ombra un solo armonico verde…” (John Clare: Shadows of Taste, 1831).

In tal modo, è forse il linguaggio a veicolare le prime trasformazioni, ampliando quell’immaginazione che, in questo specifico caso, deve guidare i sensi a non agire semplicemente alla solita maniera, perché la consuetudine sarebbe d’ostacolo all’approccio più schietto.

L’esperienza che deriva dall’età, nell’accumulare ricordi da registrare, deve flessibilmente collegarli tra loro, per saltare agilmente dall’uno all’altro, passando quasi per repentina sinestesia da momenti a emozioni, da luoghi a sensazioni. Marcel Proust  (1871-
1922) costituisce un esempio ormai classico di sensibilità olfattiva evocatrice di nostalgiche rimembranze. Per lui odori e sapori “sorreggono sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l’immenso edificio del ricordo”(“À la recherche du temps perdu”, 1909-1922).

Ben prima di lui, i poeti Samuel Taylor Coleridge (1772-1834) e John Clare (1793-1864) concepivano la natura come una comunità di cui noi umani siamo parte integrante e, in particolare, il secondo dei due riconosceva in tutti gli esseri viventi una sensazione comune, il gusto.

Lewis Thomas (1913-1993) amplifica il macrocosmo, del quale la terra vista dallo spazio non è che una piccola cellula. “Osservata dalla distanza della luna, l’aspetto sorprendente della Terra, quello che ci fa restare senza fiato, è che è viva. Le fotografie mostrano in primo piano la supericie arida e cosparsa di crateri del nostro satellite, privo di qualunque forma di vita. Alle sue spalle, fluttuante sotto la membrana umida e luccicante del luminoso cielo azzurro, ecco che sorge la Terra, l’unico pianeta pieno di vita in questa parte del cosmo”. Il grande biologo americano, “entimologista” (come spiritosamente si proclamava unificando le due strade, etimologia ed entomologia, battute nello sviluppare i suoi saggi), riteneva che l’intero nostro pianeta si autoregolamentasse grazie agli odori. “In questo immenso organismo i segnali chimici potrebbero svolgere la funzione di ormoni del globo, che mantengono l’equilibrio e la simmetria nel funzionamento di varie parti operanti interrelate, informando i tessuti della vegetazione delle Alpi sulla condizione delle anguille nel mar dei sargassi attraverso lunghi, interminabili invii di messaggi interconnessi tra ogni tipo di creature”.

James Lovelock, a cui siamo debitori per l’ipotesi Gaia, suppone interconnessa ogni comunicazione, non soltanto tra organismi animali e vegetali, ma persino componenti geofisiche, tanto che l’intera nostra terra potrebbe essere considerata alla stregua d’un’unica creatura vivente.

Gary Snyder si sofferma sulle orme lasciate dagli animali, leggendole quasi fossero racconti d’avventure, mentre l’antropocentrismo ci costringe alla prospettiva frontale e alla bifocalità ad altezza di sguardo. “Tutte le nostre letterature – dice Gary Snyder in “Unnatural Writing” (A Place in Space: Ethics, Aesthetics, and Watersheds, 1995) – sono resti dello stesso genere dei miti dei popoli selvaggi che lasciano dietro di sé solamente delle storie e qualche utensile di pietra. Ma anche altri ordini di creature viventi hanno una propria letteratura. La narrativa del mondo dei cervidi è la traccia odorosa che si tramanda di cervo in cervo, con un’arte di interpretazione che è istintiva. Una letteratura scritta con macchie di sangue, un po’ d’urina, una zaffata di estro, una traccia di calore, la sfregatura delle corna su un alberello, segni lasciati da tempo”.

Il filosofo David Henry Thoreau (1817-1862) crea analogie poetiche in tassonomia botanica, quando descrive, in “Wild Apples” (and other natural history essays, 1862), le varietà dei pomi denominandole in base alla località in cui crescono, al momento della raccolta, persino allo stato d’animo di chi le sceglie.

