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È difficile credere ancora negli ideali, ma per un compenso adeguato si può fare. Fabio Di Iorio
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Quali connessioni tra Formazione, Coaching e Counseling? di Alfonso Falanga

category Psicologia Alfonso Falanga 5 Aprile 2015

… insomma il momento in cui il docente può cominciare a rivolgersi alla persona.

 

 

Alfonso Falanga

Formatore iscritto all’AIF-Associazione Italiana Formatori

Consulente della Comunicazione specializzato in Analisi Transazionale

PNL Practitioner …

Author: Alfonso Falanga

Alfonso Falanga

category Gli autori Alfonso Falanga 11 Marzo 2009

Alfonso Falanga – residente a Giugliano in Campania ( Provincia di Napoli)

- Consulente relazionale in ambito socio – familiare

Specializzato in Analisi Transazionale con la qualifica di Consulente della Comunicazione ad orientamento A. T. ottenuta nel 1998 presso il Ce.P.A.T. ( Centro Partenopeo di Analisi

Transazionale ) di Napoli.

- Formatore per Istituti didattici, Aziende  ed Associazioni ( dal 1998)

- Docente per i Corsi di Formazione, destinati agli Operatori dell’Ascolto,

organizzati dalla Diocesi di Aversa (Ce) ( 2006 – 2007 – 2008)

Area di intervento : I Meccanismi della Comunicazione

- Docente per i Corsi di Formazione destinati agli Operatori della Cultura e

della Comunicazione organizzati dall’Ufficio Diocesano Comunicazione

Sociale di Aversa (Ce) ( 2008 – 2009) ( Continua … )

Il valore filosofico del modello Genitore – Adulto – Bambino

category Psicoterapia Alfonso Falanga 25 Ottobre 2010

Queste note esprimono considerazioni del tutto personali vale a dire che non trovano sostegno in alcun testo o, più esattamente, non so, allo stato attuale, se vi siano opere di Analisi Transazionale in cui sia possibile trovare connessioni con quanto da me di seguito affermato.

Inoltre non è mio intenzione definire una scala di valori sui cui collocare, da una parte, gli Stati dell’Io e, dall’altra, il modello Es-Io-SuperIo. Mi limito ad esporre quella che a mio avviso è una significativa differenza tra i due paradigmi.

Prima di passare al nocciolo della questione, esaminiamo rapidamente il concetto di Stato dell’Io.

Secondo l’A.T. la struttura della personalità  è costituita da tre dimensioni denominate Stati dell’Io.

Per tali si intendono insiemi coerenti di pensieri, sentimenti e comportamenti che orientano il rapporto tra la persona ed i suoi ambienti familiare, sociale e professionale.

Lo Stato dell’Io, dunque, determina contenuto e modalità della comunicazione tra l’individuo ed il suo mondo.

L’A.T. chiama gli Stati dell’Io Genitore, Adulto e Bambino  ( le maiuscole distinguono gli Stati dell’Io da genitore, adulto  bambino reali)

Nel primo sono inclusi valori e comportamenti, riconducibili a figure parentali, appresi dall’individuo nel corso della sua infanzia ed adolescenza e che agiscono ancora  nell’adulto.

L’Adulto è lo Stato dell’Io attraverso cui si analizzano i dati di realtà, si raccolgono informazioni scevre da contenuti emotivi o etici, si elaborano azioni e soluzioni sulla base di quel che effettivamente è la realtà del momento.

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Comunicazione e performance sportiva: gestione delle dinamiche manipolative tra leader e atleta

category Psicologia Alfonso Falanga 29 Maggio 2015

Come a volte accade quando si avvicina il momento della performance sportiva, la sollecitazione emotiva rischia di alimentare dinamiche relazionali alquanto conflittuali tra atleta e Istruttore/Coach (d’ora in poi denominato Leader).

Tale evento si traduce, per lo più, in messaggi verbali e non verbali attraverso cui l’atleta scarica all’esterno (leader e/o altri membri del team) la frustrazione derivante dal sentire l’insuccesso come prossimo ed inevitabile. Evidentemente il medesimo procedimento può essere messo in atto dal leader stesso, che cerca nell’atleta o nel gruppo il motivo del suo imminente fallimento.

Sia chiaro che ci riferiamo, in un caso o nell’altro, alla circostanza in cui la mancata realizzazione della meta è del tutto immaginaria: si suppone, infatti, che i protagonisti, ognuno nel suo ruolo, siano adeguatamente preparati allo scopo e che la meta sia legittima, dunque alla portata delle competenze tecniche degli atleti e della loro preparazione fisica. Eppure l’obiettivo diventa un’ossessione ed il prevalere dei versanti disfunzionali dell’emotività produce, nei protagonisti, atteggiamenti manipolativi.

Il termine “manipolazione” non ha, in questo caso, alcuna accezione negativa, vale a dire che non sta ad indicare intenzioni malevoli di uno nei confronti degli altri. Si tratta più precisamente di un comportamento che colui che lo adotta lo sente come unico ed inevitabile, la sola opzione comportamentale che ritiene di avere a disposizione per far fronte a quella specifica circostanza.

