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[Citazione del momento]
La buona educazione consiste nel nascondere il bene che si pensa di se stessi e il male che si pensa degli altri. Mark Twain
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Il legame di coppia: Lo stile di attaccamento come predittore delle relazioni di coppia negli adulti.

category Psicologia Silvia Piantanida 15 Febbraio 2012

I sentimenti che un bambino vive nella relazione con la madre indicano la qualità dell’attaccamento verso di lei; è possibile classificare anche gli adulti a partire dallo stile di attaccamento manifestato, ossia come sicuri, ansiosi/ambivalenti ed evitanti. A seconda del proprio …

L’attaccamento tra madre e bambino e l’intimità di coppia

category Psicologia Marina Belleggia 17 Novembre 2011

Tra i sette e i nove mesi di vita avvengono molti cambiamenti evolutivi nel bambino che lo predispongono al vero e proprio comportamento di attaccamento. In questa fase l’obiettivo del bambino diventa quello di mantenersi abbastanza vicino alla madre, tanto da usarla come “base sicura” a cui tornare se l’ambiente esplorato diventa pericoloso e a cui mostrare segnali di protesta qualora questa si allontani (Holmes, 1994).

John Bowlby, psicoterapeuta e psichiatra infantile, definì il comportamento di attaccamento come “una forma di comportamento che si manifesta in una persona che consegue o mantiene una prossimità nei confronti di un’altra persona, chiaramente identificata, ritenuta in grado di affrontare il mondo in modo adeguato” (Bowlby, 1989). Affermò, inoltre, che tale comportamento è tipico della prima infanzia, ma si conserva per tutta la vita dell’individuo, soprattutto nelle situazioni di emergenza (Ibid.).

Un contributo rilevante allo studio dell’attaccamento nel ciclo della vita è venuto da Mary Ainsworth, psicologa statunitense, allieva di Bowlby. L’Autrice definisce l’attaccamento come un “legame affettivo”, ovvero “un vincolo relativamente duraturo con un partner che acquista valore come individuo unico e non intercambiabile” (Ainswort, 1995). I rapporti di attaccamento sono caratterizzati dal desiderio di vicinanza con l’altro e questo è un segno distintivo di questi particolari legami affettivi. L’Autrice analizza parallelamente il legame tra il bambino e i genitori, il legame sessuale di coppia, i legami di amicizia e quelli tra fratelli.

Nel legame di coppia a lungo termine, tra i partner si instaura un attaccamento reciproco che implica l’atteggiamento di cura di uno verso l’altro. Ciascuno dei due partner può trovarsi, a seconda delle situazioni, a considerare l’altro come più saggio, o più forte, o più competente, e questi risponde, a sua volta, offrendo cure e protezione (Ibid.). Ecco, dunque, che la relazione tra due adulti di sesso opposto può ricalcare il legame di attaccamento tra bambino e genitore, in quanto ne mantiene la caratteristica fondamentale: garantire all’altro una “base sicura”.

( Continua … )

ATTACCAMENTO E CONFIGURAZIONE DEL SÉ

category Psicologia Monica Vivona 2 Dicembre 2007

Compito dei genitori è donare due cose ai figli:
le radici e le ali
(Proverbio del Quèbec)