Il melo di chi marina la scuola (Malus cessatoris): ogni ragazzino che gli passa accanto non può evitare di rubare qualcuno dei suoi frutti, anche se è già tardi; il Melo del Bighellone: bisogna perdersi prima di poter trovare la strada che porta sin lì; la Bellezza-dell’aria (Malus decus-aeris)… il Melo della Ferrovia, che forse è nato da un torsolo lanciato da un vagone del treno; il melo di cui abbiamo assaggiato il frutto da giovani; il nostro Melo speciale, che non si trova in nessun catalogo, il Malus pedestrium-solacium, che offre sollievo al viandante, e infine il melo a cui è appesa la falce dimenticata”.

Richard Dawkins ascolta il canto degli uccelli per interpretarne, in “Unweaving the Rainbow. Science, Delusion and the Appetite for Wonder” (1998), l’emotività persuasiva. “Mi è sempre sembrato più convincente osservarlo da un’altra prospettiva: il canto non invia informazioni alla femmina, bensì la manipola. Non è destinato tanto a cambiare quello che la femmina sa, quanto piuttosto a mutare la stato fisiologico del suo cervello. Agisce come una droga”. In questa riflessione si trova in accordo al verso dell’Ode a un usignolo di John Keats (1795-1821): “Il cuore mi duole e un sonnolento torpore affligge/  i miei sensi, come se avessi bevuto cicuta/ o vuotato un greve sonnifero fino alle fecce…”.

Elogio del biologico integrale

Immagini, idee, quasi rivelazioni, che ribaltano le prospettive grazie alla freschezza del linguaggio imprestato alla straordinarietà dell’autore, pensatore, sognatore, capace di trasformare in poesia la scienza o di interiorizzare una carta topografica del mondo circostante nella mappa dell’anima.

Thoreau, quando parlava del disegno del cartografo lo definiva come il lavoro di un amanuense etimologista : “poeta dovrebbe essere colui che sa piegare i venti e le correnti al proprio servizio, affinché essi parlino per lui; colui che inchioda le parole al loro significato primitivo, come i contadini che ogni primavera ribattono i pali dello steccato… colui che sa risalire all’origine delle parole ogni qualvolta le usi, trapiantandole sulla pagina con la terra ben attaccata alle radici; colui le cui parole siano così vere, fresche e naturali da schiudersi come gemme all’avvicinarsi della primavera”.

Clare era più insistentemente sincero ed evocativo, in una visione diretta e immedesimata, e non risparmiava la propria avversione per quanti “sottraggano la natura alla sua dimora”, preferendo loro quell’uomo di gusto capace di apprezzare gli elementi nel loro contesto, poiché è il trovarsi a proprio agio in uno specifico habitat, sia pure inconsapevolmente, senza averlo scelto, ma semplicemente per averlo ereditato, con una mappa interiore, a determinare questa funzione, condivisa da tutti i viventi.

Non la sola mente l’umore istintivo manifesta/ ma uccelli e fiori e insetti ne sono gli eredi/ il gusto è la loro felice eredità ed essi/ tutti scelgono la gioia in modo peculiare” (Shadows of Taste, 1831). Questa “originale vigorosa mancanza di punteggiatura”, che, come l’ha definita Seamus Heaney, in “The Redress of Poetry” (1995), segue la “spontaneità del respiro”, rende più solida la voce del poeta, istintivamente sicura di rimanere fedele al primitivo “suono del senso”. Lo spasimo  deriva dalla posizione ai limiti della scrittura, in un confine tra l’inconfondibilmente tattile e quanto è percorribile a parole, tra la materialità concreta e l’astrazione raggiungibile.

Vorrei aver scoperto prima il poeta ottocentesco John Clare, che bilanciava alla perfezione una fervida immaginazione romantica con lo sguardo empatico del naturalista. – Confessa Richard Mabey, in “The Perfumier and the Stinkhorn” (2011; titolo stravolto nella traduzione italiana a cura di Monica Bottini, edita da Ponte alle grazie, Milano 2012) – Clare viene spesso considerato un nemico della scienza, in parte perché una volta la definì ‘un sistema oscuro’… ciò a cui Clare si opponeva era la sopraffazione degli esseri viventi in nome della scienza, che avvenisse collezionandoli o uccidendoli, oppure occultandoli sotto arcani sistemi di classificazione”.