La manipolazione, pur se si intensifica in vista della competizione, è per lo più  indice di un comportamento disfunzionale che, semmai con minore intensità, segna costantemente la relazione tra leader e team o tra leader e singolo atleta. Si tratta di un processo che si fonda su un particolare modello relazionale definito Triangolo Drammatico.

Pertanto è opportuno che il leader sia in grado di riconoscere e prevenire, non solo in vista della competizione, tali dinamiche improduttive, logoranti, demotivanti.

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Comunicazione e performance sportiva: una prospettiva analitico-transazionale

category Psicologia Alfonso Falanga 23 Maggio 2015

L’idea da cui ha origine questa riflessione è che la pratica sportiva –ormai da tempo – ha raggiunto un tale livello di specializzazione, anche quando svolta a livello dilettantistico, da richiedere il sostegno di strumenti sempre più raffinati. Si tratta di mezzi materiali (attrezzature, piani di allenamento, programmi di alimentazione, ecc.) ed anche immateriali. Tra questi ultimi emerge la comunicazione.

È ovvio che tutti comunichiamo, sempre e comunque. Proprio la frequenza con cui trasmettiamo l’un l’altro messaggi verbali e non verbali porta talvolta a trascurare il valore dei gesti e delle parole, a dimenticare, cioè, quali effetti il linguaggio abbia sul comportamento proprio ed altrui.

Non ci stiamo riferendo alla semplice connessione Stimolo-Risposta, ormai e per fortuna ritenuta insufficiente ad interpretare l’agire umano: è rilevante, infatti, l’azione della comunicazione sulla visione che la persona ha di sé e degli altri, sulla sua capacità di tendere efficacemente o meno verso le proprie mete, dunque di realizzare desideri e bisogni. E’ in tal senso che è da valutare come il linguaggio (verbale e non-verbale/paraverbale) orienti il comportamento e, nel nostro specifico, il comportamento dell’atleta.

Questo discorso, perciò, ha come riferimento Istruttori, Coach, Team leader, Atleti professionisti e tutti coloro che, in ambito sportivo, vogliano prendere in considerazione il vantaggio che la performance acquisisce, ad esempio, da una comunicazione fluida ed efficace tra leader (Istruttore/Coach) e atleta.

E’ quasi superfluo sottolineare che non si tratta di imparare a comunicare tout court, bensì di elaborare un linguaggio specialistico distante dalle generalizzazioni e dalle semplificazioni del linguaggio quotidiano e che sappia valorizzare i punti forti dello sportivo e sostenerne i punti deboli, che definisca in maniera chiara gli obiettivi a cui legittimamente la performance può aspirare, che sappia alimentare le spinte motivazionali dell’atleta. Un linguaggio che sia uno strumento in più per Istruttori e Coach, che certamente  si sostituisce alle loro esperienze e competenze ma che, anzi, diventa un ulteriore contributo alla loro valorizzazione.

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Il mito del “volere è potere”

category Psicologia Alfonso Falanga 22 Aprile 2015

Il nostro comportamento è frequentemente distinto, in situazioni conflittuali, dal riproporre gli schemi mentali ed i modelli d’azione che hanno contribuito, in modo significativo, alla genesi del conflitto. O, quando le origini del dilemma sono esterne al soggetto, dal ripetere ossessivamente la scelta meno idonea a dipanare il nodo. Rendendolo perciò ancora più ingarbugliato.

Tale dinamica trova spiegazione in molteplici fattori sia di origine intrapsichica che relativi a distorsioni cognitive, ossia a modi di pensare basati su disinformazioni e luoghi comuni tanto stantii quanto rischiosi per il proprio- ed altrui, in taluni casi- benessere materiale ed immateriale.

Tra questi, emerge il famoso (famigerato) detto “volere è potere”, che trova traduzioni in semplicistici slogan ad effetto – tipo “se vuoi, puoi”- utili ai guru del cambiamento per rimandare al soggetto, che è direttamente alle prese con il dilemma, tutta la responsabilità della sua condizione e celare, così facendo, l’incapacità a dare effettivo sostegno.

Si tratta di dinamiche che coinvolgono singoli individui, gruppi ed intere organizzazioni.

Da qualche decennio, anzi, proprio il mondo del lavoro è il palcoscenico dove i seguaci del “volere è potere”, declinato nelle sue molteplici forme, mettono in scena le loro scintillanti performance.

Eppure le complessità che quotidianamente affrontiamo come soggetti privati (in famiglia, con il partner, nel sociale, ecc.) e/o come professionisti dovrebbero farci dubitare di formule magiche e di soluzioni fatte di slogan, vuoti come la maggior parte degli slogan.

Altrettanto sarebbe lecito che accadesse all’interno delle Organizzazioni, i cui assetti tradizionali sono messi in discussione, ormai da anni, da fenomeni micro e macro-sociali, micro e macro-economici. Condizione, questa, che dovrebbe aumentare le pretese degli Imprenditori verso chi si propone loro come portatore di soluzioni.

( Continua … )