1. Attaccamento
Dalle attuali ricerche condotte in ambito psicosociale, emerge l’immagine di un bambino attivo e protagonista del suo sviluppo.
Il bambino fin dalla nascita è capace di instaurare relazioni (seppur asimmetriche, rispetto all’adulto caregiver). Fin dalla nascita il bambino svolge un ruolo attivo nel definire la sua relazione con il caregiver: è coinvolto in uno scambio interattivo e si dimostra capace di autoregolare i suoi comportamenti attraverso meccanismi di feedback con coloro che interagiscono con lui.
I neonati sono dotati di requisiti percettivi e di strutture temporali (ritmi nell’alimentazione, ritmo sonno-veglia) deputati a consentire loro il contatto con l’adulto di riferimento.
Gli studi di Bowlby e dei suoi collaboratori hanno evidenziato come il legame iniziale che ogni bambino instaura con la propria madre dipenda da un bisogno innato di entrare in contatto con gli appartenenti alla propria specie, il comportamento di attaccamento è quel comportamento che il bambino manifesta verso un adulto di riferimento, che ritiene in grado di affrontare il mondo in modo adeguato. Questo comportamento diviene evidente ogni volta che il bambino è spaventato, stanco, malato, e si attenua quando riceve conforto e cure.
Se l’obiettivo esterno del sistema di attaccamento è quello di garantire la vicinanza con il caregiver, quello interno è di motivare il bambino alla ricerca di una sicurezza interna.
Il compito biologico e psicosociale dell’adulto caregiver è quello di essere una base sicura per il bambino, da cui il bambino si possa affacciare verso il mondo esterno e a cui possa ritornare sapendo che sarà accolto, nutrito, rassicurato, confortato. Quindi il ruolo del caregiver è quello di essere disponibile e responsivo quando chiamato in causa, intervenendo solo quando è necessario.
( Continua … )

Gli stili di attaccamento nei bambini

category Psicologia Nienteansia.it 30 Novembre 2007

john-bowlbyNel bambino le prime manifestazioni comportamentali che possiamo cogliere sono quelle dell’attaccamento, che John Bowlby (1975; 1976; 1983) inquadrò nel contesto di una teoria basata sull’osservazione di comportamenti interattivi. Il bambino è predisposto geneticamente a sviluppare un legame di attaccamento con chi si prende cura di lui alla ricerca di protezione, per un bisogno innato, forse una pulsione, funzionale alla sua sopravvivenza.

L’attaccamento costituisce uno dei sistemi di controllo del comportamento, che motiva il bambino ad avvicinarsi alla figura di accudimento per mantenere un senso di sicurezza (Lichtenberg, 1989). I comportamenti di attaccamento sono già visibili, alla nascita, nel riconoscimento uditivo, olfattivo, tattile e cenestetico della madre da parte del neonato; al secondo-terzo mese di vita diventano poi capacità di proposta e risposta quando il bambino sa riconoscere persone familiari ed interagire con esse in modo differenziato. A partire dall’ottavo mese compaiono indicazioni chiare di un legame di attaccamento ben sviluppato e durevole: il bambino mette in atto comportamenti di avvicinamento e di ricerca del contatto verso le persone familiari, mentre è timoroso nei confronti degli estranei. ( Continua … )

I numeri di storie d’amore e d’odio: Lo Stalking

Dott.sa Sabrina Costantini*, Dott.sa Ilaria Giammaria**


Negli ultimi tempi si sente sempre più parlare di Stalking, su giornali, TV, aule di tribunali, articoli, statistiche, numeri.

Ma perché?

E’ un nuovo fenomeno?

Direi proprio di no.

Ciò che sta capitando è una maggiore sensibilizzazione e differenziazione di un fenomeno, presente anche prima, forse in modo un po’ più anonimo e confuso con altre forme di violenza.

Già il fatto di averlo battezzato con un termine anglosassone “Stalking”, gli fornisce una valenza accentratrice, un attenzione prima impensabile.

Ma sicuramente una bella spinta ce l’ha fornita la legislatura.

Lo stalking, fino a poco tempo fa era considerato irrilevante dalla legge e anche dalla coscienza sociale, è oggi riconosciuto e legalmente punito, in quanto danno colpevolmente prodotto (Fabbroni, Giusti 2009).

Attualmente, infatti, lo stalking è disciplinato dalla legge n. 38/2009, entrata in vigore con il D.L n.11 del 23/3/09 (peraltro in ritardo rispetto agli altri ordinamenti europei,) che ha introdotto una nuova fattispecie di reato, quello di atti persecutori, ex art. 612 bis c.p.(atti persecutori), finalizzata a far venire meno la pericolosa condotta “persecutoria”, nei confronti della vittima da parte del cosiddetto stalker.