L’autore dei “Poems Descriptive of Rural Life and Scenery” (1829), non avvertiva “alcun desiderio di far essiccare la pianta o torturare la farfalla infilzandola con uno spillo su un pannello di sughero”, restando invece ammirato a vederla “posarsi, finché non si poteva avvicinare per esaminare la polvere colorata sulle sue ali”.

The Perfumier and the Stinkhorn, il profumiere e il Phallus impudicus, il naso e il fetore del fungo maleodorante, contiene delle posizioni antitetiche di fronte alle quali si pone Richard Mabey, definito da The Timesil più grande scrittore britannico vivente della natura”, e autore di altri testi illuminanti, quali “Nature Cure” (2005; in italiano “Natura come cura”, presso Einaudi, 2010), o “Weeds: How vagabond plants gatecrashed civilisation and changed the way we think about nature” (2010; in italiano “Elogio delle erbacce”, Ponte alle grazie 2011).

Per esempio, è possibile osservare da vicino un organismo vivente senza estrapolarlo dal contesto, letteralmente o percettivamente? Il coinvolgimento emotivo con la natura può equivalere a una sottile forma di controllo? E’ possibile per l’uomo assumere empaticamente il punto di vista sensoriale di un’altra creatura senza ch’esso diventi antropomorfo? Gli strumenti tecnologici con cui ampliamo la nostra comprensione della natura aumentano o diminuiscono il nostro senso di affinità con essa?”.

Il suo agile libretto si sarebbe potuto intitolare Diario di un naturalista romantico, perché da scienziato accetta il primato dei sensi, pur diffidando della loro soggettività, e prova a non dipendere interamente da loro nel cercare delle spiegazioni interessanti, per quanto plausibili. Il romantico si accontenta di apprezzare le esperienze sensuali, anzi le ricerca, condividendo con Clare l’universalità dei dati sensoriali, per cui viene “un paesaggio udito e sentito“ e ogni essere vivente “l’umore istintivo manifesta” quasi come, dice Mabey,  in una “grande conversazione globale”. E ci ricorda quella netta barriera che per così tanto tempo ha separato le “due culture”, la scientifica e l’umanistica, a cui Charles Percy Snow (1905-1980) imputava i molti problemi del nostro tempo, innanzitutto di comunicazione e comprensione, con immediata e inevitabile ricaduta in ambito ambientale e politico.

Elogio del naso memore e del ricordo olfattivo

Silent Spring” (1962), il libro di Rachel Louise Carson (1907-1964) sull’uso dei pesticidi, scuote le incondizionate speranze positiviste nei confronti di esperimenti scientifici indiscriminati, come quelli compiuti sugli animali, che Mabey, studente di biochimica a Oxford si rifiuta di eseguire, optando per il corso di filosofia.

Più riusciamo a focalizzare la nostra attenzione sulle meraviglie e le realtà dell’universo attorno a noi, meno dovremmo trovare gusto nel distruggerlo”. La biologa statunitense evidenziò come l’introduzione di prodotti industriali e rifiuti negli ambienti terrestri e acquatici, quindi vitali anche per l’uomo, non teneva spregiudicatamente in considerazione la conseguente tossicità, e questa rivelazione, di cui già il mondo scientifico era consapevole, scosse per la prima volta l’opinione pubblica. Nonostante un pesticida sia teoricamente finalizzato all’eliminazione di un particolare organismo, inevitabilmente, attraverso la catena alimentare, i suoi effetti si fanno risentire su tutti gli altri viventi. Per il movimento ambientalista contemporaneo, Silent Spring resta ancora un testo fondamentale.

I residui di gas di scarico delle auto che usano benzina senza piombo reagiscono con le molecole odorose dei fiori rendendole indecifrabili per le api”, denuncia Mabey. Potrebbe essere questa una delle cause del repentino collasso nelle colonie delle api da miele (Apis mellifera) e del cosiddetto spopolamento degli alveari. Il mistero che incombe su questa sindrome da svuotamento dei favi è complicato dalla mancanza della prova principale del delitto: non si trova il corpo del reato, quasi un occultamento dei cadaveri che impedisce l’evidenza di un omicidio di massa perpetrato ai danni di una specie domestica, altrimenti capace di leggere e interpretare quegli indizi chimici ampiamente diffusi nell’atmosfera.

Eppure, sensi più arcaici dell’olfatto sarebbero quelli connessi alla reazione termica e all’orientamento, al fine di individuare le fonti d’approvvigionamento, interpretare il mutamento climatico, interagire con altri organismi, per trovare partner sessuali e instaurare legami affettivi, o, prevedendo spostamenti dei predatori, per evitare rischiosi incontri. I recettori alla base del sistema limbico hanno ampliato queste funzionalità, divenendo il primitivo centro delle emozioni, proprio per via delle afferenze sensoriali e delle loro registrazioni. Pertanto si è dato avvio al sistema evolutivo della catalogazione e reperimento delle tracce mnemoniche e della costituzione di mappe interiori valide per entrambe le dimensioni spazio-temporali. Gli emisferi cerebrali si sarebbero man mano stratificati sopra l’apparato olfattivo, tanto da divenire quasi una propaggine di froge e narici, dalle quali si dipartono sensazioni elaborate, quali rimembranze di luoghi e del passato.

Anche se in maniera truculenta, il romanzo di Patrick Sűskind, “Perfume” (1985), evidenzia come gli effluvi ci possano rendere socialmente accettabili, emarginati o irresistibilmente attraenti.

I moscerini della frutta (Drosophila melanogaster) sono attirati da una quantità davvero irrilevante del ferormone prodotto dalla Cassia; i fagioli di Spagna attaccati dai fitofagi  ragnetti rossi (Tetranychus) richiedono chimicamente aiuto a un altro acaro, fitoseide (Phytoseiulus persimilis ), affinché li vada a salvare eliminando i parassiti di cui è predatore. Le larve della cosiddetta farfalla blu (Maculinea arion) si alimentano sul timo serpillo o sull’origano, secernendo miele dall’addome. Dopo la seconda muta, per farsi accudire dalle operaie del formicaio di Myrmica sabuleti, simulano l’odore delle uova della regina, il che induce le ignare badanti a trasportarle e a trattarle come familiari, almeno sin quando non si accorgono dell’inganno che stermina la nidiata residente.

Colin Tudge, biologo e filosofo della scienza, ha riflettuto sul fatto che “Noi non udiamo il richiamo che gli alberi si lanciano, tuttavia l’aria è gremita dalle loro conversazioni, condotte attraverso sostanze chimiche volatili”.

Se divorate dagli insetti, le foglie di quercia spargono un ferormone che aumenta la produzione di tannino da parte degli alberi vicini per renderne il sapore più amaro. Allorquando viene brucato, il Colophospermum mopane invia messaggi d’allarme alle altre piante, cosicché gli elefanti, che ne sono ghiotti, si accostano sopravento evitando di strappare foglie in eccesso.

Gli odori naturali quindi non sono affatto casuali emissioni di natura chimica perché rientrano in un complesso sistema informativo coinvolgente il mondo vegetale e quello animale. I ratti terrorizzati inviano segnali invisibili per predisporre nei compagni un’appropriata condizione di analgesia.