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Senza limiti – disturbi del controllo degli impulsi – “nuove” dipendenze, comportamentali o tecnologiche: ipersessualità, Problematic Internet Use, ludopatia…

Il concetto di “dipendenza” si è sempre riferito classicamente all’assunzione di farmaci (Walker, 1989), con la conseguenza che la maggior parte delle definizioni ufficiali della dipendenza provengono dall’esperienza relativa all’ingestione di quelle droghe che normalmente la inducono. Più recentemente, tuttavia, si è accettato che possano esserci, non tanto sostanze chimiche, quanto “comportamenti” altrettanto potenzialmente riconducibili a una sudditanza, come l’eccesso nell’ingestione di cibo (Orford, 1983), un esagerato compiacimento nel gioco d’azzardo (Griffiths, 1995), o in frenetiche attività di tipo sessuale (Cames, 1983). Si tratta quindi di eccedenze, esuberanze, o, in ogni caso, per meglio dire, di sproporzione, dismisura, come il titolo del libro di Bernardo Dell’Osso, “Senza limiti” (Il Pensiero Scientifico, Roma 2013) opportunamente enfatizza.

A seconda dei punti di vista (sociale, giuridico, psicologico o prettamente medico), un comportamento costrittivo nei confronti di un oggetto può facilmente venire ricondotto alla triangolazione sostanza-personalità-circostanza, con immediata e diretta ripercussione sulla liceità dell’eventuale assunzione, modalità ed effetti della stessa, o psicopatologia dell’individuo. Per esempio, bulimia, ludopatia, ipersessualità, o tossicomania potrebbero risultare da un’esaltazione del tono dell’umore.

Comunque, di per sé, il termine “dipendenza” pone fortemente in evidenza il “legame” che viene a stabilirsi e quindi tutte le problematiche relazionali ivi sottese, anche se poi, solitamente, nell’identificare una “nuova” forma di schiavitù, o “intossicazione” psichica, si ricorre inevitabilmente al confronto con i criteri clinici tradizionalmente impiegati per l’assuefazione da sostanze.

Mark Griffiths, nell’affrontare il tema delle cosiddette “dipendenze comportamentali” (da gioco d’azzardo, videogiochi, internet, esercizio fisico, ecc.), avrebbe individuato sei basilari componenti dell’addict, dalla salienza alla tolleranza, dalla modificazione dell’umore al ritiro sociale, dalla conflittualità alla prevedibile ricaduta.

Se perciò l’attività di impiego in un determinato ambito arriva a dominare, per intero, pensieri, sentimenti e comportamento di un certo individuo, fagocitandone la maggior parte dell’esistenza, con il risultato pratico di trascurare studio, lavoro, tempo libero, relazioni, amicizie, educazione dei figli ecc., potremo considerare soddisfatto il primo e più importante criterio della salienza. Come diretta conseguenza di ciò, dovremmo riscontrare una qualche eccitazione nel corso dell’utilizzo e, di contro, un’esperienza altrettanto soggettiva di melanconia, in caso di forzata rinuncia, o nella distrazione da quello (astinenza). Col passare del tempo, s’impone la necessità di incrementare le ore da dedicare a tale preferenza, al fine di ottenere gratificazioni e modificazioni dello stato d’animo perseguito ed esperito in precedenza (tolleranza). La compromissione relazionale deve rivelarsi conflittuale con altri impegni, familiari, di studio, lavorativi, o di vita sociale. Infine, va rilevata la possibile tendenza a ritornare ad analoghi modelli di utilizzo e di legame allo stesso mezzo, o eventualmente ad altri, nelle medesime modalità, ma sempre con immutate caratteristiche di deficit di controllo e ripristino delle condizioni sopraelencate di astinenza, tolleranza, ecc.

( Continua … )