Grazie alla presenza di molecole di iononi che anestetizzano temporaneamente le papille olfattive, la fragranza delle violette, come la mammola, viene avvertita rapsodicamente. Analogo il comportamento del naso con le folate di tiglio, viburno e lillà. La ginestra dei carbonai (Cytisus scoparius) e quella  spinosa o ginestrone (Ulex europaeus) emanano delle fragranze tropicali, di vaniglia e noce di cocco, insieme a quelle di pesca e melone, che tendono ad aumentare dando l’illusione d’un volontario crescendo. Il profumo pungente dell’olmaria (Filipendula ulmaria) si diffonde ovunque con un duplice sentore: “la dolcezza seducente dei fiori, che sanno di maggio e di pesca, e l’odore medicinale di cetriolo e fenolo che emana dalle foglie”. Sarebbero queste le due anime che il nome inglese “courtship and matrimony”, corteggiamento e matrimonio, sottolinea; al languore subentra l’acre, acidulo e aspro. L’odore forte e corroborante del genere artemisia diventa più incisivo nella specie assenzio, una volta che questo viene tritato.

La rosa spinosissima emana un sentore di crema calda. A fine gennaio le minuscole infiorescenze verdi dell’olivella (Ligustrum vulgare) rappresentano un richiamo di neve mielata per quanti insetti si svegliano dal torpore letargico. La traccia speziata e gigliacea che lasciano le campanule le rendono più sensuali del ranuncolino muschiato, il cui fiore a cinque petali, a marzo, propone la terrena freschezza della mandorla.

Le prime piogge torrenziali che sollevano nuvole di vapore dal suolo riarso sono sufficienti a far rinascere la vita e a far esalare afrori particolari, a causa dell’incontro dell’umido col secco, nella ricaduta sul terreno asciutto dello scroscio rinfrescante.

Petrichor (petra e ichor, linfa, o, nella mitologia greca, il fluido eterico del sangue degli dei) fu il nome coniato dagli australiani Bear e Thomas per circoscrivere questo sentore di pioggia sul terreno surriscaldato. Si tratta del risultato dell’assorbimento da parte dell’argilla, presente in rocce e terra, di un’essenza che trasuda da alcune piante durante i periodi estivi di siccità prolungata. Quest’essenza, con effetto ritardante per la germinazione dei semi e delle piante a crescita precoce, viene rilasciata nell’aria, in caso di pioggia, insieme con la geosmina, che contribuisce, come dichiara il suo etimo: odore di terra, a caratterizzare i sentori di fungo e muffa, venendo prodotta da diverse classi di microbi, compresi i cianobatteri delle alghe blu-verdi e, tra gli Actinobacteria, specialmente gli Streptomyces.

Dopo la prolungata siccità dei mesi estivi, quando torrenti e fiumare mostrano l’alveo interamente prosciugato,  e ogni cosa sembra aver perso la sua linfa vitale sotto il sole cocente, vicino ai muri arroventati di pietre e mattoni prevale un odore di selce.

 

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Giuseppe M. S. Ierace

 

 

Bibliografia essenziale:

Bear  I.J. & Thomas  R.G.: “Nature of argillaceous odour”, Nature, 201 (4923), 993–995, march 1964

Carson R.: “Silent Spring”, Houghton Mifflin Harcourt, Boston 1962

Dawkins R.: “Unweaving the Rainbow. Science, Delusion and the Appetite for Wonder“, Houghton Mifflin, Boston 1998

Fines  G. A.: “Morel Tales: The Culture of Mushrooming”, Harvard University Press, Cambridge (MA) 1998

Hartshorne C.: “Born to Sing: An Interpretation and World Survey of Bird Song”, Indiana Univ Press, Bloomington (IN) 1992

Heaney S.: “The Redress of Poetry”, Farrar Straus Giroux, New York 1995

Mabey R.: “Natura come cura”, Einaudi, Torino 2010

Mabey R.: Elogio delle erbacce”, Ponte alle grazie, Milano 2011

Mabey R.: “Il taccuino del Naturalista”, Ponte alle grazie, Milano 2012

Snyder G.: “A Place in Space: Ethics, Aesthetics, and Watersheds”, Counterpoint, New York 1995

Watkins A.: “Early British Trackways, Moats, Mounds, Camps and Sites”, Simpkin, Marshall, Hamilton, Kent & Co., London; The Watkins Meter, Hereford 1922

 

 







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